di Pacifico Compianto

 

Dispaccio alla nazione, affranta e divisa. Con vivido entusiasmo di patria, possiamo ormai salutare – coi petti gonfi di orgoglio e grate lagrime agli occhi – la nascita di un nuovo, e romano, genere letterario, costituito dai messaggi indirizzati agli studenti delle Marche dal Direttore generale dell’Ufficio scolastico di quella regione, il dottor Marco Ugo Filisetti. Purtroppo, tali inauditi prodotti dello spirito restano noti, ad oggi, ai soli giovani figli (talvolta magari adottivi), ai soli disciplinati istitutori (si spera perlopiù estasiati, al cospetto di simili distillati d’ingegno) allevati dal (e nel) florido suolo dell’oliva ascolana e della crescia. Se tutto però andrà come spera quell’orgogliosa lega di lungimiranti fratelli d’Italia che urge al momento giudicare gli unici integerrimi “patrioti” nostrani, le cose potrebbero presto cambiare. Tempo al massimo due anni, e allo Stivale, smanioso di battere il tacco e poi mettersi in marcia, potrebbe toccare finalmente in sorte – viva dio! – d’esser guidato da una compagine di governo pronta, con intatta fierezza, ad indicare, come Ministro dell’Istruzione, un qualche altro Gentile filosofo le cui prolusioni (e scelte) concorrano alla rapida diffusione su scala nazionale delle “filisettiche”, ricalcandone fedelmente la lezione stilistica e morale. Col beneplacito del Macron alla fiorentina e della sua “lupetta” ingordigia sfascista. Sicché non è detto manchi poi molto: Strapaese, ch’è già risorto, potrebbe a breve imperare.

 

Ma quali sono i modelli formali cui s’ispirano le “filisettiche”? Senz’altro, esse attualizzano le strategie retoriche dei vigorosi testi concepiti per i Cinegiornali dell’Istituto Luce. Stessa matrice propagandistica, identico passo marziale. Vogliono infiammare i giovani cuori educandoli a un’inesauribile passione per il made in Italy. Per quella “grande proletaria” implicitamente esortata a muoversi di nuovo: a riassaporare in sé il gusto d’esser sovrana (e sovranista). Ma non è tutta epica, quella che luccica. Balugina nondimeno, in ciascuna “filisettica”, una vena francamente lirica, pronta a disciogliersi, qui e là, in straziante elegia di sommessi singulti. Infatti, mentre pur glorifica i valori intonsi delle nazionali «radici» (parola-tema sempre cruciale nei suoi componimenti), l’autore par quasi tacitamente ammettere che invece no: non tutti sono persuasi, in questa bizzarra penisola, che radioso il futuro potrà esserlo, per le piagate italiche genti, solo se esse sapranno tosto riscoprirsi chiamate ad assolvere una comune missione d’indigena civiltà. Di qui, il doloroso affiorare – tra le pieghe appena dei turgidi discorsi concepiti dal Nostro – di accenti leggeri di costernazione e sconforto. Subito surclassati, però, dal desiderio di non darla mai vinta al pessimismo: tanto più che, dalle Alpi alla Trinacria, non sembrano esattamente impazzare appelli alla Resistenza.

 

