di Alberto Romele

 

Fatti. La Francia vive un rapporto strano con l’accento e, più in generale, con tutte le varianti non-standard (cioè non-parigine) della lingua francese parlata. Da una parte, si tratta probabilmente dell’unico Paese al mondo a essersi recentemente dotato di una legge contro la “glottofobia”. Termine inventato dal linguista Philippe Blanchet[1], glottofobia indica “una discriminazione […] che consiste nel rigettare, nel considerare come inferiori e nel trattare in maniera differente delle persone rispetto ad altre […] in ragione della loro lingua materna o della loro maniera di parlare una certa lingua”[2]. All’origine della nuova legge, che prevede fino a tre anni di reclusione e quarantacinquemila euro di multa, c’è Maina Sage, una deputata della Polinesia francese che ha denunciato la discriminazione in Francia metropolitana per le persone che, come lei, hanno un accento d’oltremare. La legge è stata proposta poi da Christophe Euzet, deputato della regione di Montpellier, nel sud della Francia (l’accento del sud è facilmente riconoscibile), e approvata sotto il governo di Jean Castex, anch’egli originario del sud, più precisamente del sud-ovest. Non è per altro un caso che il marcato accento del sud-ovest di Castex abbia suscitato un grande dibattito in Francia nel momento della sua nomina a primo ministro, tra chi lo scherniva, chi lo difendeva e chi trovava il suo accento “simpatico”.

 

Dall’altra parte, se la Francia si è dotata di una simile legge, è perché esiste in effetti un problema, un problema che i francesi che parlano il francese standard hanno appunto con gli accenti esotici – nel senso etimologico del termine. Famoso è il caso di Jean-Luc Melenchon, leader del partito di estrema sinistra La France Insoumise, che nel novembre 2018, durante una conferenza stampa, a seguito di una domanda scomoda fattagli dalla giornalista di France 3 Véronique Gaurel, originaria di Toulouse, rispose, imitando l’accento della giornalista, “Vous dites n’importe quoi. Est-ce que quelqu’un peut me poser une question en français et à peu près compréhensible? Parce que votre niveau me dépasse”, “Lei sta dicendo delle sciocchezze. Qualcuno potrebbe farmi una domanda in francese e che sia più o meno comprensibile? Perché il suo livello [di francese] è aldilà delle mie capacità [di comprensione]”[3]. Questa frase fu uno shock per molti di quelli che avevano votato Melenchon e il suo partito nelle presidenziali del 2016 – quando, al primo turno, aveva ottenuto il 19,58 %.

 

Anche senza arrivare fino a un caso tanto emblematico, chiunque abbia vissuto in Francia per un po’, magari proprio a Parigi, avrà di sicuro dovuto subire il fatidico commento “Vous avez un petit accent!”, “Lei ha un piccolo [o leggero] accento!”. Per noi italiani, soprattutto se donne, lo stesso commento prende spesso una piega leggermente diversa: “Vous avez un accent charmant!”, “Lei ha un accento charmant!”. Questa affermazione può arrivare da tutti le parti: dalla vecchietta che s’incontra in ascensore, il panettiere, il genitore che aspetta con te l’uscita dei figli da scuola, il tassista e il collega che s’incontra a margine di una conferenza. Si potrebbe dire che si tratta di una piccola considerazione innocente, tanto più che raramente si spinge sino alla domanda “Vous êtes originaires d’où?”, “Di dove è originario?”. Su quello i francesi, e i parigini in particolare, si fanno solitamente discreti.

 

Sono certo che variazioni sul tema esistano in praticamente tutti i Paesi, Italia compresa – sebbene in Italia un dibattito sul tema sia quasi inesistente.

