di Durs Grünbein

 

[Esce oggi per Mimesis Il bosco bianco. Poesie e altri scritti di Durs Grünbein – traduzione e cura di Rosalba Maletta – un libro che raccoglie scritti inediti non solo in Italia, ma anche in Germania. “Bosco bianco”  è metafora del Duomo di Milano, un omaggio alla città che da poco gli ha conferito la laurea honoris causa e l’ha accolto nel Trentennale della Caduta del Muro di Berlino come “uno dei più eminenti rappresentanti della tradizione culturale europea”. Pubblichiamo il Discorso di ringraziamento che Grünbein ha pronunciato il 24 ottobre 2019 nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano].

 

Discorso di Milano

Milano – La stazione – La libertà*

 

I.

 

È probabile che la stazione ferroviaria di Milano sopraffaccia chiunque vi giunga per la prima volta in treno. L’architettura gigantomanica assorbe il viaggiatore come un tempio dei primordi della tecnica dei trasporti.

Leva lo sguardo su di esso, studia le alte pareti della biglietteria con i resti dell’iconografia fascista – nella vecchia postazione dei taxi, la Galleria Monumentale, nel frattempo sono stati rimossi solo gli enormi fasci littori in bronzo. Fuori, sul piazzale antistante, il viaggiatore osserva l’edificio della stazione nel suo sfarzo di pietra e non può fare a meno di meravigliarsi per ciò che là fu possibile realizzare all’inizio del XX secolo: un ibrido di art déco assira e di monumentalismo della Roma imperiale, una megabasilica dell’eclettismo, un ghiacciaio di pietra viva chiara che ha tutta l’aria di aver voluto addirittura far concorrenza al Duomo di Milano.

 

Questa stazione era un anacronismo già al momento della sua inaugurazione, un conglomerato storico. Iniziata precedentemente alla Prima guerra mondiale, completata nell’anno IX dell’era fascista, l’inquietante [unheimlich] meraviglia di Ulisse Stacchini arrivò troppo tardi per celebrare il nuovo Stato del Duce e tuttavia ricevette la benedizione di Mussolini. Allorché venne inaugurata nel 1931, dopo quasi vent’anni di costruzione, i surrealisti, con il loro papa André Breton, avrebbero dovuto essere i primi a presenziare per salutare questo monumento all’inconscio della cultura grande borghese al tramonto. La Stazione Centrale non ha proprio nulla a che vedere con l’attuale città moderna.

 

Cartolina illustrata dall’archivio di Durs Grünbein

 

Cartolina illustrata dall’archivio di Durs Grünbein

 

Milano: cosa associa oggi la maggior parte delle persone al nome di questa rispettabile città europea? Una parte del patrimonio culturale mondiale, un fine-settimana, una serata d’opera alla Scala, la culla del Futurismo? Oppure la città delle aziende di moda, il centro finanziario internazionale, la sede della Borsa italiana? La prima cosa che mi viene in mente sono scene dei film che mi hanno plasmato e che, a volte, si ripresentano di notte nei cinema d’essai e quando sogno.

Cronaca di un amore di Michelangelo Antonioni (1950): a partire dalla prima scena, con cui attraversiamo Piazza del Duomo, protagonista è la città stessa, un luogo di incontri segreti nello stile del Noir. Oppure La notte (1961): immagini della trasformazione di una città moderna in piena ripresa economica. Milano come città del boom, cantieri edili, il distacco da quanto c’era prima e la freddezza della nuova architettura. Un mondo di feste e night club su cui simbolicamente fluttuano volti di donna: la bocca piena e carnosa di Jeanne Moreau e lo sguardo malinconico di Monica Vitti.

 

Uno scrittore riceve da un industriale l’incarico di scrivere un libro su di lui e sulla storia della sua azienda. Un dialogo tra un uomo e una donna: “Dica, Resi, vuole davvero capire gli intellettuali?” “No, anche gli altri.” La prima scena del film è ambientata in un autolavaggio: la coppia dietro il parabrezza, ebbra di pioggia artificiale.

