di Corrado Stajano

[Questo articolo è apparso sul «Corriere della Sera» il 28.03.2012].

Furono anni torbidi, furono anche anni fervidi. La strage di piazza Fontana, per Milano e per l’intero Paese, fu una ferita profonda. Ma la città seppe resistere rivelando il meglio di se stessa. Basta guardare ancora una volta le immagini dei funerali delle vittime, in piazza del Duomo, tre giorni dopo la bomba nel salone della Banca nazionale dell’agricoltura che aveva lo scopo di distruggere le fondamenta della Repubblica e della Costituzione. La piazza, quella mattina, era color del piombo fuso, la copriva una cappa di nebbia rotta soltanto dalla fioca luce dei lampioni che rischiaravano un poco la marea di donne e di uomini sgomenti di dolore. Dalle fabbriche di Sesto San Giovanni arrivarono a migliaia le tute bianche della Pirelli, le tute blu della Breda, della Magneti Marelli, della Falck che fecero da servizio d’ordine. La borghesia consapevole e la classe operaia formarono allora, con la serietà dei momenti gravi, un corpo unico nella città affratellata. Il possibile golpe, si può dire, fallì quel giorno.

Non deve esser stato facile per Marco Tullio Giordana, il regista dei Cento passi e della Meglio gioventù, rappresentare, quasi mezzo secolo dopo, con il suo  Romanzo di una strage, quel che avvenne in quei giorni e in quegli anni, la macelleria dei corpi, il sangue, le trame eversive, le collusioni e i tradimenti di chi aveva il dovere di tutelare la Repubblica e complottò invece per abbatterla e dar vita a uno Stato autoritario.

12 dicembre 1969, la strage. 15 dicembre 1969, l’arresto di Pietro Valpreda e la morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, la diciottesima vittima. Il commissario Luigi Calabresi è nel film il vero protagonista, un eroe, è stato detto, l’uomo che aveva  capito la verità. Nel 1972 sarà la vittima innocente dello spirito di violenza, ma quella notte in Questura, davanti a cinque giornalisti, il suo comportamento non fu diverso da quello dei suoi superiori.

La stanza del questore Guida sembrava più un morbido salotto che un ufficio di polizia. Esordì così, Guida, che nel 1942 era stato direttore del confino politico fascista di Ventotene: “Gravemente indiziato di concorso in strage, Pinelli aveva gli alibi caduti. Un funzionario gli aveva rivolto contestazioni e lui era sbiancato in volto. Il dottor Calabresi aveva allora momentaneamente sospeso l’interrogatorio per andare a riferire. Nella stanza si stava parlando d’altro, una pausa, quando il Pinelli ebbe uno scatto improvviso, si gettò verso la finestra socchiusa perché il locale era pieno di fumo e si slanciò nel vuoto. Il suicidio è una evidente autoaccusa”.

Un giornalista chiese chi era Pinelli. Rispose Calabresi: “Sembrava un uomo incapace di ricorrere alla violenza, un uomo tranquillo, ma i suoi rapporti, le sue implicazioni politiche dovevano rivelare il contrario”. Chiese un altro giornalista qual era stata l’ultima domanda a Pinelli, quali le ultime cose dette e se esistevano i verbali. Nessuno rispose, senza mostrare imbarazzo. Il giornalista ripetè la domanda, Guida disse allora che l’interrogatorio non comprometteva altre persone. “Era stato convalidato dalla magistratura il fermo che durava da 72 ore?” domandò un altro giornalista. Il questore rispose impudentemente di sì, poi parlò d’altro. Uno dei cinque giornalisti chiese a Calabresi come mai non era sceso in cortile a vedere Pinelli. Di nuovo silenzio.

A colpire, in quella notte difficile da dimenticare, era la percezione che quegli uomini dello Stato non mostrassero neppure un moto di amarezza e di dolore per la morte di un uomo entrato da libero cittadino in Questura e uscito morto. Erano responsabili della sua vita: cinque uomini, in una piccola stanza, non riuscirono a impedirgli di buttarsi dalla finestra lasciata aperta?

Calabresi è stato giudicato innocente dalle inchieste della magistratura. Ma esiste soltanto la responsabilità penale? Si avvertiva quella notte una sottile euforia: la pratica Pinelli era chiusa e con quella morte poteva chiudersi anche la pratica più grossa, la strage.

