di Allegra Iafrate

 

 

 

Dalla finestra, nella luce del tramonto, i fiori viola di barena si distinguevano appena in mezzo ai canali. La terra e il cielo avevano gli stessi colori. Si stava alzando il vento e il sole calava soffocato da nubi bluastre, striate di verde. Lia uscì fuori. Verso le montagne il cielo stava cambiando. “Caligo de Piave, ligate la nave”, mormorò inquieta. Bisognava ritirare il bucato. Le pezzuole di lino e la biancheria si agitavano come uno stormo di anime senza pace. In fondo all’orizzonte colse i primi lampi. Il secchio non si vedeva. Forse i bambini lo avevano spostato. Ansimando, raccolse più in fretta che poté le cose stese e si avviò verso casa. Una folata più forte delle altre fece volar via alcuni dei fazzoletti di Zuane. La donna si affrettò verso casa, depose i panni alla rinfusa sul letto e tornò fuori. Le pezzuole apparivano già lontane fra l’erba. Nella piccola corte non c’era nessuno. Mordendosi il labbro, si lanciò lentamente all’inseguimento dei piccoli fantasmi fuggitivi ma il vento non concedeva requie e soffiava sempre più forte, allontanandoli dispettosamente. La donna avanzava a fatica, incespicando fra le piante. Un primo tuono rimbombò non lontano e cominciò a cadere qualche goccia. Doveva prenderli prima che volassero in qualche canale o li avrebbe persi. Accennò qualche passo di corsa, ignorando l’affanno. Improvvisamente, si era fatto quasi buio. Una strana angoscia la colse. Mentre si chinava sentì improvvisamente che le forze le mancavano e un dolore familiare la attraversò da capo a piedi. Le acque le si ruppero fra il limonio, un attimo prima che si scatenasse la tromba d’aria.

​Il piccolo Toni, che per via della pioggia stava tornando di corsa verso casa, vide sua madre in ginocchio nell’erba e si precipitò ad aiutarla.

“Manda a chiamare la levatrice e cerca papà”, sussurrò lei, mentre si alzava faticosamente in piedi sotto la pioggia che cadeva scrosciando.

Il bambino ubbidì, rapido. Lia lo guardò sparire dalla vista, così leggero che il vento avrebbe potuto portar via anche lui. Stringendo ancora i fazzoletti, camminò lentamente verso la casa della vicina.

“Cosa fai fuori con questo tempo?”, le disse quella.

“È ora”, rispose Lia semplicemente, tenendosi il ventre.

“Sant’Anna abbi pietà di noi”, ribatté la donna impallidendo, “è troppo presto”.

Lia annuì senza aggiungere altro.

“Dov’è Zuane?”, chiese, mentre il diluvio si abbatteva impietoso su di loro.

“Forse si è attardato coi ragazzi, al riparo”.

La vicina assentì, impensierita.

“Ora togliti la roba bagnata, mettiti a letto e cerca di stare tranquilla”, soggiunse entrando nella stanza scura, “penso io a tutto”.

Ci volevano bende e acqua bollente, e in fretta. La donna accese un fuoco mentre Lia andava a coricarsi.

“Esco a chiamare le altre”, disse poi, avvolgendosi uno scialle attorno alle spalle e sparendo fuori.

Per l’oscurità che c’era, pareva il cuore dell’inverno, non il mese di luglio. Lampi spaventosi illuminavano a giorno gli angoli del piccolo campiello, conferendogli un’aria spettrale.

“Dio, che serata per venire al mondo”, pensò la donna, mentre faceva il giro del vicinato.

Poco alla volta, nella penombra della casa di Lia, si raccolsero varie figure silenziose. Le vicine si erano radunate per aiutarla nel travaglio. Senza bisogno di dire nulla, ciascuna prese a svolgere un compito, con gesti pacati ed eterni. Lia aveva già cinque figli e sapeva ciò che l’attendeva. Vedendo le ombre scure muoversi lì attorno per un attimo ebbe l’impressione di trovarsi nel regno dei morti. Chiuse gli occhi per scacciare quella visione e si concentrò sul movimento sussultorio del suo ventre. Bisognava abbandonarsi alle onde montanti di malessere come una conchiglia nella risacca. Qualcuno le appoggiò un panno caldo sui fianchi e il calore ebbe il potere di calmare un poco gli spasmi. Scivolò in un lieve torpore, mentre il male arrivava in echi lontani.

Quel clima di sospensione fu interrotto da qualcosa. Lia percepì che l’atmosfera era mutata nella stanza. Toni. Era zuppo d’acqua e tremava. Disse qualcosa sottovoce alla vicina e un bisbiglio serpeggiò, sinistro, nella camera da letto. Lia percepì quel sussurrare sommesso ed emise un gemito più forte, come intuendo che qualcosa non andava. Una mano benigna le toccò la fronte che scottava.

“Coraggio, figlia mia, coraggio”, disse una vecchina.

