di Gilda Policastro

 

Ne L’uomo senza qualità c’è un romanzo dentro il romanzo che è quello di Moosbrugger: il pluriomicida in attesa dell’esecuzione capitale, verso il quale uno dei personaggi principali, Clarisse, prova un’attrazione morbosa. Alla lettera, morbosa: il narratore ci descrive l’indole eccitabile della ragazza e un accanimento perverso su una vicenda che non dovrebbe, a rigore, riguardarla, anche se poi è stata lei stessa vittima di violenza da parte del “profeta” Meingast. Una violenza, però, primariamente psicologica e comunque dall’esito tutto diverso dalla sorte inumana toccata alle vittime dell’omicida seriale. Il dottor Friedenthal accetta, infine, di farglielo incontrare: il paziente, però, non il pluriomicida. Quando Clarisse va in manicomio, sta giocando a carte con i medici, che approfittano della situazione di calma apparente per studiarlo: Moosbrugger è un caso clinico. La sua storia è interessante per questa ragione? E lo è anche se o proprio perché Moosbrugger è un personaggio di fantasia? Quando, viceversa, Moosbrugger ha, in un libro, e precisamente nel libro che tutti leggono in un dato momento, il nome di uno, anzi due persone reali e a noi contemporanee, qual è l’effetto su noi lettori? È una domanda che mi sono posta leggendo l’ultimo libro di Nicola Lagioia, La città dei vivi, e cercando una risposta nei pareri di altri lettori, da quelli comuni agli autori di recensioni nei blog e nei siti specializzati. Sono tutti concordi sul valore del libro, e lo sono anch’io, con le riserve che vado chiarendo a me stessa mentre ne scrivo. E però nessuno (nemmeno l’autore, nelle interviste, da quel che ho visto) parla del libro e tutti della vicenda di cronaca su cui è incentrato.

 

Il caso è relativamente recente: l’omicidio di Luca Varani, giovane aiutante d’officina dell’hinterland romano, risalente al 2016. Un omicidio commesso con particolare efferatezza e (secondo sentenza) “per motivi abietti” da due giovani (un po’ più adulti della vittima) della media e alta borghesia romana.  Deliberatamente non ne scrivo i nomi: uno dei due si è suicidato in carcere, l’altro sta scontando la pena di trent’anni, confermata dall’ultimo grado di giudizio. Genitori, fratelli, sorelle, amici, fidanzati, conoscenti, datori di lavoro, di vittima e omicidi sono tutti, da quel che ne so, in vita. La tutela del loro diritto a elaborare questa vicenda che li ha (eccome) riguardati, mi sembra più importante di qualunque discorso paraletterario. Dico paraletterario, perché il libro di Nicola Lagioia non è propriamente un romanzo, anche se la narrazione è romanzesca. Soprattutto nella scelta di intrecciare tre filoni: quello cronachistico, quello autobiografico, quello di fantasia. Ma è (vuol essere) da romanziere lo sguardo sulla città (la Roma dei vivi e dei morti in un interscambio continuo e fatale, come chiarisce una pagina metadiegetica), sguardo ostentatamente da giallista, che fa il verso, a tratti, a Lucarelli: “teniamolo a mente, ci tornerà utile”. Ed è da romanziere la lingua, che è un po’ il punto debole, secondo la stroncatura (l’unica in cui mi sia imbattuta) di Teo Lorini sul “Primo amore”. Non sarei però drastica come Lorini, che tra l’altro finisce col rimpiangere certi barocchismi de La ferocia, su cui mi parrebbero, invece, più sensate e fondate le perplessità di stile (condivise, in quel caso, da pareri meno generosi, soprattutto nella rete). La lingua qui si mette al servizio della storia che racconta, il ritmo è avvincente (se si può dire di un contenuto del genere), al truculento inevitabile si cerca di ovviare con iniezioni ben dosate di lirismo. Su questo apro una parentesi: è condizione di tutti i narratori italiani contemporanei della generazione Lagioia (che è anche la mia) non aver fatto abbastanza i conti, a differenza dei poeti, con la problematicità del lirismo d’antan: se Magrelli da tempo propone di sterminare tramonti e gabbiani, i narratori se li tengono invece ben stretti (pure se li camuffano da zombie, come in una poesia più recente e finto-palinodica dello stesso Magrelli). E però: ha davvero senso stare a fare le pulci alla lingua e allo stile, quando l’intento, come per la Clarisse di Musil, è andare a guardare il Male da vicino, capirne le ragioni, condividerne effetti e reazioni soprattutto sulla psiche di chi è alla vicenda criminale totalmente estraneo (a partire dal narratore, che fa di tutto, non a caso, per suggerire sin dall’inizio un coinvolgimento particolare)?