L’accento è una cosa minima, trasparente, invisibile. Nessuno si sognerebbe di dire a una persona di colore “Lei ha la pelle nera!”. Il colore è evidente, si abbatte sull’occhio, per così dire. Perché allora notarlo e rimarcarlo e, soprattutto, perché farlo notare a una persona che, sicuramente, sa bene di avere la pelle nera? Sarebbe offensivo e ridondante. L’accento, invece, solo stona all’orecchio. Se uno poi non parla, non c’è problema. Sarà per quello che in Francia, Paese in cui vivo da tempo, sono più silenzioso di quanto non lo sarei se vivessi in Italia. Eppure, mi pare legittimo chiedersi: che senso ha dire a una persona, che certo sa bene di avere un accento, che ha un “leggero” accento? Io, per esempio, so bene di avere un accento quando parlo francese. In particolare, faccio parte di quella categoria di mezzo che non ti sbatte in faccia il suo accento italiano senza vergogna ma che è anche troppo pigra per lavorare alla sua eliminazione totale o quasi totale. Perché allora farmi notare che ho un accento? Si tratta di un complimento, dicendo che quell’accento è solo “piccolo” o “leggero”? Si tratta di curiosità, nel senso che la persona vorrebbe sapere da dove vengo e cosa faccio? Si tratta di voglia di sognare, occhiali da sole, cappello panama in testa e spiagge dorate – anche se io vengo dal nord e il mare, nemmeno quello bello, dista due ore di macchina?

 

Parole. Per rispondere a queste domande, bisogna interrogarsi innanzitutto sull’ontologia dell’accento. I filosofi hanno generalmente ignorato la questione dell’accento. La mia tesi è che la ragione di ciò stia nel fatto che l’accento occupa, per così dire, una terra di mezzo. Da una parte, una certa filosofia del Novecento ha dato grande importanza alla parola, soprattutto quella scritta. Penso a dei filosofi francesi come Paul Ricoeur e Jacques Derrida[4]. Il primo apprezza la scrittura e la testualità in particolare nella misura in cui permettono al discorso di emanciparsi dal suo autore. Laddove il testo prende le distanze dalla soggettività del suo autore, esso diventa non solo oggetto possibile di analisi metodologicamente rigorose, ma anche potenziale portatore di una verità che trascende le particolarità. Anche il secondo predilige la scrittura per la perdita di soggettività e soggettivismo. Ma per lui, tale perdita non implica forme di determinazione maggiori, quanto un’indeterminazione più radicale, che coincide in fin dei conti con la struttura stessa dell’essere – l’essere in quanto différance.

 

Dall’altra parte, proprio in opposizione alle filosofie della scrittura, si sono sviluppati degli approcci filosofici che insistono sull’importanza della voce e dell’espressione vocale. Penso per esempio al libro di Adriana Cavarero A più voci[5]. Al centro di questo libro si trova l’idea dell’unicità della voce, che rivela “l’unicità che fa di ognuno un essere diverso da tutti gli altri”[6]. “Lungi dall’essere astratta come le verità della ragione”, scrive la filosofia, la verità del vocalico “proclama semplicemente che ogni essere umano è un essere unico ed è capace di manifestarlo con la voce, chiamando e contagiando l’altro, e godendo, per di più, di tale reciproca manifestazione”[7]. La storia della filosofia occidentale da Platone in poi avrebbe dimenticato o volontariamente escluso la voce facendo del logos, per così dire, una parola senza corpo ormai destinata a divenire pura ragione. L’appendice di questo libro è dedicata a Derrida e la sua famosa accusa al fonologocentrismo, e dunque alla voce, di essere matrice fondamentale della metafisica della presenza. Per Cavarero, se Derrida ha avuto il merito di sollecitare la filosofia a confrontarsi col tema della voce, egli ha anche chiuso il tema della voce “nella gabbia metafisica che pur esso inquieta”[8]. Il fatto è che Derrida concepisce la phone come segno di una presenza, quando in realtà, per Cavarero, la voce è proprio ciò che permette di sfuggire alla presentificazione e a ogni volontà di appropriazione del soggetto.