Ecco allora le “filisettiche” – come dire? – tornare immantinente in se stesse, dopo gli attimi felloni di smarrimento; recuperare il loro autentico piglio. Che sempre più le converte, dapprima, in sermoni: in pretesche omelie sui giusti valori e sull’infera vita che attende chi abbia l’ardire di non riconoscerli. E che poi, precipitandole in un vorticoso crescendo di rossiniana memoria, le consegna alla loro più lieta natura di filippiche moralistiche e, soprattutto, di manifesti neo-futuristi. La parola si lascia scolpire con crescente vigoria, perdendo via via ogni residua, involontaria, peccaminosa polisemia. L’uso del carattere maiuscolo (talora il solo ch’esse conoscano) le trasforma in possenti monoliti dall’inequivoco significato imperativo. Le traslittera in spericolati esercizi di quasi ginnica oratoria. E la sempre incertissima punteggiatura sconta a quel punto una tragica (e demartiniana) “crisi della presenza”. Quando sussiste, si distribuisce nel testo ad muzzum (che in alcune zone del Meridione d’Italia vuole dire “a capocchia”, non già “di nascosto”), perché essa non deve più scandire i passaggi di un pur semplificato argomentare, ma è richiesta di tener dietro all’impeto emotivo e al dionisiaco auto-trascendimento percepiti dal retore e, negli auspici di costui, da quanti lo ascoltano. Vive di scosse telluriche persino l’ortografia, attraversata da brividi d’avveniristico o retroflesso compiacimento: «soprattutto», per esempio, può diventare «sopratutto». La sintassi, come un infervorato organetto, si contrae oppure s’estende senza più posa, a seconda che debba, in un fremito solo, scandire circostanziate verità o che voglia invece, cesellando irsuti concetti, lanciare proclami.

 

Qualcuno pensava (perché non è di questo pianeta la lungimiranza) che, dopo le “filisettiche” del 14 settembre e del 4 novembre scorsi, non ne avremmo avute altre. Temeva, insomma, la morte prematura del neonato genere letterario. Del resto, il Ministero dell’Istruzione, con una nota, aveva subito richiesto, all’ufficio competente delle Marche, «una relazione in merito al messaggio inviato alle studentesse e agli studenti della Regione in occasione della Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate». Messaggio, lo si ricorderà, nel quale ci si appropriava, senza dichiararlo, di un passaggio del discorso di Mussolini per la nascita dei Fasci italiani di combattimento. E allora, più di un individuo stoltamente ligio al buon senso aveva prontamente immaginato, due mesi fa: “Senz’altro no: messaggi di quel tenore gli allievi delle scuole marchigiane non ne riceveranno di nuovi”. Sbagliato, signori cari. Ed era pronosticabile.

 

Intanto perché, muovendosi come s’è mossa, l’onorevole Azzolina – un’insegnante: vale forse la pena rammentarlo – nulla ha scelto di fare a tutela, in primo luogo, dell’istituzione scolastica. A cosa avrebbe dovuto esattamente portare, infatti, la sua indagine? A scoprire se qualche infiltrato di Casa Pound avesse per caso proditoriamente scritto e poi ratto trasmesso quella “filisettica” al posto del Direttore generale dell’Ufficio scolastico delle Marche? Ad escludere che costui fosse stato costretto col ricatto da un qualche dimaiesco “potero forto” a vergare quelle parole tanto ispirate? Perché c’è da chiedersi: quali termini deve arrivare a scegliere un uomo dello Stato, in questo connivente Paese, per essere poi chiamato a rispondere delle proprie responsabilità pubbliche non al cospetto di un nugolo di pericolosi cospiratori leninisti, ma innanzi alla Costituzione italiana? E quindi, per quale metafisica ragione, di grazia, il nostro prolifico poeta avrebbe dovuto piantarla, coi suoi toni come minimo opinabili, se chi di dovere non lo ha, di fatto, trovato in alcun modo passibile di una qualche ammenda?

 

E così, da non pochi preventivata, la nuova “filisettica” è giunta puntuale, e pressoché indistinguibile dalle precedenti, il 27 gennaio dell’anno 2021, in occasione del Giorno della Memoria. Per un motivo che comunque prescinde dalla sostanziale assoluzione concessa alle altre due dall’onorevole Azzolina. Per il semplice fatto, cioè, che un autore, quand’è un vero autore, vive di ossessioni, non semplicemente formali, che punteggiano l’intera sua opera e che si rivelano, per lui, incontenibili. Di conseguenza, egli scrive, alla fin fine, sempre la medesima cosa, né può trattenersi dal farlo: il mondo che, lì dentro di lui, preme con forza alle pareti della sua coscienza e del suo talento per essere espresso, non sa che ogni volta sgorgare, e anzi erompere irrefrenabile. Perché poi uno scrittore come si deve, uno di quelli che hanno lor proprie poetiche alle quali ubbidire, se pratica un genere, o se addirittura lo inventa, non è che lo fa per annegarla, la sua Weltanschauung, nelle convenzioni di detto genere. Il genere sempre lo piega, viceversa, alle proprie esigenze stilistiche. Ai propri rovelli d’intellettuale.

