di Carlo Carabba

“Chi di voi si sente giovane?” chiedeva con sadica voluttà dal palco dei suoi concerti Manuel Agnelli, frontman degli Afterhours, una decina di anni fa. E, di fronte all’entusiasmo più o meno ignaro delle mani alzate, partivano le note della hit Sui giovani d’oggi ci scatarro su. La canzone raggiungeva il suo zenit nei quattro versi, giustamente celebrati, che per due volte precedono il ritornello che dà il titolo: “come pararsi il culo / e la coscienza è un vero sballo / sabato in barca a vela / lunedì al Leonkavallo”. Presto cominciò a verificarsi un fenomeno curioso. La categoria di persone contro cui la canzone si rivolge, che all’epoca venivano individuate con lucidità anche dal fortunato Ovosodo di Virzì, erano gli stessi che cantavano le strofe di Agnelli, inspiegabilmente convinti che non riguardassero loro. Qualcosa di simile accade oggi, ogni volta che l’inflazionato epiteto sociologico radical chic, spesso brandito come un manganello da Bondi e Santanchè nei talk televisivi, è usato con disinvoltura da quanti difficilmente possono non essere definiti tali. Sarà la nemesi, il karma della storia, fatto sta che alla fine furono gli Afterhours stessi a pararsi la capra e i cavoli e a consentire a una generazione la medesima falsa coscienza, individuando un problema, ma fornendo la via d’uscita di una facile indignazione assolutoria.

Da un paio di mesi su facebook aumentavano i post delle canzoni di un misterioso gruppo, a nome “I Cani”. Poi, a inizio giugno, usciva Il sorprendente album d’esordio dei Cani, titolo non privo di furbizia ma efficace nell’opposizione ironica a quel lessico automatizzato che molti, ahimè, chiamano giornalistico. Nonostante qualche legittima attesa il riscontro commerciale era inaspettato: quindicesimo tra gli album più scaricati su iTunes, secondo nella categoria alternative rock, dietro i Pearl Jam e davanti ai Radiohead. Nel frattempo è venuto fuori che I Cani sono una one man band (per questo, da qui in avanti, verranno coniugati al singolare), ma resta il segreto sul nome del cantautore. Da una sua canzone si apprende il nome di battesimo, Niccolò, i riferimenti contenuti nei testi lasciano supporre sia nato nella seconda metà degli anni 80, e la provenienza è tradita dalla voce, la cadenza nasale e vagamente femminea che appartiene ai quartieri settentrionali di Roma, le vocali che digradano dolcemente verso la A, tonalità così diversa dal romanaccio rude e profondo di Francesco Totti o dei protagonisti di Romanzo Criminale.  Il singolo più ascoltato (e condiviso sui social network), Velleità, sembra riprodurre la satira sociale degli Afterhours, criticando le pretese artistiche “che aiutano a dormire” (e a fornincare). Ma la somiglianza è solo apparente: alla fine un lungo e convincente elenco, tra “finti nerd con gli occhiali da nerd” e “nichilisti con il cocktail in mano” Niccolò inserisce “I Cani”, se stesso. La prospettiva di Agnelli è ribaltata, la critica viene dall’interno, senza contrapposizione tra virtù, propria, e vizio, altrui. Manca il pulpito, la prospettiva del predicatore. Così l’album d’esordio dei Cani è effettivamente sorprendente, per la capacità di rompere con alcune tradizioni consolidate del cantautorato italiano.

Vale la pena analizzarle, queste differenze, e soffermarsi sulle otto canzoni che, assieme a due tracce strumentali, compongono l’album. È indispensabile una premessa però: chi scrive non è critico musicale e dei pezzi verrà preso in considerazione solo l’aspetto testuale, tralasciando ogni giudizio sulla parte musicale (pure notevole), nella convinzione che la vera novità dei Cani sia nelle parole prima che nelle note.

La prima caratteristica meritoria dei Cani è la limpidezza dei testi, sempre comprensibili e, popperianamente, falsificabili. La massima parte dei cantautori italiani ha inseguito un lirismo piuttosto ermetico, che cerca l’immagine poetica, a volte con grandi risultati, più spesso scivolando nella maniera. Il capostipite della tradizione è Francesco De Gregori (che, a scanso di equivoci, ha scritto dei capolavori e coi Cani condivide l’origine, Roma nord), ma tendenze ermetico-liriche si ritrovano, ad esempio, nei Baustelle. I Cani al contrario costruisce una narrazione realistica, fuggendo astrusità e ombre, al tempo stesso riuscendo a evitare molte delle trappole della letteratura e della canzone sociale, a partire dal topos dell’elogio compulsivo degli umili che, restando ancora nella scuola romana, trova l’esecuzione più alta in “Sora Rosa” di Antonello Venditti, la più bassa nel pauperismo posticcio e maudit di Mannarino. Gli ambienti descritti dai Cani sono sempre borghesi, in senso esteso, facilmente riscontrabili nell’esperienza di due o tre generazioni, raccontati con la precisione sociologica tipica dei migliori romanzi. Ma anche l’approccio alla satira sociale è nuovo. Guccini autore di straordinarie satire (“Il sociale e l’antisociale”, per dirne una) ricorreva a effetti comici, volutamente parodici e, come un moralista classico, si poneva nella condizione di poter stigmatizzare comportamenti e tipologie umane. Pur non rinunciando a una forza critica l’approccio dei Cani è invece fenomenologico e descrittivo, lascia parlare dettagli, psicologie, persino brandelli di conversazione (“Dieci euro in cambio di un Long Island gratis”), alla categoria si sostituisce spesso l’individuo. I testi sono pervasi da un’ironia diffusa, ma non si ride mai. Tra Guccini e I Cani passa una distanza simile a quella che c’è tra la commedia antica di Aristofane e la nuova di Menandro, tra Plauto e Terenzio.

