di Francesca Matteoni

 

[E’ uscito qualche giorno fa per Marcos y Marcos Ciò che il mondo separa, di Francesca Matteoni. Pubblichiamo alcuni testi].

 

nella torre

 

venire al mondo

 

Foglie nascenti. Due
filamenti sugli occhi.
Pelle verde, verdi ossa lucenti.

 

Verde sogno, verde giorno
racchiuso in un campo.
Nella linfa che sale e si annera
le radici che girano –
il sospiro, il respiro, la bocca.
Le parole di una megera.

 

Chi mi prende, chi mi coglie
chi mi toglie dal ventre, un sole madido
sulla mia mente, tutta dormiente
sul suolo?

 

Madre, donna, guardiana.
Si attarda nei suoi polsi secchi
la sua faccia bianca di vernice.
Fa un nido di unghie di ferro
sulla mia voce. Non parlare,
non volere sapere.
Resta in un cesto di lana.
Nell’odore di fragola o menta
tra paludi, foreste e per scale nascoste
e veloce come una giumenta.

 

Corri e avanza nella torre che tutto
sovrasta, tutto salda e dissolve e risolve
e fa guasta la luce degli astri
sugli stipiti senza le porte.

 

Qui si annulla l’impronta mortale.
Si cementa nei muri il dolore
non ti venga nemmeno a cantare
non sia languido come uno straniero.
Scendono a ciocche, poi a corde
i capelli dal mio rossore.

 

Mi fa scudo la strega
con le viscere aperte nella mia tazza.
Bevo la figlia, una foglia d’orrore.

 

Non è posto, là fuori, per una ragazza.

 

 

la strega parla

 

Vinco il tempo nel mio spazio.
Lo creo solido e verticale.
Un telo di lamiera di traverso
al cielo.
Polvere dove era il sangue
polvere a compattare il male.
Chiudo una ciocca nel pugno –
nessun liquido, nessun sudore.
Io dico parole.
Purezza, perfezione.
Io ti dico chiudi l’orecchio
a ogni altro suono
chiudi il tuo corpo
nella mia mano.
Chiudi le cosce, le braccia
lascia salire alle tempie le spire
del mio volere.

 

Crescere è sempre tradire.

 

 

desiderio

 

 

Morirò in questa casa, mi sveglierò
e sarò lei. Avrò tutto il segreto
mentre fuori –
non esiste il fuori.
Io sento solo la nebbia che si spande
dalle trecce e nel muschio dei fori
e prende più oltre
la trama di cortecce.
Io sento solo creature
che non hanno mai avuto il mio nome
né il loro. Ho rimesso in ordine le mie collezioni –
fate di plastica e cavalli con verdi criniere.

 

Non so mai cosa dico. Dico sì,
dico tieni, dico che dormirò
che avrò cose per cena.
Dico rema, alla vasca –
non c’è acqua abbastanza per proseguire.
Sete. Io sento la sete, apro all’aria le labbra
perché mi dia pioggia.
Io non so. La finestra ha una crepa
per tutta l’alba bisbiglia –

 

lotta per la tua vita, lotta come svestita
di tutto il furore materno.
Tirati giù fino al vuoto, vai.

 

Morirò in questa casa? Mi sveglierò
e sarò lei?

 

 

tu

 

 

Stava, un giorno, una ragazza in una torre.
La torre si spellava il bosco di dosso,
impediva la vista alla luna.
La torre era d’osso e cemento
e qualcosa come il rimorso.
Nella torre non c’era l’inferno
non c’era l’estate, l’inverno
non c’era l’ingresso o l’uscita
non c’era la morte o la vita
c’era un vago rumore di passi
di stomaci tesi.
E una livida stella sul petto.

 

Non c’era un letto, una sedia
si dormiva per terra sotto un ricamo.
Pendeva dalla stella un amo
una chioma fulva e dorata
fino all’ora della rugiada.

 

Poi arrivi tu. Ti arrampichi, cadi, riprovi,
guardi la donna nella ragazza
guardi il cupo del sangue
nel tuo manto di lupo.

 

Proverai, morderai, romperai, tratterrai
un frammento di luce?
Le dirai: vengo a donarti un mondo felice,
mentirai? Oppure che ogni strada è una croce?
Vengo a rubarti la pace?
Consolami, perché sono un uomo?
Piegati, aspettami, conosci il perdono?
Le dirai: sostieni questo mio errore
questa resa al tuo fiato di ogni ambizione.
Le dirai: nessuna promessa.
Io ti affondo nel volto un addio
uno spasmo di sale.
Io ti chiedo di ritornare.

 

E questo è già abbastanza per amare.

 

 

 

promessa

 

 

Sono trascorsi gli anni. Ho i capelli di sabbia
del mare. La torre è crollata a un giardino
e il giardino ha fiorito il deserto.
Nel deserto gli incantesimi evaporano
lasciano corpi stanchi che d’improvviso
vagano verso chi erano o sono.

 

Hanno dimenticato. Le loro menti, intendo,
la mia. Cercavo di riattaccare i pezzi col fango
finché tutto era fango. Ti accendevo
fiamme scure negli occhi. Il cielo
era arso e trafitto. Morivo, senza morire.

 

Non credere ai trucchi che ostento
alle storie che non conosco, ma affermo
di possedere. Credi al sopravvivere in me.
Aggrappati alle mie vene, fuggono
dal deserto al mare. Aggrappati
anche se non puoi bere.
Il deserto si rovescia come un’onda, siamo
nudi, la mia ombra nella tua si avvicina.
Ogni nostro sentire è una crepa
da cui viene l’acqua. Non raccogliere i pezzi,
la sabbia, la morte nella mia mente.
Porterò il tuo buio nel mio
come un freddo bambino sul fondo.

 

Scioglierò il passato nel pianto.

 

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