[Pubblichiamo una registrazione audio (http://soundcloud.com/antonio-porta/ap-melusina-4-10-82) del 4 ottobre 1982 in cui Antonio Porta legge la prima versione del poemetto MelusinaA proposito di questo testo Porta scriveva: “Ho lavorato al poemetto sulla leggenda di Melusina per qualche anno, cercando di superare ostacoli di varia natura e soprattutto di capire perché mi interessavo tanto a un mito di trasformazione. Ho intuito, a un certo punto, che il vero tema era quello dell’invisibile. Alla fine il poemetto ha preso la forma di una ballata, forma che ho accentuato con gli ultimi interventi, mettendo in evidenza alcuni passaggi come se si trattasse di refrain di una canzone”. La registrazione ci porta all’interno del laboratorio poetico di Porta, che mentre legge ad alta voce il testo si ferma e modifica alcuni versi, come si può vedere anche da un confronto con la versione a stampa, uscita successivamente nel 1987 per Crocetti (ora anche in Tutte le poesie (1956-1989), a cura di Niva Lorenzini, Garzanti, 2009). Ringraziamo Rosemary Liedl Porta per la gentile concessione (it)].

 

Melusina

Tre sono i cavalieri e caracollano insieme
verso il fiume chiaro e lontano.
Ora il fiume è trasparente, è vicino e i cavalli
si dissetano allungandosi sulla sponda accogliente.
Sulla sabbia lambita dall’acqua le orme
profonde di piedi sottili di dame che forse
abitano lì vicino nel bosco di salici
e a passeggiare ci vengono al mattino.
Cosi i cavalieri come per un inchino
scesi da cavallo toccano con le dita curiose le nude
orme e seguono le tracce
dei piedi lontani, nella mente vicini,
come volessero con buona magia
evocare le belle e scoprirne le facce.
Tra loro si guardano negli occhi e sospirano
mentre le belle tra loro sorridono
guardando i cavalieri sospirare sulle tracce
dei bellissimi piedi affusolati, flessibili,
dal folto dei rami nascoste come gazze,
con un occhio verde e uno azzurro.
Tra i rami passano la notte silenziose e al mattino
alla prima luce che le sfiora
scendono al fiume e si immergono e nuotano
e corrono leggere a scaldarsi sulla sabbia.
Quando il sole è già alto
tornano a nascondersi e aspettano e guardano
i cavalieri ritornare e seguire le tracce moltiplicate
sulla sabbia dei piedini affusolati come cani da caccia.
Capiscono i tre cavalieri che le dame non son lontane,
troppo fresca è l’impronta nella sabbia e decidono allora
di chiamarle con suoni di flauto.
Le tre dame nascoste dietro gli alberi
con un gesto d’intesa tra di loro
decidono allora
di andare allo scoperto e far finta
di niente, come se i cavalieri non ci fossero
o loro non li vedessero per nulla.
Avanzano dunque le tre dame leggere
e parlano e ridono e si preparano
a fare il bagno nel fiume quasi fossero sole.
Si tolgono i calzari e piedini candidi
subito abbagliano i cavalieri luminosi
ma quando le dame stanno per togliersi le vesti
capiscono i cavalieri che debbono andar via:
le tre dame li stanno mettendo alla prova,
vogliono misurare la cortesia e lo stile.
Salgono i tre sui cavalli già pronti
e spronano allegri gli animali
e si sentono nell’intimo felici e cortesi
e sperano che l’indomani le tre dame soddisfatte
cominceranno a parlare con loro, è sicuro,
vi saranno domande gentili e risposte.
Ora le dame guardano i cappelli piumati
agitati in segno di saluto
dai cavalieri al galoppo ormai lontani.
Quando si immergono nell’acqua
i pesci luccicanti le accompagnano e scivolano
lungo i fianchi torniti
e se qualcuno vedesse potrebbe pensare
che i pesci le conoscono bene
da come le seguono e non le abbandonano mai
e le belle risalgono soddisfatte la riva grondanti
rabbrividite per il vento che spira dalla montagna
ancor piena di neve in primavera.
“Chi c’era, chi c’era?” gridano le gazze biancazzurre.
Tornano le dame dov’erano i vestiti leggeri
ma non li trovano più.
“Più più, più più!” gridano i cuculi.
Lì dov’erano i vestiti e le cinture e le fibie
e le spille per i lunghi capelli
c’è solo un po’ d’erba pestata dai ladri.
Ridono le dame, lo sanno dove trovare i vestiti
e ridendo fanno dei segni nell’aria
come per cancellare qualcosa da lontano e son sicure
adesso che i ladri non troveranno più nulla tra le mani
solo il vento che spira dall’alto delle nevi.
Accorrono i cavalieri in aiuto alle dame
galoppano con asciugamani di lino e mantelli di seta
provano l’intenso piacere di soccorrerle
e le dame accettano le premure gioiose,
sanno di non averne veramente bisogno
ma con grazia si lasciano avvolgere negli ampi mantelli
dai molti colori intrecciati.
Domani sulla riva del fiume si rivedranno,
è stabilito, dove la sabbia e l’ombra sono più accoglienti
e si può conversare a cuore aperto.

