di Franco Buffoni

 

[Il 20 aprile uscirà per Mondadori il nuovo libro di Franco Buffoni, Betelgeuse e altre poesie scientifiche. Pubblichiamo in anteprima alcuni testi e la nota dell’autore al libro].

 

Al tempo della dolce vita

 

A differenza di muschi e licheni

La crioconite – quel sedimento scuro

Visibile d’estate sulla superficie dei ghiacciai –

Conserva a lungo la radioattività,

Dai ghiacciai del Caucaso all’arcipelago artico

Passando per ciò che resta dei ghiacciai delle Alpi

La crioconite custodisce in abnormi quantità

Il Cesio-137 risalente all’86 chernobyliano

E persino gli isotopi di plutonio e americio

E il bismuto-207 riconducibili ai test nucleari

Effettuati in alta atmosfera al tempo della Dolce vita.

Come i polmoni degli ex fumatori

Ricordano anche ciò di cui il proprietario s’è scordato,

La crioconite s’erge a bestia-coscienza del secolo breve.

 

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Le eruzioni d’acne di Eleonora d’Aquitania

 

Chi è stato l’ultimo che li ha sfogliati

Per ciò che erano? Si chiederebbe Larkin

Alla notizia che i libri di preghiere

Sono diventati dei breviari

Di impronte digitali.

Virus pestilenze tragedie e carestie

S’aprono in biologico orizzonte

Dai codici miniati medievali.

Ottime per studiare la genetica dei ceppi animali

Le pergamene vergate su pelli di daino e di cervo

Raccontano una storia di migrazioni e umano Dna,

Mutamenti climatici e infezioni virali.

Maneggiati, abbracciati, baciati da migliaia di persone

A secoli dalla loro creazione
I libri medievali sono un hard disk di monaci e scrivani

Nobildonne poeti e cavalieri

Con gli staffilococchi aurei nasali

E i propionibacteria d’eruzioni d’acne

Di Abelardo ed Eleonora d’Aquitania.

 

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Sullo sfondo di questa poesia si stagliano i Dioscuri della costellazione dei Gemelli, il domatore di cavalli Castore e il pugile Polluce.

 

Erbio e Disprosio

 

Erbio e Disprosio,

Gli atomi sottoposti al grande gelo,

Sono da poco entrati nella tavola

Periodica degli elementi:

Siamo arrivati a meno 273,15 gradi,

Vicinissimi allo zero assoluto,

Si afferma con orgoglio al Cnr.

Le proprietà del liquido ad attrito zero

Si guadagnano solo ad opera del freddo,

Fanno eco severi dal Mit.

Ed io li ascolto con ammirazione,

Anche la mia trachea è incuriosita,

Erbio e Disprosio sono due ragazzi

Con un magnetismo molto forte,

Tossiscono un po’, poi vanno via.

Tornano Cosma e Damiano. E così sia.

 

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Mentre da Roma cercavo sul Corriere

 

Mentre da Roma cercavo sul Corriere
Le notizie sul contagio a Gallarate,
L’occhio mi è caduto sul servizio
Con le foto da Marte. Trentaquattro istantanee
Inviate da Curiosity, il rover della Nasa
Che da otto anni vaga sul pianeta.
Il Sole da Marte in un tramonto blu,
Mount Sharp e il cratere di Gale,
I sedimenti d’un antico fiume
Rocce meteoriti e dune
E poi ad un tratto quel pallino chiaro
The Earth
La Terra vista dal cortile del vicino
Con le fidejussioni i rogiti i contratti
Le zone rosse ed arancioni
Le bare bianche senza estreme unzioni.

 

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Da una tana di scoiattolo

 

In Siberia da una tana di scoiattolo

E’ resuscitato un verme

Di quarantamila anni fa.

Prelevato da un campione di permafrost

Presso il fiume Alazeya

L’animale come nulla fosse

Ha ricominciato a muoversi e a mangiare.

Mi contagia l’entusiasmo dei ricercatori

Dalla Doklady Biological Science:

La scoperta apre immense prospettive

Anche per gli esseri umani.

Mi piacerebbe tra duecento anni

Vederti uscire da una tana di scoiattolo

Per tornare al Ninfeo di Villa Giulia

Tra i reperti etruschi

Con questo cracker in mano.

 

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Il nostro antenato più antico: un glitch è in elettrotecnica un breve picco improvviso, un transiente aperiodico causato da un errore non prevedibile. Per estensione glitch (dal tedesco glitschen: slittare; dall’yiddish gletshn: scivolare) indica un breve difetto del sistema. Tali noi saremmo come specie.

 

Il nostro antenato più antico

                                                                                           

Se è la presenza della bocca

E dell’intestino

Ad essenzialmente definirci

Come organismi bilaterali,

È l’Ikaria wariootia il nostro

Antenato più antico.

Ritrovato tra i fossili australiani

Cinquecento milioni d’anni fa già presentava

Due aperture connesse da un tratto digerente

Un fronte e un retro.

Da lui sono venuti pesci anfibi

Rettili e mammiferi.

Dunque anche noi.

L’Ikaria è un verme.

Noi, forse, un glitch.

