di Italo Testa

 

[E’ in uscita in questi giorni il nuovo numero della rivista Semicerchio (63, 2),  la cui sezione monografica, a cura di Michela Landi e Sara Svolacchia, è dedicata al tema “Gli ospiti del caso: la poesia oedoporica”. Per gentile concessione della rivista, anticipiamo il contributo di Italo Testa]

 

 

 

esce dalla stanza, un giorno, scivola sulla superficie delle cose, sul volto del mondo.  

cammina, attraversa un paesaggio, una teoria di versi.

 

 

I

In my room, the world is beyond my understanding;

But when I walk I see that it consists of three or four

        hills and a cloud.

 

II

From my balcony, I survey the yellow air,

Reading where I have written,

«The spring is like a belle undressing».

 

III

The gold tree is blue,

The singer has pulled his cloak over his head.

The moon is in the folds of the cloak.

 

 

prova a tradurre la prima strofa di «Of the Surface of Things» (1919), pubblicato in Harmonium (1923), il primo libro di Wallace Stevens:

 

Nella mia stanza, il mondo non si lascia comprendere;

Ma quando cammino vedo che è fatto di due o tre

       colline e di una nuvola.

 

Camminando, la composizione del mondo si manifesta, articola, definisce. Quanto si sottrae alla comprensione si fa ora un ordine evidente, una trama spaziale di cose, bordi, superfici, dettagli. E l’indeterminatezza dell’esperienza, il suo tratto vago, sfuggente, prende forma, si traduce nel numero, nella trama visibile delle cose.

 

formula ipotesi sul domani, sulla polvere,  insegue le erbe vaganti, si lascia afferrare.

 

 Se il ritmo dei passi, la loro successione nel tempo, collegasse la mente con il mondo. Quasi il muoversi nello spazio, con il corpo, ci mettesse in relazione a quel mondo da cui fuggiamo, cui andiamo incontro. Le cose non sarebbero semplicemente là. Ci attenderebbero, ma il fuori, il mondo che ci aspetta, sarebbe nel passaggio dalla stanza al cammino. Una dialettica inconclusa, tra interno e esterno, ci offre quelle tre, quattro nuvole, quella collina.

Seguendo queste oscillazioni, John Keats avrebbe intrapreso nel giugno-agosto del 1818 un viaggio a piedi nel Nord dell’Inghilterra e della Scozia con l’amico Charles Brown, sulle tracce del «Mondo, o lo spazio materiale dove si incontrano la Mente e il cuore»[1]. Da quel viaggio a piedi, vissuto come «un prologo alla vita»[2], Keats si riprometteva di «ricavare più esperienza» e insieme di arricchire le proprie «capacità in poesia»[3]: «imparerò di qui la poesia … vivrò tutto nell’occhio»[4].

 

cammina, fa tre quattro passi, scompare.

 

Camminare per il mondo, attraversare lo spazio materiale dove prende forma la vita individuale, quell’esperienza incarnata che nutre il cuore e la sua intelligenza delle cose. La poesia oedoporica sembra continuamente mettere a fuoco un processo senza nome che Gustave Roud, nel suo Petit traité de la marche en plaine, chiamava «lo scambio con il mondo come una operazione mai sospesa»: uno scambio in cui qualcosa è «una volta per tutte incorporato al paesaggio e a noi stessi»[5]. Quest’incarnazione, nel camminare, l’incorporazione nella carne, nel ritmo del piede, di una misura, di una scansione regolata del movimento, rende il corpo capace di avvertire i differenti ritmi del mondo. Il ritmo del ramo che nel telaio della finestra di una caserma la giovane recluta vede inclinarsi, alzarsi, abbassarsi, fremere.

Realizzare un’apprensione del mondo con il corpo e del corpo con il mondo, una sensibilità alle somiglianze e dissomiglianze dei ritmi differenziati dell’accadere, che si avvicini al nucleo della libertà ritmica della poesia, di un’espressione che cerca e rinnova la sua misura nel contatto protratto con i fenomeni.

 

 

ogni fenomeno è sereno.

 

Oppure, nel ritmo di un processo che si mantiene aperto, in una sospensione protratta:

 

L’albero dorato è blu,

Il cantante si è avvolto il mantello sulla testa.

