Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Ibra, il Tirannosauro

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di Massimo Raffaeli

Forse c’è solo un giocatore al mondo così forte e completo da rimanere sempre uguale a se stesso, tanto è indomabile, imprevedibile e refrattario a qualunque formattazione: infatti, dopo tutto, nonostante tutto, il Barcellona lo ha sentito come un corpo estraneo, ha tentato invano di addomesticarlo o di aggiogarlo e, tempo un anno, lo ha cacciato con ignominia. Martedì sera [3 aprile] costui non è riuscito a vendicarsene, preso come un Laocoonte tra le spire di Piqué e Mascherano, ma il suo Milan era troppo sfasato e abborracciato per poterne alimentare con continuità la potenza squassante. Resta che Zlatan Ibrahimovic è l’ultimo Tirannosauro di un calcio la cui libertà inventiva finisce laddove comincia l’assoggettamento al collettivo e dunque alla dittatura degli schemi. Più semplicemente, Ibra è un fuoriclasse, parola che il mainstream tende oggi a bandire quale sinonimo di insubordinazione e anarchia. Il suo libro autobiografico, io, Ibra (Rizzoli, pp. 389, € 18.50), comincia infatti con la scena madre in cui Pep Guardiola lo avvicina nello spogliatoio ad occhi bassi e gli insinua qualcosa con un imbarazzo che ha la meglio sull’ipocrisia. Del resto la loro immagine non potrebbe essere più antipode: Pep è un ragazzo beneducato, l’erede elettivo di una ideologia, il barcellonismo, che prevede un lungo addestramento ed impone ai suoi iniziati sia una etichetta inderogabile (sussiego liberale, fair play caritativo) sia l’accettazione della metafisica per cui la Catalogna è un posto speciale e Barcellona il centro del mondo, ovvero il luogo di una incorrotta purezza culturale e politica come se Francisco Franco fosse ancora vivo e, con lui, Isabella la Cattolica: d’altro lato, il barcellonismo non può dirsi uguale alla xenofobia che governa un Athletic Bilbao ma sconta ipoteche identitarie così vistose da ridimensionare il cosmopolitismo con cui si annuncia al mondo. Di fronte a sciocchezze del tipo “més que un club”, che vorrebbero alludere a una specificità antropologica, è probabile che Ibra rida per non piangere. Scritto da David Lagercrantz (e tradotto da Carmen Giorgetti Cima che sa coglierne lo stile orale e il ritmo pulsionale), il suo romanzo di formazione è quello di un ragazzo di Rosengard, il ghetto di Malmoe, i cui riti di autoriconoscimento contemplano la fuga da scuola, il vagabondaggio e la rissa, il furto e una spiccata compulsività. Di padre bosniaco e madre croata, relativamente poliglotta, il suo orizzonte identitario è il mercato: prima la bicicletta, poi le felpe e gli occhiali firmati, quindi via via, secondo un’ascendenza merceologica legata all’incremento del reddito, la casa confortevole e la fuoriserie Ferrari. Non legge, o quel poco, dipende dalla play station, non fa professione di idee politiche né di un’etica anche solo vagamente umanitaria, mentre è probabile che abbia in sospetto la filantropia del genere Unicef di cui il Barca si è a lungo pregiato, pur avendo retrocesso di recente la scritta sulla maglia alla zona dei glutei: Ibra è familista pari a quelli che in famiglia hanno avuto dei problemi, è legato in maniera viscerale all’epica del ghetto e agli impresentabili amici di un tempo, crede in poche cose elementari e, fondamentalmente, in se stesso. (Non è un caso che l’insolenza e la sfrontatezza, l’esibita scorrettezza della propria autobiografia abbiano un solo precedente in Il più grande: la mia storia, che il suo idolo Muhammad Alì dettò al marxista musulmano Richard Durham ed ebbe nella scrittrice afroamericana Toni Morrison un’editor eccezionale, sia pure ufficiosa).

Tutto dunque si può dire di Ibra meno che non si presenti per quello che davvero è: un milionario apolide, indocile e irrequieto, un grande campione perfettamente indenne dall’idea di appartenenza, capace di migrare con dichiarato opportunismo, ad ogni minima occasione propizia, dall’Ajax alla Juventus, dall’Inter al Barcellona e di qui al Milan. Nel calcio di oggi, vissuto da milioni di individui come la secolarizzazione di una fede religiosa, per la noncuranza e la glaciale indifferenza a quanto non  determini la sua personale carriera gli va riconosciuto il merito di avere annientato la bugia pietosa dell’attaccamento alla maglia. Non è neanche vero che abbia cercato lo scontro coi compagni di squadra o con i tecnici, anzi è probabile sia vero il contrario: come tutti i caratteriali, egli ama cimentarsi con chi usa le maniere forti, tant’è che nell’autobiografia ha parole di affetto e di riconoscenza per due allenatori straordinari ma dal carattere impossibile, il sergente di ferro Fabio Capello e ovviamente l’ineffabile José Mourinho. Resta che l’unica squadra da cui Ibra sia stato indotto ad andarsene è proprio il Barcellona. Lì era appunto un rettile troppo ingombrante per potersi mai acclimatare: è vero che esistevano dei precedenti immediati, ad esempio la cacciata dell’architetto-giocoliere Deco o dello stesso Ronaldinho, ma si trattava per entrambi di parabole occidue e di processi a così lenta metabolizzazione da riuscire inapparente.

Perché allora una squadra come il Barcellona non può prevedere anzi “deve” rinunciare a un campione della classe di Zlatan Ibrahimovic? Forse perché al Barcellona di Guardiola, per una autentica contraddizione in termini, anche i fuoriclasse giocano a libertà vigilata e se possibile predeterminata, si chiamino pure Xavi, Iniesta o l’astrale Leo Messi, infatti tutti quanti addestrati alla Masia, celeberrimo vivaio e culla di un credo monoteistico cui si viene avviati a dieci anni come si trattasse del Komsomol o dell’Opera nazionale Balilla: ovvio che in una simile confraternita dell’obbedienza è difficile immaginare un ragazzo per proverbio sboccato e insolente come il vecchio Zlatan. Chi volesse appurare nel dettaglio la metafisica blaugrana deve solo provvedersi del volume di Sandro Modeo, Il Barça. Tutti i segreti della squadra più forte del mondo (Isbn Edizioni), sia detto per inciso un libro appassionante, scritto con eleganza e ben documentato, una puntigliosa esegesi che nel Barcellona vede compiersi, a distanza di decenni, l’utopia del cosiddetto “calcio totale” per cui va tuttora famoso l’olandese Rinus Michels. Con la consueta precisione lo ha recensito mesi fa su “Alias” Luigi Cavallaro che, riprendendo la tesi di Modeo secondo cui il Barca starebbe al calcio della tradizione come la quantistica può stare alla meccanica classica, così ne sintetizza il contenuto: “Il ‘calcio totale’ di cui oggi il Barca offre la massima espressione si sviluppa a partire da un nucleo di principi antitetici al common sense prevalente, in cui l’ispirazione polifonica ispirata alla cooperazione, alla gerarchia e al pensiero collettivo prevalgono sulla importanza del coup de théatre individuale, che può giustificarsi solo se garantisce la plusvalenza del gol”.

Detto questo, finché vince il Barcellona, evviva il Barcellona. Ma qui andrebbero avanzati un paio di rilievi che forse sono pertinenti al rigetto di Ibra. Intanto il senso comune semmai pretenderebbe, qui e ora, che il calcio del Barca non soltanto sia il calcio del migliore dei mondi possibili ma il calcio tout court. Questo per fortuna non è vero, se a cotanto Dream Team (così impone di chiamarlo, ma in inglese, la retorica del suprematismo catalano) l’ineffabile Mourinho  ha impartito l’altr’anno una durissima lezione inventando un catenaccio postmoderno e su due linee (non la Maginot di Rocco, ma una specie di vallo di Adriano) dove sono finalmente andati a sbattere, e a cadenza fatale, i cavalieri senza macchia di Pep Guardiola. Neanche è vero che il Barca giochi un calcio così “spettacolare”, un termine tanto inflazionato che non significa più nulla. C’è evidentemente un Pensiero Unico sul Barcellona che non tiene conto, per esempio, del fatto che la sua organizzazione difensiva è tutt’altro che impeccabile, nonostante la presenza ondivaga di un prodigio tecnico-podistico a nome Dani Alves. Certo il gioco del Barca sa essere straordinariamente efficace, ma lo è sempre nella dimensione miniaturizzata che detta lo schema in cui rientra Leo Messi o chi per lui: tic-tac e tic-tac, possesso perpetuo della palla, giunture e triangolazioni che ora ricordano la struttura modulare del Lego ora invece (disse un filosofo riguardo ai ready made) una sveglia che suoni ininterrottamente per sessanta secondi ogni minuto. Prima dei venti metri terminali, nemmeno è pensabile il cambio di marcia e non si vede mai un cross, raramente un colpo di testa o un tiro da fuori, mentre la pretesa costante, normale, sarebbe di entrare in porta col pallone e tutto (come usa nelle partitelle anarchiche giocate sotto casa, il che rappresenta un bel contrappasso per chi si vanta di avere sublimato il football a scienza esatta). Che c’entra Ibra con un calcio del genere? Nulla, letteralmente nulla. Un gol di Messi ha lo splendore di un magnifico sigillo, uno di Ibra richiede viceversa lo spazio-tempo dell’assoluta singolarità, che è tipica dell’opera d’arte costruita ex nihilo. Giorni fa, l’ex Presidente Joan Laporta, colui che lo portò al Barcellona, in una intervista a Concita De Gregorio di “Repubblica”, mentre stava recitando il mea culpa ha definito in termini che non potrebbero essere più chiari l’alterità di Ibra. E pazienza se Laporta, simulando un candore da dottor Pangloss, si è abbandonato ai toni che si addicono soltanto a un popolo di eletti: “Tutti uniti per il bene comune. Lo stesso obbiettivo, la stessa mentalità.[…] Ibra non è mai entrato in sintonia con la squadra […] il calcio e un gioco collettivo e il Barca è il più solidale tra i collettivi…” A tale ecumenismo di princisbecco, e cioè al collettivismo blaugrana, è bene che il Tirannosauro continui a opporre il suo individualismo residuo. Perché lui è un fuoriclasse e solo i fuoriclasse serbano per tutti noi, disse un poeta, il bene dell’eresia individuale.

[Questo articolo è già uscito su «Alias» del sabato del «manifesto»].

[Immagine: Zlatan Ibrahimović].

2 commenti

  1. Assomiglia un po’ alla lotta fra il bene e il male, questa fra calcio totale, (ma più che olandese quello di sacchiana memoria) e il catenaccio. Il primo si lega e si santifica nell’abnegazione totale e nel sacrificio del singolo per il bene della collettività, il secondo, seppur mantenendo dei punti in comune con il primo (sacrificio e spirito di abnegazione) lo fa in virtù dell’esaltazione di un singolo. Va detto che, e lo dico a malincuore, il primo vince molto più spesso del secondo. illuminante nell’articolo, per definire il gioco del barcellona, il paragone con la sveglia che suona ininterrottamente sessanta secondi ogni minuto. Capita raramente che qualcuno per sessanta secondi ogni minuto la spenga. Ma ogni tanto succede. Perché si vuole restare a dormire, e magari sognare.

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