di Maristella Svampa, Ariel Salleh, Ekaterina Chertkovskaya

 

[Tra pochi giorni esce Pluriverso. Dizionario del post-sviluppo (Orthotes Editrice). Il volume è composto da tre sezioni: 1. Lo sviluppo e le sue crisi – esperienze globali; 2. Universalizzare la terra – Soluzioni riformiste; 3. Un pluriverso popolare – Iniziative per la trasformazione.

La rubrica Ecologie della trasformazione ospita oggi tre voci dal dizionario, una per sezione; le autrici sono Maristella Svampa sul pensiero critico latinoamericano, Ariel Salleh sulle pratiche di governo del Sistema-Terra ed Ekaterina Chertkovskaya sull’ecologia della cultura (dalle origini sovietiche fino alle lotte urbane nella Russia contemporanea”.]

 

 

La critica latinoamericana dello sviluppo

di Maristella Svampa

 

Parole chiave: consumismo, sottosviluppo, matrice coloniale del potere, estrattivismo

 

Gli approcci critici sulla nozione egemonica di sviluppo sono iniziati a emergere in America Latina dai tempi dei primi dibattiti su I limiti dello Sviluppo portati avanti dal Club di Roma. Le critiche spaziano dai dibattiti sullo sviluppo sostenibile alle critiche contemporanee all’espansione della frontiera delle merci [commodity frontier]. Mi piacerebbe rimarcare tre correnti principali in America Latina: il movimento in opposizione alla società del consumo (anni ‘70 e ‘80); il movimento legato al post-sviluppo (anni ‘90 e 2000); e il movimento critico legato al post-estrattivismo (dai primi anni 2000 a oggi).

 

La prima fase è stata illustrata in maniera esaustiva dall’economista brasiliano Celso Furtado che, allontanandosi dalla perspettiva classica della Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (ECLAC), ha argomentato che uno degli effetti indiretti legati al discorso dei “limiti” era che lo stile di vita promosso dal capitalismo poteva essere possibile solamente se circoscritto ai paesi industrializzati, o a un’élite di minoranza nei paesi in via di sviluppo. Qualsiasi sforzo per universalizzare lo stile di vita consumista avrebbe portato al collasso del sistema. Sulla stessa falsariga, il gruppo interdisciplinare Argentino Fundación Bariloche, coordinato da Amilcar Herrera, sosteneva che dietro questo tipo di sviluppo si nascondesse una logica neo-maltusiana, tipica del discorso egemonico sullo sviluppo. Nel 1975 questo gruppo creò un modello alternativo intitolato Catastrofe o nuova società? Modello mondiale latinoamericano, in cui si argomentava che il degrado ambientale e la distruzione delle risorse naturali non fossero dovute all’aumento della popolazione bensì agli alti livelli di consumo propri dei paesi ricchi, che de facto creano una divisione sempre più netta tra paesi “sviluppati” e “sotto-sviluppati”. La conseguenza diretta di questa percezione si basava sul fatto che le comunità privilegiate del pianeta avrebbero dovuto limitare il grado di consumo e diminuire il livello di crescita economica, in modo tale da ridurre la pressione sulle risorse naturali e sull’ambiente. Sebbene queste critiche non mettessero in discussione la logica dominante del produttivismo, secondo cui la crescita economica illimitata rappresenta il valore base, esse ebbero la capacità di porre in discussione il sistema epistemico dominante.

 

Negli anni ‘80 altri concetti criticarono il consumismo. Tra loro vi era la nozione di “sviluppo a misura d’umano” [human-scale development] e la “teoria di bisogni umani” sviluppate dall’economista cileno Manfred Max Neef. Un’altra acuta critica culturale della società post-industriale, che enfatizzò la razionalità strumentale e il materialismo grossolano, venne con la celeberrima nozione di “convivialità” proposta da Ivan Illich. Pertanto, in questo primo momento, la spinta della critica verso lo sviluppo implicava un ripensamento del sistema culturale e consumista in favore del bene comune e di società egualitarie basate su uno stile di vita più austero e un sistema produttivo orientato alla lunga durata.

