Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Salva con nome

| 15 commenti

di Antonella Anedda

[Presentiamo quattro testi tratti dal nuovo libro di Antonella Anedda, Salva con nome, che esce in questi giorni per Mondadori]

Cos’è un nome? Nulla. Un suono che chiama un corpo, un campanello che ti aggioga. Ricevere un nome è la prima prova che siamo in balia degli altri. Non avere nome significa fuggire: pochi hanno il coraggio di andarsene dal nome che hanno fino al nome che sono.

Il nome è una tragedia senza sangue che si consuma quotidianamente. Ci chiamano, noi rispondiamo, dobbiamo rispondere, dobbiamo voltarci a rischio della follia. Chi e dove sono, cosa succede se decido di disfarmi del nome, di farmi chiamare in un altro modo? E quante persone dovrei ammaestrare?

Se il destino è nel nome, il mio sta impallidendo fino a spegnersi e forse si disfa: una sconosciuta in un posto sconosciuto.

Il nome scivolerà via con il corpo, ci saranno dei segni su una pietra per un tempo che giustamente fa sorridere i fisici, poi l’unica corrispondenza sarà l’aria. In questo libro i nomi possono essere dati arbitrariamente da chi legge, possono essere associati a vecchie foto di visi che colleziono negli anni e di cui non so il nome.

Hölderlin aveva capito che nella firma Scardanelli c’erano scaglie di pace.

Hölderlin corrispondeva a un nome spesso deriso. Scardanelli scardinava il passato.

Ho lasciato i nomi dei luoghi, mi piace osservare come gli esseri umani cadano inghiottiti dai paesaggi.

***

Coro
La paura ci rende più forti?

Siamo mortali, mortalmente spaventati
tremiamo come volpi e cani
diventando la muta di noi stessi.
Basta un sogno sbagliato
e la luce rode dove non c’è riparo.
Sbandiamo tra gli oggetti sperando siano veri.
Stringiamo gli occhi provando a dormire in pieno giorno
dicendo: qui e pensando là
offrendo sacrifici mentre spostiamo i mobili
e tronchiamo con le forbici i gerani.
La sera allunghiamo i tavoli per gli ospiti
e dal legno cominciamo ad appassire.
Posiamo con cura i tovaglioli
e dal lino si sollevano demòni.
Voltando la testa qui, pensiamo: là
come succede davvero a ogni inseguito.
Spalanchiamo finestre con la scusa del fumo.
Il vento sa d’immondizia, ma è una tregua.
Lo stesso vento nella bellezza è una rovina.
La saggezza ci confonde come cera.
Stentiamo a respirare.
Restiamo immobili.
Il sangue scatta tra la nuca e la schiena
torniamo serpi
ci puliamo intrecciandoci.

***

Video
(Bill Viola: Ocean without a shore, Venezia, Biennale 2007)

Chi se ne è andato non desidera tornare.
Pensiamo che si strugga per il mondo
prestandogli la nostra nostalgia.
L’oleandro che trema, l’abete
che si sfrangia più latteo nella luna
e tutta la bellezza incomprensibile
che ci ostiniamo a raccontare.
Se i morti vedono ci guardano scrutare l’illusione di un muro
bussare per entrare o chiamare
come i pazzi che cullano le pietre
bisbigliando loro: amore.

***

 (Voci sovrapposte)

Come pensare l’orrore in questo cortile
in questa città europea.
Perché vedere l’immagine di un crimine?
È mattina, il brodo sul fuoco
la biancheria da stendere, le lenzuola da piegare.
Parlo da sola. Parlo da solo.
Do del tu a me stessa. Do del tu a me stesso:
sfilati lentamente, fingiti morta – morto come i bruchi.
Oppure prova a virare
senza muovere le labbra inverti la rotta del male.
Prova da qui dal rettangolo che percorri in questa vita
prova a dire il soffio delle cose.

 

Una delle immagini contenute in "Salva con nome" di Antonella Anedda

[Immagine: Bill Viola, Ocean without a shore (2007) (gm)].

15 commenti

  1. Voglio semplicemente esprimere la mia gioia per l’uscita di un nuovo libro di Antonella Anedda: ogni suo libro è ai miei occhi di lettore una gioia per la mente che si predispone a leggerlo pagina dopo pagina; inoltre mi emoziona sempre ritrovare nei testi dei poeti che amo il nome e la presenza di Hoelderlin.