Un altro esempio classico (per quanto impegnativo) permette di comprendere meglio la poetica dei Cani. Il protagonista della canzone Post Punk è un quarantenne che avvicina ragazzini liceali, con la promessa di mettere su un’etichetta discografica e produrre un disco, mosso da scopi verosimilmente sessuali. Ma I Cani lascia da parte l’aspetto dell’adescatore e si concentra nel ritratto di un uomo non più giovane e irrealizzato, che si vergogna della famiglia ricca e borghese da cui proviene, attribuisce alla società le colpe della sua insoddisfazione e in lunghi discorsi e lettere indirizzate a Niccolò e altri liceali contrappone alle storture del mondo edenici luoghi comuni post sessantottini, “la gente non è il lavoro che ha” “per me contano i dischi, i bagni nel mare, l’umanità”. Insomma, un seccatore, come quello che fermò Orazio lungo la via Sacra. Così il vero modello dei Cani sono, con un inatteso salto temporale, le Satire di Orazio, lo sguardo puntuale ma mai indignato, il giudizio senza la predica, la percezione di far parte dello stesso mondo che si critica. E quindi il senso di appartenenza, di partecipazione.

Così, forse, le due canzoni migliori dell’album, sono quelle in cui il portato autobiografico è più evidente e la vis critica più contenuta. Le coppie è una splendida descrizione delle dinamiche di un’epoca che ha preferito ripetuti fidanzamenti al libero amore, costruita tramite la triplice negazione variata del ritornello: non vengono fermati dai vigili quasi mai, non raggiungono il punto di rottura quasi mai – ma una volta che si lasciano neanche i meglio intenzionati riescono a rimanere amici, quasi mai. Il pranzo di Santo Stefano è un piccolo apologo, narrativamente perfetto, che racconta di un amore passato, con una malinconia ironica mai venata di sentimentalismo.

Insomma tra sorprese e promesse un esordio memorabile, una poetica in evoluzione ma già ben delineata, il rigore della parola contro la tentazione della retorica.

[Immagine: Cane che corre, wallpaper (gm)].

10 thoughts on “I Cani e l’autocoscienza

  1. Carlo, per quanto mi riguarda I cani è Un cane, musicalmente parlando. Come sai mi inserisco bene, in un qualche punto, nelle linee critiche sotterranee di questo intervento, ma segnalo che uno dei migliori album italiani del 2011 per me é “Rojo” di Giorgio Canali, nonostante l’impeto post-adolescenziale dell’autore, quando si esibisce live. Pomo della discordia per i “ggiovani” potrebbe essere anche “Nati per subire” degli Zen Circus… Ecco, non siamo nati per subire, nè per frignare: il piagnisteo dei cosiddetti bamboccioni è una colossale… invenzione, per usare un eufemismo, ma la frustrazione giovanile (dal lavoro al disamore, come segnalava Alessandra Pigliaru nell’introduzione all’e-book poetico di Malicuvata, “Ultimo scarto”, liberamente scaricabile dal sito http://www.malicuvata.it) è un vicolo cieco nel quale uno finisce per credere. E imbottirsi di Lexotan.

  2. secondo me qui vanno detti anche i logorroici testi degli uochi tochi – che già prima dei Cani facevano considerazioni mica proprio da ridere, appunto

    tipo nel testo “le ragazze”

    “Quando mi chiedi “come stai?”, oh, ragazza, è un problema rispondere (no!): sarebbe troppo lungo da svolgere, troppo per una domanda fatta per convenienza, un automatismo come il battito del cuore, la digestione, fare sesso, respirare — aspettate! Se respirare fosse naturale come l’amore fisico, allora io sarei morto. Digerisco, respiro, espello e penso, e penso, e penso: non ha senso il fatto che io non sia accluso in un grande club! Mi sono accorto che alcune persone con problemi sono molto più interessanti, mi sono accorto che quando ho dei problemi affronto con più serenità i miei problemi, e noi, noi nati in un momento in cui sembra più vicina l’estinzione che la progressione in avanti, sentiamo poco il desiderio di avere figli, di riprodurci: quando gli slogan e le dinamiche sociali ci stimolano alla ricerca di un buco da riempire, allusivo, lascio il buco vuoto e vedo cosa succede — tanto moriremo tutti, tanto vale!”