 

La mia tesi, molto semplice, è che l’accento si trovi proprio nel mezzo, tra Derrida e Cavarero, tra la scrittura e la vocalità, ma anche tra l’universale e il singolare, e che per questo motivo nessuno a mia conoscenza ha ancora cercato di pensare una filosofia dell’accento. Per essere più preciso, direi che l’accento è hysteresis dell’habitus. Nella sociologia di Bourdieu, l’habitus è l’insieme delle abitudini che un individuo incarna essendo immerso in un determinato contesto sociale e culturale. Si tratta di abitudini mentali, corporee e affettive: gesti e comportamenti, ma anche gusti, desideri, aspirazioni, paure, speranze e in generale tutte le maniere di vedere a interagire col mondo. La filosofia stessa, l’aspirazione a diventare filosofi, ma anche la maniera tipicamente filosofica di ragionare e confrontarsi col mondo, è risultato – e, circolarmente, promotrice – di un certo habitus. La nozione di habitus in Bourdieu è ben distinta dalla dimensione moralizzante che tale parola e la sua versione greca, hexis, ha avuto in una tradizione che ha in Aristotele e Tommaso i suoi padri. L’habitus bourdieusiano non è infatti tanto ciò che permette di agire secondo virtù, quanto ciò che stabilisce ciò che è virtuoso e ciò che non lo è all’interno di un certo contesto sociale e culturale. Si potrebbe dire che laddove Bourdieu parla di habitus, egli pensi in realtà alla consuetudo, coûtume in francese, nozione elevata a dignità filosofica da autori come Cicerone, Montaigne e Pascal[9].

 

La lingua è certamente un habitus, una seconda natura, nella misura in cui il suo apprendimento dipende dal contesto in cui ci formiamo nei primi anni della nostra vita. L’apprendimento di una lingua materna implica l’addomesticazione della mente e del corpo – la bocca, la lingua, le corde vocali, la respirazione. Tale apprendimento si fa per mezzo di esercizi spirituali e non, correzioni e auto-correzioni che sarebbero ben più difficili se non fossimo immersi in quella stessa lingua. Anche l’accento è habitus, che proviene prima dal nostro ambiente familiare e poi scolastico. Ma finché restiamo in famiglia, finché andiamo alla scuola del paese o all’università più vicina a casa, nessuno ci farà notare il nostro accento. Ovviamente ci sono molte eccezioni a questa affermazione. Per chi viene dalla provincia come me, l’incontro con gli studenti di città, quelli di buona famiglia, è anche un incontro col proprio accento, la propria maniera di parlare e mangiare, vestirsi, etc. Ricordo ancora la vergogna alla scoperta del mio accento e la fatica che feci per nasconderlo, per adattarmi al nuovo ambiente, per mischiarmi e, per così dire, perdermi in esso. Perché se in effetti abbiamo a volte voglia di sentirci unici, la più parte delle volte vogliamo semplicemente passare inosservati.

 

Nell’esperienza dell’emigrazione, e del parlare quotidianamente una lingua straniera, il perdersi tra gli altri è uno sforzo senza fine. E forse, alla fine, smette persino di essere uno sforzo, nel senso che si conclude nella rassegnazione di non poter mai davvero passare inosservati. Col termine hysteresis, Bourdieu indicava il persistere dell’habitus in un’occasione o all’interno di un contesto diverso. Con l’habitus, l’hysteresis condivide la natura ontologica di essere, per così dire, portale tra due mondi. L’habitus è ciò che garantisce il passaggio tra il sociale e l’individuale. È una versione socializzata dello schematismo kantiano – non è un caso che schema e habitus abbiano la stessa etimologia, “avere”, rispettivamente nella sua versione greca, “echein”, e latina, “habere”. L’hysteresis, almeno nella forma dell’accento di qualcuno che vive altrove, è passaggio da seconda a terza natura. O meglio, l’hysteresis è il resto, lo scarto, il sintomo di un passaggio sempre imperfetto, perché ormai la seconda natura ha fatto il suo corso e per la terza non c’è più spazio né tempo. Se l’habitus è nel mezzo, l’hysteresis è in fondo nel mezzo di questo mezzo. Ed è questa natura di mezzo nel mezzo che ha reso l’accento tanto straniero alla filosofia.

