di Igino Domanin

 

Credo di essere stato fin dai banchi di scuola un indisciplinato mentale, scosso internamente da fibrillazioni anarcoidi, un libertario per sempre e malgrado tutto. Istintivamente nemico di ogni paternalismo, censura, proibizionismo, epperò un problema, una resistenza, meglio, ce l’avevo, nonostante tutto. Inoculata per bene, tanto da considerarla normale e da rimuoverla: il fastidio, la ripulsa che ebbi per tutti gli anni dell’adolescenza e della giovinezza verso il tossico coetaneo o appena più grande.

 

Quando entrai al liceo mi misero all’ultimo banco con una studentessa ripetente. Ostentava un’aria lercia e fancazzista, ma aveva verso di me un atteggiamento curiosamente materno. Si capiva che la sua permanenza a scuola sarebbe durata a poco. Un giorno la incontro, un sabato pomeriggio sul tardi, mentre era in compagnia di altra gente barbuta e anacronisticamente figlia dei fiori. Era su di giri, stava fumando una sigaretta, ma non di quelle che si comprano dai tabaccai e che mio padre fuma 30-40 volte al giorno, no, si trattava di erba. Mi dico quindi: ecco cosa succede, ecco perché non viene più a scuola, è una “drogata”.

 

Lo ricordo per dire che all’interno della mia generazione (siamo nel 1981) si era alzato proprio un muro, una divisione invalicabile, tra “drogati” e no. Eravamo divisi, vivevamo in mondi paralleli e distantissimi, ma se ne sentiva parlare tutti i giorni alla televisione. Esisteva il problema dell’eroina, le notizie quasi da bollettino di epidemia che riferivano dei morti da overdose, l’orrore e il rifiuto che ci suscitavano, anzi: che dovevano suscitarci. Il monito della scuola, delle famiglie e delle campagne educative era molto chiaro: non avvicinatevi, è pericoloso, tenete a distanza i “drogati” (soprattutto perché saranno loro a “offriti” e poi a venderti la droga).

 

A diciott’anni mi sono trasferito a Milano, da solo: cercavo di tenere la mente sgombra, studiavo Filosofia, mi gettavo a corpo morto nelle teorie di Foucault e di Deleuze, sentivo parlare di Bateson e di Palo Alto. In quel periodo si occupavano le case, si creavano delle comunità che si autoproclamavano centri sociali, alcuni compagni di corso ci andavano a dormire. Ero curioso, ma poi doveva scattarmi dentro un vecchio retropensiero: magari, però, là dentro qualcuno si buca. Non era vero, anche perché i militanti di estrema sinistra, gli stessi autonomi, avevano fatto battaglie durissime e punitive contro l’eroina, arrivando anche picchiare chi “si faceva”.

 

Una prova del mio condizionamento mentale è un episodio che potrebbe risultare anche divertente, a ripensarci ora. Un amico, uno che si fumava parecchie canne, mi chiede un giorno di essere accompagnato a farsi un buco. Sono sconvolto, non so cosa rispondere, rimugino per ore, alla fine gli dico di sì. Prendiamo un tram che curiosamente va verso il centro, resto zitto e non faccio domande, mi sarei immaginato qualche losco piazzale o parco della periferia. Invece, scesi finalmente dal tram, entriamo sorprendentemente in una gioielleria: doveva farsi il buco a un lobo per mettersi un orecchino, secondo la moda del tempo. Ovviamente mi sentii dentro di me un fesso gigantesco, ma almeno non avevo rifiutato, evitando la figuraccia letale.

Intanto il problema della droga cresceva, diventava di dominio pubblico, si sentiva parlare di comunità di recupero e di metodi per combattere la dipendenza dall’eroina. Spuntarono i politici a interessarsene, ma sempre con discorsi retorici e per me intellettualmente irricevibili. Solo Pannella m’incuriosiva, perciò mi spinsi ad applaudirne un insolito comizio nella discoteca milanese Time, in un contesto periferico e da bolgia dove, richiamandosi a Nozick e Friedman, arringava i convenuti, a favore della depenalizzazione totale del mercato delle droghe, anche di quelle pesanti. In questo modo si sarebbe sconfitto alla radice il traffico di droga e il ruolo delle mafie. Non saprei dire quanto fosse realistico o quanto delirante, ma quel fiume in piena di parole scorreva, era la legge di quell’atmosfera, l’aria che respiravo.