 

L’omicidio Varani è stato un caso di nera molto discusso, e però caduto nell’oblio abbastanza velocemente, a differenza di altre vicende dell’orrore da appartamento come l’omicidio di Sarah Scazzi o del piccolo Samuele a Cogne. Su tutti lasciò un’impressione fortissima per la gratuità e l’efferatezza. E laddove la sperequazione sociale tra vittima e carnefici poteva, sulle prime, far pensare al delitto del Circeo, stavolta non c’era però nemmeno il (chiamiamolo) conforto di una spiegazione ideologica. Che cos’era, allora? Ne scrissi a caldo (qui: https://www.doppiozero.com/materiali/commenti/vc) e non ricordavo nemmeno bene cosa. Il finale di quel pezzo, per tutt’altre ragioni, mi fa oggi sobbalzare:

 

Pasolini, ai tempi del Circeo, chiedeva ai suoi lettori di interrogarsi da una prospettiva antropologica e sociale su come cambiavano i costumi e come il permissivismo sessuale avesse di fatto esasperato il desiderio e modificato la pulsionalità in esibizione coatta, potenzialmente volta all’inganno o al crimine, nei casi estremi. I due ragazzi del Collatino non suggeriscono nessuna mutazione antropologica e nessun tabù violato: non conoscevano abbastanza la vittima, come nei delitti familiari o passionali, non hanno sparato in modo casuale come i pazzi nelle scuole o per strada. Che volessero “soltanto” vedere cosa si prova, e che non sappiano o non provino a motivare in altro modo, ci interroga per ora tutti senza una risposta: nel cattivissimo di Jeeg Robot la follia dei like non si spingeva al punto da non fargli distinguere il bene dal male e anzi, dopo aver ucciso o fatto uccidere qualcuno, indifferentemente, si affrettava a sfregarsi le mani con l’Amuchina sempre pronta sul tavolo. Sei ancora quello della pietra e della fionda, ma almeno puliamo.

 

Deve aver continuato a lavorarmi in testa, quella domanda senza risposta, tanto che me la sono posta di nuovo in un racconto uscito nei mesi scorsi in un’antologia intitolata Nuvole corsare, con ovvio riferimento a Pasolini. E Pasolini in effetti è un riferimento altrettanto ovvio per la ritrattistica di Lagioia: i giovani “disperati e sconfitti” delle Lettere luterane sono i progenitori più prossimi di questa nuova generazione di alieni, da un lato infantilizzati (problemi con la mamma e il papà), dall’altro fin troppo smaliziati (“mi rendo conto che al confronto la mia giovinezza è stata di un’ingenuità disarmante”, potrebbe dire, credo, ciascuno di noi riprendendo le parole del magistrato a colloquio con l’io narrante). Per gli abitanti della Città dei vivi psicofarmaci, cocaina, festini, prostituzione sono viceversa esperienze banalissime, dismessa quell’aura di maledettismo che già in Pasolini cominciava a vacillare come paravento e contraltare dell’ingenuità. Il borghese, ai tempi, usciva pulito, si sporcava di nascosto e tornava a casa ripulito. I nuovi disperati pippano, spacciano e adescano come andassero allo struscio di paese o al McDonald’s. L’aspetto più inquietante di questa nuova umanità è l’assoluta scorrevolezza con cui il sottomondo dei comportamenti irregolari – quasi tutti illegali – transita dal fondo alla superficie: non è lo zoo di Berlino, è una dimensione che smotta senza catastrofi (almeno fino alla tragedia finale) dalle cantine alla vita di sopra, ed è da questa inscalfibile. Lo spacciatore è sotto casa, semper paratus, i luoghi della prostituzione e dello sfruttamento sono noti a tutti, en plein air, per pochi spicci si corre in treno dalla periferia, si mente più che altro per pigrizia alla fidanzata, alla famiglia. Nei due giorni e le due notti che i due omicidi designati passano nella “fattanza” (dice così, Lagioia, ed è improvvisamente Trainspotting) non ci sono genitori, amici, amiche, ma nemmeno poliziotti, farmacisti, passanti occasionali che entrino in allarme, che registrino la per l’appunto “fattanza”, che la segnalino a qualcuno, che offrano o chiedano aiuto. I due zombie che si trascinano nella notte cercando qualcosa di estremo da fare, al culmine del delirio e dell’ennui criminale, non vedono, non trovano nessuno da stuprare. Parole vuote: uccidere, stuprare. Il nichilismo da eccesso di sbadigli. Due giorni e due notti senza uno straccio di cosa da fare fuori dall’appartamento. Una commissione, un richiamo qualunque alla realtà. Facevo fatica ad andare avanti nella lettura, a un certo punto, perché la banalità aveva preso il sopravvento: la banalità del Male, certo, ma senza il pathos della distanza. Cronaca, non letteratura. Non ho mai voluto sapere esattamente come fosse morto, Luca Varani. Ora lo so: dissanguato. Che vuol dire: “nessun colpo è stato mortale, tutti i colpi ne hanno provocato la morte”. Una cosa inimmaginabile, la “mattanza” (come pare l’abbia definita nell’immediatezza il padre della vittima, in rima involontaria con “fattanza”). Ma che pure diventa grottesca, quando i due non sanno come fare, e i coltelli non ammazzano.