La città, la società, nel film di Giordana, sono assenti, come le atmosfere di allora. Non c’è traccia del conflitto tra innocentisti e colpevolisti, profondo, e neppure dei tentativi appassionati dell’altra Italia alla ricerca della verità, diversa da quella ufficiale. Ci sono molti buchi nel racconto. Non si sa quasi nulla di Pietro Valpreda, il predestinato capro espiatorio della tragedia. Non sono sufficienti, poi, quei ritagli del giornale e poche scritte sui muri per rendere l’ossessiva campagna denigratoria di Lotta Continua contro Calabresi accusato di essere l’assassino di Pinelli.

Il film gioca di continuo, pericolosamente, tra realismo e finzione. E’ “liberamente tratto” dal librone di Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana, ambiguo, con fonti non verificabili.

Moro, il ministro degli Esteri di allora, impeccabilmente interpretato da Fabrizio Gifuni, ha una parte sovrabbondante,  un jolly utile per raccontare ciò che serve, ma chi visse il dramma della strategia della tensione non fu mai a conoscenza di quella scelta così progressista di Moro, del suo misterioso dossier che svelava il carattere golpista e neofascista della strage, mostrato a Saragat.

Nel film, Federico Umberto D’Amato, a capo degli Affari Riservati, offre a Calabresi di diventare il suo braccio destro al Viminale e fa assurde rivelazioni che ancora una volta stravolgono quel che si sa dagli atti dei processi, dalle inchieste, non poche, di quegli anni. Un altro scoop, poi: furono due i taxi e due le bombe scoppiate in quel tragico buco della banca. Una rossa, gentile, solo per spaventare un po’, portata da Valpreda; e una nera, per uccidere e dare avvio allo stato di emergenza, portata da Sottosanti, il sosia. La fonte? Cucchiarelli, a pag.641 del suo libro. Di nuovo i doppi estremismi, le piste rosse e quelle nere .

Un gran garbuglio reso ancor più fosco mezzo secolo dopo, tra mister X, legionari e spioni, trafficanti di armi e di esplosivi, la Grecia dei colonnelli, gli infiltrati ovunque, i partiti, tutti, informati e silenti, gli uomini dello Stato dal doppio o triplo gioco.

I ragazzi che non sanno cosa sia successo nel pomeriggio di tanti anni fa in quella banca di Milano, vicina all’Arcivescovado, non avranno da questo film lumi per capire.

Giustizia non è stata fatta. Lo Stato non ha avuto la forza e il coraggio di processare se stesso. Dopo 11 processi di condanna, 4 giudizi in Cassazione, apposizioni del segreto politico-militare, la serranda della legge è calata il 3 maggio 2005: tutti assolti, strage senza colpevoli, i parenti delle vittime condannati a pagare le spese di giudizio.

La verità storica e politica, ad ogni modo, è chiara. Sono ben documentati, con le responsabilità della destra neofascista veneta, le complicità e i depistaggi dei servizi di sicurezza e soprattutto dell’Ufficio Affari Riservati .

Peccato, bisogna dirlo con amarezza, che in questo smisurato film un po’ asettico non si ritrovino né la passione né le emozioni di quegli anni infuocati.

[Immagine: Funerali delle vittime di Piazza Fontana, Milano, 15 dicembre 1969].

17 thoughts on “Giochi rischiosi fra realtà e finzione. Su “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana

  1. Mi fa molto piacere che abbiate ripubblicato qui questo intervento di Stajano, grazie. Esprime bene il disagio causato da quello che si sa del film di Giordana. Non l’ho ancora visto, e sicuramente andrò appena posso, ma già prima che uscisse, quando ho letto che si fondava in larga parte sul libro di Cucchiarelli, ho iniziato ad avere delle perplessità. Confermate dagli interventi di questi giorni, di chi conosce bene la vicenda e ha visto il film.
    A partire dalla tesi della doppia bomba (che ha veramente qualcosa di surreale), il libro di Cucchiarelli propone troppe interpretazioni ben poco condivise, perché poco fondate e documentate. Ma perché Giordana si serve di questo lavoro? Questo solleva un problema: perché non riusciamo a guardare in maniera razionale a questi eventi, cercando, prima di proporre una ricostruzione, di prendere in mano i diversi elementi, e limitandoci a quello che c’è di accertato? In fondo si poteva fare. Ci sono tante zone oscure, ma tante cose ormai sono state accertate. Il libro di Boatti è molto più utile, al riguardo. E anche l’onesto lavoro che ha fatto Lucarelli.
    Probabilmente ci sono due problemi, qui: uno generazionale, e uno “professionale”. Il primo è che le generazioni direttamente coinvolte troppo facilmente cadono nel complottismo, al di là del legittimo; il secondo è che gli storici di professione, a quanto pare, non ci hanno ancora lavorato. Sarebbe il momento, invece.

