Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di Emanuele Leonardi

di Karen Pinkus

 

[E’ uscita di recente per Ombre Corte l’edizione italiana di Carburanti. Dizionario per un pianeta in crisi, di Karen Pinkus. Presentiamo un estratto dall’introduzione e dell’epilogo del libro].

 

Quel che segue è un dizionario di carburanti – alcuni noti a tutti e di uso comune, altri immaginari; alcuni plausibili, altri che sono roba da fantascienza. Come in ogni dizionario, chi legge è libera, o libero, di affrontare una sola voce, scegliersi un percorso, seguire l’ordine dalla A alla Z. Oppure, lasciare il libro sullo scaffale senza manco aprirlo.

Cosa accadrebbe se potessimo alimentare il nostro mondo, ottenere la potenza necessaria per farlo funzionare, con risorse energetiche libere, pulite, illimitate come l’acqua o l’aria? Ecco che abbiamo già impiegato due termini – energia e potenza che presuppongono l’esistenza di un sistema. L’energia è la capacità fondamentale di compiere un lavoro. La potenza misura la quantità di energia impiegata. I carburanti, che è mia intenzione distinguere dai sistemi energetici, sono potenzialità – ossia, forze in potenza: una nozione complessa e controversa su cui tornerò a più riprese – che forse scorrono da qualche parte, o se ne stanno intrappolate nella roccia, allo stato di gas e invisibili, sfuggenti o malsane, non ancora irrigidite nella forma di combustibili. Potenzialità forse già scoperte, monetizzate, prospettate nella forma di futuri guadagni, o forse bilanciate da imposte e azioni risarcitorie, esternalizzate dalle compagnie energetiche, messe a sconto dai modelli climatici mentre ancora giacciono nel sottosuolo.

 

Dunque cos’è (un) carburante, distinto, in particolare, da (forme di) energia anche se, nel parlare quotidiano, i due termini si mischiano? La parola impiegata nel mondo anglosassone, fuel, discende dall’antico inglese feuel, e dal francese fouaille o feuaile, che a sua volta deriva dall’antico francese foaile, usato all’inizio del xiv secolo per indicare un fascio di legna da ardere. Andando ancora più indietro, foaile viene da un termine del diritto latino, focalia, concernente il diritto di domandare del materiale utile per accendere il fuoco; per andare, cioè, a procurarsi carburante. Questo diritto, ciò che Marx chiama “diritto consuetudinario” del povero, verrà duramente messo in discussione nel periodo di transizione verso il capitalismo. Focalia è il neutro plurale del latino focalis, ciò che ha a che fare col focolare, da focus. Si ricordi che il greco, il latino stesso e poi le lingue romanze, possiedono altre parole per dire la materia che ha a che fare col fuoco, in primo luogo pyr, pyròs (per il greco) e ignis (per il latino). Inoltre la parola italiana “carburante” deriva dal latino carbo, che significa carbone di legna e viene dalla stessa radice indoeuropea, *ker-, “bruciare”, da cui deriva anche l’antico termine inglese hearth, “focolare”.

 

Che lo si chiami fuel o carburante, si tratta di qualcosa che inizia, molto presto, come forma di combustione inscindibile dal focolare, una delle più primitive tracce umane sulla faccia della Terra, e tra quelle che poi permangono sotto forma di resti archeologici. I cacciatori-raccoglitori costruivano focolari probabilmente necessari per delimitare lo spazio domestico, tenere a bada gli animali e, incidentalmente, o come danno collaterale, contribuire alla cattiva salute dei più attraverso l’inalazione del fumo. Il focolare precede la torcia, il mezzo attraverso cui i primi ominidi trasportavano il fuoco fuori dall’abitazione e poi appiccavano incendi controllati al fine di gestire le mandrie. Per essere precisi, possiamo dire che le più antiche forme di “cambiamento climatico” antropogenetico potrebbero essere identificate con i primi focolari.