 

Tutta religiosamente in maiuscolo – ma qui, nel riportarne qualche stralcio, ci si accontenterà del laico minuscolo, carattere un tantino più democratico perché meglio incline a lasciarsi sfruttare da chi ambisca al confronto alla pari con gli altri, nella certezza di dover esercitare l’arte del sospetto anzitutto sui propri convincimenti, sì da provare a combattere la pur insopprimibile quota di falsa coscienza che, giocoforza, anche in lui si annida –, la “filisettica”, fresca fresca di conio, va subito al sodo. Nel Giorno della Memoria, vi si legge, «il nostro pensiero e [sic] rivolto in primo luogo al ricordo degli uomini, donne e bambini del popolo ebraico che morirono nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale». Se il punto fermo arrivasse qui, nulla da eccepire. Forse. Perché comunque il significante «popolo», che verrà poi strumentalmente reiterato in accezione meno neutra, è già stato introdotto. Ad ogni modo, il succitato periodo continua e si conclude così: «ed alle migliaia di militari italiani che furono imprigionati negli stessi campi dopo l’8 settembre del ’43, data dell’armistizio con le potenze alleate».

 

Ora: qualcosa non torna. La “filisettica” indugerà lungamente, nella sua seconda metà, sul «valore della memoria», ch’è «dovere etico» anzitutto della scuola, vi si dice, «trasmettere ai giovani», affinché costoro sviluppino quell’«esercizio dell’autocoscienza» pronta a interrogarsi (lo giuro: non sono quelle dell’esegeta, ma sono la sintassi e la punteggiatura dell’autore che iniziano d’un tratto a vedere i sorci verdi) «a partire dalla identità, chi sono io? chi sono i miei avi, le mie radici». Segue la frase: «L’esercizio dell’autocoscienza interroga quindi inevitabilmente il passato».

 

Orbene: c’è un qualche “pasticciaccio brutto”, si diceva. Ma come? La scuola dovrebbe educare alla consapevolezza storica, in modo ch’essa concorra alla maturazione intellettuale e civile delle nuove leve, e però, volendo ricordare agli studenti e alle studentesse delle Marche che la persecuzione e lo sterminio degli ebrei furono tragedie sofferte anche da cittadini italiani, non si fa alcun riferimento a quegli altri nostri connazionali, i fascisti, che di antisemitismo si macchiarono? Non si rammentano i Provvedimenti per la difesa della razza italiana presi dal duce già nel 1938? E perché, tra i tantissimi italiani che furono deportati nei campi di concentramento dopo l’8 settembre, ci si limita a menzionare i soli militari, formulando peraltro la frase in maniera tanto elusiva da far ipotizzare, a chi nulla sappia di preciso, che quindi nei lager arrivarono sì nostri connazionali, ma né ebrei né che fossero comuni civili di ogni età? In maniera tanto ambigua da lasciar credere, a chi gli eventi non ancora li conosca o semplicemente non li ricordi, che simili deportazioni non furono da addebitarsi, in primis, alla Repubblica Sociale Italiana, disperata continuatrice del regime fascista, ma dipesero, per qualche oscura via, dalla tregua o da fantomatici accordi sanciti dal nostro Paese con le potenze alleate? È semplice imperizia letteraria – una licenza poetica: mettiamola così – o c’è dell’altro? No, dai! Non esagerare. È pura fretta nello scrivere: non ti è lecito dubitarne. Possibile, infatti, che Filisetti non sappia – per dire – chi sia Liliana Segre, quanti anni avesse il giorno in cui giunse ad Auschwitz e come ci finì? Possibile ch’egli non abbia mai letto un rigo di Primo Levi? Verrebbe da escluderlo.