 

La seconda fase, associata alla prospettiva post-sviluppista era incentrata sullo sviluppo come discorso di potere. Importante in questo quadro è stato il contributo di Gustavo Esteva nel Dizionario dello Sviluppo, coordinato da Wolfgang Sach (1992). Esteva elaborò una critica radicale e svelò la matrice coloniale dell’idea di sviluppo come invenzione postbellica elaborata dagli Stati Uniti e dalle altre potenze occidentali. Un altro importante contributo lungo la stessa linea di pensiero fu quello di Arturo Escobar: egli decostruì il concetto moderno di sviluppo mostrandone la funzione di strumento di dominazione e rivelandone i principali meccanismi operativi: la divisione tra sviluppo e sottosviluppo; la professionalizzazione dei problemi dello “sviluppo” e l’emergere di “esperti dello sviluppo”; l’istituzionalizzazione dello sviluppo attraverso una rete di organizzazioni regionali, nazionali, e internazionali. Escobar mise in evidenza i diversi modi in cui il discorso generato intorno allo sviluppo ha reso invisibili esperienze alternative e conoscenze locali. Inoltre fu lui a suggerire, già a metà anni ‘90, la necessità di spostare l’attenzione dallo “sviluppo alternativo” alle “alternative allo sviluppo”.

 

Una terza fase, ancora in corso, iniziò nei primi anni 2000 con la critica al neo-estrattivismo e al “Consenso delle Merci” [Commodity Consensus]. Questa fase si caratterizza per la critica alla logica produttivista che sta alla base dello sviluppo e all’espansione di mega-progetti estrattivisti (miniere su larga scala, estrazione di petrolio, nuovo capitalismo agrario – con la sua combinazione di organismi geneticamente modificati e pesticidi – dighe su larga scala, mega-progetti immobiliari, ecc.). Queste nuove forme di estrattivismo sono caratterizzate dall’occupazione intensiva dei territori, dall’accaparramento delle terre e dall’appropriazione distruttiva della natura per l’esportazione. Mentre la parola “estrattivismo” si riferisce all’appropriazione e all’esportazione massiva di beni primari dall’America Latina verso le economie principali e quelle emergenti, la nozione di Commodity Consensus, simile al Washington Consensus, suggerisce che ci sia un accordo sulla natura irreversibile o irresistibile di questo modello estrattivista. Inevitabilmente, questo impedisce la possibilità di considerare delle alternative all’attuale modello di sviluppo. A parte i presunti vantaggi comparativi, come per esempio gli alti prezzi internazionali, queste tendenze hanno rinforzato il ruolo storico della regione come fornitore di materie prime. Hanno anche intensificato le asimmetrie tra il centro economico globale e le sue periferie, che si riflettono nelle tendenze verso la ri-privatizzazione delle economie nazionali e la distribuzione ineguale propria dei conflitti socio-ambientali.

 

Diversamente dalle due precedenti fasi analitiche, questa nuova fase ha esplicitamente ri-significato la questione ambientale, ponendola in relazione con i territori, la politica e la civiltà. Questa “ambientalizzazione delle lotte”, come la chiamerebbe Enrique Leff, si riflette in diversi movimenti eco-socio-territoriali che si battono contro le imprese private transnazionali e lo Stato. Questi movimenti hanno ampliato e radicalizzato le loro posizioni discorsive, incorporando altre problematiche quali la critica dei modelli mono-culturali di sviluppo. Tale politica rivela una crisi legata alla visione strumentale e antropocentrica della natura con la sua ontologia dualistica e gerarchica.

 

Dato questo panorama politico-epistemico, siamo testimoni del consolidamento di una nuova e radicale razionalità ambientale, nonché di una visione post-sviluppista. Concetti orizzontali come buen vivir, bienes communes o beni comuni, etica della cura, sovranità alimentare, autonomia, diritti della natura, e ontologie relazionali sono elementi chiave di questa recente svolta dialettica del pensiero critico latinoamericano. Questa nuova fase riassume tutte le precedenti posizioni, integrando le diverse critiche verso i modelli basati sul consumismo e gli archetipi culturali dominanti, per re-immaginare la prospettiva del post-sviluppo.

