di Federico Zuolo

 

L’ultimo film animato della Pixar (Soul) è stato reso disponibile il giorno di Natale. E di questo si tratta: un prodotto coinvolgente e raffinato che rielabora temi classici del sogno americano in una favola da Natale (ma senza Natale). Però sono lontani i tempi in cui la favola di Natale denunciava l’egoismo e l’avarizia come i difetti da estirpare in nome di una riconciliazione finale all’insegna della solidarietà. L’ideologia del Natale Pixar è senza problemi di povertà e vizio morale, e il dramma consiste solamente nell’incapacità delle persone di vivere la vita adatta a loro.

 

Il protagonista (Joe) è un pianista jazz frustrato che attende l’occasione della vita per sbarcare nel circuito della musica che conta e realizzare il suo sogno artistico. Di fronte alla grande occasione della vita l’espediente drammatico di un incidente lo spedisce in un limbo tra la vita e la morte in cui le anime vengono assegnate a vite future. In questa rielaborazione ironica del mito platonico di Er, il protagonista finisce per sbaglio in una dimensione di ante-vita in cui fa il mentore a un’anima che non vuole essere assegnata a nessuna vita. La finzione ironica e critica rende questo momento di scelta un seminario motivazionale in stile aziendalistico, in cui le anime delle future persone devono scegliere la loro vocazione. Dopo molte peripezie di scambio tra corpo e individualità sbagliate, il protagonista potrà realizzare il suo sogno ma capirà anche l’importanza delle piccole cose. Realizzata la sua ossessione per la musica e il suo sogno individuale, si riconcilierà con la dimensione ordinaria del quotidiano, superando così la sua ossessione maniacale per la musica.

 

La realizzazione del proprio sogno individuale, il proprio talento e il senso della propria vita, sono, come è noto, un tema ricorrente e fondativo del cinema americano. La popolarità del tema del realizzarsi, del credere in se stessi e del superare le avversità costituiscono un tema fondamentale sia dal punto di vista sostantivo che narrativo, tanto che possono essere facilmente definiti come i miti fondativi dell’ideologia del sogno americano. Tanto fondamentale da essere presente non solo in centinaia di film più o meno popolari, ma anche un tema ricorrente dei prodotti Pixar. Basti ricordare, prima di Soul, Rémy, il topo dal talento culinario di Ratatouille; e anche Miguel, il ragazzino con la passione per la musica in Coco. In tutti questi casi la tensione drammatica si esprime, classicamente, nello scontro tra il sogno individuale e la costrizione famigliare. La madre di Joe non vuole che il figlio viva una vita stentata da musicista spiantato; la famiglia di Miguel gli impedisce di suonare a causa del dramma di un avo musicista che avrebbe abbandonato la moglie per seguire la musica; Rémy deve lottare contro lo spirito gregario della sua famiglia di ratti. In tutti i casi l’affermazione finale è completa: la lacerazione si ricompone pienamente e la soddisfazione avviene sia come sogno realizzato sia come riconciliazione con la famiglia.

 

Non sembrerebbe esserci novità rispetto al classico tema dell’affermazione dell’individuo misconosciuto che vede infine riconosciuto il proprio talento o le proprie esigenze di fronte a un’ingiustizia. Eppure, c’è qualche aggiornamento che val la pena notare. Se in Ratatouille e Coco la mancata affermazione dell’eroe era stata causata da un piccolo villain (in Ratatouille, oltre all’ostacolo famigliare, l’eroe si deve scontrare con le ambizioni affaristiche di un mediocre chef, mentre in Coco tutto ha inizio con l’avvelenamento del bisnonno di Michel ad opera del suo malvagio socio), in Soul non c’è nessun cattivo. L’origine del dramma è l’ordinaria frustrazione della vita: l’incapacità del protagonista di farsi trovare pronto al momento giusto di fronte alla grande occasione o la sua incapacità di accordare le sue aspettative con il suo stato attuale di mediocrità. Complice l’incontro con un’anima riluttante a entrare nella vita, Joe non solo supererà i suoi blocchi emotivi, ma capirà anche che la sua ossessione per la musica lo rendeva cieco nei confronti della bellezza dell’ordinario. Partendo come una riflessione sul talento e la passione musicale, Soul finisce come un’ode alla bellezza dell’ordinario, qualità che fa riconciliare l’anima irrisolta con se stessa.

 

Mancando un cattivo e in assenza anche di una causa sociale di sofferenza, l’origine del dramma è tutta interiore, in un gioco di specchi tra aspettative su di sé, monomaniacalità e i casi della vita. La ripresa del mito di Er è sfruttata per un dramma interiore che si risolve con un consiglio per tutti: perseguire il proprio talento ma anche apprezzare la bellezza dell’ordinario. Una riconciliazione tutta interiore, svolta tra la vita e l’anima in una condizione di pre-vita. Se l’origine dei problemi (l’incomprensione famigliare e l’incapacità del singolo) è comune ma non banale, la soluzione è tutta individuale. Si tratta di una ricetta di felicità da non disprezzare e un’evoluzione di un tema in una favola per bambini e adulti che temono di cadere nella trappola – troppo banale, troppo universale – del non farcela.

 

La frustrazione ordinaria era il tema fondamentale anche di Inside Out, grande successo Pixar, di cui sono protagonisti le emozioni di una ragazzina di fronte al trauma del trasferimento. Qui come in Soul la dimensione favolistica del cartone classico si inverte in una sovra-spiegazione dell’ordinario. In Inside Out una raffinata ricostruzione del ruolo delle emozioni (e della tristezza) nell’elaborazione dei problemi faceva da sfondo a una vicenda fin troppo comune. In Coco le leggende tradizionali messicane sul rapporto tra vivi e morti incorniciavano la saga di una famiglia in diverse generazioni. In Soul lo sfondo mitico e metafisico di anime da assegnare a vite e corpi spiega la scoperta dell’equilibrio necessario per la felicità. In mancanza di cattivi ed eroi, di favolistico e straordinario, un incredibile armamentario visivo ed esplicativo serve a soccorrere vite ordinarie, altrimenti impantanate. Sarebbe facile e forse ingiusto prendersela con questo, ma sarebbe anche sciocco non notare il lavoro ideologico: il sogno si trasferisce nel quotidiano e gli unici problemi da risolvere sono dentro di noi.

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