di Giovanni Boniolo

 

In questi mesi italiani di frenetici sì-vax vs no-vax; sì green pass vs no green pass, anche coloro che son detti, o si dicono, filosofi si son dati da fare: s’ode a destra un gridio: libertà libertà, no vax, no green pass; a sinistra risponde un gridio: libertà è vax e green pass; d’ambo i lati rumore rimbomba: quasi sempre assenza di rigore e quasi mai assenza di permalosità.

Ho tentato, appartenendo alla gloriosa schiera di  coloro che son detti, o si dicono, filosofi, di porre – magari sbertucciando qui e lì – la questione sul piano metodologico del fare filosofia (“Agamben e Cacciari sul green pass. Tu chiamale se vuoi “argomentazioni””, www.scienzainrete, 2021). Ma in Italia tutto passa e se ne va in base al presupposto che tutti i partecipanti al dialogo (come i politici e i detersivi) sono uguali se non per l’autorità mass mediale.

 

Eppure ha senso ritornare sul luogo del delitto, ma non per essere come il prode Anselmo di viscontiana memoria o come un novello maramaldo. In effetti, non prenderò il brando, né metterò l’elmo; né mi metterò a stilettare color che da soli si sono esposti al sorriso di chi non ama né i no-argument né i sì-slogan. D’altronde, ormai sono troppo attempato e troppo ho girato per lungo e per largo il mondo della filosofia (sia in senso letterale che metaforico) per andare in guerra contro nostrani mulini a vento o mettermi a guerreggiar con mostri italici. Ci sono stati di cose che, forse per troppa incrostazione, difficilmente si cambiano e, forse, bisogna farsene una ragione. Però, forse come rimasuglio di un giovanile ribellismo, ha senso affermare il proprio non accettarli, in particolare non accettare la falsa narrazione dello stato della filosofia fatta da italiani che passa attraverso i mass media e i festival estivi.

 

Si noti che non parlo di “filosofia italiana”. Lo so benissimo che vi è chi la sostiene buzzosamente e fermamente, come R. Esposito (Pensiero vivente. Origini e attualità della filosofia italiana, Einaudi 2010). Tuttavia, non credo esista, checché se ne dica inventandosi misteriose caratteristiche non riconosciute da nessuno se non da chi ama pensare che in questo modo ci sia più originalità filosofica. E poi, peraltro, sono già stati gustosamente bacchettati (per esempio B. Carnevali, “Contro la Theory. Una provocazione”, www. http://www.leparoleelecose.it, 2016).

Non è, comunque, questo che ora interessa; e poi che si appellino come vogliono! Né ho intenzione di scrivere contro qualcuno, semmai a favore di qualcuno. Segnatamente a favore di chi, italiano (maschio, femmina, non-binary) residente in Italia o all’estero, fa filosofia e ha un impatto nella sua comunità internazionale. È a favore di questi che vorrei parlare, anche se ciò potrebbe comportare l’attirarsi un po’ di critiche da parte di coloro che si sentono smascherati nella loro pochezza pur occupando mass media ove sentenziano pseudo-filosoficamente. La conseguenza? Si riduce lo spazio percepito della filosofia italiana a un teatrino con attori parrocchiali pensati come grandi interpreti. Tutto ciò va a scapito non solo di giovani e meno giovani che stanno veramente producendo ottima filosofia, ma pure dell’intera società che si gioverebbe di un dibattitto serio, ben fatto e con veri esperti di questioni filosofiche.

 

Mi piace distinguere: l’ho imparato studiando i classici, mai considerati oggetti da sezionare o da usare in un salotto buono, ma testi da cui imparare le varie tecniche del filosofare. Eh sì, ci sono tecniche filosofiche da apprendere e da adottare in funzione del tipo di lavoro che si sta portando avanti. Per fare filosofia non basta scrivere in modo oscuro mettendo qualche trattino o inserendo qualche termine tedesco; non basta avere una cattedra di una qualche specialità filosofica; non basta essere stati scienziati; non basta essere “vecchi e saggi”. Non è vero che tutti gli uomini sono filosofi di default. Bisogna conoscere tecniche, modalità, storia. Insomma, bisogna studiare e aver studiato e… avere un po’ di talento per questo mestiere.

Per iniziare a distinguere, bisognerebbe (non si è obbligati a farlo, ma sarebbe consigliabile) capire che vi è differenza fra percezione pubblica (italiana) della filosofia e realtà della filosofia fatta da italiani; fra divulgazione della filosofia, storia della filosofia e filosofia; fra buona e cattiva filosofia.