  2. Per la verità, dopo aver letto il libro di Cucchiarelli (e anche il recentissimo pamphlet di Sofri) – che ovviamente è robaccia – e avere visto il film, viene a mio avviso più di un dubbio sul significato di quel “liberamente tratto”. Nel senso che, svuotata da tutte le altre pseudo implicazioni di cui l’avvolge Cucchiarelli, la doppia bomba resta l’unico elemento vagante di un castello di costruzione che nel film non c’è più. Non solo. E’ un castello di ipotesi cui non sono sicura che il film riservi tutta questa legittimazione veridica (sicuramente meno che ad altri elementi, per esempio la pista veneta, comunque).
    E’ un film non all’altezza di altri di Giordana, eppure non sono sicura che la via della ‘sceneggiatura non originale’ sia la migliore per comprendere il film; né per interpretarlo. Ripartirei dal pasoliniano “romanzo”, invece.

  3. Mi associo alle osservazioni di Mauro Piras che valgono anche per la strage di Bologna del 2 agosto 1980. A processi chiusi, non molti anni fa, a dire il vero, e con un archivio accessibile che contiene più di un milione di documenti non conosco uno studio storico serio che abbia affrontato l’argomento. Ci sono video, romanzi, canzoni, fumetti, testi teatrali, parziali ricostruzioni dei documenti, studi sull’impatto sociale, ma non un libro vero e di peso che in maniera non faziosa faccia i conti con la strage. L’associazione dei familiari delle vittime sostiene che non sia possibile finché vige il segreto di Stato, e comunque e legittimamente spera sempre in un’ulteriore risarcimento morale tramite verità e giustizia ritenute ancora parziali e troppo spesso messe in dubbio. Gli storici dove sono?

  4. Grazie Ennio Abate per avere messo il link alla recensione di Giannuli, è molto chiarificatrice. In effetti proprio la lettura di Giannuli mi aveva convinto, a suo tempo, della inconsistenza del libro di Cucchiarelli. Vedrò il film, e se le cose stanno come dice lui, vuol dire che può essere utile (con qualche avvertenza) per gli studenti.

  5. Segnalo un’altra campana politico-estetica interessante:

    http://www.sinistrainrete.info/cultura/1991-christian-raimo-romanzo-di-uno-strascico.html

    Aggiungo lo stralcio sintesi del suo giudizio:

    “non basta l’intenzione di fare un film dedicato alle persone per fare un film sulle complessità della storia italiana. Perché la complessità è frutto non soltanto delle tante ferite che ci portiamo dietro, ma anche delle tante idee che ci siamo fatti crescendo in questi anni.”

  6. Ho letto il libro di Sofri contro il “romanzo” di Cucchiarelli e non ho ancora visto il film, ma lo farò: avendo gli anni che, ne avevo 12 all’epoca, pur essendo barese, posso dire che tutta la mia generazione è stata segnata da quella bomba e dalle successive: non sapevo, colpa mia, che ci fossero state due bombe anche a Roma, in due borse diverse quindi la teoria delle doppie bombe non è del tutto campata in aria (Sofri derida la teoria del “due di tutto” e certo per due ferrovieri, due o quattro o otto anarchici è troppo ma per le bombe forse no), anche se i depistaggi sono stati fatti, questo almeno è chiaro, tutti da destra e dai servizi segreti. Anche se i colpevoli ci sono: e si chiamano Freda e Ventura, su questo va fatta chiarezza non è che non si è fatto nulla in 43 anni, mica uno o due!!!…forse più importante ancora di piazza Fontana è quello che seguì piazza Fontana; il processo prorogato per anni e mandato da Milano, suo luogo deputato, a Reggio Calabria e Bari e mai concluso in tempi utili; la strategia della tensione che da lì prende le mosse e la figura centrale di Aldo Moro, come uomo di destra ma progressista che viene a essere a parte di segreti dello Stato inconfessabili, magari proprio per la sua vicinanza alla chiesa, e perciò eliminato. Il mistero del “pentimento” pilotato di Marino per condannare anni e anni dopo una palestra di libero pensiero come Lotta continua. Quanto al film, mi pare doveroso fare film, scrivere romanzi, riflettere su quanto è successo, non è che un paese come il nostro può uscire indenne da stragi come questa come quella di Bologna (il nodo ferroviario da cui tutti passiamo) ed è giusto riportare tutto all’esattezza storica, condannando chi riporta fonti che non vogliono essere citate. Cucchiarelli parla di fonti che preferiscono rimanere anonime…e ma allora non sono fonti! Mi meraviglio dell’editore; dopo tanti anni l’anonimato è un rifugio davvero risibile.