Le dame non sono lontane
troppo fresca è l’impronta nella sabbia.

È notte e i cavalieri sognano le dame
vestite di verde, di bianco e di giallo, colori
che in sogno significano nozze imminenti
e si raggiungono le dita per ricevere
e scambiare gli anelli
e ciascuna si dirige alla dimora futura
in groppa al cavallo del suo cavaliere
verso i castelli costruiti sulle colline,
dominano le terre ben coltivate.
I tre ponti levatoi scendono e risalgono senza rumore,
senza che nessuno li manovri, nel sogno
è ormai l’alba, l’ora di partire
e raggiungere le dame sul fiume
come chiede il desiderio.
Le tre dame aspettano vestite di bianco
con una cintura verde sotto il seno
pieno e tre cappelli di seta in forma di turbante
e con in mano i primi rami fioriti
come i vestiti, su un albero sbocciato
durante la notte, sbalordito.
Già di lontano s’inchinano ai cavalieri
che senza far parola, come in sogno,
quasi che tutto fosse predisposto da tempo,
infilano gli anelli al dito delle dame e salire
le fanno sui tre cavalli scalpitanti
e le coppie al galoppo, ormai senza freni,
volano verso le dimore, verso le stanze,
le candide lenzuola delle nozze.

Le tre dame, ognuna col suo cavaliere,
appena entrate nelle stanze identiche e lontane,
siedono sull’orlo del letto levigato e dicono così:
“lo acconsento, mio cortese
e forte cavaliere, con tutto il cuore
e il fiato: divento vostra moglie
e vi farò felice come avete sognato
e come in sogno sarà il vostro piacere
e questa dimora prospera e ricca e i nemici
non riusciranno a conquistarla,
saran costretti ad amarla,
e i nostri figli forti e numerosi
e il latte dalle mammelle scorrerà fedele,
ma…”. “Ma?” chiesero i tre cavalieri, con ansia,
“Ma a un patto…” risposero le dame.
A questo punto in tutte e tre le stanze
rimangono col fiato sospeso i cavalieri
e le bocche semiaperte e le labbra bianche di paura
“Ma a un patto…” ripetono tra loro di lontano
e un brivido gli sale per la schiena
e lungo il petto fino alle radici dei capelli.
“A quale patto?” chiedono all’unisono.
“Semplice”, rispondono le dame,
“che ogni giorno di sabato e fino alla domenica
voi non cercherete mai di avvicinarci
e neppure di vederci o di ammirarci o di scoprirci.
Saremo noi ogni domenica mattina,
passata la notte dell’oblio,
a svegliarvi e portavi il dono
della nostra immagine presente e la felicità
al chiarore dell’alba
di nostra spontanea volontà”.
“E se il patto verrà infranto, e se
non riusciremo a rispettarlo, a vincere
la nostra legittima curiosità?” chiesero i cavalieri,
“Allora,” rispose ciascuna delle dame,
“tu non vedrai più l’immagine di me
né quella dei tuoi figli, e le ricchezze
dalla polvere venute in polvere torneranno
e dal vento saranno soffiate via…”.
Così parlano le dame tutte insieme
nelle tre dimore uguali e distanti ma non troppo
nelle tre candide stanze da letto.
Gli occhi delle tre dame cambiano colore tre volte
da azzurro cielo a cupo a verde mare cupo
al rosso scuro delle zolle, e i cavalieri
dagli occhi di gatto di notte
vedono luminosi i candidi letti dove seduti
stanno tenendo per mano le dame e scoprono
negli occhi loro i piccoli laghi
dove guizzano pesci fulminei
nella sera che avanza e cancella le ombre.
Ormai si accendono le candele e le ombre ritornano
e i cavalieri rapiti dalla bellezza notturna e invisibile
pensosi rispondono che sì
staranno al patto appena pronunciato e mai
cederanno alla curiosità di alzare il velo della promessa.
Ma troppo facile sembra ai cavalieri la promessa
terribile come una montagna oscurata da nubi violente
perché in cambio, è sicuro, vivranno
con tre donne bellissime e guardandole
negli occhi dai colori mutanti
vedranno la terra lucente.
Ma un pegno ci vuole a sigillo del patto
e le dame li conducono fuori dal castello
al principio della notte e i cavalieri
devono gettare nel lago
l’anello più prezioso della loro vita
dicendo: “Sarò fedele”, e “Sarò fedele”
ripetono le dame occhicangianti.
L’anello più prezioso della vita
viene lanciato nel centro del lago e una mano
sembra che esca dalle acque e lo afferri
come in pieno giorno il pugno si stringe
e scompare nel lago che si richiude.
Fanno dunque ritorno le dame e i cavalieri
nelle stanze illuminate dal fuoco
e si preparano ad amarsi ora e per sempre
ad amarsi sempre di nuovo come fosse
il giorno della scoperta dell’amore.