 

Ci si potrebbe scrivere un libro su questi distinguo, ma non ne ho voglia. Però qualche indicazione la si deve pur dare per orizzontarsi fra la miseria e la gloria della filosofia fatta da italiani (a proposito questo non è uno scritto di storia della filosofia, o di divulgazione filosofica e, manco che manco, di filosofia, ma uno stimolo a studiare la situazione per sociologi della conoscenza o giornalisti capaci). Vi è, come detto, un’enorme discrasia in Italia fra la percezione pubblica della filosofia, veicolata spensieratamente da giornali, televisioni e festival senza tener conto dei danni culturali e sociali che ciò comporta, e quella che effettivamente è. Vi è in giro un numero, peraltro fortunatamente non grandissimo, di personaggi (maschi, femmine, non-binary) che si dicono, o sono detti filosofi, e che parlano di tutto, hanno opinioni su tutto, occupano i mass media e gridano arrogantemente soluzioni senza giustificarle. Tuttavia, questi – ahimè e ahinoi – sono pressoché completamente assenti dal dibattito internazionale di cui ignorano, o fanno finta di ignorare, l’esistenza. Chi ha la responsabilità del farli parlare, oltre del loro ego smodato e acritico? Io capisco – per amor di dio – il bisogno del personaggio di turno che scrive un pezzo o va in tv o a un festival: deve pur mangiare anche lui, anche lui ha un ego da nutrire, delle patologie da curare. E tutto ciò con il salario e la visibilità mass mediale di un professore universitario non può certo essere soddisfatto. Bisogna essere comprensivi e capire le loro esigenze. Tuttavia, non sono loro che, per così dire, rappresentano l’Italia nel dibattito internazionale filosofico; non sono loro che hanno un impatto.

 

A questi che citano a ogni piè sospinto Hegel, Heidegger, Schmitt o Popper senza mai dire qualcosa di originale (altrimenti la comunità internazionale lo discuterebbe) si aggiunge poi quel manipolo di vampiri della filosofia che non si capisce bene se la detestano o l’amano, ma che appare evidente vorrebbero dire cose filosoficamente significative o salaci ma non ne sono capaci e così si avventano ferocemente contro la disciplina, anzi contro il falso simulacro della disciplina che han costruito a loro (mis)uso e consumo. Ci può essere il vecchio scienziato che trenta/quarant’anni fa faceva delle ottime ricerche, che poi è diventato un buon divulgatore ma che ha pensato che la traslazione della competenza fosse possibile per una qualche misteriosa ragione e che ciò che lui sapeva di scienza, o la sua capacità di divulgatore, fosse sufficiente per non dire banalità filosofiche. Oppure ci può essere il vecchio laureato in discipline matematiche che forse solo quando era al dottorato ha pubblicato qualcosa di rilevante, poi buon divulgatore che ha ritenuto fosse più facile acquisire denaro e visibilità sparando stratosferiche idiozie filosofeggianti che dovrebbero far vergognare non lui, che ovviamente non possiede questo meraviglioso sentimento, ma chi gli permette di pubblicarle. Oppure ci può essere lo scienziato, quasi buon divulgatore, ma che desidera sentenziare sulla filosofia greca senza conoscerla. Una domanda: perché non vogliono limitarsi a parlare di ciò che sanno, o a essere divulgatori? In fondo quest’ultima è una bella professione. Perché avventurarsi in amenità che li ridicolizzano non appena incontrano un lettore un po’ esperto o smaliziato? Ah, certo: loro puntano a quel pubblico che non si accorge delle loro sciocchezze!

 

Se tali personaggi e divulgatori pseudo-filosofeggianti han bisogno di denaro, che si pensi a una legge ad hoc per mantenerli senza essere di danno alla cultura e alla società. Oppure si pensi a un servizio sanitario ad hoc che tenga conto delle loro patologie.

 Il secondo punto su cui vale la pena riflettere è che non solo la divulgazione filosofica è cosa diversa dalla filosofia, ma lo è anche la storia della filosofia. Non sostengo affatto che uno stesso autore non possa ora lavorare come storico, ora come divulgatore e ora come filosofo. Tuttavia, sono tre lavori diversi che comportano tre tecniche diverse di stesura del testo, tre saperi metodologici diversi e tre uditori diversi. In Italia abbiamo una moltitudine di divulgatori di storia della filosofia che si vogliono far passare per filosofi. Se si racconta il pensiero di Frege, Heidegger, Plotino, o Popper si sta divulgando; se si scrive un manuale di storia della filosofia per i licei si sta divulgando, anche se per un uditorio particolare che deve essere tenuto in conto se si è dei bravi facitori di manuali.

 

Non si diventa filosofi per “induzione” (nel senso della fisica e non della filosofia). Non si è e non si diventa filosofi solo perché si fa un compitino (magari con qualche termine in tedesco) su che c’è scritto nella Fenomenologia dello spirito, in Essere e tempo o in Congetture e confutazioni. Non si è e non si diventa filosofi solo perché si comincia con l’etimo greco di un vocabolo. Non si è e non si diventa filosofi scrivendo sui quotidiani articoletti in cui si cita un filosofo.