  7. Ho visto il film: non capisco la stroncatura di Fofi e anche l’accusa di “asetticità” di Stajano; certo poteva essere più esplicito nel condannare i poliziotti che hanno interrogato Pinelli, ma la ricostruzione dell’indagine dei magistrati Calogero e Spitz (e anche di Paolillo) è grandiosa; poi l’offerta fatta da D’Amato a Calabresi di raggiungerlo a Roma, cosa che non accadde mai, una volta che s’era intuito, dopo la visita di Calabresi al misterioso arsenale al confine orientale (un passo davvero forte del film, altro che asettico!), che il commissario ormai sapeva troppo, mi ricorda troppe promozioni per rimuovere, quella di Falcone in primis. Quanto a Moro e al suo discorso a Parigi, simile a quello che doveva fare il giorno in cui venen rapito, beh i misteri sono ancora tanti che è bene che un film cominci a parlarne. Il film è molto calibrato, giusto direi e accenna alla doppia bomba solo alla fine, forse per fare una concessione al libro ma insomma dice chiaramente che la pista anarchica era stata seguita per depistare. E che dire del questore Guida con i suoi accenni a Ventotene dove lui sorvegliava gli antifascisti? Questo va spiegato: nella polizia e nei servizi segreti non c’era stato ricambio dopo il 25 aprile…Un Oscar poi va ai truccatori: i personaggi, per noi che li abbiamo conosciuti, erano tali e quali. La Cederna? Uguale! Licia Pinelli? Identica…davvero un bel fim…doveroso poi, se non lo si faceva dopo 43 anni quando bisognava farlo? Fofi rimpiange la serie televisiva su Carlos, ma quella sì che era piuttosto oscura…questo è solo l’inizio; si possono e si devono fare tanti altri film, come in Germania ha fatto la von Trotta senza aspettare tanto tempo!

  8. “beh i misteri sono ancora tanti che è bene che un film cominci a parlarne” (Maria Teresa).

    È un’osservazione che trovo assolutoria e incapace di interrogarsi sul baratro in cui è precipitata proprio da quella strage la cosiddetta “democrazia” in Italia.
    Anche Aldo Giannuli, uno studioso stimabile di quelle vicende di cui ho indicato il link per leggere un suo meditato intervento, sembra accontentarsi di una posizione del genere. Scrive infatti:

    «Il film indica chiaramente le responsabilità del gruppo Freda-Ventura (anche se lascia fuori quello che è emerso nell’inchiesta Salvini), indica le coperture che i servizi italiani gli dettero prima e dopo la strage, parla del ruolo dei colonnelli greci e dei servizi americani. Non dice apertamente, ma lascia intendere chiaramente che Pinelli non è caduto giù per disgrazia o suicidio, favole inventate dalla Questura per cavarsi dall’accusa di omicidio.
    Scusate se è poco: in tempi come questi ci vuole coraggio per sostenere cose così. E se noi delle generazioni over cinquanta queste cose le sappiamo per averle vissute ed aver letto tanto nel quindicennio successivo alla strage, le generazioni più giovani queste cose le ignorano. Da docente a contatto con i ragazzi che arrivano freschi dalle medie superiori e che hanno idee molto approssimative sulla storia recente del nostro paese, devo dire che questo film è uno strumento prezioso da non sottovalutare». (Giannuli)