La luna è nelle pieghe del mantello.

 

Nelle pieghe del mantello, i fenomeni tornano a sfocarsi. Ogni contenuto concreto del mondo, ogni individuo determinato appare come una periferia indefinita. Sono le «prove del cuore», il passo che mantiene aperta l’indeterminatezza. Keats, nel periodo del suo viaggio, scriveva ai suoi interlocutori di una ripetizione su una tonalità più alta, di una «dilatazione dell’esperienza». Dove in gioco è un di più, un’intensificazione, ma insieme un’espansione che dilata i fenomeni, li scontorna, procede su margini indistinti, dai caratteri non definiti. L’albero dorato è blu.

 I camminatori attraversano questo spazio di indeterminazione, esplorano una condizione di potenzialità che, come sostiene Rebecca Solnit, intercetta uno stato liminale, sospeso tra noto e ignoto, stato passato e identità futura[6]. Il nostro diventar altro, ciò che stiamo divenendo. In una soglia tra mondi, quasi il rovesciamento della definizione di Stevens dell’immaginazione quale «potere della mente sulla potenzialità delle cose»[7]. Invertendosi nel passaggio, in uno scambio non regimentato, nel potere delle cose sulla potenzialità delle mente.

 

“Lo spazio, la grandezza delle montagne e delle cascate si possono immaginare anche prima di vederle; ma l’espressione o tono intellettuale sorpassa ogni immaginazione e vince ogni ricordo”[8].

 

Camminare nello spazio, earthworks iscritti nel paesaggio, come Spiral Jetty, il vortice di roccia frantumata installato sul fondo del Salt Lake dello Utah. In A Sedimentation of the Mind Robert Smithson scriveva che negli earthworks si esprimerebbe uno stato costante di erosione tra mente e paesaggio, dove materia e mente si confondono indefinitamente[9]. Nei suoi saggi ibridi, insieme resoconti di viaggio, manifesti teorici, documentazioni,  prosecuzioni delle opere, Smithson parla a questo proposito di un’oscillazione tra differenziazione ordinaria dell’esperienza, e dedifferenziazione oceanica. Una dialettica che procede in direzione inversa rispetto ai processi irreversibili di differenziazione, li nullifica, ripristina potenziali di differenziazione ulteriore[10].

 

prova a chiudere gli occhi, se puoi, ad avanzare verso un punto qualunque:

 

Ciò che la poesia di viaggio sempre di nuovo certa di esprimere, lo scambio di Roud, nel linguaggio di Smithson «il ritmo della dedifferenziazione»: una forma di «decreazione», riconfigurazione produttiva di uno stato entropico in una condizione estatica, apertura di mondi. «Noi partecipiamo alla creazione del mondo de-creando noi stessi»[11], così Simone Weil nei Quaderni.

 

 

“Mi feci lo zaino: calzini, borraccia, matite, tre taccuini vuoti. Non portai mappe. Non so leggerle – perché sigillare l’acqua che scorre? Dopo tutto, l’unica regola del viaggio è: non tornare come sei partito. Torna diverso” [12].

 

Il ritmo sui ci si lascia oscillare Anne Carson, in Types of Water,  nel diario di viaggio del suo pellegrinaggio sul Cammino di Compostela, registrando lo sfarsi della persona che era, di una fase della vita.

 

“Fai un passo avanti. Tremi nella luce. Nulla viene lasciato in te tranne il desiderio di quella perfetta economia d’azione, che esaurisce interamente il cuore, senza residuo, senza errore: Camino”[13].

 

Le prove del cuore che i camminatori affrontano riguardano lo sfarsi di ciò che siamo, oscillano sul ritmo della decreazione, «undoing of the creature in us – that creature enclosed in self and defined by self»[14]. Nel resoconto dei poeti che si sono messi in viaggio, che hanno seguito le tracce dei camminatori, il ritmo della dedifferenziazione richiede l’esperienza di una forma di ricettività. «Mai mi sono così completamente dimenticato della mia statura, vivo tutto nell’occhio»[15], scriveva Keats al fratello nel giugno del 1818, iniziando il diario del suo viaggio a piedi, quel preludio alla vita che avrebbe voluto condurre. Quella vita umana  compiuta di cui, nella lettera del febbraio dello stesso anno a John Hamilton Reynolds, Keats scriveva:

 

“apriamo piuttosto i petali come fa il fiore e facciamoci passivi e ricettivi, attendiamo pazienti che Apollo ci faccia fiorire imparando da ogni nobile insetto che ci farà l’onore di venirci a trovare”[16]

 

Un meditazione sulla vita, sul mondo, e sulla poesia, il cui tono è consonante con le riflessioni dove Roud notava come, in una lunga giornata di cammino, l’assoggettamento del corpo ad uno sforzo ritmico prolungato produca una soluzione di continuità dell’esperienza. Il ritmo protratto, ipnotico dei passi, pari all’«ossessione di una frase continua», genera uno stato estatico, di ricettività pura, di sensibilità quasi materiale, in cui il nostro sé, il nostro specchio intimo, è come allentato, la coscienza di sé coagulata, decreata, e le cose proiettano direttamente la loro ombra sulla nostra immaginazione.

 

“Le matin, quand l’homme et ses souvenirs ne se sont pas réveillés en même temps, ou bien encore au cours d’une longue journée de marche sur les routes, entre l’âme et le corps assujetti à son desport rythmique, se produit une solution de continuité. Une espèce d’hypnose « ouverte » s’établit, un état de réceptivité pure fort singulier. Le langage en nous prend une valeur moins d’expression que de signe ; les mots fortuits qui montent à la surface de l’esprit, le refrain, l’obsession d’une phrase continuelle forment une espèce d’incantation qui finit par coaguler la conscience, cependant que notre miroir intime est laissé, par rapport aux choses du dehors, dans un état de sensibilité presque matérielle. Leur ombre se projette directement sur notre imagination et vire sur son iridescence. Nous sommes mis en communication”[17].

 

Siamo messi in comunicazione. Il contatto sensibile con le cose là fuori riguarda una condizione potenziale, in cui la ricettività è uno stato di fuoriuscita da sé, che più avanti Round chiamerà anche «contagio obliquo», accennando a un’esperienza di dedifferenzazione temporale – «il tempo divenuto reversibile»[18]. Non si tratta solo del fatto che camminando, in un sentiero collinare, nella folla anonima, nella città di notte, incontrando un mondo fatto di estranei, di vite altrui, disfiamo noi stessi e, come nota Virginia Woolf in Passeggiando per le strade di Londra, «ci togliamo di dosso la consueta personalità».  La poesia del camminare parla spesso di questo processo di trasformazione, di liberazione di sé, e dal sé, una rigorosa spersonalizzazione in cui

 

“quella specie di conchiglia che la nostra persona ha secreto per alloggiarvisi, per avere una forma propria e diversa da quella altrui, viene infranta, e di tutte quelle rughe e asperità rimane solo l’ostrica centrale della percezione, un enorme occhio”[19].

 

Il viaggio per le strade dell’Inghilterra e della Scozia di Keats era un approssimarsi a quell’ostrica centrale della percezione – «vivo tutto nell’occhio»la dilatazione dell’esperienza in un occhio enorme che si schiudeva nella carne del mondo. Quando i confini tra sé e il mondo s’allentano, la nostra pelle non separa ma è una presa sensibile sulla materia estesa, mutevole, sulla materia sognante. Non è l’io isolato ad abitare quell’occhio, imprigionato nel cristallino. La dilatazione ci dice di un’esperienza possibile in cui non siamo incatenati a una mente sola, dove la mente paesaggio si estende indefinitamente.

 

o quella cartolina, che hai scritto a Stefano, camminando in un giorno di sole a Milano, in Piazzale Corvetto.

 

anch’io                attraversato dalla gente

              dalla loro esistenza

in un mattino senza sole

la curva della sopraelevata taglia la piazza

              entro nella vita anonima

sono all’esterno, nei passanti

che entrano e escono dai grandi magazzini

               provo a non essere più nessuno

come è sempre stato

                          come deve essere

il traffico scorre senza verso

                                     orientamento

il mondo si disperde ovunque.