 

Approfondimenti

 

A. Escobar, Sentipensar con la tierra: Nuevas lecturas sobre desarrollo, territorio y diferencia, Ediciones Unaula, Medellín 2014.

E. Gudynas, Extractivismos: Ecología, economía y política de un modo de entender el desarrollo y la Naturaleza, Cedib/Claes, Cochabamba 2015.

G. Esteva, Sviluppo, in Dizionario dello sviluppo, W. Sachs (cur.), Gruppo Abele, Torino 1998 (The Development Dictionary: A Guide to Knowledge as Power, Zed Books, London 2010 [1992]).

Grupo Permanente de Trabajosobre Alternativas al Desarrollo, http://www.rosalux. org.ec/grupo/. Ultimo accesso 16-11-2020.‎

I. Illich, La convivialità, Mondadori, Segrate1974. (Tools for Conviviality, Harper & Row, New York 1993 [1973]).

M. Svampa, Debates Latinoamericanos. Indianismo, Desarrollo, Dependencia y Populismo, Edhasa, Buenos Aires 2016.

 

Maristella Svampa è una sociologa, scrittrice e ricercatrice argentina. Lavora presso il Consiglio Nazionale della Ricerca Scientifica e Tecnica (CONICET). È docente presso l’Università Nazionale di La Plata in Argentina, e autrice di numerosi libri di sociologia politica e sui movimenti sociali. Ha scritto, inoltre, vari romanzi. È membro del Gruppo Permanente sulle Alternative allo Sviluppo istituito dalla Fondazione Rosa Luxemburg.

 

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Governo del Sistema-Terra

 di Ariel Salleh

 

Parole chiave: Earth System Governance (ESG), Antropocene, egemonia neoliberale, sviluppo, autonomia culturale, conoscenza incorporata

 

Nel ventunesimo secolo, la relazione tra chi governa e chi è governato è basata su una disuguaglianza sempre più ampia, nonostante il potenziale per sviluppare una democrazia globale localizzata sia insito nei movimenti critici dell’alter-globalizzazione. Con il modello capitalista in iperproduzione e stagnazione, la spinta neoliberista all’accumulazione si orienta verso la speculazione finanziaria, le funzioni statali sono acquisite dal settore privato e la regolamentazione del lavoro e le misure di welfare si riducono. Le proposte per un governo del Sistema-Terra – Earth System Governance (ESG) – aspirano a una struttura politica internazionale in cui il clima e la biodiversità vengano considerati questioni di “post-sovranità”. L’ESG si rivolge agli “attori politici” oltre il livello statale, quali burocrazie inter-governative, élite economiche e network scientifici. Infatti, a parte questa classe governativa transnazionale, la società creativa di chi lavora, le comunità indigene e le donne impegnate nelle attività di cura sono relegate a una posizione marginale.

 

LESGovernance viene presentata come un nuovo “paradigma della conoscenza” per un’economia e un sistema politico globali rispettosi dell’ambiente. La sua rete d’esistenza si basa su cinque problemi analitici (struttura, agenti, capacità di adattamento, responsabilità e distribuzione e accesso ai beni) associati a quattro temi di ricerca trasversali: potere, conoscenza, norme e scala. Inoltre l’ESG è basata su quattro ambiti o “attività principali”: sistema idrico, alimentare, clima ed economia. L’ESG, così come l’argomento antropogenico a cui essa è connessa, devia le tensioni storiche formatesi tra il capitale e il lavoro, tra centro geografico e periferia, tra produzione e riproduzione. Se si “naturalizzano” i problemi creati dall’uomanità, sia la nozione antropogenica che l’ESG potrebbero sviare la responsabilità sociale di ogni individuo e servire da supporto allo status quo capitalista.