 

Del resto, la memoria è selettiva: si sa. Ognuno rammenta quel che vuole o che gli conviene. Solo che rischia, in tal modo, l’inavvertita contraddizione logica. Neppure al buon Andrea Purgatori (il conduttore di Atlantide, su «la7») risulta infatti che la Soluzione Finale del Problema Ebraico sia stata un disegno suggerito a Hitler da marziani in vacanza sulla Terra e pronti a prenderlo per la collottola affinché egli ne pianificasse l’esecuzione. Né consta a quello stesso giornalista e scrittore che le leggi razziali, promulgate da Mussolini, a costui le abbiano imposte, stampandogli una tremenda schicchera sulla fronte spaziosa, quei medesimi, cattivissimi alieni. Simili scempi, non solo in Germania o in Italia, ma nell’intera Europa, hanno trovato i loro presupposti pseudo-teorici e le loro oscene retoriche legittimanti in feroci, febbricitanti ubriacature nazionalistiche. Nel culto smodato di quelle che Filisetti definisce le «radici» che ciascun popolo dovrebbe riscoprire. Nell’idolatria sanguinaria degli identitarismi. Nelle squallide (perché tribunizie) feticizzazioni del passato compiute dalle diverse «comunità» (giusto per citare un altro vocabolo assai caro al Nostro) di presunti simili fanatizzati.

Di qui l’aporia intrinseca a questa terza “filisettica”. Il cui immaginario di fondo (un’umanità – la nostra al tempo della pandemia di covid-19 – apocalitticamente ritratta «in mezzo alle rovine» e dunque esortata a «restare in piedi», a «non arrendersi», a «non alzare le braccia», a «continuare a battersi dando un senso alla vita») collima, ci si augura senza saperlo, con quello dell’Evola di Orientamenti («Ciò che solo conta è questo: noi oggi ci troviamo in mezzo ad un mondo di rovine. E il problema da porsi è: esistono ancora uomini in piedi in mezzo a queste rovine? E che cosa debbono, che cosa possono essi ancora fare?»).

 

Anche a non voler abiurare un orizzonte di senso comunque “particolaristico” (ciascuno crede in quel che sa e che ama concepire), tale “filisettica” avrebbe dovuto, nel Giorno della Memoria e per degnamente celebrarlo, ricordare magari ai giovani che sì, ambire a non misconoscere o persino a rivalutare la «propria realtà di popolo» si può pure farlo, se in ciò soltanto si riesce a scorgere il senso stesso della civiltà. A un patto, però: che la ricognizione «storica del proprio comune passato» serva, agli individui, in prima battuta a smitizzare la cogenza di qualsiasi richiamo tribale conservatosi in quel serbatoio di memoria. A provare disgusto per tutte le occasioni in cui la propria tradizione culturale di riferimento abbia accettato, o magari nuovamente accetti, di ridursi a strabico identitarismo xenofobo o assassino. A scoprire, oltre al proprio, numerosi altri modelli, civili e sociali, con i quali voler dialogare e dai quali saper imparare qualcosa, senza preconcetta pretesa alcuna di supremazia. A sentirsi fratelli di ogni essere umano: non anzitutto, e neppure di più, dei soli individui nati nel proprio stesso Paese o che parlino la propria stessa lingua o che credano nel proprio stesso Dio. Perché altrimenti Auschwitz (nel quale, insieme con gli ebrei, si stiparono, per poi mandarli a morire, invisi “diversi” di ogni sorta: portatori di handicap, malati di nervi, zingari, nomadi, omosessuali, avversari politici del Reich, comunisti, e l’elenco potrebbe continuare per righi e righi) nulla potrà più o potrà mai insegnarci. Né a qualcosa ancora varrà – in un Occidente oggi incendiato da nuovi deliri xenofobi, fanatici, qualunquistici, securitari, complottisti, populistici (e anche in questo caso la lista potrebbe lungamente estendersi) – celebrare il Giorno della Memoria.