    Eppure questa visione che pare accontentarsi del “meno peggio” che si trova in giro mi pare pericolosa.
    Si tratti di un’opera d’arte o di un saggio storico, le mezze verità concesse al “popolo bue” (nel caso le «generazioni più giovani») dal film di Giordana al posto delle menzogne o delle favole dei questurini sono solo un surrogato della verità mancante.
    È questa mancanza che dovrebbe davvero preoccupare.
    Il rischio è di assuefarsi alle mezze verità. Ed esse funzionano da tranquillante non tanto diverso dalle menzogne e dalle favole.
    Mai le mezze verità sono state rivoluzionarie, come la storia del PCI togliattiano e la sua ingloriosa fine hanno dimostrato.
    «Proteggete le nostre verità» diceva Fortini. Non le mezze verità.
    Quando ci si accontenta di queste ultime, vuol dire che si sono perse «le nostre».
    Allora tocca ritrovarle o ripartire da zero.

  9. «I ragazzi che non sanno cosa sia successo nel pomeriggio di tanti anni fa in quella banca di Milano, vicina all’Arcivescovado, non avranno da questo film lumi per capire».
    Per decidere se essere d’accordo o no con questo passaggio dell’articolo di Stajano ho atteso di vedere il film, e anche adesso, dopo la visione, resto poco convinta. Per due motivi: perché trovo di solito più belle e più significative le opere che invece di far capire offrono domande, dubbi; e poi perché in generale non credo che l’espressione artistica, appena tratti vicende realmente accadute, debba per questo essere necessariamente tenuta a spiegare la verità storica e politica dei fatti trattati.
    E tuttavia le critiche di Stajano a “Romanzo di una strage” sono a mio parere fondate.
    Sulle ragioni per così dire di contenuto già sono stati fatti rilievi nei commenti precedenti, e Ennio Abate ha giustamente segnalato link di interventi che già smontano e discutono l’arbitraria ricostruzione dei fatti offerta da Giordana-Rulli-Petraglia.
    Ma non è questo il punto per cui trovo “Romanzo di una strage” un brutto film – forse manco del tutto un film.
    Un’opera ha il diritto di dire la propria verità – almeno questo è quello che credo; spesso ci piace proprio perché esprime uno specifico punto di vista individuale. Così, pur dichiarandoci politicamente antinazisti, possiamo apprezzare libri come “Le Benevole” o “HHhH”. Un romanzo, un film, hanno diritto di dire la propria verità, ovvero non hanno a tutti i costi il dovere di fare la morale. “La tragedia di un uomo ridicolo” e “Colpire al cuore”, per esempio, non fanno la morale. L’importante però è rimanere dentro questa scelta, anche in maniera sporca, contraddittoria, sgradevole. Oppure si decide di elaborare una morale, di prendere voce all’interno di una verità pubblica.
    Il problema di “Romanzo di una strage” invece è che il regista assume una postura moralistica: per esempio dedicando il film, nei titoli di testa, alle vittime dell’esplosione di p.zza Fontana; facendo scorrere, prima dei titoli di coda, didascalie e notizie che chiedono allo spettatore uno sdegno (per esempio quando si ricorda che ai parenti delle vittime sono state chieste le spese processuali). Ma a questa postura – confermata da Giordana stesso nella lettera pubblicata sul «Corriere della sera» del 29 marzo scorso, quando scrive che «il vero senso del film è il tentativo di spiegare ai ragazzi d’oggi cos’è stato quel tempo e quell’età» – non corrisponde, sul piano della ricostruzione e del racconto, nessuna assunzione di responsabilità. E così il film si autoinveste del compito di spiegare la storia d’Italia realizzando, di fatto, un romanzo in costume – che è cosa ben diversa da una narrazione storica. Certo: Favino-Pinelli, Mastrandrea-Calabresi e Gifuni-Moro sono bravissimi (anche se troppo depressi), ma sono personaggi in posa che fanno pensare più che altro a un bellissimo ballo in maschera. La funzione narrativa della Cederna – “somigliantissima”, è stato scritto, ma può bastare? – consiste nell’essere una signora milanese col nasone e la messa in piega. I capitoli che compongono il racconto ricordano i tableaux vivants realizzati per ammazzare la noia nelle dimore aristocratiche ottocentesche, e a questo punto il filo pasoliniano ci porta più verso “La ricotta” che verso “Il romanzo delle stragi”.

