di Geoffrey Brock

 

[E’ da poco uscito per Elliot Confluenze. Poesie scelte, un’antologia delle poesie di Geoffrey Brock a cura di Paolo Febbraro, con la traduzione di Damiano Abeni, Moira Egan e Paolo Febbraro. Proponiamo alcuni testi].

 

Viale Per sempre

 

Ho incontrato mia madre, sfiorita,

……….l’altra notte in un sogno febbrile,

soprabito nero come terriccio,

……….la chioma un bluastro senile.

 

Dapprima non la riconobbi,

……….gli anni ebbero il sopravvento:

la spina dorsale mutata a virgola,

……….ed ogni passo più lento.

 

I lastroni del marciapiede

……….erano sghembi e incrinati,

le radici degli aceri antichi

……….demolitori non pagati,

 

e sulle lastre giaceva un manto

……….di foglie palmate, ingiallite –

le mani incorporee dell’autunno

……….senza assi nelle maniche.

 

Offrii il braccio a quella donna,

……….ma lei mi volse un volto sdegnato:

«Cos’è che ora ti riporta

……….alla strada in cui sei nato?

 

«Il viale si chiama Per sempre,

……….e tu non ci vivi da anni;

la luce del lampione tremola,

……….ma tutto appare senza inganni».

 

La bocca le si chiuse di scatto

……….come la lama di un pescatore,

il viso mutò in quello di mia figlia,

……….mia figlia mutò in mia moglie,

 

e tutte cantavano “Happy Birthday”

……….come fece Marilyn al Presidente,

e il loro soprabito si schiuse,

……….e io sentii di cadere nel niente.

 

Chiunque fosse ora mi stava baciando,

……….le labbra sulle mie come ghiaccio;

Mi risvegliai in un mare di sudore –

……….da solo, in fiamme, diaccio.

 

 

 

La stanza al piano di sopra

 

Tanto silenzio lassù, tanto a lungo, che a volte

mi chiedo se gli inquilini siano andati via.

Ma sdraiato sul letto, abbandonato sul morbido

guanciale del sonno, sento aprirsi un rubinetto,

o forse una sedia che raschia il pavimento,

o il fievole clic di una porta. Dopo il rumore,

quasi non respiro, aspetto una voce o uno starnuto,

una risata, un gemito da orgasmo trattenuto –

 

un che di certamente umano. Ed è così

che in me è cresciuta l’assuefazione

al silenzio: al telefono parlo sommessamente,

levo l’audio alla TV, in modo che si

colga la prova. Una sera ho pensato d’avere ragione:

brani d’una canzone che conosco – poi più niente.

 

 

 

Dolce rifugio

 

Strano: il mondo scorre dentro un velo

per anni, poi colma sacro gli occhi, ti arresta

come se un dio reclino ti avesse sussurrato

È lì: il picchio alla finestra del soggiorno,

piume arruffate, gonfie contro il gelo;

lo sghembo capanno del vicino, il contorno

(già bianco, e ora d’un grigio corroso) rifuso in oro

dal magico e gentile incedere notturno;

 

o lei che ami, compresa nell’ingresso,

intera e sé, tu per una volta scordato

dal desiderio intenso, col suo apparato,

e dalla parola, che tanto non avrebbe pace

con lo stupore sciocco e taciturno

che spiega e batte ali nel torace.

 

 

Due Lune a un giornalista, dopo le prove: 1898

 

Pensavo allora che i Grandi Spiriti

avessero fatto i Sioux, mettendoli là,

e qua i bianchi e qui gli Cheyenne,

per farli combattere. I Grandi Spiriti,

pensavo, amavano la guerra – come

fosse un gioco. Allora mi unii a Cavallo Pazzo

e nel luogo chiamato Little Big Horn

spazzammo via i bianchi dalla terra.

 

La sparatoria fu rapida – bang bang bang.

I soldati cadevano, e i cavalli su di loro.

Ricordo che un bianco montava

una giumenta rossiccia, avanti e indietro,

urlando e gesticolando. Era coraggioso,

non ne conosco il nome. Il trombettiere

continuava a suonare comandi, prode anche lui.

Un capo, forse Lunghi Capelli, cadde.

 

E poi ben pochi bianchi erano rimasti.

E allora tutto solo un uomo corse via,

giù verso il fiume, e sopra una collina.

Pensai ce l’avrebbe fatta, ma un giovane

Sioux gli sparò nella nuca.

Spogliammo i cadaveri, per impedire

che combattessero ancora nell’aldilà.

E quella notte ci colse immobili il dolore.

 

La battaglia fu grande, polvere e fumo.

Ma fu vent’anni fa, e da vecchi

la mente cambia. Io non so cosa

vogliono in Grandi Spiriti oggi.

So bene ciò che vuole la tua gente –

industria dello spettacolo, Wild West Show.

Domani arriva la vedova di Lunghi Capelli

e la battaglia sarà in scena, ancora.

 

 

Sotto il nuovo regime

 

Nella gran piazza un piedistallo vuoto

e sopra un gioco di bimbi scatenato.

Solo i genitori ricordano quel dio

e come e quando è stato deportato.

 

 

 

Comunione grigia

 

Parlo ancora con mio padre.

A volte siamo in fondo all’oceano

e lui è distratto dalla mancanza d’aria.

Difficile restare in argomento se sei preso

dal mutare l’acqua in ossigeno,

o dal provarci. Difficile anche, laggiù,

udirsi con chiarezza sufficiente. Facile,

anche se ingiusto, incolpare il clima.

 

A volte lui è allo sportello di una cassiera

con me sulle spalle. Quella ha fatto un errore

madornale, e lui è furibondo. Vuole chiudere

tutti i suoi conti, dice di averne parecchi.

Non c’è ossigeno nel caveau, gli sussurro.

Ciò che intendo, in realtà, è il denaro.

Ferito, mi scivola via di sotto. Dice che lo sa.

E che la cassiera assomiglia alla sua ex-vedova.

 

A volte siamo nel suo lurido soggiorno

a guardare gli Spurs, parlando in statistiche.

(Si trasferì a San Antonio per una donna

che l’aveva salvato, per circa un anno. Ho qui

il suo grigio attestato di Comunione, che afferma

chiunque mangi di questo pane vivrà in eterno.

Non c’è un auspicio più terribile.

Ovviamente, lei e Dio hanno perso la fede in lui;

 

non ne ha mai parlato, ma così mi pare).

Ieri sera abbiamo cenato in riva a un lago.

I tubicini continuavano a scivolargli in bocca

ostacolando insieme il pasto e il colloquio.

Lui se li è strappati, lasciandoli come una mancia.

Dopo cena, abbiamo discusso lì sulla riva,

riprendendo a fumare, come da giovani.

Io parlo ancora, è vero, con mio padre.

 

[Immagine: Andrea Torres Balaguer, Myth].

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