di Uberto Motta

 

Molteplici spinte ed esigenze (di ordine intellettuale, civile, etico, letterario…) e una vocazione pedagogica fuori del comune sottostanno alla genesi del volume Gli strumenti della poesia. Manuale e diario di poetica che Franco Buffoni ha pubblicato nel 2020 presso Interlinea di Novara. Le parole allineate in copertina non ingannino: Gli strumenti della poesia si intitolava già, infatti, un fortunato libro di Pietro G. Beltrami, edito per la prima volta da il Mulino nel 2012, che decine e decine di studenti e studentesse di tante università hanno adoperato per imparare a contare le sillabe, riconoscere il profilo prosodico dei principali versi del sistema metrico italiano e identificare le maggiori trasformazioni formali intercorse tra XIX e XX secolo. Svolgimenti più diversi del medesimo tema o assunto di partenza non si potrebbero dare: e, quand’anche quello di Buffoni fosse davvero, come si crede, un ‘altro’ Manuale (complementare a quello di Beltrami), l’impegno strenuamente militante del suo autore, a ogni pagina, fa di ciascuna puntualizzazione o approfondimento una materia incandescente, che finisce per coinvolgere, pressoché sempre, questioni di poetica e di morale, di storia (personale e collettiva) e di politica. Gli strumenti, qui evocati e declinati, in altri termini, riportano subito alla memoria (a oltre mezzo secolo di distanza) Gli strumenti umani di Vittorio Sereni, non a caso uno degli interlocutori dialetticamente fondamentali di Buffoni, poiché – nella prospettiva di fondo implicita nel libro – quanto serve al poeta è né più né meno che la sua intera umanità, affinché la scrittura in versi sia quel che è chiamata ad essere: disvelamento o epifania di un’identità, di un destino, di una ricca trama di ossessioni e di auspici, in tanto radicati nel vissuto più personale e profondo in quanto capaci di forare la dura scorza della superficie dell’esistente, per attingere alla sfera dei valori. Per «trovare – come si legge a p. 51, nonostante tutto – ragioni per resistere continuando a sentirsi dentro l’umanità». A questo, e a niente di meno, serve o dovrebbe servire la lettura come la scrittura della poesia: «scienza dell’umano» (postilla Buffoni a p. 67), «scienza del singolare», dove a ogni persona e a ogni esperienza sono restituiti, implacabilmente, la propria dignità e il proprio diritto.

 

È un libro insieme feroce ed amico, in cui Buffoni prende per mano il suo lettore, la sua lettrice, spronandoli a seguirlo in questo strenuo tentativo di fare chiarezza, per quanto possibile, riguardo a ciò che succede, e deve succedere, quando si scrive (o si legge, o si traduce) una poesia. È un libro esibitamente autobiografico, diaristico da un lato, didascalico dall’altro (diario e al tempo stesso manuale): nella misura in cui la propria storia (poetica, ma non solo) è assunta a paradigmatico termine di confronto per guardare, con intelligenza e spregiudicatezza, a tutte le storie, spingendo all’estremo la propria «voglia di illuminismo» (p. 38), di «ragionevolezza» (p. 39), così che risalti per converso quel cuore duro e spigoloso (‘mitico’) che la vis logica, contornandolo e assediandolo, non riesce a scalfire. Facendo a pezzi tutte le favole deteriori (dall’antropocentrismo alle religioni rivelate, dal creazionismo al diritto naturale), e tutti i cedimenti o le tentazioni o le superstizioni che ogni favola ai suoi occhi rappresenta e porta con sé, Buffoni si pone all’ombra di Leopardi, del «contino Giacomo» come lo chiama in un testo sarcastico e spigoloso di Il profilo del Rosa; e con lui si impegna in un tour de force che, difendendo e celebrando la poesia, diventa proposta di un proprio umanesimo, epico e laico in egual misura.

 

Con generosità esemplare e commovente, l’autore menziona tutti i passaggi e tutte le voci che hanno concorso a nutrire e determinare la sua parabola, di uomo, di scrittore, di cittadino: alle prese in primis (ed è la materia evocata nelle pagine iniziali) con la storia letteraria (e civile) del suo paese, con i modelli assodati e le idiosincrasie inevitabili, in un caleidoscopio di maestri (da ascoltare e contestare) che spazia tra Baldacci, Garboli, Fortini, Raboni, Mengaldo, Sanguineti… Da poeta, guardandosi alle spalle, Buffoni comincia il libro rileggendo le vicende della poesia italiana contemporanea, e provando a identificare alcune linee privilegiate, che ne mostrino la ricchezza e la varietà. Al di là dei singoli fattori, conta soprattutto il punto di arrivo di questa rapsodica incursione storiografica: desumendosene, infatti, la conferma del valore della poesia, nell’intrinseca polifonia dei suoi esiti, «come ancora di salvezza», «come portavoce delle intermittenze del cuore attraverso gli anni» (p. 29). Quel che segue è ciò che solo un poeta ci può raccontare, consentendoci di accedere al suo laboratorio. Come nasce, infatti, una poesia, che, per chi l’inventa, valga la pena di essere scritta? Già Vittorio Sereni aveva sottolineato che non esiste un modo solo di comporre: e che anzi la cangevole natura di ciò che di prezioso nasconde la vita obbliga l’artista a scovare ogni volta una maniera, per aderire alle intermittenze del cuore, senza tradirle. Riferendosi al proprio specifico caso, a posteriori, Buffoni identifica quattro «principali matrici»: ci sono i testi di lenta stratificazione, che si strutturano, per tentativi, attorno a un’idea-cardine di partenza, a cui si cerca di dare voce nel modo più icastico ed efficace; ci sono poi i testi associativi, che nascono invece dall’intuizione di una corrispondenza tra due sentimenti o concetti o ordini di percezione, apparentemente distinti. Di altro genere sono i testi «dono degli dei» (p. 34), che nei momenti più diversi vengono alla luce «di getto», quale naturale esito «di quanto seminato precedentemente». Un’ultima tipologia è quella dei racconti in versi, in cui la lingua poetica è spinta dall’autore in direzione di un «massimo possibile di chiarezza» (p. 37).