La levatrice non sarebbe arrivata. Era uscita nel pomeriggio per andare ad assistere una donna da qualche parte verso Brondolo e non c’era da sperare di vederla tornare prima di mattino con quel tempo. Le donne accolsero quella notizia con aria grave e solenne. Tennero un breve conciliabolo. Nella luce incerta del focolare, le loro sagome proiettavano ombre nerastre. Lia ebbe di nuovo paura.

“Ci potrebbero volere molte ore, magari abbiamo fortuna”, disse la vicina.

“È il sesto bambino, arriverà in fretta”, soggiunse un’altra, scuotendo la testa.

“Il ventre è troppo basso”, concluse una terza, “nascerà prima dell’alba”.

E il silenzio scese su quel vaticinio.

“Cosa sappiamo di tuo padre?”, domandò poi qualcuno a Toni.

Il bambino riferì che era uscito a pesca quella mattina coi suoi fratelli ma che non era stato visto rientrare.

“D’accordo”, disse poi la vicina con tono risoluto. “Faremo ciò che si può. Il resto è nelle mani di Dio. È tempo di preparare i doni. Abbiamo rimandato fin troppo”.

Lia, dal suo letto, ebbe un sussulto. I doni.

“Toni, prendi le forbici di ferro e portale qui, vanno messe aperte ai piedi del letto”, disse una delle donne, mentre si avviava alla madia.

Il bambino ubbidì e le dispose come gli era stato detto.

“Lo sai perché si fa questo?”, gli chiese una vecchia.

Il bambino scosse la testa.

“Per proteggere il bimbo che nasce. In questo modo la Pagana non potrà avvicinarsi troppo a tua madre e a lui. Non potrà pretendere il pagamento del debito di sangue”.

Toni sgranò gli occhi.

“Lia, è finita la farina”, disse una voce, incredula.

“Lo so”, sospirò lei, “non mi aspettavo che succedesse oggi”.

Toni osservò le donne diventare di pietra. Per un attimo nessuna disse niente.

“Lo impasteremo con la mia”, sentenziò alla fine una vecchia dall’aria decrepita. “Io non posso più avere figli e non può più offendersi con me”.

“Ma c’è il rischio che non accetti il dono”, soggiunse un’altra con aria lugubre.

“Dobbiamo tentare lo stesso”, ribatté l’anziana. “Vado a prenderla”. E così dicendo, chiuse la porta alle sue spalle e sparì nella tempesta.

​Nella stanza aleggiava ora un vago risentimento. Toni colse quel cambiamento senza riuscire a spiegarselo.

“Chi è la Pagana?”, chiese allora.

“La Pagana vaga per le lagune al crepuscolo e all’alba, assetata della vita che non può avere”, rispose una voce.

“Nessuno l’ha mai vista in volto ma è accanto ad ogni madre che partorisce. E spesso, troppo spesso, le porta via il figliolino appena nato o uccide lei. A volte la sua rabbia si abbatte persino sulla levatrice”.

“In notti come queste, quando la furia degli elementi castiga gli uomini, lei vola sul vento e risucchia su dalla laguna tutti gli annegati”.

“Meglio per noi che continui la sua folle corsa. Guai se si dovesse fermare al capezzale di Lia…”

“E perché vi serve la farina?”, chiese il bambino, a cui quei racconti stavano facendo venire la pelle d’oca.

“Per placare la sua fame. Se la Pagana accetta il dono, risparmierà il piccolo che nasce”.

Toni deglutì impaurito e lanciò uno sguardo a sua madre che piangeva piano sul letto e non diceva nulla. In quel mentre tornò l’anziana vicina.

“Basta con questi discorsi”, disse segnandosi. “Mettiamoci al lavoro”.

Di lì a poco le donne avevano impastato alcuni pani. La vecchia li segnò personalmente, incidendo il segno della croce su ciascuno di essi. Poi li mise a cuocere.

“Vai da tua madre, Toni”, sussurrò una delle donne. “Tienile la mano”.

Il bambino ubbidì. Lia alternava profondi respiri a gemiti sommessi. Le donne ora si erano fatte da parte e parevano aspettare qualcosa, bisbigliando in un angolo della stanza. Qualcuna sgranava un rosario.

“Ti fa male, mamma?”, chiese Toni, toccandole la pancia.

“Sì, ma non sempre, non devi preoccuparti. Ora, ascolta, non voglio che resti qui. Esci. Vai nell’altra stanza. E quando è l’alba esci ad aspettare papà. Torna solo quando ci sarà lui”.

Il bambino si avviò fuori. Lia rimase sola con le ombre nella stanza e un crescente senso di malessere. Anche se non le avevano detto niente, la donna sapeva che in cuor loro pensavano tutte la stessa cosa. Che rimanere senza farina era stato un errore imperdonabile. Che se qualcosa andava storto la colpa sarebbe stata solo sua. Uno spasmo più forte degli altri la riportò in sé. Doveva rimanere vigile. Doveva accompagnare fuori la sua creatura.