 

Con uno sdegno che ricorda più Malaparte che non D’Annunzio, Filisetti si scaglia contro un «trionfo della trippa» cui rischierebbe di assoggettarsi una gioventù che, dimentica del passato e non più disposta a indagarlo, si pasci del solo «presente», dell’«oggi», dell’«interesse immediato», accettando «il primato del corporale», mettendo «il benessere materiale davanti a tutto» e, insomma, nutrendosi esclusivamente con la «cultura dell’edonismo», orizzonte giudicato dall’autore «il totalitarismo dei nostri giorni». Riconosciuta la legittimità di quest’ultima intemerata contro il potere nullificante di quanto sarebbe forse meglio però chiamare “consumismo spettacolarizzato”, e premesso che, tuttavia, già da un po’ l’Occidente non invoca a gran voce merci in più da scialacquare, ma più protezione sociale dallo spauracchio della miseria, poiché di grana, la classe media, ne ha ormai poca in saccoccia (per quanto poi, chi bene ancora guadagna, fatichi ad avvedersene): chiarito questo, restano ancora due sensazioni che si vorrebbero confessare umilmente al raffinato poeta Marco Ugo Filisetti.

 

La prima: che gli adolescenti di oggi si rivelino assai meno affascinati dai miti e dai riti consumistici di quanto non lo siano stati da giovani, o tuttora non si dimostrino, i loro padri. Anche perché, a forza di sentir le querimonie degli adulti, mediamente rassegnatisi a non attendersi per sé cospicui quantitativi di “trippa” da ingollarsi, in un mondo dipinto dai grandi neppure più “alla frutta”, ma oramai giunto al caffè o all’ammazza-caffè. La seconda: che essi si percepiscano, semmai, indifesi. Assai più indifesi di quanto i padri alla loro età non si sentissero. Ed è, quest’ultimo, un problema enorme.

 

Giudicarli xenofobi o comunque indisposti al sereno accoglimento delle diversità, questi ragazzi, è una gran fesseria: da adolescenti, lo eravamo molto di più noi di mezza età oppure anziani, anche perché, da studenti, in classi multietniche non ci abbiamo mai messo piede e alterità anche sociali, da un certo punto in avanti del Novecento, non ne abbiamo conosciute poi troppe, quantomeno negli anni della prepotente espansione della classe media. Ma con le narrazioni di noi più vecchiotti, sempre meno impenetrabili a espliciti umori razzistici, i nostri figli sono di fatto costretti a misurarsi ogni giorno, in molti casi (e luoghi) potendo soltanto subirle, rischiando perciò d’introiettarle. E dovremmo saperlo, noi cittadini che, per età, volenti o nolenti lo siamo, incartapecoriti: ad affrettare quella che Filisetti ribattezza «la rovina spirituale e morale» dei giovani hanno sovente provveduto, in passato, focose pastorali reazionarie (o revansciste) offerte loro da schiere di adulti, e plotoni di normalizzate istituzioni, inclini a pensarli quali future speranze di una risorgente istanza identitaria cui essi si sentissero chiamati, appunto perché ragazzi, a restituire non soltanto freschezza, ma persino un’anima, immaginariamente riconsegnando la propria autoproclamatasi comunità di eguali a una qualche supposta grandezza smarrita. A un qualche presunto decoro originario.

 

Laddove, se c’è una retorica perfetta per distogliere le menti di tutti, adolescenti compresi, dalla ricerca di saldi principi etici, e invece appagarle con facili mercimoni, con la soddisfazione di bassi istinti ferali, con il piacere dell’ubbidienza a sguaiati diktat elementari, quella è la retorica di clan sottesa alle patrie, o comunque identitarie, farneticazioni. Basti ricordare quanto, sui fascisti, Gadda scriveva in Eros e Priapo. Un caposaldo della tradizione letteraria italiana che un educatore italiano avrebbe potuto rammentare a studenti italiani e studentesse italiane nell’italiano Giorno della Memoria.

Nota dell’autore

 

Fin dal titolo (che ricalca quello della versione restaurata e allungata di un celebre film di Francis Ford Coppola, Apocalypse Now, e che quindi introduce il significante Redux nell’esclusiva accezione di “nuova occorrenza”, senza volersi trastullare con gioco di parole alcuno), il contributo appena fruito, da chi abbia avuto la cortesia e la pazienza di scorrerlo, è da intendersi come un’allegra composizione letteraria, più o meno ascrivibile (benché di impoetico taglio neppure genericamente prosastico, ma proprio saggistico) all’antico genere latino della satira. E la letteratura, questo si sa, è soltanto finzione. Essa può dunque dire qualsiasi cosa voglia senza assumersene la completa responsabilità e, soprattutto, senza che, per le frasi ch’essa s’azzarda a formulare, si debba poi chiamare in causa l’autore.