 

Virginia Woolf parla delle escursioni notturne sulle strade di Londra, del contatto con le vite degli altri che incrociamo per via, come di una messa in comunicazione in cui «ognuna di queste vite si era lasciata penetrare un poco, abbastanza da darci l’illusione che non siamo incatenati ad una mente sola, bensì possiamo assumere brevemente, per qualche minuto, i corpi e le menti altrui»[20].  Se c’è qualcosa cui la poésie viatique si approssima indefinitamente, è questa sensazione che non siamo monadi, che i nostri mondi si incrociano in innumerevoli punti, si confondono,  nell’unico flusso della vita comune.

 

e vorrebbero solo camminare, nella distanza spiccare come minuscoli punti, sparire beati.

 

 

Verso la foce, registra Gianni Celati, «ci hanno mescolato le anime e ormai abbiamo tutti gli stessi pensieri»[21]. Quanto sembra impossibile nella nostra stanze, la distanza apparentemente incolmabile in cui crediamo di vivere isolati gli uni dagli altri, si rivela, in quegli istanti, un’illusione tenace, ma aggirabile.  Di quell’apparente impossibilità ragionava Keats, riflettendo sull’idea stessa della poesia, sulla sua promessa di  immanente di felicità:

 

“Ma così varie sono le Menti dei Mortali e dedicate a viaggi così diversi, che l’idea di una comunanza di gusti e di una affinità tra due e tre persone sembra dapprima del tutto impossibile. La mente di un uomo può andare assolutamente per conto suo, incrociarsi con quella di un altro in innumerevoli punti, e riconoscersi alla fine del viaggio. Un Vecchio e un fanciullo parlano insieme, l’Uomo riprende la sua strada e il fanciullo rimane a pensare”[22].

 

In quel riconoscersi nel viaggio, entrare a far parte dell’«umanità» quale «una grande democratica Foresta di Alberi», Keats esprime l’utopia viandante cui la poesia si approssima indefinitamente. Il flusso anonimo dei camminatori e delle camminatrici, dilatandosi nel mondo, risalendo la corrente temporale, accade ovunque, nella confluenza delle generazioni, in quel «vasto esercito repubblicano di anonimi pedoni» tra le cui fila Virginia Woolf si confondeva:

 

 “Non appena usciamo di casa una bella sera, fra le quattro e le sei, ci togliamo di dosso la consueta personalità, la sola che i nostri amici conoscano, per diventare membri di quel vasto esercito repubblicano di pedoni, la cui compagnia è così piacevole dopo la solitudine della propria stanza”[23].

 

E’ un percorso di straniamento, che richiede l’esercizio di una negative capability, di quell’arte trasformativa di «being at home in the unknown», «being at home with being lost», di cui parla, con espressione esatta, Rebecca Solnit in A Field Guide to Getting Lost[24]. Perché lasciare la porta aperta all’ignoto, diventare qualcun altra, è fare l’esperienza dell’estensione dei limiti del sé in territori ignoti, un’incorporazione in un paesaggio ibrido, poroso, che può essere attraversato in innumerevoli direzioni, i cui confini si spostano indefinitamente.

 

E i pensieri, là fuori, imbattervisi nel paesaggio, leggerli nell’aria. «Anche i pensieri», scrive Gianni Celati in Verso la foce, «sono fenomeni esterni in cui ci si imbatte, come un taglio di luce sul muro, o l’ombra delle nuvole»[25].

 

ora fai tre, quattro passi. guardati intorno, misura le apparenze, riprova:

 

 

Dalla loggia, osservando l’aria gialla,

Leggo ciò che ho scritto,

«La primavera è una bellezza che si spoglia».

 

prova a tradurre, a camminare tra i fenomeni:

 

 

Ne «Il compito del traduttore» Walter Benjamin esplorava l’ipotesi che la relazione tra originale e traduzione fosse un rapporto vitale, di trasformazione, non una mera relazione tra significati.

 

prova a riformulare l’ipotesi di Benjamin:

 

 

Se la traduzione manifestasse l’affinità delle molteplici lingue, della miriade di menti, della pluralità dei mondi, il loro crescere e maturare nel seme di una lingua più alta,  rispetto a cui ogni lingua storica, ogni corpo singolare, ogni mente individuale sarebbe inadeguata. Se i camminatori, come traduttori di esperienze, attraversassero i fenomeni quali frammenti di una lingua più profonda, di un mondo più ampio[26].