Abbiamo anche una moltitudine di storici della filosofia che si vogliono far passare per filosofi, e non capisco perché. Si vergognano, forse, di essere storici? Che cosa vuol dire essere storico della filosofia e che cosa vuol dire essere filosofo? Vi è divisione fra storia della filosofia e filosofia? Domande alle quali in Italia non si tenta nemmeno di rispondere, forse travolti dallo storicismo cieco da cui taluni sono affetti. Tuttavia, in giro per il mondo vi è un bellissimo dibattitto, da noi totalmente assente, su questo punto.  Si notino, comunque, due punti a questo proposito. Un bravo storico conosce le corrette tecniche per fare il suo lavoro e, soprattutto, propone anche una buona tesi storiografica che deve essere giustificata. D’altronde, mi pare difficile che si faccia lo storico della filosofia senza avere le conoscenze tecniche necessarie e senza avere una chiara idea della tesi storiografica che si vuole proporre (e che si deve, ovviamente, giustificare). Comunque, non ci dovrebbe essere nulla di cui vergognarsi a essere uno storico della filosofia: non è una minorazione dello statuto intellettuale. Non penso che P. Hadot o W. Jaeger si vergognassero di essere considerati storici o filologi (non penso neppure che si possa essere un buon storico della filosofia senza essere almeno un po’ filologo). E in Italia ci sono moltissimi ottimi storici della filosofia e alcuni pure con impatto internazionale. Inoltre, non è affatto detto che si debba espungere la storia della filosofia quando si sta facendo filosofia, come vollero alcuni “filosofi” nostrani al seguito di mode anglo-americane e che in realtà facevano storia della filosofia contemporanea o divulgazione della filosofia lavorando sul pensiero, per esempio, di M. Dummett o L. Wittgenstein. Anzi, molte volte conoscere la storia è necessario per non cadere in errori di prospettiva, come argomenta M.R. Antognazza  in un saggio del 2015 (“The Benefit to Philosophy of the Study of Its History” in British Journal for the History of Philosophy) dove, discutendo dei rapporti fra storia della filosofia e filosofia, mostra l’anacronismo di occuparsi del problema di Gettier senza conoscere Platone. Di controparte, però, mi sentirei di affermare che è del tutto falso che si possa fare storia della filosofia senza conoscere tecniche filosofiche (sarebbe difficile occuparsi dei futuri contingenti in Aristotele senza conoscere un po’ di questioni modali, come ha mostrato J. Hintikka in “The Once and Future Sea Fight: Aristotle’s Discussion of Future Contingents in De Interpretatione IX”: un saggio del 1964 pubblicato in The Philosophical Review).

 

Comunque sia, non capisco la ragione misteriosa per la quale i mass media italiani facciano passare per filosofi chi invece è storico o divulgatore quando basta una letta da parte di qualcuno un po’ avvertito per capire che tipo di lavoro essi producano. Soprattutto non capisco perché un divulgatore (e in Italia ne abbiamo di molto bravi) o uno storico (e in Italia ne abbiamo di molto bravi) preferiscano sminuire la loro professione facendola passare per filosofia, che è altro e non necessariamente qualcosa di più o meno pregiato.

Veniamo adesso alla buona e cattiva filosofia. Ahi ahi, qui siamo su un terreno spinoso. Chi la giudica, come la si giudica? Non voglio entrare in questo campo spinoso, anche se qualche idea la dovrei avere, considerando gli innumerevoli testi filosofici che da molti anni leggo e visto che, come reviewer di riviste e di case editrici italiane e internazionali, sono “costretto” a distinguere ciò che può essere una buona proposta da ciò che, invece, vale poco o nulla.

 

Cominciamo a chiederci: in quale comunità un lavoro filosofico (non sto parlando di divulgazione o di storia) viene apprezzato? Supponiamo che ci sia un qualcuno (maschio, femmina, non-binary) che si vuole considerare filosofo e i cui scritti sono però apprezzati solo dal partner e dall’editore che paga per farsi pubblicare le opere. Certo, una comunità ristretta – qualcuno potrebbe obiettare. Ma pur sempre una comunità! Ed è “giusto” che questi si senta un grande filosofo in quella comunità, ma sarebbe anche giusto che si rendesse conto che è tale rispetto al partner e magari all’editore che paga. Non si pensi che questa sia cosa così rara: vi sono molti che in Italia han fatto carriera pagando un editore affinché i loro lavori avessero la “dignità” di stampa. Ricordo con piacere diabolico quel “gruppo di ricerca” che utilizzava i fondi a disposizione per pagare la stamperia di proprietà del padre di un loro allievo e pubblicare così una rivista, dove inserivano i loro saggi, e una collana di libri, ove stampavano i loro scritti più voluminosi. Ricordo pure – sempre con piacere diabolico – un collega che era apprezzato solo dai suoi studenti ai quali faceva studiare solo i suoi libri, che pubblicava a pagamento per un editore locale. I suoi studenti lo consideravano un grande filosofo, e così era per quella comunità. Sfortunatamente per lui, non esisteva oltre la stretta cerchia dei suoi fan.

 

Insomma, uno deve decidere, o accettare la possibilità, di essere un grande per mamma, papà e amici, a livello cittadino, a livello regionale, a livello nazionale, o a livello internazionale. Ognuno può scegliere l’ambito della propria gloria a livello che più piace (e dove arriva, naturalmente). Abbiamo, però, una barca (anzi una barchetta) di presunti filosofi che non sono contenti del livello cui possono giungere con la loro mente e con i loro prodotti e, per qualche ragione (anche solo un vento casuale), sono riusciti a strabordare a livello mass-mediatico pur essendo una nullità al di fuori dei confini della comunità italiana che si nutre solo di mass media.