Angeli del desiderio infine
dovrò chiedervi pietà.

In quei giorni un contadino
mentre pesca con la sua canna
sulle rocce dell’isola in miniatura
dove abita da solo e che da solo coltiva
scopre sulla sabbia candida una sirena luccicante
e viene chiamato col canto.
Il contadino getta la canna lontano
e si avvicina incantato dai capelli vermigli
e dalla bocca carnosa come un pesce balestra
ma è la voce di lei che gli attraversa il petto
e lui non sa risponderle a quel modo
lui non sa cantare e allora ride dentro di sé
quando dagli occhi della sirena luccicando
cominciano a scendere lacrime in forma di perla.
La sirena occhilucenti le raccoglie nel palmo della mano
e le mostra al contadino incredulo dicendo:
“Queste sono perle vere
se tu mi amerai
con queste vivremo senza troppi problemi
vendendole a poco a poco.
Se mi credi e accetti il mio patto è
che ogni sabato sera prima del tramonto
io starò nascosta verrò a svegliarti
la domenica mattina subito dopo l’alba.
Ma se tu mi cercherai durante quella notte
mi perderai e con me perderai
tutto quello che avremo conquistato insieme
e anche molto di più…”
“Tutto?,” chiede il contadino incredulo.
“Tutto”, risponde la sirena, “solo l’isola sarà
come adesso, ma allora diventerà invisibile”.
Il contadino è giovane, eternamente giovane,
colmo di desiderio, e pensa che il patto è lieve
e risponde che sì, che accetta, e la prende
per mano e l’aiuta a uscire dalle acque
e l’accompagna verso casa sollevata
stretta dalle sue braccia e pensa
come è lieve questo peso.
Così la depone sul piccolo letto
quasi una trapunta di piume:
“Domani preparo un letto più grande,
il doppio di questo,” dice il contadino che trema,
“per una notte basterà
tu sei così leggera che puoi dormire
sopra di me senza svegliarmi”.

È la mattina del giorno dopo e il contadino
sente il suo petto invaso dal gelo
della sirena che dorme a sangue freddo, e trema
di nuovo ma il canto che subito comincia
lo intenerisce e lo scioglie,
lo persuadono le parole di lei:
“Domani sarò più calda e ogni giorno di più”
dice la sua canzone e non si può dubitare
così è e così sarà,
un po’ meno caldo il contadino
un po’ meno fredda la sirena.

È la voce di lei che gli attraversa il petto
e lui non sa rispondere a quel modo.

Leggiadra la vita dei tre cavalieri
visibilmente leggiadro il galoppo
attraverso i campi fioriti
e i contadini antichi sembrano ora
sfuggiti al destino taccagno della fatica
alla fame velenosa più delle vipere cornute
con i raccolti che promettono il meglio del meglio
e le uve si gonfiano nella promessa zuccherina
del vino che dà forza e freschezza intatta.
Così come la terra prepara i suoi frutti
si gonfia il ventre delle donne e quello della sirena,
dentro scalciano nuove vite
e l’orecchio sensibile delle madri ascolta
battere i cuori minuscoli con forza di guerrieri
pronti a inventare il mondo di nuovo
attraverso la luce velata della nascita
con uno strappo deciso
dall’invisibile al visibile
con la nostalgia dell’invisibile.
Erano figli delle acque
ora diventano figli dell’aria e delle parole.
Il loro pianto, ormai, le loro risa
le sillabe e i richiami
risuonano nelle dimore dei cavalieri
come in quella del contadino sposo della sirena.
Proprio il figlio della sirena è il primo a nuotare,
dagli occhi glauchi, la pelle liscia come alga
che guizza fuori dalle mani della madre e del padre
quando vuole star solo e contemplare dalle acque
l’occhio verde dell’isola.
Ma anche gli altri si tuffano presto nei laghi
e le madri nuotano con loro
le candide membra sciolte nel movimento
i corpi si inarcano nel guizzo del tuffo
e la sera sono così felici e stanchi
che basta una sola ninna nanna breve
per tuffarsi nel sonno supini,
ninne nanne ispirate alla volta celeste,
come quella dell’orsa che così canta:
“Di dove comincia l’orsa la sua corsa
e come si è trovata l’orsa in mezzo al cielo?
Di notte mentre l’orsa dormiva
ha sentito un cavallo che nitriva.
E come le può crescere il pelo
stando sempre in mezzo al cielo?
Dove l’ha presa l’orsa
la sua grande borsa?
E dentro quella borsa che cosa c’è?
Solo una ninna,
una nanna per te”.
E quella del lupo che dice:
“Il lupo nel cielo non ulula ma domanda,
alla natura non vuole fare paura
non vuole svegliare il bambino
che si addormenta supino,
il lupo canta il latte col miele
al suo creatore rimane fedele,
ninna nanna con la panna
ninna nanna senza la zanna”.

Ma c’è anche un poeta con il liuto
che gira per paesi e castelli e canta
una poesia che ha molto successo,
un poeta anonimo, cui non importa nulla
del suo nome e molto invece gli importa
di quella canzone che dice:
“Una donna ci manda questi doni
l’uva è colma del vino futuro.
Una donna ci manda questi doni
un bosco tappezzato di fragole e mirtilli,
dove corrono lepri bianche
e cantano galli cedroni
e sostano cervi dalle carni saporite,
e mangiano le rose.
Questa è l’età dell’oro,
delle piogge rotonde e dolci,
delle donne gentili,
dei cieli intessuti di gelsomini,
dei soli vorticanti
che le zolle rendono feconde.
Questa è un’età che finisce ora come sempre
qui come altrove,
come il giorno succede alla notte,
come la notte prepara il giorno,
buono o cattivo che sia,
e così si va via
dalla mattina alla sera
dalla sera alla mattina,
nell’aria cristallina”.
“Un’età che finisce”, il titolo della poesia,
e la gente la canta come per scongiuro.
“Finisce o non finisce?
Ognuno se lo chiede, nessuno lo capisce”.
E’ una variante della canzone
ma in questo racconto un perché
lo si trova, non c’è mistero
e se per caso ci fosse qui lo si racconta
e una volta raccontato quello che si chiama
mistero non è più un mistero è una storia
e chissà quante cose vuol dire a ciascuno
seduto ascoltando su una pietra al crocevia.

E così si va via
dalla mattina alla sera
dalla sera alla mattina
nell’aria cristallina.