 

e quei pensieri viandanti, gli sconfinamenti tra le lingue. non era forse questo che ti chiedeva Franco, ieri, al telefono? il contagio delle menti. la traduzione dei mondi. il movimento delle lingua nello spaziotempo. non era forse questo che avevi promesso, incautamente, di scrivere?

 

Se camminare, viaggiare negli spazi aperti, fossero mezzi per attraversare questo paesaggio in movimento, per esplorare i confini della nostra esperienza, aprirsi alle molteplicità che l’attraversano, incarnando, facendo accadere un mondo comune. Allora la poésie viatique avrebbe a che fare con  quanto Eric Auerbach indicava come «l’attimo qualunque della vita dei diversi uomini sulla terra», quei momenti di straniamento, quei severi esercizi di spersonalizzazione che ci forniscono un accesso non intenzionale, ma preciso, a ciò che accade ovunque, ai tratti elementari, comuni a tutti, di «una vita comune degli uomini sulla terra»[27].

 

abbiamo provato ogni giorno

                 come non ci riuscisse più di vivere

 

guardavano senza guardare

guardavano il cielo

                 il vento

pieno dei suoi accadimenti

 

perché abituarsi al male?

 

o non faremo nulla

cominceremo a vivere come tutti

 

volevano essere felici subito

                pronti a disperdersi nel mondo.

 

 

[1] John Keats, Lettere sulla poesia, a cura di Nadia Fusini, Milano, Feltrinelli 2016, p. 158.

[2] Ivi, p. 91.

[3] Ivi, p. 121.

[4] Ivi, p. 113.

[5] Gustave Roud, «Petit traité de la marche en plaine», in Ecrits, Lausanne, Bibliothèque des Arts 1978, pp. 32-33.

[6] Rebecca Solnit, Storia del camminare, Bruno Mondadori, Milano 2000, p. 58.

[7] Wallace Stevens, «L’immaginazione come valore», in L’angelo necessario. Saggi sulla realtà e l’immaginazione, Milano,  SE 2000, p. 117.

[8] John Keats, Lettere sulla poesia, cit., p. 113.

[9] Robert Smithson, «A Sedimentation of the Mind: Earth Projects», in The Collected Writings, a cura di Jack Flam,  Berkeley / Los Angeles / London, University of California Press 1996, p. 100.

[10] Ivi, p. 103; cfr. «Incidents of Mirror-Travel in the Yucatan», in The Collected Writings, cit., p. 132-3.

[11] Simone Weil, Quaderni II, a cura di G. Gaeta, Milano Adelphi 1988, p. 262.

[12] Anne Carson, «Tipi di acqua. Un saggio sul Cammino di Campostela», in Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio, a cura di Antonella Anedda, Elisa Biagini e Emanuela Tondello, Roma, Donzelli 2010, p. 10.

[13] Anne Carson, «Tipi d’acqua», cit., p. 47.

[14] Anne Carson, «Decreation. How Women Like Sappho, Marguerite Porete and Simone Weil», in Decreation. Poetry, Essays, Opera, New York, Vintage Contemporaries 2006, p. 169.

[15] John Keats, Lettere sulla poesia, cit., p. 113.

[16] Ivi, p. 84.

[17] Gustave Roud, «Petit traité de la marche en plaine », cit., 109.

[18] Ivi, p. 134.

[19] Virginia Wolf, «Passeggiando per le strade di Londra», in Per le strade di Londra, Milano, Il Saggiatore 1963, p. 110.

[20] Ivi, pp. 99-100.

[21] Gianni Celati, Verso la foce, cit., p. 140.

[22] John Keats, Lettere sulla poesia, cit., p. 103.

[23] Virginia Wolf, «Passeggiando per le strade di Londra», cit., 99.

[24] Rebecca Solnit, A Field Guide to Getting Lost, Edinburgh / New York / Melbourne, Cannongate 2006, p. 10.

[25] Gianni Celati, Verso la foce, Milano, Feltrinelli 1989, p. 93.

[26] Walter Benjamin, «Il compito del traduttore», in Angelus Novus. Saggi e frammenti, Torino, Einaudi 1982, pp. 33-52.

[27] Erich  Auerbach, Mimesis. Il Realismo nella letteratura occidentale, Torino, Einaudi 1964, II, p. 337.

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