Si noti che i criteri per pubblicare sono diversi a seconda della comunità entro cui si è, o si vorrebbe essere, apprezzati. A livello locale si pubblica quello che si vuole: basta pagare. A livello nazionale la situazione è leggermente più selettiva, anche se molte case editrici – anche considerate grosse – pubblicano soprattutto se sanno che si vende e sanno che più l’autore è mass mediale più si vende. Non importa se scrive idiozie o pinzillacchere; importa che sia visibile mass mediaticamente e chiunque, se è abbastanza furbo e abbastanza senza scrupoli, può diventarlo. Un caro amico editore mi ha confessato che sa benissimo che molti di coloro che pubblica dicono stupidaggini o banalità, ma sa che vendono e che questo è il mercato: se il lettore apprezza un venditore di fumo son fatti suoi. A livello internazionale la faccenda è un po’ diversa. Non che non esistano case editrici che pubblicano a pagamento o case editrici che non pubblicano stupidaggini: il mercato vale anche a livello internazionale! Esiste solo qualche filtro maggiore in quanto sono di più i potenziali autori. E soprattutto un filtro più serio esiste per le case editrici di punta.

 

Poi c’è una modalità totalmente altra di pubblicare: quella delle riviste, di cui non si tiene mai conto a livello mass mediale. In effetti, in questi ultimi decenni il modo di comunicare i risultati filosofici è enormemente cambiato a livello internazionale. Ora ci si concentra soprattutto sulla produzione di articoli e quasi mai si inizia a scrivere un libro per poi pubblicarlo come evento unico. In realtà, se proprio si desidera pubblicare un libro, questo è quasi sempre l’esito di un processo che prima vede gli argomenti lì affrontati, discussi in articoli sottomessi ai pari.

In effetti, se uno vuole essere informato sul dibattito internazionale deve accettare questo modo di comunicare i prodotti filosofici e deve consultare gli ultimi numeri delle riviste. Si badi bene, questo non è vero solo per una fantomatica “filosofia analitica” che dovrebbe contrapporsi a un altrettanto fantomatica “filosofia continentale”. In gran parte, che lo si voglia meno, che lo si sappia o meno, la filosofia di punta la si stende quasi solo in questo modo. Qui si apre una parentesi che molte volte il pubblico italiano che frequenta i mass media e i festival non sa, e a quanto pare neppure coloro che sono responsabili dei mass media e dei festival. Che lo si voglia o meno, chiunque lavori a livello internazionale conosce quali sono le riviste di punta del suo settore e qual è il loro ranking (che non necessariamente coincide con quello formale che si trova su www.scimagojr.com). Chi si occupa di filosofia della storia, della politica, della scienza, dell’arte, del linguaggio, della morale, della religione ecc., di fenomenologica, di metafisica, di ontologia ecc. (ma anche di storia della filosofia antica, moderna, contemporanea ecc.) ha le sue riviste, seguite da coloro che sono in quella comunità e che così sono al corrente dei dibattiti in essere, ai quali può partecipare (se ne ha le capacità, ovviamente).

 

Ma qual è l’iter di pubblicazione? Ogni seria rivista ha un responsabile editoriale (l’editor-in-chief) e una redazione con un gruppo di editor. Uno di loro (talvolta l’editor-in-chief stesso, talvolta un associate editor) compie una preliminare analisi del manoscritto considerando se il problema affrontato sia d’interesse per quella rivista, se la soluzione presentata è di sufficiente novità e importanza e se l’argomentazione sviluppata è robusta. I manoscritti non soddisfacenti sono subito rifiutati (si parla di desk rejection e quindi di una rejection without review); gli altri sono inviati a due o tre esperti della materia (i cosiddetti reviewer o referee), di solito scelti dall’editor che ha fatto l’analisi iniziale. Questi esperti sono dei pari (da cui il nome peer review) che vengono scelti nella comunità che si occupa dell’argomento contenuto nel manoscritto e che lo analizzano in modo anonimo (di solito, l’autore non sa chi siano i reviewer e i reviewer non sanno chi sia l’autore) e gratuito (è un servizio che ognuno rende alla comunità di appartenenza). Come detto, a questi viene chiesta un’attenta lettura critica e una particolareggiata valutazione che evidenzi la bontà del problema, della sua contestualizzazione anche storica, della sua soluzione e della sua giustificazione. Una volta ricevuti i giudizi dei reviewer, l’editor può decidere se accettare il lavoro senza modifiche (accept as is), chiedere modifiche minori o maggiori (minor o major revisions), oppure rifiutarlo (rejection). Nel secondo caso, una volta ricevuta dagli autori la nuova versione del manoscritto, l’editor la sottoporrà nuovamente ai reviewer (di solito gli stessi di prima) che lo rivaluteranno considerando se i suggerimenti e le critiche avanzate sono state accolte o se sono state obiettate in modo plausibile e appropriato. Una volta ricevuto il nuovo “verdetto”, l’editor-in-chief prende la decisione finale sulla pubblicabilità del manoscritto.