 

I tossici continuavano, però, a non ispirarmi alcuna simpatia, e, anzi mi suscitavano sempre più repulsione, e quando ne incontravo qualcuno, facevo in modo di schivarne la presenza. Però un tizio riuscì a farsi non so come una pera assieme a un altro dentro al cesso di casa mia. Mi dava fastidio il modo in cui cercavano di tirarti dentro, di pietire, di passare poi al furto e allo spaccio pur di proseguire quella vita da amebe. Un giorno uno studente di filosofia mi raccontò di come passasse il tempo a rubare libri nelle librerie per poi rivenderseli e farsi una dose. Io i libri li avrei rubati per leggermeli. Ero un anarcoide, un libertario, ma di fronte al drogato finivo un po’ di esserlo. Del tutto naturale che ai miei occhi Vincenzo Muccioli rappresentasse quanto di più disgustosamente autoritario ci potesse essere. Quando poi arrivò la legge Jervolino-Vassalli, il dado per me era tratto. Lo spettacolo orrendo e televisivo in cui questa specie di orco con occhi di brace si presentava alle platee del tempo m’innervosiva, soprattutto le testimonianze tutte edulcorate dei ragazzi “recuperati” e “disintossicati”. Mi pareva un obbrobrio: si saranno pure salvati la vita, ma per diventare degli automi rivestiti da scolaretti. I programmi serali, le pubblicità progresso, i manifesti erano pieni di immagini che spingevano alla lotta alla droga in modo talvolta terrorizzante. Piero Badaloni faceva inchieste, mentre scorrevano musiche tetre e dissociative, genitori piangenti e violentati si sfogavano e annientavano davanti al pubblico. Il tutto alternato con ragazzi che biascicavano sotto l’effetto di eroina, squilibrati che non si reggevano in piedi, con lo sguardo buio. Un lungo spettacolo del dolore, trito e annichilente.

Nel frattempo venni a sapere di gente dell’università che ancora a inizio anni ‘90, mentre c’era stato il movimento della Pantera (l’occupazione dell’università contro la Legge Ruberti), aveva cominciato a bucarsi. Siamo nello stesso memento della famigerata legge che criminalizzava l’uso della droga in sé e per sé, qualsiasi essa fosse e senza distinzioni. L’orrida legge Jervolino-Vassalli la si chiamava col nome di Bettino Craxi.

 

Nel 1995 Muccioli muore, il mondo della marginalità e della devianza sembra scomparire come problema fondamentale, rimane solo il brutto ricordo di storie di eroina finite male e di una generazione e più che si era autodistrutta.

Solo pochi anni dopo, siamo nel febbraio 2000 mi presento a Gianluca Neri, grazie ai buoni auspici di Giuseppe Genna: sto facendo un colloquio di lavoro per farmi assumere presso un sito che si occupa di satira e altro che si chiama Clarence. La settimana prima Gianluca Neri era sulla copertina di “Sette” e veniva indicato come simbolo di una nuova generazione di miliardari. Mi aspetto di vedere un uomo giovane, ma vestito come Gordon Gekko. Al contrario è un ragazzo introverso e normalissimo, più giovane di me, che mi assume subito perché si fida delle indicazioni di Giuseppe. Inizia una nuova fase professionale della mia vita. Lavorerò in quel contesto fino alla fine del 2003, dopo che una grave crisi sgonfierà la bolla economica della new economy. Questa è la premessa con cui mi sono messo a vedere il 31 dicembre la docuserie Sanpa, innanzitutto molto curioso perché so che a scriverla e produrla è appunto Gianluca Neri. E parla proprio di Muccioli. Dico subito che sono letteralmente risucchiato dentro e che la divoro, come tutti in questi giorni. Ma vorrei esprimere a distanza di qualche settimana alcune mie osservazioni, per un confronto aperto.