 

All’inizio degli anni ’70, George Kennan, stratega della politica estera degli Stati Uniti, pose l’accento sull’importanza di istituire un organo di gestione globale situato al di fuori delle Nazioni Unite. La prima risposta venne dalla Mont Pelerin Society e dalla US Heritage Foundation, fondazioni ideologicamente di destra promotrici dell’individualismo, delle imprese private, della competitività e del libero scambio. Ispirati, anche se solo parzialmente, da questa idea emersero il World Economic Forum nel 1987 e il World Business Council for Sustainable Development, che ricoprì un ruolo rilevante nel Summit della Terra di Rio nel 1992. L’Agenda 21 di Rio e le Convenzioni sulla Biodiversità e sul Cambiamento Climatico riflettono questa influenza. Alla vigilia del Summit, nell’ambito della Banca Mondiale, fu istituita una Global Environmental Facility (GEF). Alla fine degli anni ’90, il Presidente francese Chirac e il Cancellerie tedesco Kohl, con l’appoggio del Brasile, di Singapore e del Sudafrica, proposero di istituire una World Environment Organization congiunta con la neoliberista World Trade Organization. Mentre gli scienziati europei discutevano sull’Earth System Analysis, l’istituto di Potsdam stava esaminando più di 800 Accordi Ambientali Multilaterali (MEA – Multilateral Environmental Agreements). La motivazione di tutto questo era allineare le Convezioni sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES), sui rifiuti pericolosi (Convenzione di Basilea), sui livelli d’ozono (Protocollo di Montreal) e sulla biosicurezza (Protocollo di Cartagena), con l’Accordo Generale sulle Tariffe Doganali e il Commercio (GATT). Le altre istituzioni chiave nel dialogo continuo sulla governance ambientale sono la Camera di Commercio Internazionale (CCI), la Banca Mondiale, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), l’UNESCO, la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI) e la New Economics Foundation (NEF). Dalla crisi finanziaria del 2008, la Green Economy Coalition (GEC) ha raggruppato le grandi organizzazioni non governative.

 

Con sede all’università di Lund, il centro di ricerca dell’ESG ottiene il riconoscimento da parte dell’IHDP (International Human Dimension Programmes on Global Environmental Change), dell’università delle Nazioni Unite e dell’ICSU (International Council for Science), e incorpora attivamente centri accademici di tutto il mondo. Sembra avere un saldo finanziamento, supportata dall’Istituto Potsdam e dalla fondazione Volkswagen. Il sito internet dell’ESG mostra progetti, conferenze e pubblicazioni il cui tema centrale gira intorno all’idea di un’ “Organizzazione Mondiale per l’Ambiente”, obiettivo raggiungibile attraverso il potenziamento del programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), dotandolo di potere sanzionatorio sugli stati nazionali, come accade per l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). In alternativa, alcuni sostenitori dell’ESG vedono un modello nell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), benché altri considerino che un’agenzia progettata per mediare tra governo, aziende e lavoratori sia inadatta a risolvere i complessi conflitti ambientali che sorgono tra soggetti con distinti interessi culturali. Anche innovazioni neoliberali come le partnership pubblico-privato (PPP) rientrano tra le competenze del centro di ricerca ESG.

 

La proposta di istituire un’Organizzazione Mondiale per l’Ambiente è stata presentata dalla Rete ESG in occasione della conferenza RIO+20 del 2012. Ciò è coinciso con un programma di economia verde sponsorizzato a più mani da aziende, governi e Nazioni Unite – The Future We Want (Il futuro che vogliamo) – e redatto con l’aiuto di società di pubbliche relazioni. In risposta, i movimenti popolari per l’ecologia e la giustizia sociale hanno messo a punto un nuovo programma con una visione globale dal nome Another Future is Possible! (Un altro futuro è possibile). Per citare le parole del movimento Via Campesina: “Chiediamo l’assoluto divieto di progetti di geo-ingegneria e altri esperimenti tecnologici portati avanti sotto il nome di “verde” o “pulito”… Lottiamo per una produzione alimentare sostenibile e di piccola scala per il beneficio delle comunità e del consumo locale”. Nel 2015, il mandato dei Millennium Development Goals lanciato dalle Nazioni Unite, è stato trasformato in Sustainable Development Goals, riflettendo l’idea pro-aziende di “economia verde”.