 

Tre note. La prima: l’uso dei termini inglesi non è uno snobistico vezzo provinciale (come di quelli che mettono termini tedeschi a ogni piè sospinto) ma il fatto che la lingua franca della ricerca filosofica è l’inglese (che lo si voglia o meno, che piaccia o meno, ma è così). La seconda: può capitare che si accetti un manoscritto pessimo o che si rifiuti un manoscritto ottimo. Questo fa parte del gioco. I reviewer e l’editor-in-chief sono esseri umani e come tutti gli esseri umani possono sbagliare giudizio (sia in buona che in cattiva fede). La terza riguarda un fenomeno italiano (ma non assente nel resto del mondo, soprattutto per via del cosiddetto predatory publishing) noto ai più smagati: esistono riviste che pubblicano in italiano, con magari solo il sommario in inglese, che applicano un processo di reviewing che è farlocco, o quasi farlocco. Ossia lo si mette formalmente in atto per avere la famosa (per chi vuol fare carriera accademica) omologazione ministeriale di rivista di Fascia A (sarebbe il gruppo delle riviste che il Ministero considera di maggior importanza ai fini concorsuali in Italia, dove ormai la burocrazia finto-meritocratica impera). In realtà, il processo è molto blando specie se a scrivere è un amico, un allievo dell’editor-in-chief, un allievo di un amico dell’editor-in-chief. Nessuna sorpresa, comunque, siamo pur sempre in Italia, dove si tiene famiglia. Considerando le riviste di punta in giro per il mondo, questo non accade quasi mai (sarei incline per il “mai”, ma la vita è strana), anche se è innegabile che gruppi filosofici molto forti riescano a imporre un certo mainstream filosofico e quindi di pubblicazione. Tuttavia, è anche innegabile che se un emerito sconosciuto nel campo della filosofia politica (o della storia della filosofia contemporanea), per fare un esempio, manda un suo lavoro alla rivista di punta del settore, il suo lavoro viene considerato in modo anonimo come gli altri. D’altro canto, puoi gridare fin che vuoi in Italia che sei un filosofo politico ma se non hai mai pubblicato un lavoro in una delle riviste di punta della comunità dei filosofi politici è molto dubbio che tu sia filosoficamente qualcuno al di là della tua più o meno grande parrocchia italica.

 

Come si può intuire, la procedura di selezione degli articoli filosofici non è gerarchica (è una valutazione critica fatta tra pari) e riflette il fatto che la filosofia è un’attività sociale fatta all’interno di comunità, la cui ampiezza va da quelle della stretta cerchia dei seguaci italici al mondo intero. Comunque, tutti hanno la possibilità di pubblicare un risultato filosofico importante; non esiste nessuna cupola e nessuna cospirazione che possa impedire che esso venga diffuso. È, insomma, assai difficile che esistano filosofi “incompresi” o troppo “rivoluzionari” i cui lavori sono rifiutati perché non capiti da nessuno. Di solito chi porta in campo questi argomenti è un soggetto con seri disturbi dell’ego che non accetta che il lavoro che ha presentato sia stato giudicato negativamente. Nessuno è veramente così “rivoluzionario” o originale da non riuscire a pubblicare un’idea di “straordinaria importanza” su una rivista seria. Tuttavia, girando per il mondo (specie italico) non è difficile incontrare decine di questi presunti incompresi, che in realtà sono solo propugnatori di idee piuttosto banalotte e argomentate male che non possono, per ovvi motivi, trovare spazio in riviste di punta. Sfortunatamente per noi, ma fortunatamente per loro, possono però diventare “mostri”, imperando nei mass media italiani e profferendo idiozie ammantante di filosofume.

 

Vediamo un altro aspetto: l’H-index. Questo non indica affatto chi è il più bravo perché è un indice (proposto nel 2005 dal fisico J.E. Hirsch) che quantifica quanto un ricercatore – un filosofo nella fattispecie – è prolifico e qual è l’impatto delle sue pubblicazioni in funzione del suo numero e delle volte che sono state citate da altri. Ma non comporta affatto che se uno ha un H-index più alto di un altro sia automaticamente più bravo. La faccenda non è così semplice e non è retta da un rapporto necessitante. Innazi tutto, l’H-index è un indicatore piuttosto grossolano, come si sa, e non tiene conto della cosiddetta “letteratura grigia”. È però corretto sostenere che avere un H-index alto è sicuramente segno della presenza a livello internazionale, specie se si ha scritto in buone o ottime riviste internazionali e se chi ti cita lo ha fatto in un articolo scritto su una buona o ottima rivista internazionale. E questo è tutto trasparente e a portata di mouse. Tuttavia (data la natura non perfetta degli umani) si può avere scritto su una rivista della parrocchia e obbligare i propri amici e amanti, che pure scrivono su riviste della parrocchia, a citare; e se il numero è sufficiente si avrà un alto H-index. Sfortunatamente anche questo è trasparente e a portata di mouse, e quindi facilmente smascherabile (basta sapere come fare). Per cui, per avere una buona idea del valore del filosofo in questione, non serve andare a considerare solo l’H-index, ma si dovrebbe considerare come è stato ottenuto, ossia dove si è pubblicato, chi cita e dove ha scritto chi cita.

 

Vi è poi da tener conto che l’H-index medio di un filosofo è molto basso rispetto a quello dei ricercatori di discipline scientifiche e questo per una serie di motivi che un sociologo della conoscenza potrebbe spiegare facilmente ma su cui non mi dilungo. Inoltre, vi è da sottolineare che vi è una vistosa differenza fra l’H-index calcolato da Google Scholar e l’H-index calcolato da Scopus (il database creato da Elsevier): di solito il primo è mediamente il doppio del secondo.