 

Ce la volevamo immaginare? È questa, per me, la domanda. C’è una soglia oltre la quale l’immaginazione può aiutarci a spiegare l’incomprensibile. Una questione che si è posta di fronte all’orrore in tutte le sue declinazioni, soprattutto rispetto alla storia maiuscola (penso alle immagini che “prendono posizione” in Didi-Huberman e al “dovere” delle immagini di “testimoniare” l’Olocausto, secondo lo stesso autore, laddove le vittime non hanno più voce). Ma esiste una soglia entro la quale la pornografia dell’orrore può tenersi salda all’indagine sul senso e scongiurare il voyeurismo morboso (alla Clarisse)? Quella soglia è probabilmente la metafora: non il verbale, né il referto del medico legale. È una “cagione malvagia operante nella assurdità della notte” a sfigurare la madre gaddiana. Ma chi è stato? E perché lo ha fatto? Boh, cala il sipario. È l’alba, dice Gadda, il gallo la suscita dai monti lontani, “come ogni volta”.

 

Perché Lagioia, scrittore pure assai dotato, rimane invece “nella assurdità della notte”, a rimestare verbali, intercettazioni, articoli, trasmissioni televisive? Perché non sceglie la via della metafora e si adatta al ritmo della cronaca, lo surfa senza correggerne davvero la traiettoria, ostentando, anzi, l’affinità col lavoro dello scavo giudiziario, dell’indagine giornalistica, delle perizie dei criminologi? Me lo sono domandato per tutto il libro. Nella fiction dà una spiegazione che persuade ma non convince, avrebbe detto il tale: a muoverlo è l’esigenza di fare i conti con il bivio, con quel momento in cui una vita qualunque (oppure una vita che è stata la sua, quando per un niente avrebbe potuto perdersi) si è salvata, a differenza di quella dei due assassini. Ma tiene quanto il paragone tra Clarisse e le isteriche, donne tremende e sensualissime (agli occhi della visitatrice), in un luogo di contenzione: lei sta guardando, loro sono i fenomeni.  Ovviamente interessa, qui, marginalmente il dato autobiografico, e interessa marginalmente pure sapere se l’affinità regga sul piano drammatico: interessa Lagioia auctor e la sua scelta a monte. Perché uno scrittore, a un certo punto, smette di raccontare (un misto di realtà e invenzione era, per Manzoni, il romanzo) e si cala nella feccia della cronaca, accettando di muoversi nello stesso campo dei giornalisti che si spintonano, si appostano, frugano nelle spazzature delle vite altrui, compresa la messaggistica Whatsapp? Che senso ha? Lo fa per chi?

 

La stessa domanda me l’ero posta, ai tempi, leggendo Elisabeth di Paolo Sortino. Anche lì, una vicenda di una crudezza inimmaginabile. Una donna segregata, stuprata, sotterrata in vita dal proprio padre per 24 anni, insieme ai figli incestuosi. Sortino però se l’era immaginata, quella vicenda. E ci aveva costruito un romanzo. E anche se i nomi erano tutti reali, quel che aveva fatto Sortino (forse all’epoca non fui abbastanza fredda da riconoscerglielo) era regalare a una persona castigata dalla vita oltre l’immaginabile, appunto, un avatar romanzesco, perciò immaginifico. La Elisabeth del romanzo si fondeva con le pareti della casa, si oggettificava, diventava metafora incarnata della prigionia. Questa pagina la ricordo a distanza di anni, era molto ben scritta, valeva (forse) il sacrificio del diritto a scomparire, a parte obiecti, e a non voler conoscere i dettagli macabri (che pure abbondavano), a parte subiecti. Ecco: una pagina così, ne La città dei vivi, non c’è. C’è, invece, una notomizzazione della vicenda a tratti davvero perturbante. Perché chiede (e ottiene) comunque di voltare le pagine fino all’ultima, anche se preferiremmo non saperne più nulla, a un certo punto, e il colpevole (pure raddoppiato) ce lo avevamo dall’inizio.

 

 Fino a che punto dunque, continuo a chiedermi (e forse una risposta non l’avrò mai, perché non c’è una risposta semplice, o una soluzione univoca al problema che sto cercando di porre, ed è per questo che mi risolvo a scrivere questo pezzo, dopo aver a lungo esitato), fino a che punto, dicevo, le case dell’orrore, come le chiamano i giornali, si possono dissigillare? A cosa (ci) servono i dettagli della fattanza/mattanza? Non è questione (solo) di morale, o di terrore del disumano (che è poi l’altra faccia dell’attrazione morbosa di Clarisse): ma il male, in questi fatti, sa essere davvero all’altezza della maiuscola? E la letteratura è capace di sopravvivere a sé stessa, di conservare una sua centralità e un suo filtro, in questo confronto, o viene schiacciata dalla curiosità morbosa, di cui si fa (suo malgrado) veicolo e tramite? ll rischio è che non si tratti, per i lettori, né di letteratura, né di male, ma “solo” di Luca Varani: nomi, cognomi, fatti, dossier. E d’altra parte non si lascia raccontare, il Male. Svicola, sfugge, si fa scudo con le vite degli individui. Potrebbe, forse, questo male-fatto male, diventare lo spunto per un romanzo, ma fuori dalle vite e dai verbali, a potersi immaginare ancora un Gonzalo o un Moosbrugger. Se invece non si può più suscitare l’alba, è forse bene che faccia buio del tutto, sui giusti e sugli ingiusti.

 

[Immagine: Mona Kuhn, AD 73632013].

10 thoughts on “Sul Male in letteratura: intorno a “La città dei vivi” di Nicola Lagioia

  1. “Giornalismo. La cronaca giudiziaria. Si può osservare che la cronaca giudiziaria dei grandi giornali è redatta come un perpetuo ‘Mille e una notte’ concepito secondo gli schemi del romanzo d’appendice. C’è la stessa varietà di schemi sentimentali e di motivi: la tragedia, il dramma frenetico, l’intrigo abile e intelligente, la farsa. Il Corriere della Sera non pubblica romanzi d’appendice: ma la sua pagina giudiziaria ne ha tutte le attrattive, con in più la nozione, sempre presente, che si tratta di fatti veri.”

    Antonio Gramsci, Quaderno 8 [1931-1932] in Quaderni del carcere, Einaudi, Torino, 1975 p. 1031

  2. Molto bello, cara Gilda Policastro. Ma il giornalismo, a quanto pare, è una passione – una tentazione – troppo forte per riuscire a resistergli. D’altronde, La cognizione o L’uomo senza qualità oggi venderebbero poco. Di certo non entrerebbero nelle cinquine, nelle dozzine, nelle sporche dozzine…

  3. «Perché uno scrittore, a un certo punto, smette di raccontare (un misto di realtà e invenzione era, per Manzoni, il romanzo) e si cala nella feccia della cronaca, accettando di muoversi nello stesso campo dei giornalisti che si spintonano, si appostano, frugano nelle spazzature delle vite altrui, compresa la messaggistica Whatsapp? Che senso ha? Lo fa per chi?» (Policastro)

    Non mi fermerei alla “nostalgia” della letteratura e della metafora. Andrei a cercare qualche algtra possibile risposta risalendo molto più indietro rispetto a Musil. Interrogando Émile Zola. O, più vicino a noi, il Foucault di “Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…”.

  4. “ Sabato 4 maggio 1996 – « 4674. La Cronaca cittadina, tutta sanguinolente di suicidi e glutinosa di stupro, è per l’uomo e la donna moderni dalla pelle incivilita, quello che erano le vive stragi negli anfiteatri e le pubbliche oscenità, per la gente antica. » (Carlo Dossi, Note azzurre) “.