Succede che una delle bellissime
(dicono che si chiama Melusina)
una notte si accorge degli occhi
che spiandola la pungono
nelle ore proibite, sono quelli
del cavaliere suo sposo,
lui che aveva giurato di non spiarla
di non violarla.
Ma una notte tra il sabato e la domenica
il giuramento non resiste,
non può rinunciare un uomo che vuole guardare
così guarda e vede
quello che non deve vedere
soltanto perché ha fatto un patto di non guardare.
Ma un uomo scopre ciò che non deve sapere,
un uomo è curioso sopra tutto
un uomo è il bambino che mette le dita nei buchi,
raggiunge, tocca, esplora, lo si sa.
Il cavaliere vede Melusina la sposa
sciogliersi dalle candide lenzuola che la stringono
scuoterle con violenza e gli occhi
cambiano subito di colore, da azzurri
diventano verdi, poi gialli
e le pupille rotonde ora sono fessure,
e la lingua si divide, biforcuta,
era rosea, è grigia e sibilante,
Melusina si getta sul pavimento e striscia
mentre striscia le crescono le ali, mentre si inarca
sulle ali piume multicolori, leggere e potenti,
e il corpo perde le squame, s’illumina dall’interno
come una medusa risplende nell’acqua,
Melusina si solleva e la finestra si spalanca,
buca la notte con un volo teso
e vola tre volte intorno al castello,
si orienta come un migratore,
un cigno quando torna all’equatore
ai primi segnali dell’inverno,
adesso punta dritta nella valle
e l’attraversa e scompare dietro le colline.
Melusina volando sa del tradimento,
è trafitta dal patto infranto,
sa che non può tornare tra gli uomini,
che più non sarà donna visibile,
e il cavaliere ha paura e siede ripiegato su se stesso
stupefatto, pietra gelida all’alba,
e la febbre comincia a salire, e scotta
e trema e si chiede in un soffio:
“Ho davvero distrutto la mia vita felice?
E i miei figli? Dove saranno adesso?”.
Al pensiero dei figli si alza di scatto
e corre nella stanza vicina e vede
i figli che dormono ancora tranquilli
e a quella visione di pace un fremito
gli corre lungo la schiena e il cavaliere
pensa che sia di speranza,
è già mattina, mai una notte
era passata come fosse un fulmineo
pesantissimo minuto.

Angeli del desiderio
non è ancora il momento
non è ancora la fine.

È domenica mattina e un frate bianco e nero
sale verso il castello per dire la messa
ma con gli occhi sbarrati dallo spavento
e fa dodici segni di croce ogni minuto
sulla fronte, sulla bocca, sul petto:
“C’è un campo di frumento che brucia!”
vuole gridare, ma la voce
gli esce come un grido strozzato di pavone.
Ora riesce finalmente a parlare
ma il campo di frumento non smette di bruciare,
è un quadrato e da quello,
le fiamme non escono neppure di un centimetro,
come se quel quadrato di frumento
dovesse bruciare in eterno.
Invece in eterno non brucia:
quando tutti gli abitanti del castello,
del paese che lo circonda,
lo hanno potuto vedere
all’improvviso si spegne
e il frumento è come non fosse mai bruciato,
qualcosa che nessuno comprende.
Passano i giorni, passano le settimane
e un sabato notte il cavaliere
colpevole di essere curioso
sale fino alla stanza dei bambini
per guardarli dormire e baciarli nel sonno.
Da sotto la piccola porta di quercia
vede filtrare la luce
quasi fosse giorno e il sole
splendesse dietro quella porta.
Allora invece di fuggire
(e forse avrebbe fatto meglio)
cerca di guardare dentro la stanza
attraverso una fessura del legno,
il suo occhio si dilata e vede
che Melusina è tornata in segreto
e allatta il figlio più piccolo
come fosse di nuovo una donna
i suoi capelli scendono luminosi sul petto.
Che fare? Indugia il cavaliere,
trema nell’intimo, non osa
spalancare la porta, abbracciare Melusina,
e in silenzio si allontana, ha paura
di perdere il poco che è rimasto,
di perdere tutto e non sa
che ormai è troppo tardi,
quello che non doveva vedere
lo ha visto e Melusina non tornerà
nemmeno come un ladro di notte.

“C’è un campo di frumento che brucia!”
e gli esce un grido strozzato di pavone.