Tuttavia, se il proprio H-index è nullo o molto molto basso rispetto alla media del proprio settore filosofico, è anche segno piuttosto ineludibile che non si è fatto un cavolo, o che il cavolo che si è fatto era del tutto non interessante, oppure che non si è stati neppure bravi a crearsi una claque di pseudo-ammiratori/seguaci/allievi devoti/amanti fedeli.

In conclusione, l’H-index è sicuramente un parametro che misura l’impatto dei lavori e della presenza, ma non è un criterio sufficiente per separare i filosofi bravi dai filosofi cani, anche perché non è stato pensato per questo.

 

Visto l’argomento, proviamo a fornire una prima idea della presenza internazionale di filosofi considerati tali in Italia. Lo si può fare costruendo una tabella dove le colonne indicano l’H-index e i lemmi della Stanford Encyclopedia of Philosophy (SEP) in cui si viene citati. Consideriamo, a titolo di esempio (ma tutti si possono sbizzarrire e andare in rete e inserire i nomi che più interessano per vedere che ne esce) i dati relativi a tre autori che in Italia vanno per la maggiore (Agamben, Cacciari ed Esposito), a uno piuttosto noto in Italia specie per vicende politiche passate (Negri), a due italiani che hanno avuto successo all’estero (Floridi e Leonelli), a me stesso (per onestà e trasparenza) e a due intellettuali italiani che ci hanno lasciato da poco (Severino e Giorello). Poi ognuno tragga le conclusioni che vuole.

 

Autore H-index Scopus H-index Google Lemmi della SEP
Agamben Giorgio 6 Non compare 5
Boniolo Giovanni 12 23 4
Cacciari Massimo 1 Non compare 0
Esposito Roberto 6 Non compare 2
Floridi Luciano 44 86 24
Leonelli Sabina 24 37 20
Negri Antonio 8 Non compare 3
Giorello Giulio 1 Non compare 0
Severino Emanuele 1 Non compare 0

 

Due note per chi non conoscesse Luciano Floridi e Sabina Leonelli. Il primo è colui che ha “inventato” la filosofia dell’informazione. È un filosofo che aveva un posto a Bari ma che quando ha capito che non gli permettevano nulla, se ne è andato in UK mietendo successi a livello internazionale. La seconda è una delle filosofe italiane (che lavora in UK) più premiate a livello internazionale. È l’unica filosofa italiana ad aver vinto il Lakatos Award, che è uno dei più prestigiosi premi filosofici internazionali. Inoltre, è stata premiata due volte con un ERC (prima con uno Starting Grant e poi con un Consolidator Grant), ossia con il premio più importante – anche dal punto di vista monetario – conferito dalla comunità europea a progetti di ricerca. Entrambi hanno influenza a livello di policy europee.

 

Ma quando si valuta un lavoro filosofico (e non l’autore che lo ha scritto!), come si fa? Posso raccontare come da sempre si è fatto e quello che faccio quando sono in qualche commissione ministeriale, o in qualche hiring committee tedesco, francese o americano, o quando devo valutare la bontà della proposta di un filosofo che compete per un grant dell’ERC (European Research Counseling). Prima di tutto, se non lo conosco, vado a vedere in rete chi è e poi passo al suo curriculum. Già è un segno negativo se in rete quell’autore appare solo in siti divulgativi, o mass mediali, o addirittura se non ha un curriculum da esibire. Poi vado a vedere che ha scritto e dove lo ha scritto. Se, per esempio, ha pubblicato solo nella casa editrice sotto casa sua e pagando o se ha pubblicato per una casa editrice seria che applica una seria politica di reviewing dei lavori sottomessi. Bisogna dire subito che l’autore in questione non sarà considerato bene se ha pubblicato solo per case editrici italiane, magari anche grosse, o solo nei giornali. Mi è capitato qualche volta, nel lavoro di membro di commissioni di concorso italiane (ma mai a livello internazionale dove una cosa del genere non è nemmeno pensabile) che un candidato presentasse articoli pubblicati su quotidiani nazionali non volendo considerarli come lavori divulgativi ma pensandoli come “prodotti filosofici duri e puri” e ritenendo anche che la notorietà mass mediale fosse rilevante dal punto di vista della ricerca. Ovviamente tale candidato è stato subito accantonato. Ricordo, però, che un commissario, una volta che un candidato presentò una serie di articoli scritti per un notissimo quotidiano nazionale, sentenziò: “Ottimo curriculum per diventare giornalista, ma pessimo per essere accreditato come filosofo a meno che non mi prometta di recensire nel suo giornale i miei lavori!”. E quanti sono riusciti ad avere (o a tentare) una carriera universitaria facendo recensioni a lavori di potenziali futuri commissari o inserendoli nel programma di qualche festival! Questo non significa affatto che un filosofo non debba scrivere sulla stampa nazionale, o apparire in televisione, o partecipare a un festival, ma questo è altro lavoro rispetto alla ricerca filosofica e alla comunicazione dei risultati. È un lavoro importante, ma altro da filosofia: è divulgazione, o l’entrare in un dibattito pubblico con le proprie competenze filosofiche. Non dovrebbe esserci nessun problema se un filosofo con un reale impatto internazionale lo fa, anzi sarebbe auspicabile. Dovrebbe, al contrario, esserci qualche problema se un qualcuno fa solo quello e vuole essere considerato “filosofo”. Quali competenze filosofiche avrebbe? Provate a pensare se sui quotidiani un presunto oncologo che non conoscesse lo stato della sua disciplina fornisse consigli oncologici. Saremmo contenti? E perché dovremmo ascoltare un presunto filosofo che agisce così?