 


Cambiamo scena, siamo ai giorni nostri, quelli del Covid. Anzi, siamo nell’ultimo giorno del 2020, un anno che tutti maledicono. Il clima è livido, contuso, stordito: ma che devo fare per passare queste ultime 24 ore? Ho appena intercettato su Facebook, proprio sul profilo di Gianluca Neri, il promo della docuserie Netflix su San Patrignano: m’incuriosisce soprattutto perché dopo tanto tempo rivedo affiorare il nome del founder di Clarence. In realtà lo avevo visto citato sulle cronache sempre per vicende sorprendenti come quando svelò e mise in ridicolo la criptazione del dossier Calipari o ebbe accesso alla vita privata della fidanzata di George Clooney. Cose stupefacenti, ma che in realtà non mi stupivano per nulla. Ricordo ancora una riunione di redazione a Clarence dove ci espose, mentre lo fissavamo increduli, l’idea di pilotare un dirigibile radiocomandato e spia direttamente all’interno della casa del Grande Fratello prima stagione, e alla fine ci stava quasi riuscendo, a violare la no fly zone dello show. Comincio dunque a vedere
Sanpa, incuriosito, ma anche nel tipico stato deprivato e abulico di quest’ultimo anno.

 

Mi bastano pochi minuti, a parte la sigla in stile Narcos, a intuire che si tratta di un fatto importante della nostra esperienza televisiva, narrativa, seriale o come vuoi classificarla. Il racconto è aperto, all’inizio ci sono molte voci, alcune riconoscibili, spezzate, sovrapposte. Ed è appunto questa la sostanza della narrazione di SanPa. Niente commento, nessuna interpretazione possibile, nessuna risposta alla fine. Rivedo Muccioli, me lo ricordo benissimo, ma certo. Eppure no. Intanto il racconto parte da un punto che si confonde con quello che io stesso sto cercando da tempo di raccontare in un libro sugli anni ’70. Sapevo molto della diffusione dell’eroina in quel contesto e del dibattito politico e ideologico annesso, soprattutto negli ambienti del movimento del ’77 e anche prima: per esempio di quel che era successo con lo spaccio a parco Lambro nell’estate del 1976, e poi di Fausto e Iaio, e della loro morte violenta a pochi passi dalla casa dove mi trovo adesso a scrivere questo articolo. Non riguarda ovviamente il racconto contenuto della serie, ma è il cortocircuito emotivo che si stabilisce in me, che guardo. Si materializzano i tossici, i drogati, l’assenza dello Stato, le confuse e morbose utopie che sopravvivevano ancora dentro l’Italia repubblicana in semiagonia per il terrorismo politico cieco e dilagante. Muccioli nasce in quel momento. Almeno la cooperativa di San Patrignano. Poi scopri che forse è nato prima, quando era un parapsicologo, uno spiritista, un autoproclamantesi Gesù Cristo di un cenacolo spiritista e che mostrerà finanche le stimmate ai primi ospiti della comunità. Però mentre vedo pure tutto questo delirio, questo cascame, questa pericolosa china carismatica, noto anche che San Patrignano diventa nel paese l’unica risposta effettiva al problema. Tutto sommato Muccioli ci vede benissimo sul metadone e sugli psicofarmaci, e pare capire meglio di chiunque la relazione con il tossico. Lo dico perché, come ho spiegato nella premessa, la mia posizione su Muccioli era di un granitico e pregiudiziale disgusto. Non è che lo voglia riabilitare del tutto: credo abbia commesso pesanti errori e che gli episodi di violenza dentro la comunità, culminati in un omicidio, mostrino da sé l’inaccettabilità di una specie di aberrante Repubblica Platonica del Bene. Ma è pur vero che dopo SanPa Muccioli resta ancora di più un enigma. Qual è il limite alla violenza, può esserci un Bene senza di essa? Oppure per abbattere la violenza bisogna abdicare o sospendere l’idea del Bene? Non è dato saperlo, ma solo domandarlo. Ed è quindi attraverso il moltiplicarsi degli interrogativi, dei racconti, delle ombre che si snodano intorno a questa figura reale e demonica che il fuoco della narrazione ottiene il proprio centro.

 

Alla fine, però, sono rimasto perplesso e svuotato; soprattutto quando sentendo le voci di chi lo ha conosciuto, amato e tradito, ho percepito un morboso e drammatico affetto verso il padre violento che li aveva educati. In quel momento la vecchia repulsione adolescenziale verso il tossico mi era chiara: non ho mai sopportato nessuna forma di paternalismo, o peggio, di patriarcato e per questa ragione sarei rimasto sempre all’opposto della Repubblica del Bene.