 

Persone. Mi è capitato spesso, facendo una lezione in francese o parlando a una conferenza, di pensare: ma questi, riescono per davvero a prendermi sul serio, a credere a quel che dico? Capirei bene se avessi un accento inglese, magari britannico, o addirittura tedesco. Ricordo un corso di Kevin Mulligan che seguii a Ginevra ormai tanti anni fa. Cioè, del corso non ricordo nulla, se non qualche offesa gratuita a Derrida, ma ricordo che quell’accento mi pareva così veritiero. Ma si può credere a uno che ha l’accento latino, almeno ovviamente che la lingua neolatina in questione non sia proprio il francese parigino? Provate per un secondo voi stessi a pensare: sareste disposti a credere del tutto, cioè senza almeno una iniziale diffidenza, a un brasiliano che vi parla, con accento brasiliano, di Foucault? La filosofia ha da tempo pensato alla forza di verità della parola ma ha meno spesso pensato alla forza di verità dell’accento. Ovviamente, non sto dicendo che l’accento abbia una forza tutta sua. Sarebbe come credere che il linguaggio abbia una capacità perlocutoria “per natura”, e che questa non dipenda invece da quelle forme simboliche sociali – forme di riconoscimento, prestigio, esclusione, ecc. di certe classi sociali, di certi gruppi, ecc. – su cui la forza perlocutoria dello stesso linguaggio dipende. Se la frase “vi dichiaro marito e moglie” ha un effetto in certi contesti è solo perché quei contesti sono stati prima codificati, e perché a certe persone è stata data l’autorità per parlare autorevolmente in quei contesti[10].

 

Una cosa simile vale per l’accento, credo. La verità dell’accento, della parola parlata con un certo accento, dipende dalle forme di riconoscimento o disconoscimento che sono all’opera all’interno di un certo contesto sociale e culturale e che toccano individui come rappresentanti di gruppi sociali. Per questo è necessario passare dalle parole alle persone. Che cos’è dunque l’accento per la persona che parla e per colui che ascolta? Direi che l’accento è una forma di stigma. La persona che parla è stigmatizzata e la persona parlante è stigmatizzante. Non è un caso che nel pensiero di Erving Goffman lo stigma sia, per così dire, lo scarto tra identità social virtuale, cioè il carattere attribuito all’individuo “in potenza”, e l’identità sociale reale, ovvero le categorie e gli attributi che un individuo possiede in effetti[11]. In particolare, lo stigma è uno scarto tra queste due identità che, se visibile o conosciuto, genera discredito sulla persona. L’accento è stigma perché è uno scarto che, a differenza di altri scarti – si pensi a una malattia non visibile, a delle preferenze sessuali non palesate, a delle situazioni familiari non dichiarate – non può non essere visibile o meglio udibile. Unica possibilità di nascondere l’accento è, in effetti, il silenzio, e certo bisognerebbe indagare sulle variazioni di carattere e di attitudini corporali, spesso la riservatezza e il ripiegamento su sé stessi, che lo straniero o la straniera assumono come habitus in certi contesti sociali. Habitus che è conseguenza, e non più causa, di un’hysteresis. Penso, per esempio, allo straniero che si avvicina con discrezione all’impiegato di un ufficio pubblico, di un negozio o un’agenzia, a un rappresentante della giustizia per fare una domanda, avere un’informazione. Lo fa con una gentilezza estrema, addirittura eccessiva. Penso alla maniera in cui la parola è espressa spesso sottovoce. Ma penso appunto che l’accento si trovi tra quella parola detta con cortesia e quella voce bassa e che per questo non possa essere nascosto. Non c’è voce tanto bassa da poter nascondere l’accento, come non c’è parola tanto giusta da farlo dimenticare. Penso infine al negoziante e all’impiegato che spesso dice, dopo avere scrutato la persona di fronte a sé, “scusi, non ho capito? Può ripetere? Può parlare a voce più alta?”. E la vergogna si manifesta allora nello straniero, non solo di fronte al suo interlocutore, ma anche perché sa che qualcun altro, lì attorno, potrà sentirlo parlare e, da quel momento, non sarà più visto e percepito come gli altri. L’accento ha bisogno non solo di una filosofia teoretica ma anche, e forse prima di tutto, di una filosofia sociale e politica. Certo, la possibilità esiste sempre, e tra l’altro è spesso praticata dallo straniero, di alzare la voce, di non dare peso all’accento e così di trasformarsi in macchietta, di diventare immediatamente, senza nemmeno aspettare l’iterazione e senza accettarne il ritmo o la dinamica scontata, quello che gli altri pensano che sia o debba essere ancor prima di averlo ascoltato.