 

Le voci della società civile giustamente resistono alla promozione del valore di mercato come principio organizzativo della vita quotidiana e del processo decisionale politico. Pur garantendo a parole il “principio democratico di sussidiarietà”, i progetti di sviluppo capitalista e il libero mercato colonizzano risorse, manodopera e mercati nella periferia globale; in questo modo le persone perdono i mezzi di sussistenza locale e l’autonomia culturale. I piani di “sviluppo sostenibile” progettati dall’alto verso il basso sono dettati dall’estrattivismo. Logiche come i Pagamenti per Servizi Eco-sistemici (PES) rappresentano semplicemente un’opportunità di mercato e un costo per il Sud globale. Il giusto principio di “responsabilità comuni ma differenziate e rispettive capacità”, integrato nel Protocollo di Kyoto originale, viene accantonato per essere sostituito da nuovi negoziati internazionali costituiti nei meeting della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici.

 

Con i suoi cinque fondamenti e la specializzazione tecnico-legale dell’autorità su multiple scale, l’ESG costituisce un processo egemonico che parla di ‘cambiamento’ e al contempo si allea con coloro che stanno al potere. La convinzione che la natura esista per convenienza umana e l’ipotesi “razionale strumentale” che possa essere controllata, riflettono un’arroganza tipicamente maschile nata dalla rivoluzione scientifica in Europa. L’ESG e la tesi antropogenica rinforzano questa violenza attraverso i concetti astratti della teoria dei sistemi. Come “Paradigma della Conoscenza” l’ESG ignora gli studi critici così come le conoscenze empiriche dell’agricoltore, della comunità indigena e delle femministe ecologiche, radicate nelle attività di mantenimento dei processi vivi. Le classi dominanti transnazionali di oggi, con il loro modello di conoscenza oggettivante e disassociato dalla vita, sono capaci solamente di proporre un’illusione di “governo del Sistema-Terra”. Di fronte alla crisi sociale ed ecologica è necessaria una risposta di post-sviluppo maturata in maniera empirica e democratica.

 

Approfondimenti

 

A. Salleh, Neoliberalism, Scientism, and Earth Systems Governance, in International Handbook of Political Ecology, R.L. Bryant (cur.), Edward Elgar, Cheltenham 2015.

Davos World Economic Forum Privatization Agenda, https://www.weforum.org/focus/davos-2018. Ultimo accesso 16-11-2020.

Earth System Governance, https://www.earthsystemgovernance.org/. Ultimo accesso 16-11-2020.

F. Biermann, S. Bauer, The Rationale for a World Environment Organization, in A World Environment Organization: Solution or Threat for Effective International Environmental Governance, F. Biermann, S. Bauer (cur.), Ashgate, London 2005.

La Via Campesina, www.viacampesina.org. Ultimo accesso 16-11-2020.

S. Will, J. Grinevald, P. Crutzen, J. McNeill, The Anthropocene: Conceptual and Historical Perspectives, «Phil. Trans. R. Soc. A.», 369, 2011, pp. 842-867.

The Global Governance Project, www.glogov.org. Ultimo accesso 16-11-2020.

UNCSD-Rio+20, The Future We Want, https://sustainabledevelopment.un.org/content/documents/733FutureWeWant.pdf. Ultimo accesso 16-11-2020.

 

Ariel Salleh è un’attivista, autrice di Ecofeminism as Politics: Nature, Marx, and the Postmodern (1997/2007) e curatrice di Eco-Sufficiency and Global Justice: women write political ecology (2009). È stata membro fondatore della rivista americana Capitalism Nature Socialism ed è attualmente Professore Onorario Associato in Economia Politica alla University of Sydney, Senior Fellow alla Friedrich-Schiller-Universitat di Jena e Professore Ospite presso la Nelson Mandela University. È inoltre membro del gruppo di lavoro permanente sulle Alternative allo Sviluppo istituito dalla Rosa Luxemburg Foundation.