 

Il carburante lo troviamo anche nella costellazione della greca Hestia, la Vesta del mondo latino (due nomi tra i quali non c’è relazione etimologica, a dispetto dell’apparente somiglianza dei suoni), e nell’ambito del focus/focalia. Hestia è una dea ambigua, di cui si hanno poche rappresentazioni; compare a volte come una semplice donna velata con un bastone in mano. Talora il suo attributo è un pezzo di carbone di legna. Il nome Hestia può essere legato alla radice indoeuropea *wes-, “dimorare” o “stare”. Come noto, si tratta di una radice cruciale per Heidegger, che ne parla nei suoi scritti sulla tecnologia, l’abitare e “l’ambiente”. Wesen = essenza, non nel senso di quidditas o della definizione assolutamente “corretta” di un qualcosa, anche se vi farà ricorso nel caso della “tecnologia” per approssimarsi a una formulazione del tipo “il persistere come presente” (das Währen als Gegenwart). Se quest’ultima accezione di essenza (invece di una definizione più strumentale che miri a padroneggiare l’oggetto) è anche l’essenza di Hestia (e non tanto “ciò che essa è”, o “ciò che rappresenta”), allora siamo, forse, più vicini a un senso – ma non il solo, né quello assoluto – di carburante nel mondo antico.

 

Nell’epica antica, il focolare ha a che fare con la protezione, l’oikos (parola all’origine anche di “economia” e, molto più tardi, di “ecologia”): “casa”, “famiglia”, o “centro”[1]. Derrida ci ricorda che l’economia è circolare:

 

L’oikonomia prenderebbe sempre il cammino di Ulisse. Questi fa ritorno presso di sé o presso i suoi, si allontana solo in vista del rimpatrio, per ritornare al focolare a partire da cui [à partir duquel] la partenza è data e la parte assegnata, e il partito preso [le partis pris], il premio toccato in sorte, il destino stabilito (moira) (Derrida 1996, p. 8).

 

L’economia, l’epica, potrebbero allora essere pensate in termini di un destino di allontanamento dal carburante, e poi, di nuovo, di un riavvicinamento allo stesso.

Lo spazio dell’oikos – lo spazio, diciamo, dei carburanti prima dell’energia – dovrebbe essere inteso in opposizione rispetto alla dimensione pubblica e politica. L’oikeion, osserva Lyotard, è una forma di scrittura che non corrisponde a una forma di conoscenza, e non ha funzioni pubbliche (a differenza dell’economia). “Poi, sì, dopo che un testo è stato scritto, si può inserirlo all’interno di una funzione già esistente: per esempio, la funzione culturale. I testi sono condannati a questo, ma se vogliamo essere seri dobbiamo ammettere che mentre li scriviamo non abbiamo alcuna idea di quale sarà la loro funzione” (Lyotard 1993, p. 100). Questo sembra essere un buon modello per quei carburanti che acquistano potenza, e notorietà, solo quando sono trasformati in, o inseriti all’interno di, sistemi energetici.

 

Quando vengono compiuti sacrifici sul focolare, di solito si tratta di offerte di modeste dimensioni, presentate agli dei familiari. D’altro canto, quando l’eroe epico parte lasciandosi alle spalle il focolare (per quanto possa mancargli), durante il suo viaggio allestisce altari per sacrifici ampi e tesi a dimostrare la sua speciale devozione.

Il focolare di Calipso si trova in una grotta, nella quale la ninfa canta e tesse su un telaio con una “spola d’oro” (Odissea, v. 62; tr. di Rosa Calzecchi Onesti). La grotta si trova in un boschetto di ontani e pioppi. Quando, dietro ordine di Zeus, Calipso viene visitata da Ermes, dà ad Odisseo una scure e lo conduce “verso l’estremo dell’isola, dov’erano gli alberi alti,/ ontano e pioppi e pino, che al cielo si leva,/ secchi da tempo, ben stagionati, da galleggiare benissimo” (vv. 237-240). Sfruttando questi alberi – Calipso non ha bisogno di usarli come carburante, dato che sulla sua isola non ci son problemi di penuria – Odisseo si costruisce la zattera con cui intraprenderà il viaggio di ritorno, il cosiddetto nostos, verso l’oikos, il focolare custodito da Penelope.

 

Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio anche Circe tiene vivo un focolare. E non vuole che Medea resti nei paraggi:

 

Sciagurata, un viaggio funesto e vergognoso

è quello che hai intrapreso, e non credo che sfuggirai lungo tempo

all’ira di Eeta: verrà anche in terra di Grecia

presto, per vendicare la morte del figlio. Hai compiuto

un’azione orribile. Ma poiché vieni da me, mia supplice

e mia parente, non ti farò nessun altro male;

ma vattene da questa casa, insieme allo straniero

che hai scelto contro la volontà di tuo padre.