 

Oltre che lavoratore di comprovata inettitudine, son pure scrittore con meno di “venticinque lettori”, perché a tanto non giunge la cricca dei miei gentili parenti. E un’altra cosa che ciascuno sa è che i poeti, i romanzieri, i saggisti, i teatranti, mi si suggerisce persino i cineasti, insomma gli autori (anche quelli per professione), tendono a litigare gli uni con gli altri: se ne dicono, sempre e da sempre, di tutti i colori. Da scrittore per noia ho di conseguenza omaggiato con un testo squisitamente letterario, nella fattispecie con un componimento satirico, uno scrittore per diporto, egli pure estensore di testi squisitamente letterari: nella fattispecie, di componimenti epico-didascalici. Tra colleghi dilettanti ci s’intende al volo: sappiamo bene entrambi che queste nostre episodiche prove autoriali sono soltanto liberi giochi autoreferenziali di significanti. Nessuno dei due potrà quindi mai essere tirato in ballo da chicchessia per quanto la dispotica (ebbene sì: la totalitaria) sciarada saggistico-poetico-narrativa ha stabilito egli dovesse dire. E anzi, uno di noi due lo può anche dimostrare che le proprie parole nessuno gliele ha in una qualche misura imputate. Le ha infatti digitate (o dettate o copia-incollate: questo non posso purtroppo saperlo) prima dell’altro, e manco il buon Dio (men che meno la legge dello Stato o la propria coscienza) gliene ha poi chiesto conto.

 

Sia come sia, i tempi son neri anche più della pece. Apprendo, da un articolo pubblicato sul «Corriere Adriatico» proprio il Giorno della Memoria, che ’sta fissa del “popolo” che deve in fretta risorgere, nelle ben ramazzate camerate delle cupo-verdi Marche, ce l’hanno in molti e, per di più, ce l’ha gente che conta. Caspita, se conta! Per esempio, ce l’ha il capogruppo regionale di Fratelli d’Italia, Carlo Ciccioli, pronto a dichiarare: «La battaglia da fare oggi è quella per la natalità. Non c’è ricambio e non riesco a condividere il tema della sostituzione: siccome la nostra società non fa figli, allora possiamo essere sostituiti dall’arrivo di persone che provengono da altre storie, continenti, etnie. Ritengo invece che un popolo abbia una sua dignità, da manifestare attraverso una sua identità e la sua capacità di riproduzione». Immagino ce l’abbia pure, questa ideona, l’assessore a Cultura, Istruzione e Sport della Regione, la leghista Giorgia Latini, che ci ha tenuto, in più circostanze, a far sapere di considerarsi del tutto contraria all’aborto. O che ce l’abbia, ’sta fisima, anche il di lei compagno (chiedo venia, non volevo risultare offensivo: il di lei sodale) di partito Filippo Saltamartini, il quale – nelle vesti di assessore a Sanità, Servizi Sociali, Famiglia, Immigrazione e Sicurezza della Regione Marche – ha sì notato come tutta l’Europa abbia «aperto alla RU486», cioè all’uso di un farmaco per l’interruzione della gravidanza entro i primi quarantanove giorni di amenorrea, salvo però subito aggiungere: «ma non dimentichiamo che l’Europa ha negato le sue radici giudaico-cristiane, preferendo quelle filosofiche greche della laicità spinta». Appunto perché la memoria esercitarla si deve, e sempre si tratta – vagli a dar torto, allora, a Filisetti! – d’una questione di profonde “radici” da ripiantare.