Ciò che Pasolini pensava di Milano lo mostra la sua risposta alla città. Teorema (1968), il commento di un poeta, ha come sottotitolo Geometria dell’amore. Un ospite misterioso, uno straniero, lettore di Rimbaud, irrompe nella famiglia autoctona cattolica e, uno dopo l’altro, seduce tutti i membri del clan: il patriarca, la moglie, la domestica, il figlio e la figlia. La regolamentazione dello scambio sessuale è abolita; alla fine tutti sono corrotti e messi in ridicolo dalla loro bramosia [Begehren]. Pasolini fa crollare la facciata borghese; Milano funge da quinta all’esplosione della psiche capitalista che si svolge come un dramma antico. Cito Heiner Müller, l’unico Maestro che mi sia capitato di incontrare; cito da una delle ultime poesie, scritta nella certezza della morte per cancro:

 

Notizia 409

 

“Ieri ho visto Teorema

SONO MORTO PER QUESTA SOCIETÀ

Dice il capitalista stanco in cerca di sesso alla stazione

Che fine dovrà fare il mondo, se il danaro si stanca?

Il ragazzo di vita si spoglia già sulla banchina

In mezzo ai viaggiatori diretti verso il Nulla

Il mondo è descritto niente più posto per la letteratura

Chi strappa allo sgabello del bar una rima finale riuscita?”1

 

II.

 

Mi scuso se, pensando a Milano, mi vengono innanzitutto in mente dei film. Di fatto il primo impatto di un giovane dietro la “cortina di ferro” con la realtà del mondo occidentale avveniva attraverso le immagini del cinema e le fotografie. Nel buio delle sale si vedeva una civiltà che interpretavamo solo a stento. Accanto ai libri lo schermo di proiezione era una specie di tunnel per la fuga. I potenti coi loro censori lo avevano sottovalutato: i film erano la finestra verso l’esterno, il fuori. Questo vale tanto per la dimensione spaziale che per quella temporale e per tutti noi – anche all’inverso, per l’Occidente e le sue fantasie sull’Europa dell’Est e la Russia. Vediamo più di quanto comprendiamo e sviluppiamo una sensibilità per luoghi dove non siamo mai stati.

La Milano di Stendhal, scenario storico per la tradizione della musica in Italia e l’amore immortale dello scrittore per Metilde Dembowski2. La Milano di Carlo Emilio Gadda, un moderno labirinto linguistico. La Milano del semiologo Umberto Eco e quella dei poeti – Milo de Angelis (che mi capitò di incontrare una volta a un festival a Portonovo, vicino ad Ancona) e Alda Merini (scoperta un giorno in un’antologia italiana); Anna Maria Carpi, che da vent’anni traduce le mie poesie in italiano. Milano rifratta in mille pezzi e artificialmente rispecchiata.

 

Le città hanno un sistema di echi mediante il quale comunicano tra loro; in tal senso per il viaggiatore tutte le città sono gemellate.

 

Corso Trieste

 

A Firenze annotta nella via Roma.

A Roma piazza Venezia prende vita.

A Venezia nebbie si insinuano lungo viale Trieste.

 

Tutte le città sognano l’una dell’altra.

Si chiamano con il nome di un brand e l’eco

riecheggia negli stretti corridoi delle strade.

 

Via Roma appartiene alle strade più buie

di Firenze, ricca di storie nere.

Anche in estate le ombre là ristagnano, rimuginano

i palazzi cittàdini sopra antichi intrighi familiari.

Roma invece è senza vergogna. A piazza Venezia

floscia pende dal balcone la bandiera del Paese.

Sopra l’Adriatico, dalla parte di Trieste

il cielo si è rischiarato. A Venezia, su piazzale Roma,

i pendolari sciamano dai treni del mattino.

 

Le città attendono ai loro affari.

Adesso non ci sono che questi. Nessuna più si immischia

nelle faccende interne delle altre.

A Roma uno strider di freni su corso Trieste.