E non abbracciarmi i ginocchi accanto al focolare;

io non approvo le tue decisioni e la tua disonorevole fuga.

(Apollonio Rodio, Argonautica iv, 739-748, tr. di G. Paduano)

 

Il carburante, il focolare, il dimorare (come essenza, essere, costruire), il cerchio, il ritorno, il centro, l’omphalos, l’economia, la casa: tutti elementi che hanno molto in comune.

[…]

 

Si consideri – o non lo si consideri affatto: a te la scelta, lettore! – un trattato elaborato in Ecuador che prevede di non estrarre petrolio70. Di sicuro questo trattato riflette numerose strategie, o obiettivi, diversi, probabilmente in concorrenza tra loro. Tra questi c’è certo lo sforzo globale di preservare l’immensa biodiversità presente nel Parco Nazionale Yasuní (che è situato sopra una immensa riserva di petrolio). La riserva è sottoposta a un dibattito del tipo surface vs. subsurface (ossia “superficie contro sottosuolo”), analogo a quelli in corso in varie parti del mondo intorno alla questione delle risorse naturali. Un altro aspetto del trattato concerne l’uso di finanziamenti raccolti attraverso il crowdsourcing e le attività di lobbying da parte di stati e ong per contribuire ad alleviare la povertà dei popoli indigeni nella regione. Un terzo scopo è che una parte delle donazioni dovrebbe essere destinata allo sviluppo di carburanti alternativi o “del futuro”, così da ridurre la dipendenza dell’Ecuador dal petrolio. Il dato più significativo, comunque, è che il governo ecuadoriano è in cerca di finanziamenti per non sfruttare il petrolio, anche allo scopo di evitare che quattrocento milioni di tonnellate di anidride carbonica entrino in circolo nell’atmosfera. E dunque, in che maniera la teoria critica può aiutarci a pensare la natura di questo sforzo internazionale? Rappresenta o no una via alla potenzialità (della speranza)?

 

I lettori di questo dizionario potrebbero essere a conoscenza del dibattito sul sistema di oleodotti Keystone, o meglio sulla sua ultima parte in ordine di costruzione, chiamata xl (che sta per “export limited”). Gli ambientalisti ne hanno fatto un simbolo – e della sua “impotenza” (nel senso agambeniano di “potenza-di-non-fare”) un gesto simbolico. Costruitelo, dicono i suoi sostenitori, e creerete posti di lavoro, che magari saranno solo temporanei, oppure invece permanenti, in numero ridotto o numerosi.

Certo, sfigurerete paesaggi sacri ai Nativi; migliorerete (si fa per dire) il destino dei piccoli agricoltori che lottano contro la siccità e gli allevamenti intensivi, e che adesso potranno lavorare meno – anzi, andarsene direttamente in pensione; rischierete fuoriuscite tremende che penetrando nel terreno inquineranno le falde acquifere e manderanno a gambe all’aria gli ecosistemi locali. Di più: creerete una cicatrice sulla terra che attraverserà un confine (quello tra usa e Canada) solcando le pianure a zig zag fino al mare, dove i materiali contenuti nell’oleodotto – posto che già non abbia sversato o non si sia intasato – saranno raffinati e riconfezionati, e quindi separati e caricati su navi che si fiondano attraverso canali, oppure entreranno in altri oleodotti. O forse, invece, saranno le sabbie bituminose ad entrare in altre condutture, già esistenti, sempre attraversando la frontiera o solcando il paesaggio, per essere poi caricate su vagoni ferroviari e navi. Dal punto di vista della melma melassosa che viaggia nell’oleodotto, pronta a farsi spingere, separare o imballare, non fa poi una gran differenza: e in realtà quella roba – petrolio e sabbia mischiati – sarebbe anche ben contenta di restarsene sepolta nel terreno. E in effetti è proprio quella, di base, la posizione che le spetta71.