 

Lo stigma dell’accento si estende oltre il caso individuale. Con l’accento, coloro che ascoltano sono in effetti portati a categorizzare. Perché prima di essere animali politici, dotati di parola o di vocalità, gli uomini sono animali da categorie, categorie con cui comprendono, separano e dividono il mondo. Forse è proprio questo il vero senso del logos greco, capacità di ragionare secondo categorie, di sussumere il mondo e la sua sensibilità nelle categorie della ragione. Categorie che ovviamente sono tutt’altro che pure[12]. L’accento è, in fondo, quel che fa di ogni voce, per quanto particolare, per quanto unica, qualcosa di categorizzabile.

 

Ovviamente, non sempre piace essere categorizzati. Mi è capitato di recente di parlare fuori da scuola, in attesa dell’uscita di mio figlio più piccolo, con la madre di un suo compagno di classe. Parlando del più e del meno, salta fuori che sia io che la mia compagna lavoriamo in università. “E che fate, insegnate italiano?”, è stata la domanda della madre. Ho gioito particolarmente nel dire che no, nessuno dei due insegnava italiano. Non è che perché sono italiano e non lavoro in un ristorante allora l’unica cosa che posso fare è insegnare italiano. Così come gioisco ogni volta che posso spiegare che da me il mare non c’è, e che fa anche molto freddo, più freddo che a Parigi. Eppure, sono anche stanco di dover ripetere ogni volta una piccola storia con cui vorrei decostruire le categorie attraverso le quali un italiano a Parigi è d’abitudine compreso. Vorrei un registratore in mano che ripeta per me questa storia. La cosa interessante è questa voglia non è voglia di essere unici: la storia che racconto, la racconto solo perché vorrei essere dimenticato, perché vorrei essere uno tra tanti. La voglia di un registratore in mano dice che la mia identità narrativa è qualcosa di cui farei volentieri a meno, almeno in questo caso.

 

Cose. Vorrei concludere questa riflessione con delle considerazioni apparentemente estemporanee, ma legate più da vicino alle mie ricerche in filosofia del digitale. Si accusano spesso, e con ragione, le nuove tecnologie digitali di essere delle macchine da controllo e sorveglianza. In qualche lavoro recente, ho insistito sul fatto che da un punto di vista ontologico, queste tecnologie sono “bidimensionali”. Da una parte, esse favoriscono e promuovono le relazioni tra individui – siano esse oneste o no, naturali o forzate, non m’interessa. Dall’altra, ognuna di queste iterazioni è trattata come “sintomi” o “tracce” trasformate in “dati” e “informazione” al fine di creare delle classi d’individui –individui frammentati in una serie di gusti, comportamenti, azioni, ecc. – il cui scopo tra gli scopi è poter offrire dei contenuti, servizi e una pubblicità sempre più mirata. In un articolo scritto con un collega, ho parlato per esempio di “habitus digitale”, per indicare il fatto che pur offrendo servizi sempre più personalizzati, le macchine digitali sono indifferenti alle persone. Laddove la teoria bourdieusiana dell’habitus ha degli intenti emancipatori, nel caso delle nuove macchine algoritmiche siamo di fronte a un “dark Bourdieu”, “Bourdieu oscuro”, ovvero a delle macchine categorizzanti o clusterizzanti il cui intento o almeno effetto è quello di promuovere la riproduzione delle categorie sociali esistenti e dunque un “appiattimento” del sé[13]. Abbiamo usato il caso di Tinder come esempio, per poi passare a un’analisi più tecnica sulle visualizzazioni di dati e dell’informazione.

