di Paolo Costa

 

[A settembre LPLC compie 10 anni. Per tutto il mese festeggeremo il sito pubblicando brevi messaggi di collaboratrici e collaboratori (e magari anche di lettrici e lettori) che raccontano cosa ha significato e cosa significa per loro l’incontro con LPLC, accompagnati da alcune delle prime copertine. Auguri a noi e lunga vita a LPLC! (Massimo Gezzi e Italo Testa)].

 

Premetto subito che non ho grandi argomenti, diciamolo pure, non ho in tasca nessuna «teoria» che inquadri e giustifichi il mio investimento di tempo, energia e passione in un progetto culturale ambizioso come quello che sta alla base di un blog influente come «Le parole e le cose». Certo, parlando in generale, mi piace molto l’idea di mettere in relazione la «parola» – o meglio, la scrittura intesa in un senso ampio – con la «realtà», cioè con quella porzione di mondo che ci sta a cuore e ci appare sempre secondo uno stile di parzialità non arbitrario. E mi piace altrettanto che «Le parole e le cose», pur rispettando gli standard di qualità di una pubblicazione scientifica, non sia una rivista in senso stretto. Come pure è motivante e persino elettrizzante sapere che il blog è una vetrina prestigiosa, che conferisce per default autorità e visibilità a chi vi contribuisce. Ma il punto principale per me è un altro. È prima di tutto l’opportunità di avere accesso a un luogo ospitale verso tutto ciò che eccede (in un senso non sciatto) i recinti della mia professione intellettuale, pur rappresentandone il nucleo più autentico di verità e senso.

 

C’è una circolarità qui, che spero virtuosa, con quanto ho sostenuto anni fa in La ragione e i suoi eccessi. La filosofia, per me, consiste soprattutto in un lavoro assiduo di manutenzione di uno spazio aperto allo scambio di ragioni senza limiti precostituiti. Per questo mi viene sempre spontaneo pubblicare sul blog contributi che hanno il carattere di rimuginazioni personali nelle quali, per così dire, freme un dialogo implicito coi propri potenziali sparring partner che non ha per lo più la pretesa di andare oltre conclusioni interlocutorie.

 

È vero che la comunità scientifica e la sfera pubblica mediatica non sanno che farsene di questo tipo di prodotti intellettuali. Ma è non meno vero che i singoli prodotti accademici e persino le armi di distrazione di massa non avrebbero senso se non avessero alle spalle questa sorta di conversazione infinita e disordinata che ci consente di problematizzare l’ovvio e immaginare soluzioni non convenzionali ai problemi di ogni giorno.

 

È così, in effetti, che mi immagino la relazione tra le «parole» e le «cose» e siccome credo che il lavoro sulla lingua sia essenziale per riuscire a occupare fruttuosamente tale spazio intermedio tra la sobrietà scientifica e il puro intrattenimento, mi sembra giusto che a ospitare questo tipo di interventi sia un blog letterario. Non perché io abbia segrete ambizioni artistiche, non le ho, ma perché gli eccessi della ragione implicano uno sconfinamento continuo e scrupoloso in tutti gli ambiti in cui viene esercitato con cura lo sforzo di nominare (o non nominare) il reale.

Perciò, grazie di esistere LPLC. Cosa sono dieci anni, a conti fatti? Ce n’est qu’un début

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