 

Prova ne è che chi scrive può sfrecciare mentalmente da una città all’altra – proprio come me, di nuovo sull’aereo da Berlino a Milano. Nel qual caso l’azione fisica consistente nel prendere l’aereo (con un consumo eccessivo di cherosene) costituisce ora una violazione delle più recenti disposizioni in materia di protezione del clima. Alcuni lo direbbero persino un crimine contro l’umanità e il suo futuro su questo martoriato pianeta. Potendo guardare negli occhi Greta Thunberg, la Jeanne d’Arc di tutti gli apostoli del clima, le spiegherei perché sono volato a Milano appositamente per un semplice discorso di ringraziamento invece di giungere per via di terra a Milano Centrale? In futuro non sarebbe meglio regolare la faccenda con una videoconferenza?

 

Qual è stata l’occasione? La città di Milano mi consegna una Pergamena, un documento di stima e apprezzamento. Per non offendere gli ospiti, agisco contro ogni buon senso e giungo con la potenza del turbine, ronzando come un’ape per suggere il miele del riconoscimento. Come posso difendermi dinanzi ai giovani, per i quali tutto ciò è un rituale superfluo e per di più dannoso per l’ambiente? Non mi vedo, come dice il testo elogiativo, quale rappresentante di un’opera poetica. Anche il legame sociale, qui menzionato nel nome dell’arte, è prima di tutto di natura metafisica. La letteratura è il commercio spirituale tra i vivi e i morti, che trascende tutti i confini, quelli temporali come quelli spaziali. In questo i contemporanei, con la loro presenza fisica, si danno sempre troppa importanza.

 

Siamo tutt’al più messaggeri, specialmente i poeti: essi si trasmettono l’un l’altro qualcosa che di quando in quando si allarga in cerchi concentrici. Non sono sicuro che la maggior parte della società abbia mai voluto saperne alcunché.

Teniamolo a mente: ci sono alcune idee che noi idealisti speravamo non sarebbero mai venute meno.

 

Una di queste era l’idea della democrazia giusta; il suo concetto chiave la libertà del singolo. Eppure va così: possiamo declinarla in lungo e in largo questa idea senza giungere mai a una conclusione, poiché ciascuno la interpreta in modo diverso e l’egoismo di tutti la rende vana. Vale pur sempre la proposizione di Immanuel Kant sulla minorità di cui si è responsabili, frase che pone l’accento proprio sul singolo: esci dal tuo guscio, guarda il mondo così com’è e fai in modo che diventi migliore, migliore per tutti. Qui siamo rimasti; ciascuno deve capire come liberarsi dalle catene che ha trovato già bell’e pronte. Nessuna bussola lo soccorre: costui deve superare la situazione storica in cui è nato e, su un terreno sempre malfermo, non può fare affidamento che su se stesso: l’individuo improbabile, accidentale, con le sue ambizioni idiote.

 

III.

 

Trenta anni fa è caduto il Muro di Berlino. Una parte della popolazione della Germania orientale, alcune centinaia di migliaia di persone, aveva smesso di seguire il regime. Fu il rinnovamento dell’idea di libertà dallo spirito della cattiva esperienza3. Chi viveva rinchiuso, conculcato nei propri diritti fondamentali non voleva più continuare a vivere così. Furono i manifestanti dei giorni dell’ottobre del 1989 a riaccendere l’idea di libertà nel cuore di un’Europa dello status quo, mentre nella parte occidentale del continente la libertà era da tempo divenuta la norma, uno spettacolo dell’economia, in cui l’idealismo naufragava quotidianamente. (“Le idee diventano mercati”)4.

A quel tempo, noi insorti abbiamo salutato la libertà da lontano. Noi, gli illusi del socialismo corrotto, vedevamo in essa qualcosa per cui valeva la pena lottare.

 

Oggi tutto ciò è come spazzato via; le celebrazioni per la Caduta del Muro, con la regia dello Stato, sono solo un risveglio coi postumi della sbornia. In un’epoca di crisi generale delle idee il ricordo dell’autunno tedesco-orientale (che di fatto fu una primavera) risulta fuori luogo. Il credo politico nel progresso è andato in frantumi; tutte le visioni del mondo ora corrono nella direzione opposta: retrotopia, reazione, regressione su tutta la linea.

Eppure, in tutte le forme più sottili e raffinate, in maniera sfrontata ora alza di nuovo la cresta un fascismo 2.0.

