Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Dante queer

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di Tommaso Giartosio

La storia è questa. Gherush92 è un’associazione no profit che elabora studi e progetti su temi come i diritti umani, l’elaborazione dei conflitti, lo sviluppo sostenibile. La presidente dichiara in un’intervista che la Commedia di Dante presenta contenuti offensivi e discriminatori sia nel lessico che nella sostanza. Ricorda alcuni passi dedicati al popolo ebraico, ai sodomiti (gli omosessuali), a Maometto spaccato in due che mostra ’l tristo sacco che merda fa di quel che si trangugia. E pur precisando di non invocare né censure né roghi, conclude chiedendo proprio di espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali o, almeno, di inserire i necessari commenti e chiarimenti. Scrittori, critici, opinionisti, attivisti gay liquidano rapidamente queste parole: il capolavoro dantesco ha solo gli ovvii limiti storici di un’opera che è comunque figlia del suo tempo. Il Corriere della sera riprende la notizia sul suo sito raccogliendo rapidamente altri 400 commenti scandalizzati.

Perché le affermazioni di Gherush92, in parte scontate in parte assurde, hanno avuto così larga eco? In un’Italia in cui i gruppi discriminati sono quasi privi di diritti – cioè sono oggettivamente trattati in modo politicamente scorretto – ogni scempiaggine che riesca a farsi notare dalle redazioni è un’occasione buona per diffondere la convinzione che questi gruppi godano di chissà quale pregiudizio a favore, alimentato dalla political correctness. Singolare strategia, che la dice lunga sul peso che noi italiani eterni provinciali diamo alla communis opinio rispetto alla realtà dei fatti. Non puoi avere la carta d’identità, non puoi sposarti, devi lavorare in nero, devi studiare con un crocifisso sotto gli occhi; ma se si parla bene di te e di quelli come te, va’ là, sei un privilegiato. Strategia efficace, del resto: infatti i diritti latitano ancora, affondando in un mare  di chiacchiere interessate.

Ma ciò che conferma la strumentalità della polemica è la singolare concordanza dei contendenti. Per Gherush92, l’opera d’arte è un modello capace di formare e deformare le coscienze. Occorre dunque proteggerle con la censura o con un cordone sanitario di note a piè di pagina. Per i critici di Gherush92 l’opera è esemplare a prescindere dai suoi contenuti storicamente datati. Occorre dunque sospenderli, scotomizzarli, considerarli un dazio all’arretratezza dei tempi. Sono due punti di vista molto simili. Entrambi sbagliati. Dante non va espunto o perdonato: va letto e compreso.

La Commedia è interamente figlia dei pregiudizi trecenteschi – non poi tanto diversi dai nostri. Non esiste un pulsante che permetta di disattivarli e godersi il poema senza venire disturbati. Dante vuole disturbarci. E disturbarsi. Si avventa sui pregiudizi come su un banchetto. Li fa suoi, li scompone e li digerisce. A volte li supera, per esempio quando (con gli stilnovisti) rivendica la nobiltà d’animo come superiore a quella di sangue. Ma in genere non è questo che gli interessa. Piuttosto cerca di farne spazi, corpi. Incontrarli. Vuole capire in che modo lo riguardano. E in questo, sì, è esemplare. La sua fame di alterità non mira a recintare gli spazi dell’Altro (come invece fanno sia Gherush92 sia i suoi detrattori, nel proporci una Commedia depurata e igienizzata). Anzi vuole abbatterli. Penetrarli, farsene penetrare. Certo: non sempre ci riesce. Ma lo riconosce.

Il rapporto con l’Islam è ambivalente. I musulmani sono rappresentati nel poema come gente turpa, superba e selvaggia, tranne per Avicenna e Averroé. Che però stanno chiusi nel castello degli spiriti magni, non più nemici della cristianità ma membri di una comunità di eletti, una bella scola, una schiera, una filosofica famiglia, una compagnia. Ma Dante sa che l’universalismo culturale non risolve la questione. Nel limbo c’è anche il Saladino, ma appare solo, in parte. Il suo isolamento è un implicito problema, un nodo non risolto.

Con gli ebrei, poi, isolare l’Altro diventa impossibile. Quando Beatrice esorta i cristiani: uomini siate, e non pecore matte, sì che ‘l Giudeo di voi tra voi non rida!, ci senti un’intimità cruenta impensabile se si parlasse di musulmani. Questi non sono rivali pagani, ma parenti traditori (la colpa più grave nell’Italia dei Comuni e delle fazioni): un nemico interno. Perché il popolo ebraico è l’altra faccia dell’identità cristiana. La Commedia è spaccata tra amore devoto per gli Ebrei del Vecchio Testamento e disprezzo per i Giudei dell’era cristiana. Nella Giudecca sono puniti i tradimenti più gravi, peggiore tra tutti quello di Giuda maciullato dal primo traditore Satana: ma una giudecca al tempo di Dante era un quartiere ebraico. Nel cuore dell’inferno c’è un ghetto – e, arrivandoci, Dante scopre di trovarsi esattamente sulla verticale di Gerusalemme. Un’allucinazione degna di Bruno Schulz. Bene e male si necessitano come il concavo e il convesso. Non è solo antigiudaismo, è il paradosso frastornante che l’intero viaggio cerca di ricucire, è l’enigma di una lingua assurda, l’ebraico, forse edenica forse babelica, ugualmente urlata dai demoni e cantata dai beati: è l’illeggibilità di Dio.