 

 

Ecologia della Cultura

 di Ekaterina Chertkovskaya

 

Parole chiave: ecologia, cultura, movimenti sociali, Russia, giustizia ambientale

 

L’“ecologia della cultura” può essere definita come una struttura concettuale e uno spazio di lotta che riunisce la sostenibilità ecologica e culturale dei luoghi e degli spazi in cui le persone vivono. Il concetto fu introdotto nel 1979 da Dmitry Sergeyevich Likhachyov, uno studioso sovietico e intellettuale pubblico sopravvissuto al campo di prigionia di Solovki e al blocco di Leningrado. Noto come la “coscienza della nazione”, Likhachyov si è esposto apertamente e ha espresso la sua opposizione su questioni quali il progetto di deviazione dei fiumi della Siberia – imponente progetto pianificato dal governo sovietico a partire dagli anni ’30, abbandonato infine nel 1986.

 

Likhachyov considerava la sostenibilità ecologica cruciale per la vita sulla Terra e criticava l’interpretazione del progresso in termini di espansione industriale. Altrettanto importante per lui era la continuità tra cultura e patrimonio culturale, parte della più ampia concezione dell’ecologia. L’enfasi simultanea su ambiente e cultura non sorprende. La visione produttivista del progresso nell’Unione Sovietica e le ideologie che la circondavano hanno giustificato non solo ingenti interventi sull’ambiente naturale, ma anche su quello che Likhachyov chiamava ambiente culturale, come ad esempio l’architettura degli spazi urbani, lascito dei tempi pre-rivoluzionari da riorganizzare in linea con le visioni sovietiche. Sebbene l’era sovietica abbia senza dubbio arricchito i paesaggi urbani di notevoli stili architettonici, di organizzazione, di trasporti pubblici e di monumenti, molti punti di riferimento e simboli del passato furono distrutti senza pietà. Ironia della sorte, oggi l’eredità culturale sovietica stessa è spesso minacciata, su pressione del rapido guadagno, caratteristica del capitalismo post-sovietico.

 

L’ecologia della cultura, secondo Likhachyov, è tanto importante per la vita morale delle persone quanto l’ambiente in senso biologico lo è per la sostenibilità della vita fisica – essendo le due inseparabili: «Non c’è divario tra le due, poiché non c’è un confine chiaro tra natura e cultura» (Likhachyov 2014/1984, p. 90). Questa ecologia non implica una comprensione intellettualistica della cultura, ma l’intera gamma delle pratiche culturali attraverso le quali le persone danno un senso alla propria vita. Essa potrebbe definirsi a partire da notevoli costruzioni architettoniche, come l’avanguardia russa, che è memore di una delle ambizioni e potenzialità espresse nel primo periodo dell’era sovietica, come dall’arte popolare che viene utilizzata per decorare le case dei villaggi. Anche questi possono organizzare armoniosamente un paesaggio, che apre la vista su un fiume o crea un senso spaziale. Tuttavia l’ecologia della cultura non si limita a fenomeni materiali o fisici e può includere, ad esempio, musica,[1] danza e letteratura.[2]

 

Per quanto non sia utilizzata esplicitamente dai movimenti sociali di oggi, l’ecologia della cultura offre un’utile articolazione delle lotte urbane nella Russia post-sovietica, che spesso resistono alla distruzione del patrimonio materiale e immateriale e alla saturazione del tessuto urbano. In tutto il Paese, la distruzione dell’architettura avviene con una frequenza sorprendente e trova attivamente resistenza da parte dei movimenti sociali come Archnadzor (“Salvaguardia architettonica”) a Mosca,[3] Zhivoi Gorod (“Città vivente”) a San Pietroburgo[4] e movimenti simili e in città come Ufa, Tver’, Vologda e altre. Essi riuniscono cittadini residenti, etnografi, ecologi e altre figure.