 

Ecco allora la propaganda di odio e l’intransigenza del vecchio fascismo, ovverosia il rifiuto incondizionato del mainstream democratico e del “sistema mediatico” [“System-Medien”]5. Ecco il populismo senza vergogna, i fatti travisati per andare a caccia di voti presso chi dimentica la storia, ecco che anche il nazionalismo torna ad alzare la voce. “Traditori del popolo” [“Volksverräter”], “soggetti antipatriottici” [“vaterlandlose Gesellen”], agenti della ibridazione forzata [“Umvolkung”], dello scambio etnico – queste sono le nuove parole d’ordine. Tutto può ricominciare. Questo fenomeno si fa strada dalle frange della Destra per erodere il Centro, come a suo tempo nell’Italia del 1919. Eccoli ora tornare a minacciare  una “marcia su Roma”. Correggetemi se esagero. Talora gli artisti sono inclini all’isteria; sono le sirene di allarme della società. Meglio non dar loro retta. L’attuale disprezzo per l’Europa in così tanti Paesi e presso così tante popolazioni del continente evoca un’ombra malvagia, lo spettro del fascismo.

 

Non per inseguire un effetto sensazionalistico ho riletto in questi giorni Ignazio Silone, Der Fascismus. Seine Entstehung und seine Entwicklung, Europa-Verlag, Zurigo 1934, bensì per comprendere lo spirito del tempo. “Il fascismo fu” – così scriveva Mussolini nel 1919 – “un fenomeno milanese. Le sue diramazioni si limitavano a qualche diecina di grossi centri urbani. La parola d’ordine programmatica di questo manipolo fu semplice: rivendicare l’intervento, esaltare la vittoria, lottare contro il bolscevismo.”6 I mostri odierni sono generati dal disagio nella globalizzazione, della quale beneficiavamo solo fino a qualche tempo fa. Rafforziamo i confini, abbandoniamo al loro destino i profughi che giungono da zone di guerra e di miseria, lasciamo che anneghino nel Mediterraneo, sobilliamo contro l’umanismo e tutto quanto esiste di cosmopolita (ancora una volta gli Ebrei) e a poco a poco dimentichiamo i Diritti Universali dell’Uomo. “Il primo Fascio fu fondato a Milano il 23 marzo 1919.”7 La città ne va fiera? Per caso questa data di fondazione oggi viene tematizzata nelle visite turistiche guidate della città?

 

Dove andiamo a finire se lasciamo tutto alla poesia che solo pochi leggono e che non produce praticamente nulla, che va bene solo per le ore di festa?

Vi ringrazio per questi minuti di ascolto e per avermi permesso di parlare così a lungo nel silenzio teso. Vi ringrazio per questa pacifica mattinata a Milano, la metropoli più moderna d’Europa, come scriveva un quotidiano nel 1962, l’anno in cui sono nato.

 

(Milano, 24 ottobre 2019)

 

Cartolina illustrata dall’archivio di Durs Grünbein

 

 

Costruzione del Muro vicino alla Porta di Brandenburgo, Berlino, estate 1961, veduta aerea Bundesarchiv B 145 BP061246

 

 

Note

 

*     Discorso di Ringraziamento pronunziato il 24 ottobre 2019 nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano.

 

1     Sono le battute finali di Notiz 409 di Heiner Müller (H. Müller, Die Gedichte, hrsg. v. F. Hörnigk, Frankfurt am Main, Suhrkamp 1998, p. 320). Heiner Müller (Eppendorf, 9 gennaio 1929 – Berlino, 30 dicembre 1995) scrive Notizia 409 nell’ottobre 1995, pochi mesi prima di morire. La presenza di Pasolini, assassinato e col corpo scempiato, costituisce il fulcro di un discorso poetico di grande potenza. Notiz 409 fu pubblicata per la prima volta nel 1996 in “Drucksache 18”, la Rivista del Berliner Ensemble, fondata dallo stesso Müller che funse anche da redattore: “Drucksache 18”, hrsg v. Berliner Ensemble GmbH, Redaktion T. Heise, Holger Teschke, Alexander Verlag, Berlin 1996.