E nel frattempo al contadino
che cosa è successo
alla sirena e alla sua isola?
Molti ne parlano e così raccontano:
“Una notte il contadino voleva
guardare la sirena che dormiva
ma era sabato notte, la notte proibita.
Ma lui guarda la sirena addormentata e calma,
la sua pelle trattiene la luce dell’acqua
e splende dall’interno,
s’infiamma, tenta di abbracciarla
perduto nell’oblio,
ma il corpo di lei in un istante
diventa un serpente marino
e guizza via sibilando e dalla bocca
quando si volta ribelle
esce una lingua biforcuta.
Vola la sirena-serpente senza ali
vola attraverso la piccola finestra marina
attraversa il cielo notturno,
scende nell’oscurità.
Con estrema lentezza
l’isola comincia a muoversi e scivola
e scende dolcemente dentro il mare.
Con sé porta nelle acque
profonde il primo campo coltivato
poi il secondo e adesso è la volta della vigna,
segue la piccola casa dal tetto di paglia,
e il bambino dentro la culla che dorme
e gli animali domestici, un gatto, un cane,
seguono la mucca pezzata e quella bruna,
seguono gli alberi di frutta e la quercia
e sui rami della quercia tra le foglie
gli uccelli addormentati con il capo sotto l’ala.
Senza fiato, fuori di sé dal dolore,
senza una parola né un lamento
senza piangere, il contadino di pietra
si aggrappa al tavolo della cucina che galleggia
come una zattera di salvataggio
e così rimane fino all’alba
sul mare senza isola
senza casa, senza sirena,
quando i pescatori tornano lo salvano”.

L’isola comincia a muoversi
e scende lentamente dentro il mare.

Ora il contadino ha la barba bianca
uguale a quella dei cavalieri
ma è più infelice di loro, con l’isola la sirena
gli ha rubato anche il figlio.
Per tutti è il tempo dell’infelicità.
Ma i figli di Melusina crescono insieme
a quelli delle altre due dame sconosciute
come lei fuggite in forma di serpente piumato
in quella stessa notte sorprese dai loro cavalieri
nelle ore proibite di un sonno lontano.
Con loro tengono il contadino i cavalieri
perché vede nei figli degli altri
il piccolo perduto, rapito dalla sirena.
Così passano gli anni, non si sa quanti anni,
e i cavalieri giungono fino alle soglie della morte
e insieme ritornano sulle rive di quel fiume
dove un giorno felice incontrarono
tre bellissime dame con vesti multicolori
agitate dal vento primaverile tempestoso
loro tutti vestiti di bianco.
“Prepariamoci all’ultimo passaggio, amici, andiamo
in pace”, si scambiano il saluto dell’addio,
si abbracciano per l’ultima volta,
si sdraiano sulla fresca riva e aspettano
l’alba, quando si fermerà il respiro.
“Siamo colpevoli?” si chiedono,
“Siamo invece innocenti?”, “Siamo stati
troppo curiosi? troppo impazienti?”.
Non possono rispondere e aspettano.
Al mezzo della notte stellata
quando la luce degli astri
con lame di gelo attraversa la gola
e la sete di vino diventa bruciante
arriva anche il vecchio contadino che dice:
“È il vino nuovo, fresco,
pronto per questa notte”.
Tutti e quattro bevono insieme con calma
il vino nuovo scende nelle gole riarse
e il sonno ristoratore li invade con la sua pietà.

Non possono rispondere e aspettano:
“Siamo dunque colpevoli?
Siamo invece innocenti?”.