Soprattutto, mi fa specie sentire tutti come dei sopravvissuti, che si sono tenuti insieme solo grazie a Vincenzo (lo chiamano tutti ancora per nome), e di come quella presenza così schiacciante sia adesso un vuoto nelle loro vite. Il vuoto non è il contrario del pieno, ma è un pieno di tipo peggiore, è il vuoto costitutivo di un desiderio edipico, di una Legge autoritaria e vacante che è ancora capace di ingiungere, al di là della morte fisica di Muccioli, e che insinua un dubbio insolubile: se lui non ci fosse stato, come di fatto è adesso, loro potrebbero ancora esserci? Ma vale nello stesso tempo: se Lui ci fosse ancora, loro potrebbero adesso esserci?

 

Un tempo si era potuto pensare alla storia dell’eroina come a qualcosa di legato all’operazione Bluemoon, una operazione della Cia, che si è ripetuta in vari paesi e ha immesso nel nostro, nella seconda metà degli anni ’70, una enorme quantità di eroina, per distruggere le velleità antagoniste di una generazione ribelle. Sarà anche vero, visto quel che accadde, ossia le migliaia di giovani avviatisi rapidamente verso la tossicodipendenza di massa. Ma del passaggio di quell’onda distruttiva, quelli come noi, che diventarono adolescenti al volgere del decennio, videro solo il paesaggio emerso, fatto di distruzione. Non ci era dato comprendere, ma scappare, fuggire via, per restare vivi. Per questo, anche se c’erano gli Arnao e i Cancrini, e tante altre forme di riflessione illuminata sul recupero della tossicodipendenza, non si riuscì a sottrarsi alla ingombrante presenza del gigante buono o dell’orco famigerato, una presenza atta a riempire la scena, a farne il personaggio centrale di una narrazione sulla droga. Rivedere oggi su Netflix insieme a mia figlia che ha appena 18 anni i documenti di quel tempo senza epica, trascurato, patologico, me lo ha restituito non più sedato e anestetizzato dai pregiudizi, ma per la prima volta riaperto con i suoi connotati ambivalenti: interrogativo, enigmatico.

2 thoughts on “Quando il bene ti fa male. Una narrazione parassitaria su SanPa e dintorni

  1. Sono nata nel 1965.
    Ai tempi di San Pa provavo anch’io repulsione per i drogati e soprattutto anche la mia era ed è un’anima anarcoide.
    Ho un ricordo vago della faccenda Muccioli, ma appena l’ho rivisto mi sono ricordata che mi faceva più orrore di quanto me ne facesse l’atmosfera decomposta di quegli anni.
    Ironia della sorte la vita mi ha portata ad incontrare e a frequentare assiduamente alcuni coetanei ex tossicodipendenti.
    Ho dovuto ammettere che c’era sempre stato qualcosa di complicato che mi affascinava in loro, forse perché la droga era passata anche nelle vene della maggior parte dei musicisti che adoro.
    Le loro biografie sono piene di morte e di follie ma paradossalmente anche di vita, virtuosimi e clamorose rinascite.
    Prima di guardare la serie mi è capitato di leggere l’illuminante intervista rilasciata da Fabio Cantelli.
    In quelle parole ho trovato le risposte che cercavo.
    Quindi ho guardato la serie aspettandomi di poter approfondire quel pensiero sull’autotrascendenza.
    Ma non c’è traccia delle anime dei ragazzi in quella faccenda, sono alla mercé del domatore del circo, domatore e dominatore, manipolatore narciso con delirio di onnipotenza.
    Ne sono uscita sconvolta.
    Per me non c’è enigma perché non c’era bene in Muccioli.
    Questa serie è la necessaria testimonianza, crudele e dolorosa, della deriva in cui tutti sono coinvolti quando il pifferaio prende il comando.
    Ho imparato negli anni che chi ce l’ha fatta non lo deve a nessuno che non sia se stesso.
    Grazie Igino per le tue importanti riflessioni.

  2. Grazie per il commento e per la testimonianza. Grazie per avere letto . Mi sono posto volutamente in modo provocatorio, rispetto soprattutto a me stesso, nel prospettare l’ambiguità di fondo del racconto, o perlomeno il suo carattere aperto e problematico. Non si tratta di giustificare o riabilitare, ma soltanto di sporgersi, anche di poco, sulla sofferenza di chi comunque finì nell’accettare il ruolo salvifico di Muccioli. Una cosa che non mi piace, ma che è esistita e che forse allora non volli o non seppi vedere.

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