 

Se un edificio è a rischio demolizione, diventa parte della resistenza metterne in evidenza chi l’ha realizzato, ciò che vi è di speciale e quali figure siano associate al luogo, strategia che mostra la centralità dell’ecologia della cultura nelle lotte urbane. Un esempio di tali azioni è stato messo in pratica per la protezione di un edificio collegato alla famiglia di Tolstoj. La figura di Tolstoj è diventata centrale nella campagna degli attivisti, accompagnata da una citazione di Guerra e Pace: «è molto più nobile riconoscere il proprio errore che spinger le cose fino all’irreparabile».[5] Le lotte con un forte elemento di ecologia della cultura sono spesso in sintonia con la sostenibilità ecologica, essendo l’ambiente, sia culturale che biofisico, minacciato dallo sviluppo incentrato sull’accumulazione di capitale. Questo è il caso della campagna contro la costruzione di un quartiere giudiziario e residenziale sull’argine del fiume Neva, nei pressi della fortezza di Pietro e Paolo di San Pietroburgo, e piuttosto in favore della realizzazione di un parco, da intitolare a Likhachyov. In questo caso, gli attivisti sostengono la creazione di uno spazio verde nel centro della città, che troverebbe il suo posto nel paesaggio attuale.

 

Quei movimenti, che si articolano nei termini di una ecologia della cultura, pongono una forte enfasi sull’importanza della giustizia partecipativa, che avvicina così l’ecologia della cultura al contesto e alle lotte della giustizia ambientale. Alcuni di questi movimenti stanno costruendo alleanze e scambiano informazioni ed esperienze, promuovendo nuove pratiche e processi di auto-organizzazione. Nella città di Žukovskij la mobilitazione dei residenti per la protezione delle foreste ha contribuito infine alla creazione della giunta popolare di Žukovskij – organizzazione di coordinamento dei residenti per arginare i poteri ufficiali della città. In risposta alle continue minacce al patrimonio architettonico di Mosca, sono emerse numerose iniziative che mirano a condividere storie e conoscenze sulla città, che comprendono anche passeggiate e lezioni tenute da etnografi e appassionati. Queste iniziative di solito non sono spinte da una logica commerciale ma piuttosto da uno spirito conviviale e collettivo, contribuendo all’ecologia della cultura e aumentando la consapevolezza sulla minaccia continua alla città.

 

L’ecologia della cultura ha le potenzialità per unire lotte in qualche modo diverse e parallele, inquadrandole nell’affrontare un problema comune. Grazie ai suoi legami con la sostenibilità, è anche su questi temi che l’ecologia della cultura può incentivare una maggiore consapevolezza pubblica. Per realizzare questo potenziale trasformativo, l’ecologia della cultura ha tuttavia bisogno di essere trattata come concetto vivente, aperto ad arricchirsi di nuovi riferimenti e a nuovi attori che possano contribuirne allo sviluppo.

 

Approfondimenti

 

D.S. Likhachyov, Ekologiya kul’turi, in Russkaya kul’tura, Iskusstvo, Moskva 2000[1992–93].

D.S. Likhachyov, Ekologiya kul’turi, in Zametki o russkom, Azbuka-Attikus/Kolibri. Sonevytsky, M. and A. Ivakhiv (cur.), Moskva 2014[1984].

D. S. Likhachyov, Late Soviet Discourses of Nature and the Natural. Musical Avtentyka, Native Faith, and ‘Cultural Ecology’ after Chernobyl, in Current Directions in Ecomusicology. Music, Nature, Environment, A. S. Allen and K. Dawe (cur.), Routledge, London 2015.

 

Ekaterina Chertkovskaya è ricercatrice, si occupa di decrescita e di studi critici sull’organizzazione critica. È membro del collettivo editoriale della rivista ephemera. Attualmente lavora presso l’Università di Lund, in Svezia, ed è stata coordinatrice del seminario sulla decrescita per l’Istituto Pufendorf per gli Studi Avanzati (2015-2016).

 

[1] Vedi Sonevytsky e Ivakhiv (2015).

[2] Vedi anche Likhachyov (2000/1992–3).

[3] Movimento sociale volto a proteggere il patrimonio culturale della ricerca di Mosca. Vedi www.archnadzor.ru (in russo).

[4] Movimento sociale che unisce chi ama e si prende cura della città di San Pietroburgo. Vedi www.savespb.ru (in russo, alcune informazioni in inglese)

[5]  Lev Nikolaevič Tolstoj, La guerra e la pace, trad. it. di Federigo Verdinois, Milano: Istituto editoriale italiano 1915, vol. II, pt. prima, cap. IV, p. 557. N.d.T

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