Nel caso dei sodomiti, infine, il coinvolgimento con l’Altro diventa personale, ardito. Dante vuole sbattere un sodomita all’inferno? Benissimo, va a scegliere proprio il suo maestro, Brunetto Latini: nel Medioevo il rapporto gay per eccellenza era quello tra maestro e allievo. Così lo incontra. Camminano fianco a fianco, nella penombra. Si toccano. Si parlano con tenerezza. Brunetto spiega che tutti gli altri come lui sono poeti e letterati. Dante si chiede se dovrebbe scendere anche lui con Brunetto, nella pioggia di fuoco… Questo gioco di ambivalenze evoca un mondo in cui (secondo dati riferiti al Quattrocento) i due terzi dei fiorentini quarantenni erano stati arrestati almeno una volta per sodomia. Un mondo in cui omosessualità e eterosessualità non erano polarizzate come accade oggi, con quell’arroccamento identitario che tuttavia serve a ottenere diritti, ma si intrecciavano in mille viluppi di curiosità disprezzo paura amore. Vivere in quel mondo significava avere comunque “esperienze omosessuali” – che fossero sessuali o meno. Significava portare in sé l’omofobia e il suo contrario, sempre.

Il canto di Brunetto ci fa pensare per contrasto a quella dinamica dell’omofobia qualificata che va per la maggiore oggi, quella di chi dice “ho tanti amici gay ma”. Ma il reato di omofobia no. Ma il matrimonio no. Ma le adozioni no. Ma non sono un omofobo. Tutto un negare diritti, ma prima ancora uno sfilarsi, un dire: questo pezzo di vita con me non c’entra.  Dante è un omofobo, ma dice: “ho tanti amici gay perciò”. Perciò devo capire cosa c’entro con loro. Perciò devo lasciarmi tirare in ballo. Questa è la queerness che mi sembra più interessante (ed è folle che debba insegnarla uno che mette i gay all’inferno): non un’astratta flessibilità, una dichiarata disponibilità a vivere un’infinita varietà di teoriche vicende identitarie, ma un confronto reale con quella differenza che ci riguarda perché ci resiste, e ci riscrive.

[Questo articolo è uscito sul settimanale “Gli Altri” il 23 marzo 2012].

[Immagine: Bronzino, Ritratto allegorico di Dante (1532-33)].

4 commenti

  1. Molto bello, complimenti. Grazie per aver salvaguardato l’abissalità poetica e speculativa di Dante dal non-pensiero dei missionari del civismo paranoide e sanitarizzante. Comprendo molto meglio con questo suo intervento il mio abbaglio (vedi Appunti queer sui Promessi sposi) di confondere gender e queer studies. Questo è pensiero complesso, che invita a dislocarsi dal pensiero già pensato, dalle categorie-tic automatiche e (avrebbe detto Gadda) “obbligative”. Questo pezzo di vita con me c’entra. Tutti i pezzi di vita con me c’entrano.

  2. Quante pagnotte dovremo ancora mangiare per arrivare alla grandezza di Dante.

    Se tutti gli islamofobi, omofobi, razzisti e intolleranti fossero come Dante il mondo sarebbe molto migliore di quello che è.

  3. Prospettiva davvero interessante: “perciò devo capire cosa c’entro con loro… devo lasciarmi tirare in ballo… non un’astratta flessibilità, una dichiarata disponibilità a vivere un’infinita varietà di teoriche vicende identitarie, ma un confronto reale con quella differenza che ci riguarda perché ci resiste”.
    Anche perché credo che i passi di Dante più giustamente famosi siano proprio quelli (come mi ha fatto intuire con più chiarezza Pasquini – università di Bologna) in cui Dante presenta proprio se stesso al centro di questa dinamica di giudizio e debolezza umana: il Dante innamorato di Paolo e Francesca; il Dante superbo che ascolta il viaggio di Ulisse…

  4. …Dante, come PierPaolo, era un intellettuale vero e un intellettuale vero dice cose che non piacciono, perchè un intellettuale vero dice tutto, ANCHE le cose che SENTE. Egli vive le contraddizioni del suo mondo e le CRITICA…perchè un intellettuale vero SA che il mondo non è quadrato e visibile…ma invisibile e tondo. Che è vero il vero e il suo contrario. Che la verità è esperienza. Tommaso Giartosio è sulla buona strada.

    “…Un mondo in cui omosessualità e eterosessualità non erano polarizzate come accade oggi, con quell’arroccamento identitario che tuttavia serve a ottenere diritti, ma si intrecciavano in mille viluppi di curiosità disprezzo paura amore. Vivere in quel mondo significava avere comunque “esperienze omosessuali” – che fossero sessuali o meno. Significava portare in sé l’omofobia e il suo contrario, sempre.”

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