 

Stando a Giorgio Agamben, ricordiamo, la dýnamis, lungi dall’essere una qualità del mondo fisico, ha a che fare con l’Essere. Così il filosofo glossa Aristotele: “‘Se una potenza di non essere appartiene originalmente a ogni potenza, sarà veramente potente solo chi, al momento del passaggio all’atto, non annullerà semplicemente la propria potenza di non, né la lascerà indietro rispetto all’atto, ma la farà passare integralmente in esso come tale, potrà, cioè, non-non passare all’atto’” (Agamben 2005, p. 285). Ponendo la questione in altri termini: la dýnamis si conserva come tale sotto forma di enérgheia. “È potente ciò per il quale, se avviene l’atto di cui è detto avere la potenza, nulla sarà di potente non (essere o fare)” (ivi, p. 284). Invece di sostenere – e sarebbe certo possibile leggerlo anche così – che la potenza sia annullata nell’atto (o, potremmo dire, che i carburanti siano consumati sotto forma di energia), con la sua interpretazione di Aristotele Agamben ci dà l’idea di una potenza che conserva sé stessa proprio attraverso l’atto. Per il filosofo italiano, l’alfa privativa davanti a dynamia non significa impotenza o impossibilità, ma piuttosto la capacità (positiva) “di non” (fare qualcosa)72.

 

Derrida complica ogni distinzione netta tra queste due parole-chiave dell’età contemporanea, l’età della globalizzazione, delle comunicazioni in tempo reale e dei media. Il filosofo francese parla, forse talora con disagio, di una nuova era, di un tempo in cui non possiamo più distinguere genuinamente tra virtuale e reale, in cui “non si può più opporre, con assoluta serenità filosofica, alla realtà attuale, così come si opponevano tra loro, fino a poco tempo fa, la potenza e l’atto, la dýnamis e l’enérgheia, la potenzialità di una materia e la forma definitoria di un tèlos, quindi anche di un progresso ecc. Questa virtualità s’imprime direttamente sulla struttura dell’evento prodotto, colpisce il tempo come lo spazio dell’immagine, del discorso, dell’“informazione”, insomma tutto “ciò che ci riconduce alla suddetta attualità, all’implacabile realtà del suo presunto presente” (Derrida e Stiegler 1997, p. 52). Anche se Derrida non menziona, qui, il cambiamento climatico o l’Antropocene (i suoi testi precedono l’epoca in cui questi termini sono entrati con ampia circolazione nella sfera pubblica), non è azzardato trasportare le sue parole nel nostro devastato contesto odierno. Tuttavia sono considerazioni, quelle del filosofo francese, che riecheggiano in un mondo fatto di bit digitali, e questo non dipende, almeno a prima vista, dalla chiamata in causa di una materia che potrebbe, oppure no, essere inserita in un sistema. Detto altrimenti: i fili, i circuiti e i semi-conduttori che trasmettono impulsi a una velocità impensabile ancora in un passato recentissimo non sono macchine con limiti ben distinti dagli input che le governano. A un certo punto, giocoforza, la macchina necessita di un carburante per funzionare: e questo carburante, oggi, è probabile che sia il carbone o l’acqua o l’uranio, le cui tracce non appaiono da nessuna parte nei bit stessi.

 

Forse il pensiero di Agamben, di matrice heideggeriana, serba un nucleo di speranza. Ma a tal proposito Antonio Negri avrebbe senza dubbio da fare un’osservazione: ciò che Agamben sostiene non ci può in alcun modo condurre verso azioni rivoluzionarie – anzi, se è per questo, non ci conduce proprio a nessun tipo di azione… – in grado di “risolvere” il problema delle emissioni di gas serra, offrendo un’alternativa ai carburanti fossili. Di certo, leggere Agamben non induce a coltivare la speranza che scopriremo un modo di catturare, e conservare, l’anidride carbonica, un modo che consenta – attivando abbastanza persone, per via politica, o tecnologica – di riuscire a mitigare i gas a effetto serra o di ridurre e stabilizzare le emissioni al di sotto della soglia di 350 ppm (ossia, la soglia richiesta dai climatologi; ma si può anche pensare a un numero più alto, basta solo abbassare le nostre aspettative…). Nessuna speranza, dunque, per una rivoluzione green – che è piuttosto uno strumento per i produttori di energia. Infine, qui non miriamo a forme di comportamento individuale attente alla conservazione (di energia). L’obiettivo di una maggiore conservazione energetica potrebbe avere un impatto sulle emissioni di gas a effetto serra a livello globale solo in quanto parte di una più ampia strategia fatta di approcci diversificati. Si prenda, ad esempio, l’ipotesi della stabilizzazione del clima attraverso i grafici a cuneo formulata da Pacala e Socolow, uno schema che ammortizza e diversifica forme disparate di sacrificio nel corso del tempo, sfruttando però le tecnologie attualmente a disposizione. Un’ipotesi straordinariamente convincente! E allora, perché non stiamo seguendo il loro schema, oggi come oggi? O forse, meglio, già da ieri, visto che “oggi” potrebbe essere troppo tardi.