  10. Ennio Abate, la mia frase non voleva e non è assolutoria; che il nostro Paese sia stato, purtroppo, terra di confine fra servizi segreti e reazione il film lo spiega dall’inizio, non capisco perché non sembri chiaro a chi, come me, ha a cuore la verità dei fatti: a Milano c’era l’autunno caldo, una certa borghesia reazionaria, in combutta con i servizi segreti americani e con i fascisti vecchi e nuovi (vi sembrano macchiette quelli del cinema Impero? eppure erano proprio così, Rauti difeso da Letta allora direttore del Tempo? nel film si dice) voleva fermare questa presa di coscienza delle masse popolari e infatti anche nel film si cita spesso Feltrinelli (e lo si vede spiato ridicolmente dalla polizia quando l’editore parlava in un’aula di università dunque in un luogo pubblico!), che sembrava una vittima predestinata anche se lui, giustamente, con più mezzi di un Valpreda o di un Pinelli (che nel film sembra un ingenuo che si fida di Calabresi, ma è pur vero che si conoscevano…), si è sottratto a un fermo diretto dal questore Guida, un reazionario al pari di Tambroni!!!Questi sono fatti ormai acclarati e non mi pare, ma può darsi che mi sbagli, che il film li stravolga. Quanto a D’Amato, fatto sta che Calabresi viene ucciso proprio dopo il colloquio con lui e non è la prima volta che un personaggio (ripeto, come Falcone) una volta che viene a conoscenza di fatti gravi, vedi l’arsenale segreto della Nato (“Vogliamo i colonnelli”, splendido film di Monicelli che tratta della stessa materia un po’ di anni prima) viene fatto fuori…il film mi è parsa un’onesta ricostruzione, certo si può fare di più ma almeno si comincia ed è pure tardi…

  11. O forse no, Letta che difende Rauti l’ho visto nel doc. della Storia siamo noi su Piazza Fontana; comunque la notte su Rai3 ci sono state forti interviste alla madre di Giuseppe Pinelli e alla vedova. E poi nel film non si dice che tutti i testimoni sono stati misteriosamente uccisi; però per me una cosa è certa, è una strage di Stato, di uno Stato ancora fascista.

  12. Ho sempre pensato che i soli ad avere interesse ad ammazzare il commissario Calabresi fossero i depistatori/mandanti della strage di piazza Fontana. E’ storicamente acclarato che Calabresi fu parte attiva (e non innocente) nel tentativo di criminalizzazione degli anarchici e in cui il “suicidio” di Pinelli fu un “incidente di percorso”. I mandanti della strage di piazza fontana erano e sono anche i mandanti del depistaggio. Ed è indubbio che Calabresi li conosceva… Chi allora poteva temere una sempre possibile crisi di coscienza di Calabresi. Chi poteva temere che Calabresi potesse fare i nomi di chi gli aveva detto di indirizzare e depistare le indagini. Ovviamente gli stessi che l’hanno fatto uccidere: i mandanti della strage di piazza Fontana.