 

* 

 

Nota dell’autore

 

Il desiderio di coniugare istanze provenienti dal mondo dell’astrofisica con istanze provenienti dal mondo della microbiologia mi accompagna dall’adolescenza, quando ebbi modo di seguire gli studi di mia sorella, laureata in fisica nucleare, e di mio cognato biologo. (I quali in seguito, riproducendosi, hanno dato vita ai miei nipoti Stefano e Paolo: dedicatario – il primo – del libro di poesia Theios; e interlocutore – il secondo – nel libro in prosa Più luce, padre).

 

In questa silloge numerosi sono i passi afferenti all’uno e all’altro ambito, permeati tutti dall’ansia di comprendere metodi di studio lontani dai miei di specializzazione. Un’ansia che cerco quotidianamente di appagare leggendo articoli di divulgazione scientifica. In una di queste incursioni – che un tempo avvenivano in biblioteca, e che oggi posso effettuare comodamente a schermo – mi sono imbattuto in una dichiarazione del 2020 di Lewis Mosby, ricercatore presso il Dipartimento di Fisica della Warwick University, pubblicata sul “Biophysical Journal”: “Abbiamo usato un algoritmo sviluppato per rilevare galassie e altri corpi celesti: è stato emozionante applicarlo all’estremità opposta della scala di grandezza. La nostra ricerca ha fornito importanti informazioni sul funzionamento delle cellule muscolari dei mammiferi, e inoltre ha posto l’accento sulla possibilità di studiare un modello per nuove tecnologie intelligenti, basate proprio sulle interazioni tra le proteine. Sarebbe possibile assumere forme diverse in base al consumo di energia richiesto”.

 

La ricerca di cui parla Mosby concerne i movimenti dei muscoli delle cellule e dei filamenti di proteine che le compongono; ma in questa nota non è tanto la sostanza di quella ricerca che mi interessa esporre, bensì l’entusiasmo del ricercatore, che a cinquant’anni di distanza dalle mie emozioni giovanili, ricorre proprio alla categoria dell’emozione con riferimento alla possibilità di applicare alla microbiologia lo stesso algoritmo usato in astrofisica. Non guardando alla scienza come a una costruzione essenzialmente teorica – come scelta cioè di una ipotesi esplicativa della realtà, ogni volta stravolgente il senso delle proposizioni precedenti – ma come empiria: come l’aggiungersi di conoscenza a conoscenza, nella convinzione che il raggiungimento del Sapere sia al tempo stesso il raggiungimento della perfezione umana e quindi della felicità.

 

“Ofelè, fà el to mesté!” Pasticciere, fa’ il tuo mestiere, si diceva un tempo nel dialetto dei miei nonni a chi pretendeva di dire la sua in ambiti lontani da quelli di appartenenza e specializzazione. Ed io sono sostanzialmente d’accordo. Sono un povero poeta, che solo con le parole e la ritmologia dovrebbe trattare.

Lo accetto, ma all’interno della trasmissione di una emozione e di una raggiunta consapevolezza: ponendoci – nei confronti della nostra quotidianità – nell’ottica microbiologica dell’infinitamente piccolo e astrofisica dell’infinitamente grande, riusciamo a rendere maggiormente meditativo e degno il nostro vivere, all’interno di quella che Paolo Virno in tempi recenti ha definito la consistenza al contempo ontologica e impersonale della natura umana, l’intersezione di logica e antropologia, ovvero delle abilità, degli affetti, dei requisiti biologici e delle situazioni storiche che ci definiscono come animali loquaci.

 

“My business is circumference”, scriveva Emily Dickinson con riferimento ai dardi (le poesie) che quotidianamente dalla circonferenza lanciava per cercare di illuminare il centro. Un’immagine che può esemplificare la genesi dei testi qui inclusi. Originariamente come titolo per questo libro avevo pensato a Poesie scientifiche e altre poesie. Poi scartato perché giudicato editorialmente troppo algido. Pensai allora a Noi forse un glitch per trasmettere un senso di ineluttabile casualità. Infine scelsi di allontanare il libro in uno spazio siderale con Betelgeuse e altre poesie scientifiche, per quell’essenza di solare crudele materno – e leopardiano – che l’omonimo componimento contiene:

 

Come una madre senza più ritegno

A soli seicento anni luce da noi

Continua a morire Betelgeuse, la stella rossa

Della costellazione d’Orione.

Va sempre più ingrandendosi

E perdendo intensità

Fagocita i suoi figli.

 

Il nome Betelgeuse deriva dall’arabo Yad al-Jawzā e significa “la mano del gigante”, ma nelle lingue occidentali i fonemi che lo compongono connotano un’entità ineluttabilmente femminile. Destinata a esplodere come supernova, Betelgeuse da supergigante rossa è ormai una pallida e sempre più esangue sfera arancione avvolta nella nebbia, una vecchia stazione di servizio sulla Milano-Torino.

1 thought on “Betelgeuse e altre poesie scientifiche

  1. Poesie molto belle! Con il giusto equilibrio a non andare troppo sul scientifico, perché così la lettura si appesantisce. Dalla prima poesia io avrei tolto l’ultimo verso.

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