 

In ultima analisi, la conservazione è solo la riforma concettualmente debole che garantisce il bilancio. Qualcosa di analogo, penso, ai Factory Acts, alle leggi sulle fabbriche promulgate in Inghilterra ai tempi di Marx, destinate ad assicurarsi che le condizioni dei lavoratori rimanessero del tutto inalterate (salvo, per qualcuno, una lieve riduzione di orario). Insomma, lungi dall’opporsi allo statu quo, la conservazione sembra essere parte del nesso che lega capitale ed emissioni inquinanti proprio come le leggi sulle fabbriche nell’Ottocento britannico erano parte integrante dell’industria moderna, al pari “dei filati di cotone, del telaio automatico e del telegrafo elettrico” (Antonio 2003, p. 199).

Questo dizionario apre all’idea che i carburanti possano offrire (o: offrirci) un dono. Per chiarezza: con “dono” intendo chiamare in causa un tipo di scambio che dovrebbe comportare un contraccambio. Ma noi, cosa possiamo dare in cambio ai carburanti?

 

Se, nell’era dell’intensità di carbonio, il linguaggio – che sia figurato, analogico, magico – non comunica con, e non ha potere su, ciò che non è Essere, allora non conta quanta speranza siamo disposti a riporre nei “carburanti del futuro”: essi non potranno mai contraccambiare con un dono di speranza, non potranno mai restituirci quanto ricevuto, ma solo aspettarsi che noi (non) li usiamo. E se invece riuscissimo a interagire con loro in modi più fantasiosi, perversi, creativi…? Se la forma letteraria dell’epica è una partenza dal, e poi un ritorno al, carburante, allora il carburante occupa, nell’epica, una funzione di conservazione, comporta una figura chiusa. Ma cosa accade se ci concentriamo su quel che accade strada facendo? Troveremo spaccature nell’edificio di un sé che può essere pensato solo attraverso la lettura della poetica del testo. E cosa accade se leggiamo questo viaggio dal carburante verso il disordine, e ritorno, come un’occasione per aprirsi a un diverso modo di pensare, attraverso il linguaggio… Senza chiusure di sorta, senza il limite della fine, ma in termini di potenzialità, anche se questa anomalia implicasse – o, poniamo, proprio perché implicherebbe – di dover vivere con un’energia intermittente? Perché questa ipotesi è così impensabile? Devono proprio, gli abitanti privilegati del Primo mondo, aderire a un’equazione assoluta tra energia on-demand e speranza?

 

