di Matteo Bianchi e Andrea Lunghi

 

[E’ in uscita per l’editore a2mani il libro d’artista L’altro imperatore, che raccoglie prose di Matteo Bianchi su Napoleone (sotto il titolo Sangue blu, acqua sporca) e undici foto di Andrea Lunghi del letto di Bonaparte all’eremo di Santa Caterina, nel bicentenario della morte. Pubblichiamo cinque prose di Bianchi e due foto di Lunghi].

 

Matteo Bianchi

Sangue blu, acqua sporca

 

 

Ho tradito sempre tutti

Tutti mi hanno perdonato

Non l’ho fatto

E mi hanno fucilato

Roberto Vecchioni

 

I.

 

Avrebbe continuato a marciare. Aveva continuato attraverso i campi, lungo le rive dei fiumi, sopra i monti, dentro i boschi senza mai fermarsi. Si era lasciato prendere soltanto là, sulla terra smossa dagli zoccoli, da migliaia di stivali e di baionette, non dietro una pergamena arrotolata. Li aveva guardati con orgoglio sfilare per anni ai suoi piedi, ai fianchi del suo Marengo. Eppure, in fondo, sapeva che un soldato è solo un uomo e che un uomo non è solo un soldato.

 

 

II.

 

Aspettando gli ordini la sua tenda era sempre la più silenziosa. Poco lontano si riunivano, si azzuffavano, ballavano intorno al fuoco, si stringevano per il freddo, bevevano per non pensare alla mattina dopo, magari per sognare una ritirata imprevista, un suo ripensamento. Nessuno poteva immaginare la vertigine che avrebbe dato essere sfiorati da una palla di cannone, il brivido di un incubo. La speranza di schivarne un’altra ancora avrebbe tolto loro il sonno per giorni. Quando trascorreva mesi senza sfilarsi l’uniforme neanche la notte, sotto la fiamma che tremava e l’olio che fremeva, non l’avrebbe più levata.

 

III.

 

Si erano arrese tutte di fronte alla sua uniforme. Rapite da una mira che non potevano controllare. Blu, bianco e rosso. A loro bastavano quei tre colori intrecciati tra i bottoni in metallo che brillavano. Anton li fissava e li lucidava ogni mattina, parata o mischia che gli toccasse. Troppe stagioni a prendere le parti della Francia, da Gibilterra agli Urali, avrebbero disorientato chiunque, anche l’ammiratrice più convinta o la compagna più fedele. La perdette subito, insieme alla sensibilità di non averla trattenuta. Lei, che lo faceva attendere ore dietro il suo portone, in Rue des Jardins. Riusciva persino a sentire il suo sorriso allargarsi divertito per la casa. Sembrava che le fosse bastato squadrarlo dall’alto al basso un paio di volte da non avere più bisogno di guardarlo per settimane. Riusciva a farlo sentire vivo anche senza quella casacca di velluto, pesante, quasi gli potesse bastare l’idea della conquista e non l’immediata euforia di renderla tale. Fino a che non si fosse deciso a rinunciare al suo appiglio – la sua corazza, il suo vanto – ella si sarebbe fatta desiderare su quei tre gradini. Poi, però, la Senna si riempì di vele e costretto a rallentare, a contare i caduti non poté più dirle che lo aveva convinto.

 

IV (elbana).

 

Seguiva con lo sguardo un gabbiano prendersela con il cencio di una vela a pelo d’acqua e sapeva che le onde lo avrebbero sbattuto a terra come lo avevano portato al largo. E non c’era modo di prevederlo. Ogni volta che cambiava il vento o la luna, lassù, sapeva bene che come gli aveva dato tanto, il mare si sarebbe ripreso la sua riva. Ma mentre la marea si mangiava qualche ora spensierata, ciò che rimaneva della spiaggia era più compatto. Si legava. Era come se il mare intuisse il tremito che agitava i granelli di fronte al vuoto. E li abbracciasse per riempirlo. Era come se egli fosse uno di quei granelli spaiati e lei la sua onda.

 

 

V.

 

Non sarebbe più successo. Era il suo stato di quiete, il piacere impensato di ritrovarsi in lei dentro di sé. Prevedendo che non avrebbero avuto un futuro insieme, perché non ne accettò mai la fine? D’altronde a lui importava che le relazioni durassero, per quanto pericolose, che il tempo si fosse innamorato delle sue imprese, ma a quale costo? La verità fu sempre troppo distante, altera, non fu mai un suo affare.

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