 

Un’ultima nota su come si legge un curriculum. Vi è da distinguere fra gli articoli, anche se pubblicati a livello internazionale: bisogna discernere fra le semplici review e i lavori che presentano posizioni originali ben giustificate. Vi è pure da distinguere articoli sottomessi e accettati da una rivista da articoli facenti parte di atti di convegni o di numeri speciali magari curati dallo stesso autore o da un suo amico/a. Insomma, un po’ di attenzione non guasta.

E un singolo lavoro come si giudica? Chiunque faccia il reviewer di una qualche rivista sa che si valuta il manoscritto vedendo se il problema affrontato è interessante, se è ben contestualizzato nella letteratura (e, se serve, dal punto di vista storico), se la soluzione è originale e ben formulata, se la sua giustificazione è robusta, ossia né debole né contenete errori di argomentazione. Molto semplice, direi quasi banale e non è qualcosa che ho inventato qui e ora quanto qualcosa che è così da un po’ di secoli.

 

Ma ci sono e chi sono filosofi italiani (escludiamo i logici) che lavorano in Italia e hanno un reale impatto internazionale? Certo che ci sono e mai tanti quanti adesso. Molto è cambiato a partire dalla mia generazione che ha cominciato a smettere di essere interessata a compitini su Popper, Hegel, Benjamin, Frege ecc. e ha tentato la via dell’originalità. Adesso come adesso (vado a memoria e non me ne voglia chi dimentico) ce ne sono una terna fra Torino e Genova, una quaterna fra i vari atenei milanesi, un paio fra Pavia e Parma, una quaterna fra Venezia, Padova, Ferrara e Bologna, un paio tra Modena e Reggio Emilia, una cinquina fra Roma, Napoli e Urbino, un paio fra Pisa, Siena e Firenze ecc. E tutti hanno un curriculum di grande rispetto e tutti hanno un impatto internazionale più o meno grande nel loro settore (sicuramente più grande di quello dei soliti noti) e molti di loro hanno grande competenza di storia della filosofia (pur non essendo storici) e qualcuno è anche un ottimo divulgatore (pur non essendo solo divulgatore). Peccato che siano negletti dai mass media italiani che preferiscono inseguire personaggi ignoti al di là delle Alpi e senza alcun impatto. Ma questa è la vita. Das is das Leben, come direbbe un mio anziano collega che ama impreziosire i suoi testi con qualche parolina in tedesco!

 

Comunque sia, mai come ora la filosofia fatta da italiani che lavorano in Italia ha avuto un così alto riconoscimento a livello internazionale e mai come ora è all’interno di moltissimi dibattiti di rilievo. Il guaio è che tutto ciò a livello di percezione pubblica è assente e lo è a causa di quei personaggi di cui dicevo e di coloro che li cercano e li fanno occupare mass media. Ma, d’altronde, It’s showtime, Honey!

A questa ventina di italiani che fanno dell’ottima filosofia a livello internazionale e che lavorano in Italia, si deve aggiungere quella miriade – ed è veramente una miriade (siamo sull’ordine delle decine e decine) – di italiani, fra i 30 e i 60 anni – che lavorano all’estero e stanno proponendo dell’ottima filosofia con riconoscimenti notevoli in termini di premi, posizioni, centralità nei dibattiti ecc. Ma chi li conosce in Italia? Sembra che qui bastino personaggi che riescono a far passare le loro banalità e le loro stupidaggini per filosofia. Ma io amo l’Italia anche per questo: terra di poeti, di filosofi e di imbonitori.

2 thoughts on “In difesa della filosofia fatta da italiani

  1. L’articoletto e’ divertente come stimolo all’apertura degli orizzonti, anche rilevante per chi inizia oggi una qualsivoglia carriera con una qualsivoglia ambizione, tuttavia (a mio modesto avviso) irrimediabilmente fallace nell’idea di fondo, dove suggerisce che l’essere riconosciuti a livello internazionale renda carrieristicamente migliori dell’ essere riconosciuti solo da parenti e amici.

    Fallace perche’ le comunita’ di riferimento sono tutte sostanzialmente ed umanamente equipollenti, a livello locale e poi regionale, nazionale, internazionale (il super commissario dei grant internazionali, detto terra terra, mangia, caga e dorme esattamente come lo zio matto mai uscito dal paesello, quindi al fondo rispondono entrambi alle medesime urgenze di base, magari con differenti gradi di sofisticazione/ipocrisia).