 

All’origine, scrive Buffoni a p. 49, c’è comunque e sempre «qualche cosa di vero, di sentito, di urgente da dire»: «un’urgenza […] personale» motivata, onestamente e sinceramente, vuoi dallo sdegno, vuoi dalla speranza, per cui non si può tacere. La lava incandescente allora rompe la crosta. Senza lava non si dà poesia, non si dà cioè una forma di verbalizzazione dei contenuti più intimi del sé che poggia – al di là del significato letterale delle parole – sul potere di evocazione della musica e delle immagini. Poi succede che i singoli testi, a distanza più o meno ampia di tempo, diventino un libro: la questione del cosiddetto macrotesto è stata oggetto di varie trattazioni critiche, negli ultimi decenni, ma il capitolo di Buffoni (Riflessioni sul fare poetico, pp. 53-57) permette di osservarla da un’angolatura peculiare. L’autore insiste infatti sui concetti di ‘poetica’ e di ‘progetto’, riportandoli al magistero di Luciano Anceschi, per indicare ciò che naturalmente trasforma i frammenti, le tessere irrelate in un insieme morale, in un’opera: si evince un grado di autoconsapevolezza e autocontrollo, forse, altrimenti insospettato, e che – dichiara Buffoni – sintomaticamente è per lui cresciuto di raccolta in raccolta.

 

Nel passaggio dalla prima alla seconda parte del libro (da Poesia come progetto a Tecnica ed epifanie) si avverte subito un pur minimo salto. Alla maniera dei tanti che lo hanno preceduto, da Dante fino a Saba e oltre, Buffoni qui si cimenta nella critica e nell’anatomia di se stesso, di quanto gli è occorso di scrivere in versi, dal 1979 della sua prima raccolta (Nell’acqua degli occhi) a oggi; e le sue osservazioni si dipanano come una serie di chiose, che trovano nei propri testi l’occasione di partenza o lo strumento di verifica. Ma se, grezzamente parlando, la prima parte del volume insiste sulle forme, la seconda prende invece di petto i contenuti: luoghi, sentimenti estremi, principi etici da condividere… ed è come se al lettore, alla lettrice di questo Manuale si chiedesse così di passare dalla ‘grammatica della poesia’ alla ‘grammatica della coscienza’. L’educazione (parola drammaticamente chiave di questo libro, e forse di tutta l’opera di Buffoni) non ha più di mira lo scrivere o il leggere, ma l’essere, il vivere: con quel bagaglio etico ed emotivo che si stima necessario per «entrare decentemente nella modernità» (p. 100), per «ridurre il tasso di crudeltà nelle relazioni umane» (p. 110). Di conseguenza, la portata del discorso si eleva e si amplia, come la gamma degli interlocutori: non solo Aristotele, ma anche Freud, Rorty, Martha Nussbaum, Judith Butler… sono menzionati, per prospettare dialogicamente una propria idea di letteratura e di giustizia. Di simile ‘idea’, in questa sede, non si possono che richiamare due dei molteplici addendi, a titolo prettamente esemplificativo: il primo, a p. 116, «una società si definisce attraverso ciò che esclude»; e subito dopo, a p. 119, «la cultura ha il compito di compiere scelte etiche» al fine di «umanizzare il mondo». Del duplice assunto la poesia Gay Pride a Roma, riportata alle pp. 122-123, costituisce uno squisito contrappunto, nella misura in cui lì si trova perfettamente realizzato il valore della brevitas, su cui insistono ancora le pagine seguenti, a partire dal caso di Emily Dickinson. Gay Pride a Roma, cioè, dimostra come si possa «‘caricare’ il più possibile il linguaggio […] usando il minor numero possibile di parole con il loro colore più intenso» (p. 136), modulando il proprio grido affinché esso abbia l’efficacia desiderata.

 

I capitoli conclusivi del volume (comprensivo di una terza parte: Case studies) toccano due punti ancora centrali nel fare ed essere di Buffoni: la traduzione, e la scoperta e la valorizzazione dei giovani talenti, che definiscono, d’altronde, due campi d’azione finitimi, nell’uno e nell’altro rientrando tutti i motivi (formali e ideologici) fino ad ora evocati. Che si tratti infatti di tradurre l’autore, l’autrice cui si vuole dare ospitalità nella propria lingua e nella propria cultura, oppure di promuovere tra le centinaia di aspiranti poeti quella voce che reca in sé il segno premonitorio di una ‘diversità’, due sono i criteri essenziali a cui, forte di una quasi ineguagliabile esperienza, Buffoni mostra di tenere: l’urgenza delle cose da dire, e la modulazione del grido mediante l’invenzione di un ritmo per cui, attraverso la scrittura, si possa sentire un cuore che batte.

Sentire un cuore che batte. Accogliere e ascoltare un cuore che ha una propria voce (un proprio progetto), fino ad accordarsi ad esso, prestandogli per un momento le proprie forze e le proprie parole: non c’è forse definizione migliore per cogliere l’unicità irripetibile di ogni incontro, che è quanto, attraverso e oltre la letteratura, stanti le raccomandazioni di Buffoni, definisce il senso autentico della natura umana.

 

 

[Immagine: Tullio Pericoli, Eugenio Montale (particolare)].

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