 

La questione dell’accento mette in luce qualcosa di diverso. Penso in particolare agli assistenti vocali intelligenti come Alexa di Amazon o Assistente Google. Ci sono molte questioni legate alla privacy che riguardano queste tecnologie che non voglio discutere qui. Quel che voglio discutere è semmai la volontà di queste tecnologie di essere indifferenti agli accenti e, più in generale, a tutte le variazioni linguistiche. Certo, siamo ancora lontani da questo e alcuni studi esistono che dimostrano la differenza di attitudine nei confronti di queste tecnologie tra nativi di lingua inglese e coloro che non lo sono. Per esempio, è stato dimostrato che mentre i nativi inglesi tendono a prediligere la concisione per limiti che ritengono legati alla tecnologia stessa, i non-nativi tendono a modellare le proprie espressioni sulla base di quelli che pensano essere i loro limiti linguistici – compresi quelli di pronuncia[14]. Per esperienza personale, posso dire che non solo i timori in termini di privacy, ma anche il fatto di vivere a cavallo tra più lingue nella vita quotidiana rende per me simili tecnologie per il momento poco interessanti. Per non parlare della frustrazione sentita quando mi capita di dover telefonare a certi servizi clienti in Francia, come il servizio delle ferrovie nazionali SNCF, in cui una voce automatica mi invita a formulare verbalmente richieste che puntualmente non capisce.

 

Queste esperienze, senza dubbio legate all’accento, hanno l’effetto di accentuare quella sensazione di stigmatizzazione sociale che caratterizza la vita quotidiana di una persona straniera come me. Eppure, bisogna anche riconoscere che nel caso di queste tecnologie si tratta di limiti tecnici. Nella loro indifferenza alle persone, queste tecnologie non hanno infatti interesse particolare nell’escludere sulla base dell’accento. Anzi, lo scopo è quello di essere sempre più inclusive, perché in fondo lo scopo ultimo è quello di essere vendute. Esiste allora in simili tecnologie una promessa di riscatto per ogni accento, una promessa d’indifferenza che è proprio quello di cui la persona con un accento è spesso alla ricerca. Sinceramente, non ho idea se l’accento sia o possa essere un giorno trasformato in dati che finiscono per creare delle nuove categorie e dunque nuove personalizzazioni. Cosa possibile, probabile, che ribadirebbe l’idea secondo cui le tecnologie digitali sono delle macchine riproduttrici di habitus. Ma tra l’incapacità delle macchine a capire il mio accento e il totale controllo delle stesse sulle mie espressioni vocali, sogno di macchine sufficientemente perfette per capire tutto quello che dico, eppure ancora sufficientemente imperfette per non appiattirmi, come mi capita ogni volta che vado dal panettiere, sulla categoria dell’italiano che vive all’estero. Sogno, insomma, di macchine che siano più inclusive della società in cui vivo, non perché attente all’unicità della mia voce, ma perché indifferenti ad essa. Perché in fondo non ho mai desiderato essere unico, ma solo uno tra molti.

 

Note

 

[1] P. Blanchet, Discriminations: combattre la glottophobie, Textuel, Parigi 2006.

[2] Definizione presa dalla ricca voce “glottofobia” di Wikipedia Francia, https://fr.wikipedia.org/wiki/Glottophobie. Pagina consultata il 20 Marzo 2021. Traduzione mia.

[3] https://www.youtube.com/watch?v=fpoaodwmkJc. Video consultato il 20 Settembre 2021. Traduzione mia.

[4] Penso in particolare a P. Ricoeur, Dal testo all’azione. Saggi di ermeneutica II, Jaca Book, Milano 2016 (prima edizione francese 1986) e J. Derrida, La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 2002 (prima edizione francese 1967).

