Intervista di Alberto Fraccacreta

 

In uno scritto degli anni Venti del secolo scorso, L’autore e l’eroe, Michail Bachtin mise a punto uno dei cavalli di battaglia della sua teoria critica: il concetto di «exotopia», cioè il trovarsi fuori da sé per partecipare attivamente al punto di vista dell’altro. È quello che succede nei romanzi, quando la relazione tra lo scrittore e i suoi personaggi si trasforma in un lento approssimarsi del primo nella mente delle sue creature. Il quaderno di Nerina di Jhumpa Lahiri (presentato con la collaborazione di Verne Maggio, Guanda, pagine 208, euro 14) è una silloge poetica che si giova di questa peculiare tecnica narrativa, a metà tra biografia e creazione artistica. L’antefatto – alquanto manzoniano – è il seguente: nel cassetto di legno laccato della scrivania di una casa romana emergono d’emblée dizionari, francobolli, fotografie, cartoline e un taccuino fucsia che reca sulla copertina il nome «Nerina». Inizia così un viaggio di evocazioni letterarie (è tirato in ballo ovviamente Leopardi), di «prime perdite» e di richiami della memoria, di avvicendamenti tra Boston, Calcutta e Londra, di affetti familiari. Ma il viaggio più lungo è quello dentro la lingua italiana, nel sapore limpido di parole desuete e idiomatiche, come «squadernare» («Azione legata/ al mio oggetto preferito/ davanti alla quale mi ritrovo/ a un bivio») e «obrizo» («Detto dell’oro/ senza lega./ A me però evoca/ la prosa pura/ d’un chimico che sapeva/ l’angoscia del domani»). È un «voler bene» al linguaggio e all’alterità, un vorticoso presenziare l’altrove («Mentre la parola peripezia,/ preferibilmente al plurale,/ che vuol dire mutare radicalmente/ le cose/ è sbarcata in italiano/ nel Cinquecento/ nonostante le proteste/ dei puristi. Ah però»). Originaria del Bengala, Premio Pulitzer nel 2000 per L’interprete dei malanni, insignita da Obama nel 2015 della National Humanties Medal, Lahiri è un’ambasciatrice della cultura italiana, nella quale intravede lo spazio non esattamente di una «patria» ma forse di più: di una piazza, una porta, un «portagioie» («parola preferita»).

 

Quale prossimità c’è in Il quaderno di Nerina tra l’autore e l’io lirico? In cosa consiste l’identità letteraria cercata con l’ausilio di questo nom de plume?

 

«Io, in quanto autrice, ho conosciuto Nerina mentre scoprivo i versi nel volume. Anche se, tutt’ora, Nerina mi sfugge. Credo che Nerina abbia un’identità più precisa, per quanto complessa, della mia. È venuta a trovarmi, poi se n’è andata».

 

L’eteronimo ha qualcosa di pessoiano? Oppure esprime la volontà di scrivere con “gli occhi di un altro”?

 

«Ho scoperto e letto Pessoa intensamente quasi trent’anni fa mentre facevo il dottorato. Quindi sì, lui è un punto di riferimento, certo. E lo cito pure. Da allora so che l’identità, specie quella creativa, non dovrebbe essere mai una cosa sola. Nel caso di Nerina citerei anche Rimbaud: “Je est un autre”».

 

Un’intera sezione del libro è dedicata alla strana bellezza di alcune parole italiane. Qual è il suo rapporto con la lingua italiana e cosa la spinge a utilizzarla nella scrittura?

 

«Il rapporto ormai è bello profondo, anche per definizione sempre precario. Ed è proprio la posizione, anche la sensazione che cercavo. Scrivo in italiano per ottenere maggiore chiarezza, un contatto più puro con l’anima e con la realtà che mi circonda».

 

Qual è invece il suo feeling con la poesia? Cosa significa per lei scrivere in versi o in prosa?

 

«Scrivere in versi vuol dire, per me, scrivere in una nuova lingua ancora, spostare ancora una volta il baricentro, concentrarmi ancora di più sulle parole».

 

Lei dirige il Program in Creative Writing all’Università di Princeton. Le sue opere risentono dell’attuale temperie letteraria statunitense? Come giudica l’assegnazione del Premio Pulitzer a due native americane, Louise Erdrich e Natalie Diaz?

 

«Seguo solo vagamente quello che succede nel mondo letterario attuale. Leggo pochissimo la letteratura contemporanea. Detto questo Erdrich e Diaz sono due voci potenti. Se lo meritano senz’altro».

 

Quale ritiene sia il ruolo della letteratura nel mondo odierno segnato dalla pandemia, da enormi sfide politiche ed ecologiche, da una sempre maggiore sperequazione sociale?

 

«Il ruolo della letteratura è una contraddizione in termini. La letteratura è uno spazio infinto, misterioso e mutevole dentro il quale si gioca con le parole. Ma per chi partecipa, come dice Tabucchi, bisogna “giocare seriamente” come i bambini».

 

[Una versione precedente di questa intervista è apparsa su “Avvenire”]

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