  13. Temo che il viluppo nel quale la discussione su di un film come questo trascina dipenda anche, forse soprattutto, dallo statuto problematico del genere “romanzo (film) storico”. Ovviamente nessuno, fra chi è abbastanza edotto o smaliziato in materia, si aspetterebbe da un’opera d’invenzione ascrivibile a questo genere l’acribia della storiografia. Insomma, è scontato l’assunto che non si tratta di un documentario né di un saggio. Eppure non troviamo pace neanche accettando come male necessario una più o meno massiccia (a seconda della tolleranza interpretativa di ciascuno) dose di finzione. Con il romanzo (film) “storico” va in crisi la stessa concezione di finzionalità artistica. Infatti un’altra banale assunzione critica vuole che l’arte non deteriore non sia frutto di pura fantasia – cosa che la assimilerebbe al mero intrattenimento -, ma che possegga una certa tipicità o universalità (lucakcsianamente o aristotelicamente intesa), che la rende compagna non indegna della storiografia nell’interpretazione della realtà. Tutto fila via liscio se Werther, mai esistito, rappresenta una generazione e i suoi ideali meglio della biografia di uno qualsiasi dei giovanotti tardosettecenteschi, scapigliati e depressi, realmente morti suicidi. Problematico invece è rappresentare il commissario Calabresi, Pinelli, Moro, Saragat, specie se si aspira, come Giordana, a definirne il ritratto insieme privato e pubblico, insomma sia quello dell’uomo, con i suoi dubbi, le sue fragilità, le sue contraddizioni, sia del personaggio che essi hanno finito per interpretare sulla ribalta della storia (l’immagine e il ruolo al quale il nostro sguardo li ha consegnati, o nel quale li ha rinchiusi). E questo perché non possiamo non chiederci, guardandoli, “ma erano davvero così?” (e non quanto a somiglianza fisionomica): domanda che non nascerebbe mai di fronte a Werther.
    Ma, per tagliar corto su di una faccenda spinosissima, vorrei dire che proprio perché l’arte è per sua natura tipizzante, vedendo il film di Giordana, ho prestato particolare attenzione non tanto alla verosimiglianza della ricostruzione (per valutare la quale dovrei mettermi a studiare per qualche mese un bel po’ di libri di storia, e non mi spiacerebbe), quanto al senso complessivo (il messaggio insomma) e al senso o funzione di ciascuno dei personaggi (Saragat, il vecchio politico dalla moralità non del tutto limpida, che solo nel finale confronto con Moro dà l’impressione di ravvedersi; Moro, il politico cristiano che della sua missione porta fino in fondo la croce, anche quando ciò significa machiavellicamente tacere per ragione di stato, anzi che proprio per questo suo gesto assume un’aura tragica particolare; Pinelli, l’anarchico vero – non violento e integerrimo – e l’ottimo padre di famiglia).
    A me pare che Giordana faccia i conti soprattutto con la vulgata storica degli eventi, che consiste poi in quelle opinioni che, mediamente, quei pochi che in Italia leggono i giornali si sono riusciti a fare. E quali sono le idee diffuse sugli anni di Piombo, le stragi, la strategia della tensione? Che dietro le bombe inizialmente imputate ai rossi ci fossero i neri, che dietro tutti si nascondessero pezzi di Stato deviati, che gli americani e la Cia ci mettessero spesso lo zampino, e così via. Tutto ciò è globalmente vero per tutti quegli anni; non saprei dire in che misura lo sia, in particolare, anche per piazza Fontana. Questo perché in quel film contano (e questo è, sicuramente, da un altro punto di vista, un grave difetto) non tanto le verità storiche ricostruite fedelmente, quanto la morale che possiamo trarne. In questo senso il film dovrebbe più correttamente essere letto come di genere civile più che storico.
    Giordana, mi pare, arriva alla conclusione cui arriva chiunque rifletta un po’ su come procedano la Storia e il Potere: che essi sono opachi (gli arcana imperii) e che, quand’anche siano comprensibili, la verità ottenuta non serve a niente, perché la macchina orribile ci stritolerà comunque. Nel film, a guardar bene, non si sa per mano di chi muoia Calabresi: se già lo sappiamo, è solo per una nostra interpolazione di realtà storica. Infatti, nella finzione, egli sembra piuttosto l’agnello sacrificale di quel mostro, la Storia/Potere (e forse più che le attinenze pasoliniane, spesso addotte, correttamente, a commento delle produzioni di Giordana, in questo caso sarebbero più illuminanti quelle morantiane: della Morante de La Storia, ovviamente).
    Di fronte a quel mostro, a chi ne è capace, resta la possibilità di parlarne, scriverne, o di girarci su un film (e forse ciò è solo arte consolatoria: allora meglio Manzoni che, facendo tutto da solo, scrisse con fatica i Promessi sposi, andò in crisi, mise in discussione la possibilità teorica e pratica di scrivere di storia attraverso un romanzo e decise così di non occuparsi mai più in vita sua di “fiction”?).
    Proprio perché nel film ho visto più questo che uno scrupolo documentaristico, mi stupisce che Giordana abbia dichiarato di averlo girato per far conoscere la vicenda alle giovani generazioni: perché allora non girare un documentario, nel quale si sarebbe potuto sviluppare un vero e proprio discorso critico e storiografico, senza la necessità della drammatizzazione? D’altra parte tutto il film, così denso e teso, così attento ai singoli dettagli, così alieno da abbellimenti romanzeschi (pochissimi gli squarci sulla vita domestica o comunque su tutto ciò che esulasse, nella storia del personaggio, dalla sua stretta partecipazione alle vicende della Storia), manifesta chiaramente questo rigoroso (se riuscito o no, non dico) puntiglio, pur esibendo un po’ troppo facilmente la parola “romanzo” nel titolo.

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