[5] A. Cavarero, A più voci: filosofia dell’espressione vocale, Feltrinelli, Milano 2003.

[6] Ivi, p. 9.

[7] Ivi, p. 13.

[8] Ivi, p. 235.

[9] Sul hexis, habitus e abitudine come nozioni filosofiche, si veda il recente volume XXXI de Lo Sguardo. Rivista di filosofia, dal titolo “Hexis, habitus, abitudine: filosofie della seconda natura”, a cura di Miriam Aiello, Gabriella Paolucci e Alberto Romele.

[10] Sto pensando soprattutto alle riflessioni di Bourdieu in Langage et pouvoir symbolique, Seuil, Parigi 2001.

[11] E. Goffmann, Stigma. Note sulla gestione dell’identità degradata, Ombre Corte, Verona 2018 (prima edizione inglese 1963).

[12] Sull’“impurità” sociale e culturale delle categorie, si vede il lavoro fondamentale di M. Mauss e E. Durkheim, De quelques formes primitives de classification, P.U.F., Parigi 2017 (testo originariamente pubblicato nel 1903). Sulle categorie, le classificazioni e le loro conseguenze politiche e sociali, si veda G. C. Bowker e S. L. Star (ed.) Sorting Things Out: Classification and its Consequences, The MIT Press, Cambridge (MA) 2000.

[13] A. Romele e D. Rodighiero, “Digital Habitus or Personalization Without Personality”, in Humana.Mente. Journal of Philosophical Studies 13/37 (2020), p. 98-126.

[14] Y. Wu et al., “See What I’m Saying? Comparing Intelligent Personal Assistant Use for Native and Non-native Language Speakers”, https://arxiv.org/abs/2006.06328. Articolo consultato il 20 Settembre 2021.

2 thoughts on “Piccola filosofia dell’accento

  1. Emigrata dal Nord Italia in una cittadina francese mi identifico nell’autore per quanto riguarda le sue numerose considerazioni sul vissuto di un parlante straniero in Francia, in particolare sulla stigmatizzazione legata all’accento. Ma il ricorso agli stereotipi ( come quello di un ipotetico italiano “vero”, o ” verace” evocato indirettamente nell’articolo) è duro a morire; questi ultimi rassicurano l’interlocutore ( sul suo sapere) a discapito dell’ incontro con l’altro. Ritrovo un’analogia di sentimenti ( un misto di irritazione e di stanchezza) con quanto vissuto in Italia (che ho abbandonato dieci anni fa) sul lavoro: in assenza dei segni distintivi esteriori, quando si trattava di identificare il mio ruolo professionale all’interno dell’azienda quasi sistematicamente l’utente X mi assegnava un ruolo subalterno rispetto agli altri colleghi uomini, come se non potesse concepire il fatto che il dirigente era una donna, ed i subalterni degli uomini ( utente uomo o donna, poco importa). E nessun ” avanzamento di carriera” neppure quando le tempie si son fatte grigie, cosa che avveniva regolarmente con i colleghi uomini, i quali, benche’ subalterni, una volta incanutiti, venivano sempre promossi , dall’immaginario collettivo, dirigenti.
    In Francia, anche se il mio accento suscita le reazioni descritte dall’autore, nell’ambito lavorativo ( esercito la stessa professione che esercitavo in Italia ) non sussistono gli stessi pregiudizi rispetto al genere, ed è un bel sollievo.

  2. Negli Stati Uniti va un po’ meglio, per ovvie ragioni. È raro che ti aggrediscano con “You are not even f… American!”, ma spesso ti chiedono: “I hear some accent. Where does it come from?” E forza col paternalismo: i nonni italiani o gli zii della moglie, e come mai la mafia, e l’Italia cambia sempre governo e mio zio ha sposato un’italiana puttana e altre cazzate del genere tanto per sentirsi superiori senza farsi domande. Meglio rispondere: “From five miles down the road.” O mostrare il dito medio.

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