  5. “Si sa che, poco dopo essersi conosciuti, Proust ha predisposto per Monsieur Albert una maison de rendez-vous. Questa casa è stata per lui insieme un pied-à-terre e un laboratorio […] qui Proust ha fatto portare i mobili di una sua defunta zia di cui, in All’ombra delle fanciulle in fiore, lamenta la fine disdicevole in quanto arredamento di un bordello. Qui, dove naturalmente la sua persona di borghese rimaneva sconosciuta, ha avuto il nomignolo di homme aux rats. Di fatto Proust invitava i giovani di cui faceva conoscenza presso Monsieur Albert a torturare con lunghi aghi, in vari modi sommamente orrendi, dei topi che gli venivano presentati in una gabbia.”

    Walter Benjamin, “Serata con Monsieur Albert” in Opere complete. IV. Scritti 1930-1931, Einaudi, Torino, 2002 p. 22

  6. “ Venerdì 3 luglio 2015 – « Grande l’effetto scenico dei due principali rivali: Lagioia vestito di nero e Covacich in bianco. Ha vinto la ferocia del total black. Lo spoglio è avvenuto ieri sera al Ninfeo di Valle Giulia ed è stato trasmesso su Raitre, raccontato in diretta da Concita De Gregorio, affiancata da Chiara Valerio, in una serata per la prima volta godibile dopo anni di trasmissioni piuttosto imbarazzanti. » (Dai giornali) “.

  7. Il pezzo, in assoluto, migliore scritto sull’argomento lo ha scritto Lorenzo Marchese. Unico ad avere avuto il coraggio, senza temere ripercussioni e vendette dal clan Salone del libro e aspiranti tali, in continui salamelecchi facebook con il potere (evidentemente o i riceventi sono sensibili o piuttosto vendicativi e chiusi nei loro esclusivi privilegi), di scrivere che il libro è più che mediocre. Forse è il libro di uno che ha usurpato il titolo di scrittore per anni, si tratta in fondo di un giornalista con ottimi amici in luoghi di potere. Einaudi? Stranamente il pezzo di Lorenzo Marchese non è stato citato, al contrario di un altro pezzo mediocre. L’unica domanda che conta qui è:
    “Tanto ancora si discuterà attorno a questo romanzo, alle sue ambizioni e ai suoi esiti. Ma ci si potrebbe anche fare una domanda sul ‘fuori’: su come mai un romanziere, che incidentalmente è anche uno degli autori più unanimemente apprezzati da stampa, pubblico di ‘lettori forti’ e critica, oltre che una delle persone più autorevoli dell’attuale panorama culturale e letterario italiano, non dia alle stampe un romanzo davvero bello e convincente da circa sedici anni.”
    https://www.labalenabianca.com/2020/11/23/una-storia-che-parla-da-sola-su-la-citta-dei-vivi/

  8. @Ennio Abate
    “Questa involuzione è testimoniata da un recente volumetto che raccoglie, insieme con documenti di vario tipo sul caso di un giovane contadino che al principio dell’800 uccise la madre, la sorella e un fratello, un gruppo di saggi redatti da Foucault e da alcuni suoi collaboratori. L’analisi verte prevalentemente sull’intersecarsi di due linguaggi dell’esclusione, che tendono a negarsi a vicenda: quello giudiziario e quello psichiatrico. La figura dell’assassino, Pierre Rivière, finisce col passare in secondo piano – proprio nel momento in cui si pubblica una memoria ch’egli scrisse su richiesta dei giudici per spiegare com’era arrivato a commettere il triplice assassinio. La possibilità di interpretare questo testo viene esplicitamente esclusa, perché ciò equivarrebbe a forzarlo, riducendolo a una « ragione» estranea. Non rimangono che lo «stupore» e il «silenzio» – uniche reazioni legittime. L’irrazionalismo estetizzante è dunque lo sbocco di questo filone di ricerche. “

    Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ‘500, Einaudi, Torino, 1975. p XVII

  9. Mi chiedo: perché si sente la necessità di leggere altre recensioni di un libro prima di scrivere la propria? Si potrà, una buona volta, leggere e scrivere con mente vergine, esprimere un parere indipendente dalla notorietà dell’autore o dell’editore?

  10. Gentili commentatori, vi pregherei di mantenere la discussione sui temi introdotti dal mio pezzo: ulteriori commenti sull’autore, l’editoria o altro che non riguardi il contenuto specifico del pezzo e comunque il libro di Lagioia, non verranno pubblicati e di sicuro non riceveranno risposta.
    Grazie e buon anno a tutti.

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