È l’alba e primo si sveglia il contadino
dalla barba grigia e i galli cedroni a occhi chiusi
cantano sulle cime degli alberi lontani
e vicino nel bosco grugniscono i maiali
ma la luce ancora non viene.
Si svegliano i cavalieri biancochiomati
quando i merli chioccolano frenetici nel sogno,
vedono che il colore della notte è cambiato
le stelle sono scomparse
e il cielo è fumoso e compatto
come la terra fosse avvolta in una nuvola
non grigia, non nera, non candida,
fumo scuro e rovente di un fuoco di legna.
Risalgono lenti a cavallo, vogliono
capire che cosa è successo,
ora tutt’intorno è silenzio,
i merli immobili e muti, questa è la verità,
prima l’alba era solo attesa sognata,
ora le foglie sono di pietra, le acque
hanno smesso di scorrere nell’universo mondo
solo i tre cavalieri si muovono
nell’incantesimo e il contadino vicino.
Più nessuno, più niente
può misurare il tempo, invisibili le meridiane senza luce,
sospesa l’acqua degli orologi del castello lontano,
le funi delle campane rigide, come di bronzo,
i batacchi stalattiti di ghiaccio,
nessuno può sapere quanto tempo sta passando,
se passa, nella pura immobilità. Ma
un merlo fischia nel folto degli alberi,
un lombrico si snoda nella terra molle,
una gallina depone l’uovo mattutino sulla paglia,
così via all’infinito, la vita è ora
quella di prima, di sempre,
i cavalieri e il contadino si specchiano nel fiume,
giovani come un tempo, l’isola
della sirena risale fino al suo posto,
emerge luccicante dalle acque,
le tre dame indossano le antiche vesti fiorite,
ma nessuno può saperlo, tutto
è soltanto accaduto, nessuno
se ne è accorto,
la memoria del passaggio, del passato
si scioglie nei laghi, scorre via coi fiumi,
si dissolve nell’oceano che lambisce il pianeta.
Di nuovo è l’alba, si avviano tutti
ai castelli, alle dimore, ai villaggi, ai campi
da coltivare, alla città sconosciuta, murata.
Il sogno della vita ricomincia in segreto,
il tempo rinasce nei fluidi, le dita
si intrecciano e stringono forte
guardando di nuovo se stessi
felici nello specchio.
Una notte il segreto
sarà di nuovo violato, i cavalieri
vorranno guardare le dame nel sonno senza vesti fiorite
e le donne diventeranno serpenti e voleranno
nel mondo che non c’è e l’isola
s’immergerà nel mare profondo
irraggiungibile.
Evapora la malinconia di ciascuno
e dall’ombra escono
i nuovi nati…
Finché un giorno, non si sa quale giorno,
scompariranno
i serpenti invisibili
i segreti inviolabili
i demoniaci divieti
dalle notti amorose.
E vi chiedo pietà
angeli del desiderio.

[Immagine: Giuseppe Cellini, Melusina (it)].

3 thoughts on “Antonio Porta legge (e corregge) “Melusina”

  1. Davvero interessantissimo, ringrazio anch’io Italo Testa ed il sito per averci messo a disposizione questo documento. La lettura di Porta è, assieme, esecuzione, esibizione dell’atto compositivo, ed appunto in forma vocale. Come nelle meno recenti (ma in realtà in tutte) le poesie di Porta, ad essere chiamata in causa, qui, è la genesi del senso, il formarsi del linguaggio, il definirsi dello sguardo nella forma delle cose che ha intorno.

  2. Ho lavorato al poemetto sulla leggenda di Melusina per qualche anno, cercando di superare ostacoli di varia natura e soprattutto di capire perché mi interessavo tanto a un mito di trasformazione. Ho intuito, a un certo punto, che il vero tema era quello dell’invisibile. Alla fine il poemetto ha preso la forma di una ballata, forma che ho accentuato con gli ultimi interventi, mettendo in evidenza alcuni passaggi come si trattasse di refrain di una canzone. In tempi recenti la leggenda di Melusina ha ripreso quota e credo che la ragione sia la stessa che mi ha spinto a arrivare fino in fondo con la ballata, il bisogno di esplorare ciò che sfugge alla nostra percezione immediata.
    La seconda parte del libretto, “Rosa che ride”, è in forma di diario; un diario che vuole abolire l’io-narciso per restituire quelle “risonanze” che riguardano la vita di tutti, mettendo in evidenza momenti pieni di senso. La forma-diario si distingue dalla “lirica” perché non ne condivide l’ambizione di raggiungere un’illusoria verticalità espressiva; accetta, invece, la sfida orizzontale della comunicazione.
    Un’opera a due strati, dunque; la ballata di Melusina rappresenta quello sottostante, come un fondale marino; il diario (che si definisce “nuovo” per distinguerlo da uno precedente, “Come può un poeta essere amato”, pubblicato in Invasioni) quello che trascorre nella quotidianità senza rescindere i legami con l’altro, anzi cercando di metterli in luce.

    A. P.

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