E poi… perché parlare di speranza? Speranza è un termine ambivalente e pure eccessivo, che dovrebbe opporre resistenza quando si cerca di plasmarlo in modo da conformarsi alle politiche energetiche correnti, ai vari sistemi di regolamentazione, ai Green New Deal (per quanto “progressisti” possano essere) o ai sussidi dati per la promozione di certe forme di carburante piuttosto che altre. Azioni concrete quali i sistemi di scambio di emissioni di carbonio, o la riduzione dell’inquinamento delle centrali elettriche in attività, o ancora l’innalzamento degli standard di emissioni per le macchine (sempre che questi siano obiettivi conseguibili nell’attuale clima politico) sono in realtà ben lontane da una cosa come “la speranza”: anche solo per iniziare ad avvicinarvisi sarebbe necessario un gesto, per dirla come va detta, di violenza retorica. La speranza, qualunque altra cosa questo concetto indichi, di sicuro richiede un balzo in avanti dell’immaginazione, un modo di pensare al futuro che scarti dalla norma. Forse, come ha suggerito l’antropologo Hirokazu Miyazaki, la speranza potrebbe anche costituire qualcosa di simile a un metodo, non diversamente dalla nozione, formulata da Walter Benjamin, di storia messianica, capace di “impossessarsi di un ricordo così come balena in un attimo di pericolo”. Il filosofo tedesco osserva che il dono di riattizzare nel passato la scintilla della speranza è presente “solo in quello storico che è compenetrato dall’idea che neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince” (Benjamin 2006, p. 485). Lo storico materialista deve allora essere costantemente vigile contro il nemico. Non agisce alla stregua del carburante, ma semmai al pari di un catalizzatore, garantendo il mantenimento della fiamma una volta che questa ha attecchito su un materiale combustibile. La scintilla della speranza scocca grazie a un “orientamento del tempo di tipo radicale” (Miyazaki 2004, p. 23). Per Miyazaki, il punto decisivo sta nel fatto che lo storico coraggioso “scava uno spazio per la speranza modificando la natura della direzione della conoscenza storica”. Miyazaki applica tale nozione al suo campo di studi in termini metodologici, con riferimento alle “scintille di speranza che si sono sollevate dal mio incontro con la speranza [della popolazione di Nuova Suva, nelle Fiji]… Scintille per lo più prodotte dalle incongruenze esistenti tra la direzione temporale del mio intervento antropologico e il vettore della speranza di quelle persone” (ivi, p. 24). Un tale metodo deve resistere a una “immediata richiesta di speranza di tipo sincronico”: al contrario, è necessario trovare la speranza proprio nella non-sincronicità. Un bel pezzo prima che l’etichetta di Antropocene venisse applicata all’età dell’industrializzazione e dell’uso dei carburanti fossili, Benjamin comprese che la non-sincronicità non era semplicemente legata alle azioni umane, ma comportava anche una disgiunzione tra tempo umano e tempo geologico. È quanto l’autore delle tesi Sul concetto di storia intende affermare quando scrive: “l’adesso che, come modello del tempo messianico, riassume in un’immane abbreviazione la storia dell’intera umanità, coincide rigorosamente con la figura che la storia dell’umanità fa nell’universo” (Benjamin 2006, p. 492). La fusione, la fissione, la combustione, gli animali che sbattono le ali – tutte queste cose rappresentano differenti modi temporali, e diverse macchine, collegate tra loro da griglie variabili. Ed è forse questa una forma di speranza possibile in questo tempo di perturbazioni radicali.

 

In un passato molto recente (un passato che è stato reso più distante di quanto avrebbe potuto essere a causa della temporalità accelerata dell’Antropocene), c’era chi trovava ragioni di speranza nella prospettiva che l’idrogeno potesse essere non più una merce ma una risorsa, un bene energetico (Rifkin 2002, p. 216). Ciò si sarebbe dovuto avverare non a seguito di qualche cataclisma (si vedano a riguardo le distopie della fantascienza: La ragazza meccanica è tra le opere che ci insegnano come “dopo il cambiamento climatico” la vita pubblica sarà ancora dominata da corruzione e raggiri), ma al fatto che questo carburante si sarebbe rivelato facilissimo da generare e distribuire senza misurazioni, senza infrastrutture e griglie. A questo proposito, leggere Macherey che legge Verne fa venire in mente di quale tenacia siano capaci le narrazioni. Una volta che lo scrittore, e se è per questo anche il lettore, mette le grinfie su una storia, ecco innescarsi un processo di pietrificazione (eh sì, un processo che porta dritto ai carburanti fossili, ma attraverso unità di tempo imperscrutabili). Grinfie e narrativa formano un blocco… Dissolvibile. Sono associati l’uno all’altro tanto spesso che sembra impossibile disgiungerli o disfare il legame che li unisce. Forse i carburanti possono iniziare col fare questo.

 

A questo punto vorrei ricordare al lettore le parole di Pier Paolo Pasolini nella sua “Grande Opera” sul carburante: “io vivo la genesi del mio libro” (Pasolini 1998, p. 1215).

Non un rinvio all’infinito… Perché per quanto questa prospettiva possa riempirci di speranza, non corrisponde ai dati di fatto delle risorse finite, dei limiti dell’atmosfera terrestre nel catturare le emissioni o a quelli degli oceani e delle terre nel servire da fogne…

 

Nessuna fede infondata nella natura umana e nella tecnologia…

Ma il vitalismo del processo stesso della scrittura e del pensiero…

 

[1]      Secondo Jean-Pierre Vernant (1963), quando Hestia accettò di non sposarsi, Zeus le promise che avrebbe regnato sul cuore della casa (mesô oikô). Il focolare è un simbolo di centralità, l’omphalos, e anche di immutabilità. Lo spazio umano è organizzato intorno a esso: sono gli uomini che poi escono, per moto centrifugo, fuori da questo punto centrale.

 

Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di Emanuele Leonardi

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