di Umberto Fiori

 

[Abbiamo il piacere di inaugurare l’anno dantesco su Lplc2 con un intervento inedito di Umberto Fiori, tenuto on line per un’iniziativa dell’Università di Bergamo, a cura di Luca Carlo Rossi, il 5 novembre 2020]

 

Comincio mettendo le mani avanti. Quando mi è stato proposto di parlare di Dante, la cosa mi ha rallegrato e lusingato, naturalmente, ma mi ha anche messo un po’ in agitazione. Il fatto è che non sono un dantista; certo, ho letto fin da bambino la Commedia, l’ho studiata e per molti anni l’ho insegnata a scuola, in classi piene di studenti stranieri (quando una nuova conoscenza mi chiedeva che mestiere facessi, rispondevo: “Insegno Dante ai cinesi”), ma le mie competenze non sono neanche lontanamente quelle di uno specialista. Ho deciso quindi di concentrare il mio intervento su un aspetto particolare, che mi ha sempre affascinato e che ha avuto anche un riflesso sul mio lavoro in poesia: l’uso delle similitudini. Immagino che la letteratura critica sull’argomento sia sconfinata, e mi scuso in anticipo per la mia ignoranza. Il mio interesse per questa figura, e per il suo impiego nel Poema, non è accademico; lo potrei qualificare come una personale fissazione, quasi una mania. Per anni ho riletto la Commedia “collezionando” similitudini, classificandole per tema e riflettendo sulla loro natura, sul fascino che esercitavano.

 

Se non ho contato male, nelle tre cantiche se ne incontrano più di 200. A chi le rilegga e le metta in fila, si presenta un percorso parallelo a quello che il Poeta compie nei tre regni dell’aldilà. Parlare di percorso, tuttavia, è forse improprio e fuorviante: le similitudini dantesche non sono collegate in una trama, in un sistema; spesso, anzi, ci sorprendono per la loro estemporaneità, per la loro distanza dalla situazione che dovrebbero “illustrare”: si aprono e si richiudono di colpo, come sportelli; i loro paragoni intervengono nel Poema come delle improvvise sortite, delle incursioni a ritroso nel mondo che Dante si è lasciato alle spalle, memorie, reminiscenze e quasi sogni di una dimensione umana, spesso familiare, ordinaria, che contrasta con l’eccezionalità dell’avventura sovrumana che sta al centro della narrazione.

 

Gli ambiti da cui sono tratte sono molteplici. Si va dai fenomeni fisici alla musica, dai mestieri al rapporto tra madre e figlio (noto di passaggio che la figura del padre è assente). Il gruppo più consistente, se non erro, è riferito al mondo animale.

In questo ambito tematico, una larga preponderanza hanno gli uccelli, che compaiono in tutt’e tre le cantiche. A loro sono dedicate le similitudini più famose, quelle che tutti ricordiamo, a partire dal Canto V dell’Inferno: “e come gli stornei ne portan l’ali/ nel freddo tempo, a schiera larga e piena…” (vv 40 sgg), “e come i gru van cantando lor lai/ facendo in aere di sé lunga riga…” (vv46 sgg) e la più citata, riferita a Paolo e Francesca, “Quali colombe dal disio chiamate,/ con l’ali alzate e ferme al dolce nido,/ volan per l’aere dal voler portate…” (vv 82 sgg). Nelle similitudini riferite agli uccelli, Dante sembra investire maggior partecipazione affettiva di quanta ne troviamo in quelle di cui sono protagonisti altri animali. Qualche esempio: “Come quando, cogliendo biada o loglio,/ li colombi, adunati alla pastura,/ queti, senza mostrar l’usato orgoglio/ se cosa appare ond’elli abbian paura,/ subitamente lasciano star l’esca/ perché assaliti son da maggior cura…” (Purg II, vv 124 sgg); “E quale il cicognin che leva l’ala/ per voglia di volare, e non s’attenta/ d’abbandonar lo nido, e giù la cala…”  (Purg XXV vv 10 sgg); “Come l’augello, intra l’amate fronde,/ posato al nido de’ suoi dolci nati/ la notte che le cose ci nasconde,/ ché, per veder gli aspetti disiati,/ e per trovar lo cibo onde li pasca,/ in che gravi labor gli sono aggrati,/ previene il tempo in su l’aperta frasca,/ e con ardente affetto il sole aspetta,/ fiso guardando pur che l’alba nasca…” (Par XXIII v1 sgg).

 

Per contrasto, nelle similitudini che hanno al centro il cane –e che compaiono, se non erro, solo nell’Inferno- l’immagine che si dà di questo animale è decisamente cruda: niente cuccioli, nessuna tenerezza, nessuna retorica su presunte qualità “morali” (obbedienza, fedeltà, etc). Famelicità e aggressività sono il suo marchio principale: “Quale quel cane che abbaiando agugna/ e si racqueta poi che il pasto morde,/ ché solo a divorarlo intende e pugna…” (Inf VI, v.28 sgg); “Con quel furore e con quella tempesta/ ch’escono i cani addosso al poverello…” (Inf XXI v67 sgg).

 

L’elenco degli animali che appaiono nelle similitudini è lungo, e comprende rane, api, vespe, pecore e capre, lucciole, un porco, delfini, persino un esotico castoro (bivero), formiche, pesci, un ramarro che ha ispirato un Mottetto di Montale (“Come il ramarro sotto la gran fersa/ dei dì canicular, cangiando siepe,/ folgore par, se la via attraversa…” (Inf XXV, v79 sgg)).

 

Spicca – detto di passaggio- l’assenza del gatto, difficile da spiegare, ma soprattutto quella di animali dalla forte valenza simbolica come lupi, aquile, volpi, serpenti. Il che sembra mostrare che le similitudini costituiscono una dimensione letteraria “parallela”, in parte slegata da quella del resto del Poema; una dimensione dove l’approccio “realista” e aneddotico prevale su quello mistico-allegorico.

Nelle similitudini, gli animali vengono rappresentati –se così posso dire- “dal vivo”, a partire da un’osservazione diretta, lontana dai rigidi tratti convenzionali che caratterizzano i bestiari medievali. Le tre fiere che compaiono all’inizio del poema (Lonza, Leone, Lupa, per non dire del Veltro) ci si offrono chiaramente come figure allegoriche, fissate in uno schema predeterminato; nelle similitudini, invece, gli animali –al di là della potenziale valenza simbolica- vengono còlti nella loro immediata realtà vitale: “com’egli incontra/ ch’una rana rimane e l’altra spiccia…” (Inf, XXII, vv 32 sgg). Queste rane –di cui una resta ferma e l’altra si tuffa in acqua- non sono rappresentazioni codificate, stilizzate, di una figura allegorica: sono vive, meravigliosamente sorprese ed evocate dall’occhio e dalla mente del Poeta nella loro dinamica naturale.

 

Secondo per numero solo a quello appena richiamato –e presente in tutt’e tre le cantiche, ma più frequente nel Paradiso- è il gruppo di similitudini tratte dalla natura, dal mondo fisico. Anche qui, colpisce la vivacità con cui vengono descritti i fenomeni naturali: quello di Dante non è un resoconto freddamente “scientifico”, dottrinario, è uno sguardo pieno di emozione e di meraviglia. Le similitudini “naturali” potrebbero costituire, nel loro insieme, un repertorio di nozioni di sapienza fisica, parallele a quelle esposte più direttamente ed estesamente in vari luoghi del Poema; nelle similitudini, invece, anche i fenomeni più “oggettivi” (per così dire) si caricano di pathos; come in quella celebre, stupenda, che tutti ricordiamo: “Così la neve al sol si disigilla” (Par XXXIII, v 64), dove il fenomeno fisico dello scioglimento della neve al calore del sole, di per sé abbastanza banale, appare come in sogno, e assume una gravità e una tensione che ci sorprendono e ci turbano.

 

Più convenzionali e prevedibili sono le similitudini che riguardano arco e freccia: “Arco non pinse mai da sé saetta/ che sì corresse via per l’aere snella…” (Inf, VIII, vv 13 sgg). Anche qui, però, la vivissima attenzione di Dante per ogni aspetto del mondo riesce ad animare l’immagine di maniera: “e sì come saetta che nel segno/ percuote pria che sia la corda cheta…” (Par V v91 sgg).

Un altro consistente gruppo di similitudini riguarda i comportamenti umani, le innumerevoli situazioni (materiali o morali) in cui un individuo può trovarsi. Il soggetto è quasi sempre generico: “l’uom”, “quei che” “uno”, “si” impersonale, e così via; quando si fa più preciso, resta comunque un tipo: “vedrai te somigliante a quella inferma/ che non può trovar posa in su le piume/ ma con dar volta suo dolore scherma” (Purg  VI vv.149 sgg.). A questo gruppo appartiene la prima similitudine che incontriamo nel poema: “E come quei che con lena affannata/ uscendo fuor del pelago alla riva/ si volge all’acqua perigliosa e guata…” (Inf, I, vv 22 sgg). E’ da notare che nella larga maggioranza le situazioni rappresentate sono negative, o comunque inquietanti.

 

Relativamente scarse sono le similitudini che rimandano al mito o alla Bibbia: si parla di Fetonte, di Giunone, Achille, Tideo, Licurgo, Piramo e Tisbe, Glauco, Latona, e altri personaggi della mitologia ellenica; di Elia, Daniele, Noè, per quanto riguarda la Bibbia. La loro scarsità è motivata probabilmente dal fatto che i riferimenti mitici e biblici sono frequentissimi e ben altrimenti sviluppati nel testo del Poema, al di fuori delle similitudini. In quelle di argomento mitico-biblico prevale, inevitabilmente, l’erudizione. Questo ci aiuta a mettere a fuoco, per contrasto, il carattere prevalente delle similitudini dantesche, che è quello di un’aderenza a volte anche molto cruda alla realtà più ordinaria e impoetica. Penso ad esempio ai paragoni che fanno riferimento al lavoro umano, ai mestieri più umili, senza risparmio di termini tecnici, prosastici: “Quale nell’arzanà de’ Viniziani/ bolle l’inverno la tenace pece/ a rimpalmar li legni lor non sani,/ che navicar non ponno; e in quella vece,/ chi fa suo legno nuovo, e chi ristoppa/ le coste a quel che più viaggi fece;/ chi ribatte da proda e chi da poppa;/ altri fa remi e altri volge sarte;/ chi terzeruolo ed artimon rintoppa…” (Inf XXI, vv7 sgg). Il realismo di Dante, nelle similitudini, si spinge fino ad evocare il terra-terra di una cucina: “Non altrimenti i cuochi a lor vassalli/ fanno attuffare in mezzo la caldaia/ la carne con gli uncin, perché non galli” (Inf XXI, vv55 sgg). Certo, i due esempi riportati sono tratti dall’Inferno; ma anche nelle sublimi altezze del Paradiso il mondo prosaico dei mestieri fa la sua comparsa: “Qui farem punto, come ‘l buon sartore/ che com’egli ha del panno fa la gonna” (Par XXXII, vv139 sgg).

 

In tutt’e tre le cantiche ricorre –nelle similitudini- il riferimento al rapporto madre-figlio. Abbiamo già osservato che il rapporto figlio-padre non viene tematizzato in nessuno dei paragoni che Dante ci presenta. L’autorità –che convenzionalmente è incarnata dalla figura paterna- nelle similitudini della Commedia trova la sua rappresentazione esclusiva in quella materna. Nelle madri che Dante richiama si fondono tipicamente tenerezza e severità, rimprovero e accudimento. Le similitudini che rimandano al rapporto madre-figlio sono per lo più riferite a Beatrice; ma anche l’atteggiamento di Virgilio, nel canto XXIII dell’Inferno (vv.38 sgg) viene ricondotto a quello di una madre: “Lo duca mio di sùbito mi prese/ come la madre ch’al romore è desta/ e vede presso sé le fiamme accese,/ e prende il figlio e fugge e non s’arresta…”.

 

Nel suo Discorso su Dante (1933), Osip Mandel’stam dedica pagine piene di ammirazione alle similitudini dantesche, efficaci –a suo dire- “proprio perché tutt’altro che indispensabili”, e “mai dettate da una meschina necessità logica”. In questa sottolineatura apologetica del poeta russo emerge indirettamente la diffidenza che un certo gusto novecentesco nutre per questa figura: apprezzarla è possibile solo a patto di neutralizzare quella che appare come la sua funzione “servile”, di artificio retorico che farebbe da supporto a istanze “logiche”, sostanzialmente impoetiche. Una volta di più, si vede come Dante possa essere compreso e amato, nei secoli, anche attraverso le mille incomprensioni possibili della sua poesia. Per Mandel’stam, e per molti poeti del Novecento, è difficile accettare l’idea di una parola poetica che abbia come fine – prima ancora del risultato estetico – la più fedele adesione alle cose, agli eventi, alle forme del mondo. L’idea di realtà che questa adesione implica appare probabilmente troppo semplice, troppo ingenua, al secolo del sospetto e del disincanto. E tuttavia, neppure il XX secolo può negare la grandezza della Commedia. Si tratta –per la sensibilità novecentesca – di cercare la poesia in mezzo alla non-poesia, di isolarne gli splendori, di salvarla dal suo stesso didascalismo.

