Traduzione di Bernardo Pacini e Clarissa Amerini

 

[Presentiamo cinque poesie del poeta americano Bill Knott, nella traduzione di Bernardo Pacini e Clarissa Amerini. Le poesie sono precedute da una nota biografica e seguita da una nota critica di Bernardo Pacini].

 

Bill Knott nasce a Carson City (Michigan) nel 1940. All’età di 7 anni perde la madre, deceduta durante il parto del secondo fratello. Il padre morirà 3 anni dopo per aver bevuto del veleno, ma in quel periodo Knott era già stato affidato alle cure di un orfanatrofio, dove subisce abusi e violenze che continuano anche quando viene trasferito in un ospedale psichiatrico. Dopo il periodo degli studi superiori vissuto sotto la tutela di un parente, si arruola nell’esercito e trascorre alcuni anni a guardia di un deposito d’oro a Fort Knox (Kentucky). All’inizio degli anni Sessanta scrive il primo libro di poesie mentre lavora in un ospedale a Chicago. Nel 1964, il poeta Charles Wright descrive così Knott: «an unmistakably beautiful, deeply fertile, unaffected, marvelous poet». Un paio di anni prima, per il timore che l’esercito potesse richiamarlo alle armi, sotto falso nome Bill Knott aveva spedito una lettera ai giornali annunciando la propria morte per suicidio, e in effetti l’esordio in volume The Naomi Poems: Corpse and Beans esce nel 1968 firmato con lo pseudonimo “Saint Geraud”. Tra gli altri libri usciti negli anni successivi, ricordo Auto-Necrophilia; The _____ Poems, Book 2 (1971) e Nights of Naomi (1972), che il critico e poeta Thomas Lux descrive come uno degli esempi più estremi di «American hard-core surrealism». Bill Knott ha poi lavorato per 25 anni come professore all’Emerson College di Boston. Dopo aver pubblicato 12 libri, nel 2005 comincia a raccogliere versi sul proprio sito internet, rendendoli fruibili gratuitamente. Muore nel 2014 a Bay City (Michigan). Le poesie qui tradotte sono state selezionate da due volumi antologici: Sex On Quicksand – Collected Short Poems (1960-2009), autoprodotto; I Am Flying Into Myself, Farrar Straus Giroux, New York 2017, a cura di Thomas Lux.

 

GENTILE CURATORE DELLA RUBRICA

 

Recentemente ho ucciso mio padre

E a breve sposerò mia madre;

Mi domando:

Dovrei invitare al matrimonio i parenti

del ramo paterno?

 

 

DEAR ADVICE COLUMNIST

 

I recently killed my father

And will soon marry my mother;

My question is:

Should his side of the family be invited to the wedding?

 

*

 

ERGASTOLANO (O: BUON COMPLEANNO)

 

il nostro prigioniero

ha ricevuto una scatola

contenente una torta

che ovviamente crede

possa nascondere una lima

o una lama seghettata

e comincia

a scavare

 

tuttavia, a dire il vero

la sua salvezza

la sua via d’uscita

la sua strategia di fuga

era scritta con cura

in colori sgargianti

sopra la glassa più scura

 

il messaggio definitivo

la delicata scritta rosea

trascurata

inosservata

si sgretola sotto i colpi

della sua fiduciosa ricerca

 

LIFER (AKA HAPPY BIRTHDAY)

 

our prisoner

has received a package

containing a cake

which of course he thinks

must conceal a file

or a hacksaw-blace

and stars

to dig down into

 

actually however

his salvation

his way out

his escape route

has been carefully laid out

in brightcolored frosting

over darker frostin

 

the crucial message

the delicate pinkly lettering

overlooked

unheeded

falls shredded apart now

by his hopeful search

 

*

 

TORRI

 

1.

Il potere che ha Pisa di piegare la testa di lato

dovrebbe essere invidiato dalla storia,

la quale può solo dirigerla in avanti –

e Babele viene certo lodata

in ogni libro (su ogni pagina)

per il modo che ha di slenticolare le nostre parole.

 

2.

Galileo lascia cadere mezzo chilo di piombo

e mezzo chilo di piume dalla vetta

uno ti colpisce sulla testa

ma quale –

(quale testa?) –

Ti fa pensare, impedendoti di farlo.

 

3.

Da queste parti ogni torre

ha costante bisogno di riparazioni

a causa della scaramantica abitudine

che ha di sporgersi

e sbirciare al tredicesimo piano

per assicurarsi che ancora non ci sia.

 

TOWERS

 

1.

Pisa’s power to bend the head sideways

must be envied by history,

which can only force it forwards—

and Babel of course is praised

in every book (on every page)

for the way it slanticulates our words.

 

2.

Galileo drops a pound of lead

and a pound of feathers from the top,

one of which hits you on the head,

but which one—

(which head?)—

It makes you think, as well as stop.

 

3.

Every tower around here

is always in need of repair,

due to the superstitious habit

of leaning over

to peek into its 13th floor

to make sure it’s still not there.

 

*

 

ESEMPIO

 

Tutti i miei pensieri hanno la stessa

lunghezza – sono versi,

non frasi: potreste obiettare

che sulla pagina sembrano diversi

per durata,

ma lo giuro

a voi tutti lettori di prosa senza regole,

che nel loro passaggio

attraverso la mia mente

ciascuno di essi impiega esattamente lo stesso tempo.

 

EXAMPLE

 

All my thoughts are the same

length—they’re lines,

not sentences: you may protest

that on the page they seem dissimilar

in their duration,

but I swear to all you

unregulated readers-of-prose,

that in their passage

through my mind

each of these took an equal amount of time.

 

*

 

SENZA TITOLO

 

Niente potrebbe nascere se là

non esistesse già la sua metafora, o se

l’intero mondo non fosse la metafora per

la non esistenza di questo niente, di questo

non-così-tanto-futuro qualcosa.

 

SENZA TITOLO

 

Nothing could be born if there didn’t

already exist a metaphor for it, or if

the whole world wasn’t a metaphor for

the non-existence of this nothing, this

none-too-future something.

 

*

 

Bernardo Pacini

I HAVE NO OCCASION

 

La poesia di Bill Knott appare come il resoconto tragicomico di un’orfanità che non si limita al dato biografico, ma che investe orizzontalmente ogni àmbito dell’esistenza, da quello economico-sociale a quello letterario. Questo sembra confessarci lo stesso autore con una glaciale dichiarazione nell’ambito di un’intervista apparsa sulla rivista online Memorius nel 2006. A partire da una frase del poeta James Wright, l’intervistatore chiedeva a Knott quale fosse per lui l’«occasione di una poesia». Knott, infastidito, rispondeva così.

 

The occasion of a poem? It makes me think of that quote from Henry James: «We work in the dark—we do what we can—we give what we have. Our doubt is our passion and our passion is our task. The rest is the madness of art.» Doubt seems to be my normal state which the poem or its origin suddenly and briefly overcomes. I know I can’t write a poem. I have no right to write a poem. Mark Strand has the right to write a poem, not me. He went to Yale; he lives on the yacht of his youth. Me, I grew up in an orphanage, no family, no money, no “educational opportunities.” No background, no breeding. Scum like me can’t write poems. After his Ivy League education, C. K. Williams lived in Paris on a trust fund for ten years while he wrote his first book; me, after high school and two years in the army I worked as a hospital orderly while I wrote my first book. Lower-class scum, menials like me have no right to write poetry. The occasion of a poem? You wanna know the fucking occasion? There is none for me. Strand and Williams and Pinsky et al. have “occasion.” I have no occasion.

 

«I have no occasion»: a partire dell’ambivalenza di significato di “occasion” (opportunità favorevole nella società letteraria vs possibilità di accadimento nel reale) è questa una sentenza amara, che svela una percezione della propria esperienza poetica come eco di un’insufficienza autobiografica qualitativa sofferta a priori, deterministicamente. Knott risponde elencando i motivi per cui sin da giovane si è percepito confinato nei ranghi di una classe sociale indesiderata; e tuttavia l’orfanità familiare-affettiva, la carenza educativa e l’indigenza economica non sembrano poter diventare materiale sul quale costruire un’ideologia politica che decostruisca l’ingiustizia sociale o vi si ribelli. Al contrario rimangono coordinate di una condanna senza appello accolta con rassegnazione post-crepuscolare, al più con sarcasmo. Il poeta («Lower-class scum») rimane schiacciato dallo spietato meccanismo produttivo efficientista che la cultura del lavoro impone negli USA come viatico per raggiungere il compimento della felicità: egli non ha il diritto di scrivere poesie, non può cogliere occasioni da tradurre in poesia perché non ci sono i presupposti. A quelli come lui l’occasione non è data.

 

Dietro a questo lamento un po’ adolescenziale – e al di là dell’esplicita polemica venata di invidia che Knott riserva a poeti coevi più riconosciuti di lui – dobbiamo però sforzarci di intuire una più profonda chiave di lettura. Questa breve selezione di testi vorrebbe mostrare come l’anticonformismo formale di Bill Knott non sia solo una compiaciuta e trasandata allergia punk ai “marchi poetici”. Traendo nutrimento da un’ironia obliqua e surreale – complici le eccentriche combinazioni linguistiche e una particolare elasticità della sintassi – la scrittura poetica di Knott costruisce una metafisica del dubbio che cerca di sublimare lo stato di precarietà e frustrazione dal quale inevitabilmente pare avere origine ogni intuizione poetica. A una prima lettura, colpisce la posa mediocre di certe figure còlte in circostanze insignificanti e paradossali (Lifer, The Wouldbe Nonchalant), o la macabra impertinenza di alcune situazioni (Dear Advice Columnist, la lettera edipica alla rubrica del giornale, molto più che una freddura se letta alla luce della vicenda biografica). In realtà l’ingegno anarchico della prassi poetica di Knott si declina proprio nella molteplicità dei registi linguistici e stilistici utilizzati: nei testi dove prevale un’assertività metapoetica crudele e spiazzante (Example, Towers) – ma anche negli episodi più lirici (First Sight) o oscuramente autoreferenziali (Havenot) – emerge distintamente l’effetto sorpresa degli imprevedibili nessi semantici, delle trovate metrico-foniche e retoriche, di illuminazioni (Poem) e interrogativi che tradiscono uno sforzo conoscitivo, ancorché goffo o soffocato, in direzione di verità mai assolute o dogmatiche, ma almeno parziali e pragmatiche, perseguite con disperata e visionaria lucidità, come se il poeta si trovasse in un continuo stato di emergenza esistenziale, di lento ma inarrestabile disfacimento della coscienza (Minus). Eppure talvolta la poesia “di contrabbando” di Knott (non ne avrebbe il diritto, ricordiamolo!) si dimostra l’unico strumento capace di rimettere in discussione la tragedia con una fulminea mossa di karate, o di creare un’aspettativa («this none-too-future something») tramite un buffo gioco di specchi che in una frazione di secondo possa offrire una diversa prospettiva su tutta la vicenda umana, permettendole di tornare almeno una volta a essere un’occasione.

6 thoughts on “Niente occasioni per me. Cinque poesie di Bill Knott

  1. Tutto sommato, non mi sembra proprio gran poesia. Anzi, per niente, poesia. Versificazione (zoppa) senza aggettivi. Le idee dietro alle sue parole sono provocanti, vere, la biografia né più interessante né meno di tante altre tragedie.
    Ma io (almeno) cerco altro nella poesia: il lirismo, il distacco, l’universalizzazione dell’emozione del poeta. Quel qualcosa che fa sì che una parola sola (di Hart Crane, della Pizarnik… ) sia poesia nell’istante stesso della sua nascita e milioni d’altre no. Come la Premia Nobel Glück dell’anno: le sue poesie mi risvegliano la stessa emozione delle ricette stampate sul retro delle confezioni di maizena.
    Bye

  2. Roberto ha perfettamente ragione quando parla di versificazione zoppa, ma al di là delle considerazioni formali è lo stesso Knott a confermare i suoi dubbi sul valore di queste poesie: “Scum like me can’t write poems.” diceva, e come dargli torto. L’obliquità, la superficialità dei nessi o degli accadimenti narrati può piacere come no: è poesia. Questi testi sicuramente potranno interessare coloro che sono intrigati dal filone antilirico, ironico e postsurrealista dei poeti americani che scrivevano fuori dall’accademia nei Sessanta-Settanta, e che vedono in Charles Simic il primus inter non pares. Da parte mia, non ritengo la presenza di aggettivi una garanzia di buona poesia, né il lirismo come categoria: anzi drizzo le antenne quando questi caratteri appesantiscono la netta capacità espressiva dell’immagine o del suono. In ogni caso, grazie della sua lettura.

  3. Se posso dire la mia sono poesie? Bisogna capire cosa si intende per poesia per alcuni si per altri no, per il mio modo di amare e concepire la poesia sono realtà brutali della vita, gettate su un foglio. Comunque sempre piacevoli da leggere. Adriana

  4. Dovrei invitare al matrimonio i parenti

    del ramo paterno?
    Perché traduci paterno?

  5. @Angelo. Ci è sembrata una soluzione corretta per tradurre la frase in modo gradevole e mantenere intatto il significato. Il pronome possessivo “his ” poteva essere tradotto con “suo”, dando luogo però a una certa ambiguità: “suo” di chi, della madre o del padre?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *