Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Franco Buffoni, Poesie 1975-2012

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[Esce oggi in libreria Poesie 1975-2012, l’Oscar Mondadori dedicato all’opera poetica di Franco Buffoni. Il libro, corredato da un mio saggio introduttivo e da una bibliografia a mia cura, è una ricca antologia di tutte le raccolte di Buffoni: da Nell’acqua degli occhi del 1979, apparsa nei Quaderni della Fenice di Guanda con una nota di Giovanni Raboni, fino a Roma, l’ultima raccolta edita (Guanda 2009). L’Oscar permette così di rileggere testi da tempo introvabili (se non nel sito dell’autore) e appartenenti a I tre desideri (San Marco dei Giustiani 1984), Quaranta a quindici (Crocetti 1987), Scuola di Atene (L’Arzanà 1991), Suora carmelitana e altri racconti in versi (Guanda 1997), oltre che ai libri più recenti Il profilo del Rosa (Mondadori 2000), Theios (Interlinea 2001), Guerra (Mondadori 2005), Noi e loro (Donzelli 2008) e, appunto, Roma. il volume include anche un’anticipazione del bel libro inedito che l’autore ha intitolato alla memoria di Jucci, una germanista conosciuta nel 1967 e scomparsa nel 1980.

Presento qui, come omaggio a Franco Buffoni e a questa sua importante pubblicazione, un’antologia personale della sua poesia, ripercorrendo a volo d’uccello i trentacinque (trentasette!) anni di scrittura racchiusi nelle pagine dell’Oscar. Buona lettura. (mg)]

 

da I tre desideri (1984)

Il lancio

Ogni inizio è sempre difficile: suonano i violoncelli.
Ma non è il primo lancio che spaventa:
la morte di certe forme risolute
in bilico come incertezze tra gli alberi.
È quello prima del congedo,
ramo binario del sogno,
rimandato e trasmesso in veglia per ordine,
da ricoprire di foglie ogni ora.

da Quaranta a quindici (1987)

Il terzino anziano

Erano invecchiati
anche quelli della sua età
con la barba verde tra i piedi
e l’odore di maglia a righe
ma lui restava in difesa,
pesante, a sentirsi i figli
crescergli contro
e vendicarsi.

da Suora carmelitana e altri racconti in versi (1997)

Suora carmelitana

Il convento di via Marcantonio Colonna
È del trenta. E mia zia
Che aveva lavorato nella ditta
E quando è entrata la guerra era finita
E lì dal quarantasei.

Da allora è uscita tre volte per votare
(Divorzio, aborto e quarantotto)
E due per andare in ospedale.
Per votare ci vuole la dispensa.
E anche per l’ospedale.

La regola prevede per tre anni il noviziato,
Poi con i voti la clausura.
Sono quasi tutte laureate
Le nuove suore entrate in questi anni.

Le suore sono in tutto una ventina,
Ventiquattro per la precisione erano prima
Della fondazione di un Carmelo nuovo.
Alcune sono state trasferite
E a Milano ora sono in diciassette
Le più vecchie.

Mi ricordo il convento da bambino.
La zia si presentava con il velo
Dietro le grate:
Due, come la regola prescrive,
A un palmo di distanza tra di loro.
Ma il mio braccio ugualmente le giungeva
Vicino, fino a undici anni è passata la manina.

Ho pensato poi alla mano nella grata
Alla prima foto di fist-fucking.

Del parlatorio la ruota mi piaceva da morire
E oggi attira Stefano ugualmente.
Dall’apertura poteva fuoruscire
Il mio regalo
O anche niente.
Ma era bello così farla girare,
Per l’odore dentro.

Il convento di via Marcantonio Colonna
È un convento moderno
Non ha i muri spessi sostiene mia zia
Non c’è umidità.
Hanno al massimo quattordici gradi d’inverno
E più di trenta quasi tutta estate.

Da studente le chiedevo se sapeva
Chi era Marcantonio Colonna.
Lei preferiva parlare di altri papi
E qualche volta solo di dottrina.

Quando ero militare mi diceva che capiva.
Gli orari ben scanditi e quella forma
Di disciplina.
Il padre provinciale e il cardinale
Ai superiori si doveva dare
Obbedienza continua.

Ormai che la sua faccia è più vecchia
Di santa Teresa nel quadro
Appeso in parlatorio
Più di me non le mento, sto a sentire.

Di fronte al grande crocifisso
E alla zia che spiegava la passione
I chiodi degli uomini romani,
Stefano ha fissato a lungo quelle forme.
Toccandogli le mani:
«Così sta su».

Parlando della zia dice che è stato
Da una suora americana.

da Il profilo del Rosa (2000)

Come un polittico che si apre
E dentro c’è la storia
Ma si apre ogni tanto
Solo nelle occasioni,
Fuori invece è monocromo
Grigio per tutti i giorni,
La sensazione di non essere più in grado,
Di non sapere più ricordare
Contemporaneamente
Tutta la sua esistenza,
Come la storia che c’è dentro il polittico
E non si vede,
Gli dava l’affanno del non-essere stato
Quando invece sapeva era stato,
Del non avere letto o mai avuto.
La sensazione insomma di star per cominciare
A non ricordare più tutto come prima,
Mentre il vento capriccioso
Corteggiava come amante
I pioppi giovani
Fino a farli fremere.

*

La folla alta dei passeri
– E uno sempre dopo
E dopo ancora un ultimo –
Che lascia il grano al campo d’improvviso
Gridando in volo alle robinie d’alpe,
Crede che te ne accorga,
Che ti volga ostilmente dal sentiero.
Oscilla poi per questo appesantito il ramo.
Per questo fatto che non c’è l’ultimo vola.

da Theios (2001)

E vedo dall’alto del mio bagno sui box
La tua calvizie giovane allargarsi
Mentre con cura virilmente scattano
Pulsanti a luce verde. Plastica
A distruggere elementi d’altra plastica
Nel paese dei balocchi, usando coloranti
Per scoprire il percorso dei vasi sanguigni
Negli interstizi degli anni. Procrea, procrea
Ragazzo mio, che la tua bellezza non si perda.
Il suono comincia a nascondersi
Nel ventre del violoncello.
Si impietrirà la piccola carie,
Saprà come non farti male.

da Guerra (2005)

Sotto la statua del costruttore di navi da guerra
La più grande canoa ha il motore diesel
Attraversa persino il canale
Il ponte basso coi segni dei camion
Che tentarono di passare,
Trasporta fino a cento fantaccini
Di un rito bizantino slavo.
Il culto si era diffuso
Nelle province ecclesiastiche oltre Sava
Con la madonna al centro della pala,
La tovaglia stesa ad asciugare
E su un riquadro rosso ad ombreggiare
La marca tedesca di una radio.
«Sono ostriche, comandante?»
Chiese guardando il cesto
Il giovane tenente,
«Venti chili di occhi di serbi,
Omaggio dei miei uomini»
Rispose sorridendo il colonnello.
Li teneva in ufficio
Accanto al tavolo.
Strappati dai croati ai prigionieri.

da Noi e loro (2008)

Due trafiletti

I
Voleva superare l’inevitabile il pieno
Scanalare i cinquecento euro
Sulla parete rossa
E governare la scanalatura
Scendendo tra i balzi dove
Il trenomare frena
Il clandestino curdo
Precipitato ieri
Nel tratto impervio a mezza costa
Tra Mentone e Ventimiglia.

II
«Spero di risvegliarmi in un mondo più gentile.»
Gentile. Giovane fragile bello
E gentile. Una condanna per te
Solamente
Una fuga
Dal parapetto del cavalcavia
Sperando di svegliarti
L’hai scritto nel biglietto
In un mondo più gentile.

da Roma (2009)

Patto di Varsavia

Per Mario e Cosimo

Probabilmente a loro il «Patto di Varsavia»
Non diceva nulla,
E nemmeno la filologia romanza
Ugrofinnica o slava.
Loro si amavano da un anno in italiano
Senza troppi articoli
E litigavano anche in romanesco
Negli ultimi tempi.
Con le preposizioni a modo suo, Sava Cosmin
Il rumeno ventitreenne
Dipendente – recita il verbale –
Di una ditta di derattizzazione
Rimproverava al polacco pizzaiolo Szydlowski Mariusz
D’essere un putanno tradittore,
E lo ha ucciso lì nel loro letto
Con un colpo di pistola (sottratta la sera prima in pizzeria
A un amico guardia giurata)
Prima di spararsi l’altro colpo in bocca.
Voglio una lapide in via Mammuccari
Al Tiburtino II
A ridosso della Palmiro Togliatti.
Una lapide al «Migliore» con un verso da Casarsa.
C’era Tiziano Ferro nel cd.

da Jucci (Inedito)

Il bene oscuro

Come te, aquila equilibrata, che centellini millimetrato
Il profilo del Rosa nel bianco dell’alba,
Come te quando in picchiata precipiti e sfracelli.
Midolli spinali tranciati da cavi di funivia,
Fruste attorcigliate sibilanti boa.
Una parola ogni tanto ripetevi
Perché il sentiero se la ricordasse.
Ruzzolò dapprima due scalini
Della discesa a Goglio
Il cane da caccia morsicato
Sul muso dalla vipera,
Gonfiandosi in un soffio a dismisura
Fino alla pietosa fucilata
Il bene oscuro.

[Immagine: Myoung Ho Lee, Tree (2007) (gm)].

14 commenti

  1. *

    Pubblicare per Berlusconi?… Ma nemmeno per idea!
    Fanno gli outsiders, e poi hanno “entrature” da paura per entrare nelle case editrici dell’establishment.
    Tipico esempio di incoerenza militante, nell’epoca del falso totale.

    Altre generazioni non avrebbero avuto dubbi, a rifiutare. Piatto ricco mi ci ficco, una mano lava l’altra e tutt’e due lavano il viso, Franza o Spagna basta che se magna… E con la massima disinvoltura. Sempre però “a fin di bene”. I Machiavelli d’accatto.

    Continuate a farvi del male…

    In un contesto del genere, preferisco il venire ignorato.
    I mie antenati non m’hanno educato alla triste arte, ed avvilente, del mercimonio di sé.

    *

  2. mi sembra giusto. che schifo, mica come i grandi autori del passato (medioevo, rinascimento e aiutami a dire…), che scrivevano per committenti impegnati il più delle volte in guerre, saccheggi, sorprusi, intrighi e chi più ne ha più ne metta. ah, che vergogna, a fronte di tutti gli autori “virtuosi” e non compromessi in alcun modo della letteratura italiana, di cui certo mi si potrà fare una lunga lista.
    e per favore, se non ha rispetto di buffoni lo abbia almeno di machiavelli e lo esenti, lui maestro della retorica, da questa debordante, trita e vetusta retorica.

  3. errata corrige: machiavelli maestro della demistificazione della retorica e dell’ideologia.

  4. Tono virile e asciutto, a tratti didattico, a tratti allegorico ma capace anche, sottilmente, di commuovere. Certe aperture (“ogni inizio è sempre difficile: suonano i violoncelli”) tolgono il fiato. Vedo un Fortini, nel tono plastico e nell’impeto etico, non so se mi sbaglio. Mi sembrano anche poesie che – da un certo punto di vista, per fortuna – hanno poco da spartire con la tradizione italiana: manca l’ironia lombarda, l’orfismo neoromantico è assolutamente lontano, così come le sperimentazioni formali dell’avanguardia.

    Questo per quanto riguarda i testi. Non entro nelle polemiche sulla pubblicazione per Mondadori, anche se sarebbe interessante sapere l’opinione di Buffoni stesso. C’è comunque da dire che, se qualsiasi poeta rifiuta una pubblicazione su Mondadori, certo può vantarsi della sua integrità, ma il suo atto è destinato a non avere alcuna conseguenza nemmeno nel ristretto ambito della poesia (tutt’al più qualche attestato di stima, una polemica-meteora), figuriamoci nelle logiche di mercato.

  5. Ringrazio per questi interventi. Quanto alla questione posta da Falcone e ripresa da Castiglione, essendo io redattore anche di Nazione Indiana, rimando chi fosse interessato ad alcuni significativi post là apparsi, e soprattutto ai relativi thread. In particolare il mio pensiero coincide con quello espresso da Helena Janeczek. Di più e meglio non saprei dire.

    http://www.nazioneindiana.com/2010/09/02/pubblicare-per-mondadori/
    http://www.nazioneindiana.com/2010/08/22/io-autore-mondadori-e-lo-scandalo-ad-aziendam/
    http://www.nazioneindiana.com/2010/06/14/carta-canta/

  6. Franco Buffoni è un grande poeta e gli Oscar Mondadori non appartengono solo a Berlusconi. Sono nati prima che Berlusconi comprasse la Mondadori e hanno fatto la storia della poesia italiana contemporanea. Oggi è giusto che questa storia prosegua con le poesie di Buffoni.

  7. Non scrivo per esprimere un parere critico sulle poesie di Franco Buffoni – non faccio parte di una rete di commentatori in dibattito, né per esprimere un parere allotrio sul fatto che le sue poesie sono pubblicate da questo o da quello.

    Scrivo per dire che queste poesie mi piacciono, che fanno parte dei pochi testi a righe brevi che, una volta cominciato a leggerli, non mi fanno venire voglia di chiudere e passare ad altro. A cosa è dovuto questo piacere della lettura? A tante cose, alle parole scelte e alle immagini usate; alla sorpresa che ti quasi sempre riservano a metà lunghezza; a certe immagini raccapriccianti, che sono tanto raccapriccianti da lasciarti stordito, ma non sono gratuite, servono a dar forza a … ecco, questo è più difficile da dire. Servono a dar forza al sinolo della palpitazione intima che evocano (non necessariamente la palpitazione per la cosa raccontata, ma una palpitazione propria al lettore, che il racconto mette in moto) e il riferimento esterno, raccontato, narrativo.
    Insomma, per me funzionano in modo forte, nonostante la mia pigrizia di fronte alla poesia.

  8. poesie confortevoli ed equilibrate, discrete e delicate, senza slanci e senza pathos. tuttavia penso che i grandi artisti rischiano qualcosa, i grandi artisti producono molte opere brutte e qualche capolavoro. altrimenti si compone “di maniera”. per produrre bellezza bisogna rischiare di cadere nel brutto, come per produrre ricchezza bisogna rischiare di perdere soldi, ci vuole lo slancio, il salto nel buio, l’imperscrutabile. e mi sembra che buffoni non rischi mai

  9. @gabriele

    e a dire banalità si fa presto….

  10. @manuel…

    a non dire nulla si fa ancora prima ;-)

  11. lo aspettavo, finalmente

    folgorante vedere come l’autore ha trasformato certe poesie da una raccolta all’altra (suora carmelitana, per es.)

    grazie

  12. “Chi non vive come pensa, finirà col pensare come vive”, Karl Marx.

  13. @gabriele: Occorrerebbe mettersi d’accordo sulla nozione di «rischio». Spesso quello che lei chiama «salto nel buio» o nell’«imperscrutabile» può essere nient’altro che una comoda posa, giustificata per altro da quasi due secoli di «slanci» e sregolamenti (simbolistici, orfici, ermetici, ecc.). Buffoni si è costruito negli anni uno stile solido, essenziale, con il quale affronta in modo riflessivo temi niente affatto «delicati» o «confortevoli»: se ha la pazienza di prendere “Guerra”, per esempio, e di leggerlo dall’inizio alla fine, è difficile che ne ricaverà un qualche conforto, data la visione della storia, della natura e persino dell’antropologia che il libro veicola. Oppure, se per caso ci riesce, magari ci spieghi come fa.

  14. Pingback: Franco Buffoni, un ritratto per poesie

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