 

Che le similitudini, nella Commedia, non siano dettate da una “meschina” necessità logica, lo avevamo già indovinato; del fatto che siano “tutt’altro che indispensabili”, abbiamo forse il diritto di dubitare. I paragoni che Dante mette in opera non sono mai gratuiti, decorativi: chiariscono e illuminano con commovente precisione la cosa rappresentata, la “spiegano” richiamando altri aspetti del mondo, appellandosi all’esperienza del lettore, all’esperienza umana in generale, nelle sue forme più varie. La fiducia in una comunità del vedere, dell’esperire, che li muove, è profonda, potente. Ma la bellezza delle similitudini dantesche nasce anche dalla loro efficacia nell’economia della rappresentazione: i paragoni hanno l’evidenza di un evento che si svolga sotto i nostri occhi. Fosse soltanto in questo il loro merito, sarebbe già più che abbastanza. Ma c’è ben altro, lo sappiamo. Commentando la celebre similitudine che nel Canto XXVI (vv.25-33) raffigura l’ottava bolgia (quella delle fiamme senza volto) a partire da una scena campestre (il villano che contempla le lucciole), Mandel’stam chiede ai lettori: “provate a indicare dove sia qui il primo e il secondo membro (…), quali siano i due termini comparati, dove sia la cosa principale e dove quella secondaria che serve a chiarire la prima”. Qui il poeta russo – sorvolando purtroppo sulla perfetta funzionalità del raffronto, che comunque resta – indica un aspetto essenziale nella natura delle similitudini dantesche: tra la scena che “serve” e quella “servita” sembra non ci sia disparità gerarchica. Dante ci dà l’impressione di essere altrettanto “interessato” a entrambi i termini del paragone. Interessato, insisterei, non tanto sul piano estetico, quanto –innanzitutto – su quello della realtà: le figure che ci vengono presentate nel paragone risultano vive, evidenti, nel fuoco di un’attenzione umana davvero fuori dall’ordinario, che del visibile e dell’esperibile non tralascia il minimo angolo, perché in ogni angolo trova intero il mondo.

 

Un altro carattere – cui ho già accennato – mi sembra essenziale nell’uso dantesco delle similitudini. La loro funzione è sostanzialmente quella di “spiegare”, di chiarire le scene, le figure e le situazioni che al Poeta si presentano in una dimensione ultraterrena. Le straordinarie visioni dell’aldilà, per essere comprese, hanno bisogno di essere ricondotte a qualcosa di noto, di familiare. Le similitudini avrebbero, insomma, una funzione principalmente didascalica; ma quello che a me sembra di cogliere è qualcosa di più profondo, qualcosa di sottinteso e in parte inavvertito: presentando i suoi paragoni – l’ho già osservato – Dante conta su una implicita condivisione del vedere e dell’esperire, che unisce il poeta ad ogni essere umano, che lega la sua visione, la sua avventura straordinaria, alla vista e all’esperienza del più ordinario degli individui. La similitudine è anche, a ben vedere, un appellarsi – mai esplicitato ma solidissimo – a una comunità del sentire e del vivere. Questo appello risulta ancora più forte ed emozionante perché non è mai dichiarato. In una sola occasione (Purg XVII, vv 1 sgg) Dante invita direttamente il lettore a mettere in gioco la condivisione che fonda il senso delle similitudini: “Ricorditi, lettor, se mai nell’alpe/ ti colse nebbia per la qual vedessi/ non altrimenti che per pelle talpe;/ come, quando i vapori umidi e spessi/ a diradar cominciansi, la spera/ del sol debilemente entra per essi;/ e fia la tua immagine leggiera/ in giugnere a veder com’io rividi/ lo sole in pria, che già nel corcar era”.

 

Tutta la Commedia, naturalmente, è un altissimo, appassionato appello a tutti gli uomini; già nel celebre incipit, la vita di cui si parla è –prima ancora di quella del Poeta – la nostra vita; nelle similitudini –l’ho detto- mi sembra di cogliere un appello parallelo, in forma indiretta – segreta, mi verrebbe da dire – che trae la sua forza dal fatto di non essere sostenuto da argomenti morali o religiosi. Paragone dopo paragone, la nostra vita ci appare – con un’evidenza che non ha bisogno di essere predicata – sempre più nostra, sempre più comune.

 

[Immagine: Gustavo Dorè, Inferno, canto V].

 

 

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