2     Metilde Viscontini Dembowski (Milano, 1º febbraio 1790 – Milano, 1º maggio 1825) è stata una patriota italiana, affiliata all’associazione segreta dei Federati. Viene ricordata anche per l’amore non corrisposto suscitato nel Foscolo e in Stendhal, il quale si invaghì della donna a prima vista, ma fu respinto e mai si stancò di ritrarla nelle sue opere. A Milano, il 22 ottobre del 1819, ricevendo da Metilde una fredda accoglienza lo scrittore concepì l’idea sottesa a De l’amour. Stendhal vide per l’ultima volta Metilde il 7 giugno 1821. Il 13 giugno lasciò Milano per la Svizzera, diretto in Francia, dove l’anno successivo pubblicò, appunto, De l’amour (1822).

3     Il riferimento e contrario è al celeberrimo testo di Ernst Bloch, Der Geist der Utopie, Duncker & Humblot, München-Leipzig 1918; sec. ed. Paul Cassirer, Berlin 1923. Quest’ultima da considerarsi quale versione definitiva, come specifica l’autore nella Prefazione. Grünbein tocca qui un punto determinante per comprendere la sua poetica e il suo impegno civile, come pure il suo inesausto interesse per la figura e il pensiero di Cartesio. L’idea di utopia è definitivamente tramontata alla luce dell’esperienza ed è proprio dalla cattiva esperienza che prende le mosse la scrittura di Grünbein. Si è scelto a tal proposito di rendere il tedesco “schlecht”, in funzione attributiva, con l’italiano “cattivo” nell’accezione originaria del latino “captīvus”.

4     O, in maniera ancora più sintetica e spendibile: “Dalle idee i mercati”. In una conversazione degli anni Novanta con Alexander Kluge Heiner Müller definisce lo slogan, che faceva bella mostra nell’edificio monacense della Deutsche Bank, “brutale”: „In München im Gebäude der Deutschen Bank steht ein brutaler Spruch: Aus Ideen werden Märkte“ (Alexander Kluge-Heiner Müller, „Ich schulde der  Welt  einen  Toten“, Rotbuch Verlag, Hamburg 1996, p. 51). La medesima formula, con l’aggiunta del modale „sollen“ di kantiana e, prima ancora, luterana memoria, è posta a fondamento delle politiche dell’UE. Aus Ideen sollen Märkte werden è infatti il titolo dell’intervista rilasciata a “Themen Magazin” il 15 maggio 2014 da Günther Oettinger, attuale Commissario europeo per il bilancio e le risorse umane, all’epoca Commissario europeo per l’economia e le società digitali: https://www.themen-magazin.de/artikel/aus-ideen-sollen-maerkte-werden/ (consultaz. 20.8.2020). Indicato dal Governo federale tedesco, Oettinger entra in carica nella Commissione Barroso II il 10 febbraio 2010 con il portafoglio per l’energia. Nel 2011 le sue dichiarazioni sul commissariamento formale della Grecia e sugli Stati membri deficitari suscitano polemiche tali da spingere 151 membri del Parlamento europeo a chiedere una rettifica. Nel 2014 è confermato Commissario europeo per la Germania con il portafoglio all’economia e alle società digitali. Jean-Claude Juncker lo designa a succedere alla dimissionaria Kristalina Georgieva nella gestione del bilancio e delle risorse umane a partire dal 1º gennaio 2017. Il portafoglio per l’economia e le società digitali, affidato ad interim al vice-presidente Andrus Ansip, passa il 7 luglio 2017 alla nuova commissaria bulgara Marija Gabriel. Le dichiarazioni di Oettinger sul governo Conte e sul bilancio deficitario italiano non cessano di suscitare perplessità e polemiche, alimentando le cronache.

5     Nel periodo della Guerra Fredda la locuzione “System-Medien” veniva occasionalmente impiegata nella RDT per screditare la stampa e i media bundesrepubblicani. Dall’inizio del nuovo millennio il composto “Lügenpresse” (stampa mendace) viene utilizzato soprattutto da gruppi della Destra estrema, populista come pure da circoli nazionalisti, divenendo di fatto veicolo di rivendicazione etnica e islamofobia. A partire dal 2014 il termine compare come slogan nelle manifestazioni di Pegida – acronimo di Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes –, movimento fondato a Dresda nell’ottobre 2014, come pure nelle manifestazioni di Alternative für Deutschland.