    Fallace perche’ il riconoscimento di una comunita’ rispetto ad un’altra e’ non correlato al valore intrinseco / originalita’ della proposta del nostro ambizioso carrierista in erba: si puo’ essere Messi, Totti, Peppino (campionissimi, campioni, campioncini affermati e riconosciuti avendo operato sempre e solo in comunita’ locali: il global Barcellona, la local Roma, i localissimi dopolavori ferroviari di qualunque paesello italiano e per estensione mondiale) o Ronaldo, Baggio, Tonino (campionissmi, campioni, campioncini affermati e riconosciuti avendo operato in comunita’ diverse: Manchester United + Real Madrid + Juventus + Manchester United, … e cosi’ via a scendere … per il Divin Codino che le ha girate tutte in Italia, e per Tonino che ha girato tanti dopolavori ferroviari nella sua provincia). Fallace perche’, prendendo 15 minuti di highlight su Youtube, la summa di carriere a livelli diversissimi, le giocate di altissimo valore / talento / originalita’ sembreranno e saranno equipollenti per tutti e sei… ognuno al suo livello ma individualmente equipollenti nel suscitare meraviglia, ammirazione, riconoscimento, ecc. ecc.

    Venendo a bomba, al perche’ filosofi internazionalmente irrilevanti acquisiscano localmente fama televisiva rispetto a filosofi internazionalmente importanti che non vengono chiamati da nessuno, il discorso e’ il medesimo: i primi parlano ad una comunita’ locale di loro diretto riferimento ed hanno ancora effettiva influenza nell’indirizzarne in qualche modo l’orientamento o nel portare audience e denari pubblicitari ai canali di chi li invita… i secondi non parlerebbero ad alcuna comunita’, negli stessi contesti degli stessi canali, e dunque non porterebbero alcun guadagno ai canali che li invitassero.

    Se fossi un peer (non lo sono) reviewer (non lo sono, ma qui leggo un pezzo pubblico), direi infine che l’articolo in questione ha un approccio troppo analitico, calcolante e categorizzante rispetto a problematiche che richiederebbero anche altri strumenti, piu’ continentali, sociologico/politici e qualitativi. Vista l’indubbia capacita’ del proponente, nonostante i dubbi sul suo possesso degli strumenti detti, suggerirei tuttavia non una desk rejection e ciaone ma, sulla fiducia e come stimolo, una major revision in sei mesi (tongue in cheek, caro prof Boniolo, stiamo a scherzare, qui dentro si legge di molto peggio in pensieri e parole ed opere… grazie a Lei per la pazienza e saluti).

  2. “QUATTRO”! SOLO “QUATTRO” PAROLE: FILOSOFIA, ANTROPOLOGIA, STORIA, FILOLOGIA…
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    LEZIONE DI PROTAGORA. “Il frammento (1 Diels-Kranz) suona: «πάντων χρημάτων μέτρον ἐστὶν ἅνϑρωπος, τῶν μὲν ὄντων ὡς ἔστιν, τῶν δὲ οὐκ ὄντων ὡς οὐκ ἔστιν», e cioè, letteralmente: «Di tutte le cose è misura l’uomo, di quelle che sono, in quanto sono, di quelle che non sono, in quanto non sono»”. ( https://www.treccani.it/enciclopedia/protagora-di-abdera_%28Dizionario-di-filosofia%29/ ).
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    MESSAGGIO EVANGELICO: “ECCE HOMO”, ECCO IL FIGLIO DELL’UOMO [“Filius hominis”, “υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου]! – “Allora la folla gli rispose: «Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo rimane in eterno; come dunque tu dici che il Figlio dell’uomo deve essere elevato? Chi è questo Figlio dell’uomo?»”(Gv. 12,34).

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    LEZIONE DI TEOFILO DI ANTIOCHIA (Teofilo d’Antiochia, vescovo e teologo: https://www.treccani.it/enciclopedia/teofilo-di-antiochia_%28Enciclopedia-Italiana%29/): “Ma se tu mi dici – scriveva l’antico Vescovo: – Mostrami il tuo Dio, io ti dirò: Mostrami il tuo uomo [“tuum hominem”, “tòn anthropón”, e io ti mostrerò il mio Dio. Mostrami dunque che vedono chiaro, gli occhi della tua anima, e che bene intendono gli orecchi del tuo cuore…
    ” Dio si mostra a coloro che possono vederlo, quando hanno aperti gli occhi dell’anima. Tutti hanno i loro bravi occhi, ma qualcuno li ha velati, incapaci di vedere la luce del sole. Il fatto però che i ciechi non vedono, non dimostra affatto come la luce del sole non appaia. I ciechi se la prendano con loro stessi, e con i loro occhi.
    “Allo stesso modo, ragazzo mio, se tu hai gli occhi dell’anima velati dalle tue colpe e dalle tue cattive abitudini, non potrai vedere la luce. Come uno specchio limpido: ecco come l’uomo deve tenere la propria anima pura. ” Se lo specchio è arrugginito, il volto dell’uomo non appare sulla sua superficie. Nello stesso modo, se l’uomo è peccatore, quest’uomo non può contemplare Dio ” (http://www.santiebeati.it/dettaglio/90478).
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    LEZIONE DI PAOLO DI TARSO: “Diventate miei imitatori [gr.: mimetaí mou gínesthe], come io lo sono di Cristo. Vi lodo perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse. Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo [gr. ἀνήρ, ἀνδρός «uomo»], e capo di Cristo è Dio” (1 Cor. 11, 1-3).
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    LORENZO VALLA, CHI ERA COSTUI?!
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    Forse è bene riprendere il discorso da “capo”, almeno dal 1440…
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    Federico La Sala

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