  2. La poesia dell’Anedda si apre a una dimensione più verticale

  3. Un equilibrio perfetto tra forma e sostanza. Antonella Anedda: un nome che salva.

  4. Antonella Gesù allora?
    O devoti della “sporca religione dei poeti” (Fortini)
    sveglia!

  5. Sembra che sia un libro pieno di immagini però.
    Non sarebbe possibile riprodurne qualcuna, giusto per capire come sarà fatto il libro?

  6. Gentile Ennio Abate,
    ho apprezzato la Sua (posso chiamarla così?) provocazione; Le assicuro che è possibile sia apprezzare la poesia di Antonella Anedda che tenere ben presenti gli assunti fortiniani sui rapporti tra poesia e storia, tra poesia e società, tra poesia e politica; è sempre stimolante rileggere le pagine fortiniane sul ruolo (o non ruolo o sua marginalizzazione e via dicendo) del poeta all’interno del sistema capitalistico. Attendere un nuovo libro di un poeta è anche sperare in un po’ d’ossigeno in un Paese come il nostro che continua a morire d’asfissia – e pretendere che i poeti parlino ed insistano su temi quali (ne cito alcuni, tra i tanti possibili e secondo me urgenti): i fatti di Genova, la TAV, la trahison des clercs, le ingerenze vaticane, il fascismo sempre riaffiorante.

  7. Caro Antonio,
    sì, era una provocazione, ma non rivolta ad Antonella Anedda, ma ai suoi “devoti”.
    Ci sono in giro troppi pretini e suorine della Parola Poetica Ispirata.
    Se può dia un’occhiata a questo dialoghetto: http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/03/qui-ennio-abate-i-m-oltinpoesia.html

  8. Caro Ennio Abate,
    La ringrazio per aver voluto rispondere (e anche a breve distanza di tempo) al mio commento; ho trovato davvero interessante il link da Lei proposto e concordo in pieno con la Sua polemica contro chi (consapevole o no) trasforma la poesia in una sorta di religione; no, Lukacs non è affatto vecchio, anche se noi Italiani avremmo già un autore attualissimo da studiare e interiorizzare, che però, nella vulgata corrente, viene ridotto e snaturato e reso innocuo quale cantore di Silvia e dell’Infinito: Leopardi, che infatti viene a ragione citato nel Dialoghetto.
    Aggiungo che molti degli autori-blogger di NAZIONE INDIANA e delle PAROLE E LE COSE cercano di mantener saldo nei loro testi in versi o in prosa l’assunto in base al quale il lavoro e la riflessione letteraria debbano avvenire attraverso uno sguardo lucido e fermo sulla storia e sul presente e che la poesia debba anche “disturbare”, talvolta essere sgradevole, se necessario (da qui l’attualità di un autore come Brecht o, appunto, di Fortini).

    Un caro saluto e buon lavoro

  9. Pingback: Tre settimane di poesia nei lit-blog italiani (IV) « nabanassar

  10. Perché non restere in silenzio, quando si può? È una provocazione, si, la mia.

  11. Si attende un poeta che parli dei fatti di Genova, la TAV, la trahison des clercs, le ingerenze vaticane, il fascismo sempre riaffiorante? Ma è pura follia di becera sottocultura. Cosa state dicendo? Perdonate, sono idiozie.

  12. “Prova da qui dal rettangolo che percorri in questa vita
    prova a dire il soffio delle cose”.

    Trovo nella costruzione poetica di Antonella Anedda una carica, una tensione lirica mai fine a se stessa, ma piegata alle esigenze di un discorso altro e più alto delle individuali effusioni sentimentali. Un discorso che aspira a diventare emblema, vessillo delle ragioni-della Ragione-dell’uomo.

  13. provi a dire il soffio delle cose caro nugae, a sentirlo.. ma quale soffio? è speculativo? mah. io non percorro nessun rettangolo, intravedo nel rettangolo la fossa, ma non si percorre communque un rettangolo. State bassi se non ce la fate, la poesia non è la pattumiera del saggio o di tensioni alte , qui indecifrabili.

  14. è sempre grandiosa !

  15. Salve, ho notato certe espressioni alle quali mi associo nelle loro forme più mature . Verità alle quali credo non mi soffermavo in passato.

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