 

Onde per cui, dato che l’olio di ricino mi resta parecchio indigesto, che per la strada – indici cromatici regionali permettendo – devo ancora camminarci tranquillo e che nell’intera nazione mi par d’avvertire un qualche risentimento per chi dissenta da opinioni simili a quelle che ho testé riportato, m’è parso gesto più accorto licenziare Filisetti Redux firmandolo col nome di un mio remoto alter ego: Pacifico Compianto. Che mi decisi a partorire (mascolinamente: questo sia chiaro!) dopo aver compulsato, lustri e lustri fa, un articolo apparso su «la Repubblica» nel quale un sofisticatissimo e anarcoide zuzzurellone italiano, il rapper Alberto Arbasino, definiva «pacifici compianti» le manifestazioni di protesta a quel tempo organizzate da molti ventenni, in diversi Paesi dell’Occidente, contro l’intervento militare degli Stati Uniti in Iraq.

 

Perbacco, quasi me ne scordavo! Chi si nasconde, vigliaccamente, dietro il mio nom de plume? Un timido cittadino italiano senza la tessera d’alcun partito. Un tale che non per forza se ne sta nelle Marche (o l’aver menzionato il «Corriere Adriatico» è stato sufficiente a inquinarvi le acque?). Che non è per nulla scontato sia un docente (potrei essere, tanto per dire, un genitore – in questo caso sì marchigiano – che il proprio figlio vuol mandarcelo, a scuola, tranquillo di non spedirlo in trincea). E che, ben ricordando le polemiche suscitate, a livello nazionale, dalla seconda “filisettica” in particolar modo, s’è turbato scoprendo per caso, sul sito della CISL Marche, che il Nostro c’era ricascato (https://cislmarche.it/notizie/dichiarazioni-sconcertanti-di-ciccioli-e-filisetti-la-ferma-condanna-di-cgil-cisl-uil-marche).

 

Sono insomma un innocuo paranoico – mi par d’ascoltare chiamate alle armi in continuazione! – che allora, un fico non avendo da fare (magari perché cassaintegrato: può essere tutto), s’è messo a cercare su Google il testo integrale di quest’ulteriore messaggio esagitato. Ne ha reperita la versione espressivistica (che hai poi scelto di analizzare) nei siti di numerosi istituti scolastici marchigiani e, ugualmente, nel sito dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Ascoli Piceno (http://www.uspascolipiceno.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/01/202101261002-Messaggio-alle-scuole-27-gennaio-2021-GIORNO-DELLA-MEMORIA.pdf). Ne ha quindi scovato un esemplare più sobrio graficamente – con l’ortografia rinsavita e col carattere maiuscolo che cessa d’annettersi l’intero territorio del minuscolo – lì dove placide giacciono anche le altre comunicazioni un poco sopra le righe (egli ha potuto in effetti constatarlo, andandosele a leggere con impegno certosino, o forse sadomasochistico) di Filisetti alle studentesse e agli studenti delle poetiche lande del pur meccanicista Leopardi, ossia nel sito dell’Ufficio Scolastico Regionale delle Marche (http://www.marche.istruzione.it/allegati/2021/202101261002%20messaggio%20agli%20studenti%20in%20occasione%20della%20GdM%202021.pdf). E, fatta quest’ultima sconvolgente scoperta, s’è subito detto: «Ecco, ora sì, che urgerebbe un’ispezione ministeriale! Perché: chi mai ha osato metter le “braghe” alle sante nudità affrescate da Michelangelo? In una democrazia che non ambisca ad esser scambiata per democratura, l’arte non si censura. Neppure la mia di partigiano o – colpo di scena! – magari di partigiana. Occorre ch’io prenda parola d’accorta filologia: a ripristinar la giusta lezione dell’opera avversa; a spiegare perché non mi persuade, quell’opera, comunque sia tipograficamente composta».

 

Nelle contrade d’Italia, siamo in tanti, siamo in tante, a chiamarci Pacifico Compianto. E con la sua voce pubblicamente ci dissoceremo – ogni volta – da chiunque – dove che accada – pur solo ci sembri voler avallare l’equiparazione tra insegnamento e indottrinamento. Lo dobbiamo a noi stessi, ancor prima che ai nostri figli.

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