6     I. Silone, Il fascismo. Origini e sviluppo, a cura di M. Franzinelli, trad. di M. Buttarelli, Mondadori, Milano 2002, p. 70, il corsivo è nel testo. La fonte dello scritto di Mussolini, che Silone cita a piè pagina, è: G. A. Chiurco, Storia della Rivoluzione fascista 1919-1922, vol. I, Vallecchi, Firenze 1929, p. 52.

7     Ibidem. Sono parole di Ignazio Silone.

 

[Immagine: Cartolina illustrata dall’archivio di Durs Grünbein].

5 thoughts on “Il bosco bianco. Poesie e altri scritti

  1. “Milano, 27 agosto 1943
    La città è distrutta, ma i monumenti sono rimasti in piedi. In piedi è Cavour, in mezzo alla piazza che porta il suo nome. In piedi è Vittorio Emanuele in mezzo a Piazza del Duomo, ancorché questo re gittato nel bronzo e assieme al cavallo che gli sta tra le gambe, siano in procinto di cadere fin dal momento della loro erezione. In piedi è Bertani di fronte alla Montecatini, e con affettuosa mano si stringe il suo caro rotolo di carte al petto. In piedi è Leonardo inquadrato dai suoi discepoli in mezzo a Piazza della Scala. In piedi è Cesare Beccaria, volto le spalle al vecchio palazzo di giustizia che ha tradito le sue leggi.”

    Alberto Savinio, Ascolta il tuo cuore, città, Adelphi, Milano, 1984 p.391

  2. @ Alessandro Taverna

    “ Giovedì 15 dicembre 2000 – « Maggio 1945 – […] In piazza San Fedele, intorno al monumento di Alessandro Manzoni, cresce altissima l’erba. Distrutto e quasi cancellato in un bombardamento l’edificio sinistro della questura, la chiesa si iscrive baroccamente nel cielo, più netta e più aerea. Sono scomparsi nel ventre degli uomini tutti i colombi che cingevano di voli la statua del poeta e irriverenti più d’ogni altro volatore si posavano a lordare il suo capo. Per lo spostarsi dell’aria la statua si è mossa sul plinto pur senza precipitare: la lastra su cui il poeta punta i piedi è venuta innanzi sulla base, sicch’egli sta in bilico, come in un pericoloso esercizio d’acrobatismo. » (Francesco Flora, Viaggio di fortuna, 1945) “.

  3. Non ho capito bene cosa significhi
    l’ espressione ” sobilliamo contro l’ umanismo” in chiusura dell’ articolo.

  4. @Adriano Barra

    “Quanto ad Alessandro Manzoni… Alessandro Manzoni non solo è salvo in mezzo alla sconvolta Piazza San Fedele, ma incredibile dictu, ha fatto un passo avanti. Che significa questa inopinata velleità ambulatoria del Grande Sedentario? e perché don Lisander sotto le bombe dirompenti e incendiarie non è crollato e neppure è rimasto fermo al suo posto come gli altri suoi colleghi instatuati, ma ha fatto un passo avanti, come per scendere dal basamento e avviarsi di fronte al teatro che porta il suo nome, e che ora che ha le finestre cave e trasparenti al cielo, somiglia un acquedotto rapito alla campagna romana e trasportato nel cuore di Milano? Manzoni è il più reticente dei nostri scrittori, il più inibito. Per essere uno scrittore come piacciono a me, è mancato a Manzoni quel ‘passo avanti’ che gli avrebbe consentito di varcare la linea, ossia di traversare l’’equatore’ del mondo intellettuale; e artista, sia detto una volta per sempre, è soltanto colui che ha varcato la linea. Ora Manzoni quel passo fatidico lo ha fatto, ma lo ha fatto da morto e sotto la spinta delle bombe.”

    Alberto Savinio, Ascolta il tuo cuore, città, Adelphi, Milano, 1984 pp. 393-4

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