Il ritmo del suo corpo ora si era fatto più intenso. Lia sapeva che presto avrebbe sentito la necessità di assecondare quei movimenti. Il pane nel frattempo si era cotto. Con reverenza fu posto su un tavolino ai piedi del letto, su una candida pezzuola di lino. Accanto ad esso le forbici mandavano un bagliore metallico. Al sentire il respiro più corto e affannoso, la vicina si avvicinò a Lia e le toccò il ventre.

“Come ti senti?”

“Sta arrivando il momento”, sussurrò lei.

Alcune donne si accostarono al letto per osservare la situazione. Una di esse infilò due dita fra le gambe di Lia.

“Sento la testa, è molto vicina”, confermò.

“Tiriamola in piedi”.

In due le si misero accanto per sorreggerla. La donna si alzò, sentendo improvvisamente tutta la stanchezza di quelle ore. Le veniva da piangere. A un tratto percepì una sensazione diversa, l’inizio di qualcosa di nuovo, e ricordò improvvisamente com’era dare alla luce un figlio. Qualcosa di profondo, come attingere acqua da un pozzo antico. Sentire il proprio corpo come quel varco fra la terra immemore e dura, restia a spaccarsi, e l’aria di fuori.

“È il momento, Lia, spingi!”

Essere le pietre del pozzo, la terra che si apre, lasciando passare la vita che spinge e fluisce all’esterno, più forte di ossa e cartilagini, più potente della paura stessa di schiantarsi nello sforzo.

“Forza, ragazza, forza”.

Violento e bestiale, ecco com’era il parto.

“Continua, ora, si vede, continua!”

Rosso e pauroso, come tutte le cose rosse.

“Ancora poco e ci sei, ancora poco”.

Più grande di qualunque altra cosa avesse mai conosciuto, e più forte.

“Due spinte e ci sei!”

Un bruciore di fiamma le incendiò le carni al momento del passaggio della testa.

“È fuori, è fuori! Attenta adesso, un ultimo sforzo!”

Stremata, Lia, diede un ultimo colpo di reni e un fagotto sanguinolento cadde giù. La donna ebbe un forte giramento di testa.

“Attente, sta svenendo”, disse qualcuno. “Presto, adagiatela sul letto!”

“È femmina”, sentì dire.

“Chi nasce?”, le chiese allora la vicina.

“Fortunata”, rispose Lia debolmente.

La bambina era piccola, notò. Ma non vide altro. Gli occhi le si chiudevano.

La vita era passata attraverso di lei ma ora sentiva che continuava a fluire fuori e portava via anche qualcosa di sé. Era il pozzo, l’acqua del pozzo che finalmente era risalita e ora debordava fuori, sgretolando, sciogliendo nella sua corsa anche le pietre che lo formavano. Come spiegarlo alle donne attorno a lei? Non ne aveva la forza. Tutto stava cedendo, la sorgente nelle profondità delle sue viscere sgorgava libera e irruenta. Qualcuno le stava dicendo qualcosa, percepiva un vago rombo alle orecchie, ma forse era solo il temporale che infuriava.

In quel mentre, il padrone di casa aprì la porta, seguito dai suoi cinque figli.

“Grazie a Dio, Zuane, siete qui”, esclamò la vicina, pallida in volto, “presto, venite!”.

“Cosa è successo?”, chiese l’uomo con voce incerta, vedendo tutte le donne del vicinato raccolte attorno a sua moglie. C’erano stracci intrisi e sporchi dappertutto e il pavimento era vischioso come uno scafo appena calafatato. La bacinella ai piedi del letto era piena di acqua rossastra.

“Non riusciamo a fermarlo”, sussurrò una voce, “e la levatrice non è mai arrivata”.

Il pescatore si affrettò al capezzale della moglie.

“Era brutto là fuori”, le disse prendendole la mano, “ma ora è passato e sono qui”.

Lei gli rivolse uno sguardo velato, e sorrise, già lontana.

Un istante dopo chiuse gli occhi per non riaprirli più.

Zuane osservò stordito il corpo di sua moglie in mezzo alle coperte. I suoi figli grandi gli si strinsero intorno, muti. La concitazione di quelle ultime ore cessò all’improvviso e la frenesia delle donne si placò.

Ma anche quel momento fu di breve durata. Un debole vagito venne a rompere il silenzio. Nell’angoscia di quegli ultimi istanti, tutti si erano scordati della creatura appena nata, che era stata appoggiata in un cassetto aperto del canterano. Solo Toni la osservava affascinato. Zuane si avvicinò al figlio piccolo e con lo sguardo ne seguì l’indice che puntava insistentemente verso qualcosa.

“Madre santissima”, mormorò l’uomo, impallidendo.

Alcune donne si affrettarono al suo fianco e rimasero a guardare inorridite ciò che Toni aveva notato.

“La Pagana non ha gradito il dono”, sentenziò una di loro nella luce incerta dell’alba.

La madre era morta.  E la bambina aveva sei dita.

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