  3. Intervento molto interessante e per nulla scontato.
    Purtroppo per noi ventenni (ho 23 anni) I cani creano così tanto dissapore proprio perché raccontano di come siamo senza fare sconti a nessuno. Ci piace pensarci come dentro un cd di Giorgio Canali o degli Zen Circus, ma poi siamo quelli che ai colloqui “speriamo si finisca presto così arrivo a casa in tempo per vedere Dragon Ball”.
    I Cani affondano con il bisturi nelle ferite purulente delle ultime tre generazioni, e c’è chi li apprezza per questo (seppur condividendo con questo post che “non si ride affatto”), chi pensa che non riguardi lui ma sempre qualcun altro, e chi li odia perché, bhe, perché vedersi rinfacciati i propri difetti non fa piacere a nessuno.
    Complimenti ancora per l’intervento, non conoscevo questo sito ma lo seguirò assiduamente.

  4. ottima analisi, e concordo in pieno anche con chiara. la musica italiana tanto ha abituato alle divisioni tra bravi e cattivi che i testi de i cani sono stati quasi sempre interpretati in senso opposto. erroneamente, ma tanto l’importante è trovare un bersaglio, quasi mai capire davvero.

    aggiungo che, almeno a mio vedere, la descrizione del personaggio di ‘post-punk’ è sì impietosa ma allo stesso tempo indulgente. e forse la chiave sta proprio in quel ‘si definiva anarchico e si vestiva come un impiegato’: rifiutare dress-code e incorporare invece lo status del marginale e del perdente, in un’epoca così, è uno dei pochi atti di ribellione intellettuale. non un dito puntato contro gli sfigati (avevo letto una cosa così sul giornale blow up), ma al contrario l’accorata descrizione di un candido.

  5. Riesco a distinguere le canzoni dei Cani sono per le parole, le basi sono noiosissime e sempre uguali, che noia!

  6. Articolo ingegnoso e gradevole. Avrei alcune considerazioni da aggiungere a questo intervento che per il resto mi trova completamente d’accordo.
    I testi dei Cani, limpidi nell’esposizione, contengono tuttavia una ambiguità ricorrente, direi costitutiva. Essa rappresenta uno dei tratti fondamentali del suo stile espositivo, basato sulla ripetizione ravvicinata di frasi pseudo-contraddittorie, incisive perché stranianti (“quando i soldi sono troppi o troppo pochi e non sei davvero ricco né povero davvero”, “la pelle, la finta pelle” “io che di nascosto vivo, io non vivo che nascosto”, “i cattivi non sono cattivi davvero, i nemici non sono nemici davvero, ma anche i buoni non sono buoni davvero, proprio come me e te”). Questa capacità di disorientare i facili punti di riferimento deriva dalla concezione cinica e nichilistica soggiacente ai testi. D’altronde il nome stesso della (one man) band non può non contenere un riferimento alla Weltanschauung cinica (in origine stile di vita tipico degli imitatori del comportamento dei cani, appunto). Mentre il nichilismo che pervade i testi, ritorcendosi e avvolgendosi su se stesso grazie alla fondamentale vena autocritica, risulta paradossalmente propositivo. Senza scomodare il nichilismo attivo dell’inflazionato Nietzsche, si può comunque constatare che un atteggiamento ipercritico rivolto non contro tutto il resto, ma anche verso l’interno, può svolgere in alcuni casi una funzione catartica e rinvigorente. L’autenticità di questo esame introspettivo mascherato da indagine sociale testimonia la straordinarietà dell’album dei Cani nella sua rivoluzione invisibile. L’opera dei Cani è l’album più importante dell’epoca tardo berlusconiana (insieme a “I mistici dell’Occidente” dei Baustelle che all’opposto propone di seguire il cammino dell’ascesi) perché testimonia un tentativo di reazione individuale a una situazione sociale stagnante. La canzone “Wes Anderson”, posta in chiusura, è lo spiraglio nella cappa che ci circonda. E’ la breccia di sentimento che I Cani vorrebbe aprire, proprio come me e te.

  7. Grazie per avermi segnalato il tuo intervento sul blog. la recensione è davvero molto ben scritta e filologica, contro lo snobistico stilnovo di certi indiebloggers quindi l’ho letta molto piacevolmente.
    Ma credo tu abbia scomodato dei grandi per parlare dell’ennesima nullità hipster in termini canori, i Cani appunto.
    Dopo un ascolto più attento ho capito che I cani è la novità più deprimente e ridondante di questi ultimi 4 anni insieme ad altri enfants prodiges nostrani. Di sorprendente hanno ben poco.
    Ciao!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *