Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Resistere non serve a niente

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[Esce oggi in libreria, pubblicato da Rizzoli, il nuovo romanzo di Walter Siti, Resistere non serve a niente. Vi proponiamo una parte del sesto capitolo, ubicato più o meno a metà del volume: protagonista della vicenda è Tommaso, ex ragazzo obeso, matematico mancato, poi giovane bankster in carriera; nella sua abitazione romana si è appena trasferita Gabriella, indossatrice con ambizioni televisive (gs)].

di Walter Siti

Comprare insieme oggetti di lusso crea tra uomo e donna un legame forte quanto il sesso: uno schermo televisivo a parete da settanta pollici o un elefante d’avorio appartenuto ai figli di un maharaja. Il bellissimo appartamento di Tommaso perde la sua freddezza di parata, si scalda con ninnoli e stoffe d’affezione per accogliere Gabriella che se ne vanta con gli amici suoi, gioca a fare la castellana e comanda i camerieri filippini; anche un pianoforte a coda ha fatto il suo ingresso ma Tommaso s’è arreso alla terza lezione, le dita parevano anchilosate e comunque ora ho di meglio da fare. Non è proprio che convivano, lei si ferma alcuni giorni poi sparisce («considerami missed»), ha mantenuto il suo loft nella zona dei pittori a San Lorenzo. Uno stage: questa è la parola che ha usato mentre trasferiva due bauli nella cabina armadio – e a Tommaso in fondo va bene così, la fede che sarebbe necessaria a un grande amore è condizione non più recuperabile. Si è chiesto tante volte, confusamente, quale onnipotenza potesse consentire il denaro – ora lo sa, l’onnipotenza sarebbe possedere davvero Gabriella; ma per possedere lei davvero il denaro non basta. Comprare di tutto il meglio, il più firmato e il più sicuro (sia pure una scatola di cioccolatini o uno snocciolaolive) è un sistema per contemplare il mondo dall’esterno; sentirsene superiori e quindi tirarsene fuori, non lasciarsi coinvolgere. Il segreto dei soldi non è fare ma sapere di poter fare. Litigano spessissimo ma solo per sciocchezze, negligenze o osservazioni inopportune; programmano piaceri in grande stile, un aereo privato in leasing per bighellonare tra le isole dei Caraibi, una seconda casa a Cortina. Tommaso detesta l’ostentazione, quando all’estero è costretto alla macchina con autista evita rigorosamente Bentley o altre marche vistose (un loro consociato di Abu Dhabi si è addirittura fatto costruire un ferrarino bianco, raro come la tigre albina dell’Himalaya); quello che nell’ambiente ormai conoscono come lo “stile Aricò” è fatto di fretta e disponibilità almeno apparente; dice sempre che è libero (salvo arrivare in ritardo), le cose che lo trattengono sono sempre “pinzillacchere” o “rotture di coglioni”. Per le funzioni di rappresentanza manda avanti Folco, lietissimo di scavallare l’oceano per ficcanasare a Washington tra i Fondi grossi, quelli ammanicati con le agenzie di rating e che tengono gli Stati per le palle; fare il contrario dei giganti ma subito prima e per pochissimo tempo, questa è la legge della filibusta. Ora Folco si trova nel suo elemento perché gli high-frequency trade si fanno coi fondi sovrani, scommettendo sull’instabilità dei tassi e comprando i credit swap incrociati; siamo nel 2007, ormai è chiaro che Fannie e Freddie tremano come gelatine, too big to fail ma proprio per questo tocca vedere chi si è esposto con la Nakheel a Dubai. Tommaso si diverte di più a leggere i bilanci delle aziende: le magagne dei maggiori gruppi industriali, dagli automobilistici agli elettrici, appaiono luminose come le fratture quando il medico piazza una radiografia davanti alla luce – non è difficile smascherare i bluff, le iniezioni di denaro che non c’è, le fusioni fasulle. Il crollo dell’Occidente padrone-dei-prodotti è segnato, si tratta solo di ipotizzare in quanto tempo e in che modo accadrà; tutti parlano del Titanic ma la metafora che a Tommaso piace di più è quella della fregata francese Méduse – più o meno ai primi dell’Ottocento, incagliata al largo della Mauritania: i più astuti e feroci si salvarono sulle scialuppe, i più pavidi e ingombranti (tra cui il governatore) si fecero trainare in una larga zattera; ma la cima si spezzò e la zattera andò alla deriva, molti caddero (o vennero gettati) in mare: i quindici superstiti raccontarono attoniti scene di cannibalismo a bordo.

Basta considerare la pittura per capire che l’Occidente si era fottuto da molti secoli; tra le varie arti, l’unica con cui Tommaso ha un po’ fatto amicizia è la pittura perché è quella che richiede meno tempo per essere apprezzata, se gli occhi ce li hai buoni. È anche quella che in casa fa più figura. Tutto si è deciso, secondo lui, alla soglia tra Cinque e Seicento cioè nel passaggio dalla matematica al melodramma: quelle sante che fanno gesti da naufraghe, quegli appestati che mostrano le piaghe, tutti a sgomitare per apparire in proscenio – non poteva finire bene. Per fortuna io sono un ibrido e posso assistere alla rovina dell’esibizionismo dalla sponda del fiume; c’è Nando che mi aggiorna in tempo reale, con gli accoltellamenti a San Basilio e i calciatori dilettanti che si menano come fabbri. C’è ancora un po’ di rozza materia nel piacere di cavare un occhio infilando il manico del cucchiaio nel punto giusto dell’orbita o sentire una mandibola scricchiolare sotto il tuo gomito. Il piacere medio non esiste più, questa è la verità: o perdi un dente scontrandoti con un pugno, o rischi l’ulcera azzardando milioni, o ti scartavetri la cappella a forza di trombare. Se viene avanti un nuovo medioevo, io sono pronto.

Forse invece è proprio nella palude mediana che Tommaso e Gabriella troverebbero un po’ di silenzio e di pietà per se stessi; quel respiro di rassegnazione che serve a tendersi la mano. Macché, si pensano in una élite, si scambiano opinioni trendy al posto dei sentimenti; non potendo esiliarsi nella campana del sesso, si spendono in cene velleitarie tra banchieri che hanno corso la maratona di New York, costumisti froci (con golden retriever) ammiratori della Fallaci, figlie di industriali appena uscite da San Patrignano. Coppia chiacchierata perché palesemente spuria e mercenaria (e per di più saltuaria), ma tutto si perdona perché il cibo è buono e la cornice chic – tra denaro e immagine vige una concreta solidarietà: il primo ha bisogno della seconda per impressionare, la seconda ha bisogno del primo per espandersi. Speriamo che non mi debba pentire, pensa Gabriella spogliandosi, io ce la sto mettendo tutta; me la invidierebbero anche alla Goldman Sachs, fantastica Tommaso e quasi non si accorge che lei è già nuda – poi si commuove al solito bocchino premendola con la mano sulla chioma in fiamme, l’unico fuoco vivo della loro commedia.

Tutta colpa di una barzelletta. Era quel momento della serata che alcuni ospiti stanno ancora pascolando intorno al buffet e altri si sono già seduti in terrazza con una bottiglia di whisky; quando il controllo conviviale è allentato e la conversazione sbanda prima di riannodarsi in rivoli minori.
«M’ero già accordato io col concessionario, figurati…mettere dei soldi in mano a lei è come mettere un kalashnikov in mano a un bambino.»
«Tra le auto e le donne non c’è differenza… su tutt’e due si monta, devi guidarle e si svalutano in pochi anni.»
«Con le donne conta come usi la cloche, e la velocità non sempre è un pregio…»
«La cloche non è quella degli aerei?»
«Sì, del secolo scorso…»
«La sapete quella dei quattro passeggeri e dei tre paracaduti? su un aereo viaggiano Obama, il Papa, Berlusconi e uno studente…»
«… e i motori si bloccano; è vecchia… Berlusca si butta per primo, “tocca a me perché sono l’uomo più intelligente del mondo”…»
«… e quando il Papa dice allo studente “vai, io ho il posto in paradiso assicurato, l’ultimo paracadute è tuo”…»
«… lo studente risponde “no problem santità, l’uomo più intelligente del mondo s’è appena buttato col mio zainetto”.»
«Attenta cara, così riveli d’esserti trovata in luoghi dove non avresti dovuto andare…»
Nemmeno con troppa malvagità, ma Gabriella è arrossita e s’è alzata di scatto.

«Sei stata anche con lui?»
Questo più tardi, in camera, sbarrate le porte e pagato il personale soprannumerario.
«Secondo te dovrei risponderti?»
«Ti sei trovata bene?»
«Non sono il suo tipo, troppo poche tette… m’ha anche domandato perché non me le sono rifatte…»
«Già, perché? a me piaci così ma avresti avuto più mercato…»
«Perché sono una timida… ai primi shooting speravo che mi truccassero molto, in modo che a scuola non mi avrebbero riconosciuta.»
«Vuoi sapere una cosa buffa? più ti disprezzo e più tra le mie gambe è mezzogiorno…»
«Spegniamo?»
«Voglio guardarti in faccia mentre scendi nei dettagli… eri sola?»
«…»
«A lui non gliel’hai detto “mmm, perché dovrei?”.»
«Lo sapevo, il perché.»
«Quanto ti ha dato?»
«Uffa, basta, che diritto hai di… cinquemila.»
«È vero che è sempre pronto, che nessuno è mai presente mentre gli si rizza o mentre gli si ammoscia?»
«Smettila, è stato gentilissimo… non è di lui che dovresti preoccuparti.»
«Ah no? e di chi allora?»
«C’è una persona che vedo da cinque anni… all’inizio non voleva accettarti… l’ha fatto solo perché economicamente è in crisi…»
«Come si chiama?»
«Nemmeno se m’ammazzi… se vuoi, puoi avere l’esclusiva. »
«Quanto mi costerebbe?»
«Possiamo parlarne domani?»
«Sì, è meglio che torni a casa tua stanotte…» (accarezzandola)
«la tua pelle mi dà fastidio.»
«Non ho niente da rimproverarmi.»
«Ah, dato il raschiamento affettivo, ci credo…» (andando in bagno) «e io che ero convinto di essere un upgrade, per te.»

Di giustificazioni ne ho molte, pensa Gabriella in taxi. La vestiarista che l’ha introdotta presentandola a chi di dovere; le vestiariste ti umiliano perché sono delle modelle mancate; io per il portamento facevo le prove coi tacchi spingendo l’aspirapolvere, mi sono guadagnata quello che ho. Tutti a dire Villa San Martino come  se fosse il peggio, invece a me m’hanno anche buttato giù dalla macchina, un regista ubriaco che poi ha avuto un incidente; e quella volta che con la Consuelo non siamo riuscite a trovare il casale del buzzurro che ha protestato con la madama al residence. Il paparino ha delle borse sotto gli occhi simpatiche, da stirargliele per rilassarlo. La moglie s’è ammoscata, sicuro; l’importante è che la trasmissione di medicina me l’abbia garantita, a meno che il figlio vabbe’. Con Tommaso me la vedo io. La mia forza è che a lui gli voglio bene sul serio, la prossima scopata lo indirizzo a farmi venire con le mani, i miei orgasmi sono preziosi e uno glielo regalo. I problemi insolubili lo divertono e gli voglio proporre questo: se la ragazza Taldeitali è invitata su una barca e un imprenditore gentile le offre un bracciale di smeraldi insieme alla chiave della sua cabina, lei deve rifiutare il bracciale sentendosi una scema o accettare il bracciale senza andare in cabina, sentendosi un’infame? Può sempre accettare il bracciale e andare in cabina, sentendosi una troia. La soluzione al problema è: un matrimonio e dei figli, ma non subito.

Tommaso si sfoga calciando gli sgabelli e sbriciolando a terra una porcellana di Meissen; “chi cazzo è questo?” – che non lo sapevi, Tommà? “Devi farmi star bene” è la tipica frase di una mantenuta, la prima che t’ha detto. Te o un altro, per lei è uguale. Per me no. Cinquemila al mese glieli posso garantire, anche di più; le farò una scenata, che si spaventi, e poi il contratto. A fidarsi. Se lei non fosse così macchiata non l’avrei avuta mai. Certo è un peccato, che una cosa così potente come la rivalità in amore si riduca al conto della spesa. Inserendo una piccola variabile l’equazione dà finalmente un risultato perfetto; essere per lei la salvezza definitiva. Il contratto, Tommaso lo capisce, non è che un’istanza di rinvio – in fondo alla locanda-del-cuore-in-pace, per avvilente che sia, c’è il matrimonio con la Gabry. Ma non subito.

Tommaso la osserva mentre si appoggia infelice al bracciolo; il corpo di Gabriella si iscrive senza volere negli spazi dettati da una mente eterna – è più che semplice bellezza, è intuito della specie, istigazione a desiderare. Che importano le offese reciproche, le scuse incerte, le sicure menzogne? È nata per creare interrogativi, non per risolverli; ma riscatta col suo corpo migliaia di donne meno fortunate; qualunque posa assuma, anche la più sguaiata, non è lei che imita le foto, sono le foto che imitano lei. Dati immediati, incontrovertibili. Decidere se convenga farne la compagna della vita, anche quando sarà appassita la bellezza, è invece un calcolo fumoso e lontano che nessun analista prenderebbe seriamente in considerazione; sarebbe come scommettere sulla tenuta di Finmeccanica tra duecento anni, magari Finmeccanica non ci sarà più. La vecchiaia è come l’inferno, è inutile parametrarla perché la sua stessa possibilità fa saltare i parametri. Ora poi davvero non c’è tempo, il 2008 si annuncia come l’anno orribile per i mercati mondiali; i titoli precipitano come lemming da una scogliera: l’America scoppierà, se la Lehman è alla canna del gas figuriamoci i piccoli – qualcuno suggerisce di chiudere e scappare con il bottino («lo sai» dice Folco «che significa in Toscana “bottino”? è il pozzo nero, il rifugio della cacca»).

Folco li tratta male i politici («glielo dico io o glielo dici tu che è cretino?»), non sopporta i loro tentennamenti e le improvvise impuntature, quel loro paternalismo da parroci stitici, col maglioncino Upim e il calzino corto. Invece (soprattutto i peones) forniscono notizie interessanti sul raddoppio della Serenissima o sul decreto legge per detassare le esportazioni dell’imprenditoria giovanile. Sicché tocca a Tommaso infilarsi per la porticina dietro Montecitorio, al numero ventiquattro; fare attesa nella galleria dei presidenti ripassando i ritratti, dalle toghe e lavallière dell’Ottocento al tailleurino a scacchi della Pivetti. Segretarie tirate in volto per certi biglietti aerei annullati, Scajola e Bobo Craxi che si concedono una pausa sul divanetto rosso; passa un pelato e saluta («sei in splendida forma… io diciotto chili ho perso… oh ricordati, basta un fischio e il team scatta»). L’attesa si prolunga, le votazioni in aula sono a getto continuo, sullo schermo della Telepress ultimissime tra Prodi ed Epifani; il consociativismo definito “un tumore della democrazia” – visto dalla parte delle metastasi, pensa fiaccamente Tommaso, il cancro è una guerra di conquista. Forse Folco ha ragione, chi se ne sbatte di questi pezzenti; ma mentre si è già liberato del badge e sta per uscire arriva il parlamentare trafelato, «mi scusi tanto, non avevo capito il nome». Il viaggetto a Roma è stato fruttuoso, peccato che Gabry fosse impegnata su un set a Barcellona; Folco non ha proprio idea di cosa significhi solidarietà, ha sempre potuto volare sulle nubi senza timbrare il cartellino. Quando Tommaso gli ha raccontato entusiasta delle scopate in aereo, e che davvero viene meglio in alta quota per una questione barometrica di pressione sui corpi cavernosi, e che avevano macchiato il sedile di pelle, Folco ha risposto anche Costantino Vitagliano ai tempi belli si era affittato un Hawker 400 per i medesimi scopi.

[Immagine: Andres Serrano, The Morgue (1992) (gs)].

29 commenti

  1. sono andato in libreria per acquistare il romanzo, e mi è stato risposto che esso non è stato distribuito. risulta non arrivato, almeno nelle librerie feltrinelli, su tutto il territorio nazionale, e non si sa quando dovrebbe comparire.
    qualcuno ne sa di più (l’autore, se c’è?)?

  2. non so alla Feltrinelli, ma io l’ho comprato altrove e l’ho visto in giro in parecchie librerie. romanzo straordinario, finora.

  3. lo sto leggendo in questi giorni. Pure per me è un romanzo notevole, anche se forse preferisco Troppi paradisi.

  4. il romanzo è bellissimo è in tutte le librerie .scritto bene con grande intelligenza .Walter Siti è un grande scrittore. ps non è un mio parente

  5. l’ho trovato anch’io, alla fine. mi è piaciuto, giusto il finale mi ha lasciato un po’ bloccato, l’ho trovato una conclusione logica, piana. dopo autopsia dell’ossessione, un altro finale spiazzante nel suo essere in sordina. ma ci devo riflettere.

  6. @Lorenzo Marchese

    D’accordo sulla lettura del finale. Premesso che il libro è comunque bello e contiene un’analisi profonda del presente, io credo che Siti non sia a suo agio nella narrativa in terza persona. Quando Siti parla di sé i suoi romanzi hanno un’altra forza.

  7. ot:
    diavolo di un fabio fazio!!! le sue operazioni culturali qualcosa di positivo lo producono, se ho appena sentito siti in tv fare un excursus molto stimolante intorno alla parola “lusso” e alle declinazioni che essa può avere in rapporto alla “sobrietà”. tra l’altro, la critica sottile di una sbandierata e vagheggiata “sobrietà” suonava come un discreto contrasto sciogliretorica al programma complessivamente retorico e incitante alla sobrietà “quello che (non) ho” (titolo orribile, odio le parentesi rubate alla cattiva letteratura e ormai come il prezzemolo sul culturame vario).
    credo che la critica sottile alla “sobrietà” torni in varie formi anche in “resistere non serve a niente”, nella sua stessa spinta iniziale di proliferazione impazzita, confusione dei parametri, ecc.
    anche nel contagio c’erano pagine al vetriolo sul tema. “la loro onestà gli fa schifo, è un tipo di pulizia che non costa sforzo”, pensava il borgataro Mauro della borghesia romana per bene.

    ps: e bellissimo anche l’intervento di magrelli sulla parola “poesia”.

  8. “Evviva Fazio (la TV!)”
    “Evviva Magrelli ( la Poesia!)!”
    Mancano “Evviva Monti (la Politica!)!” e “Evviva Napolitano (la Politica Estera!) e poi il rapporto tra LE PAROLE E LE COSE è ristabilito!
    Evviva!

  9. Oo
    divertente…

  10. @ Marchese. De André non è cattiva letteratura, è semplicemente grande canzone d’autore. Perché cooptarlo nel campo della letteratura alta solo poi per negargli il diritto di starci?

    @ Abate. Fazio ha un sacco di difetti. Sembra un chierico ed è buonista e corretto da far schifo. Tuttavia vista la devastazione morale ed estetica prodotta dalla tv, che lui faccia quello che fa è opera grandemente meritoria e trovo piuttosto sterile ironizzarci su. Vogliamo lasciare chi guarda solo la tv in mano alla sola De Filippi?

  11. lo vetere, fra te e abate mi sembra che si stia facendo l’arte dei pazzi qui.
    ho scritto un intervento su siti, solo apparentemente ot, e di passaggio ho detto che il titolo del programma (indipendentemente dalla canzone di de andré, che non ho sfiorato neppure, e neppure la sua figura) non mi piace. l’ho detto in una parentesi: c’è poi un discorso diverso e più articolato intorno =).

  12. @ Lo Vetere

    “Vogliamo lasciare chi guarda solo la tv in mano alla sola De Filippi?”

    Vogliamo?
    E chi siamo “noi” per porci questa domanda? I papà dei telespettatori? I consulenti autorevoli dei Prìncipi della RAI?
    Non avendo alcun potere reale per decidere il MEGLIO (oggi nel discorso pubblico quasi impensabile, perché siamo “in crisi” e dobbiamo aspettare la CRESCITA prima di poterne riparlare, no?), preferisco STERILMENTE ironizzare.
    Lascio a lei tutta l’eccitazione di “scegliere” tra un Fazio e una De Filippi.

  13. Perché “scegliere”? Si può andare da Fazio e dire quello che lui non sa – quello che la De Filippi non sa di sapere:

  14. @gianluigi
    grazie, è quello che intendevo dire, farraginosamente.

  15. @ Simonetti

    Beh, allora oltre a “scegliere” tra Fazio e la De Filippi, abbiamo un’altra chance, un altro “meno peggio”, Walter Siti, che aggiungendosi a Saviano, dall’altarino di Fazio fa il predicozzo (serale o domenicale, non so) al fedele e plaudente sempre ceto medio televisivo!
    Che sottili distinzioni tra il “lusso che tende all’infinito” ( ma non era l’innominabile Das Kapital che tendeva all’infinito del profitto?) e il “lusso che allude a una sfera superiore” e ben convive (non solo nelle società di sussistenza) sia con la povertà di milioni di poveracci che con “il lusso democratico” previsto per noi presunti liberti, che abbiamo studiato e ci siamo laureati o diplomati!
    Ahi noi che abbiamo sperperato dal boom economico in poi, quanto “sobri” ci tocca essere adesso, sotto il governo Monti!
    Non per scongiurare le ormai antiche rivoluzioni, quando agli operai bolscevichi “andò di lusso” e riuscirono (una volta tanto!) a defecare sui tavoli d’argento e malachite del Palazzo d’Inverno, ma soltanto per mostrarci ossequienti al Dio Obama e ai suoi italici alleati, che della distribuzione oculata di lusso, benessere e bombe se ne intendono!

  16. @ Marchese, hai ragione, ero un po’ off topic, e ho capito benissimo che il tuo intervento era su Siti. il mio era en passant. Tuttavia, siccome anche tu, en passant, hai parlato di parentesi rubate alla cattiva letteratura in relazione a un titolo di De André, mi è sembrato di notare un giudizio vero di lui svilente, e ho voluto dire breviter la mia. Non volevo confondere la discussione su un romanziere che credo molto interessante.

    @ Abate. Nulla si salva nella cultura di massa. Libero di pensarlo, ma eviti di ironizzare su chi invece è convinto che l’arte della discretio possa essere esercitata anche su quella. Il “noi”, poi, era chiaramente un generico plurale retorico: suvvia, sottilizzare in questo modo prendendo per consustanziale al pensiero e all’argomentazione ciò che è imputabile invece alla struttura è capzioso e, sì, sterile.

    Chiedo scusa dell’azione di disturbo e spero che si possa tornare a discutere di Siti (non sto intervenendo perché lo conosco poco e non ho letto il romanzo, ma sto leggendo).

  17. @lo vetere
    il titolo di de andré è “Quello che non ho”. io contestavo solo l’adozione della parentesi, scelta consapevole di chi ha fatto il programma, e che non c’entra nulla con de andré.
    risolta questa non-questione, esorto a leggere il romanzo di siti, che è notevole e, soprattutto, in controtendenza nel suo rifiuto di porsi dichiaratamente sulle barricate delle opposizione al sistema. qui risiede una delle sue forze, almeno da “un dolore normale” (1999) in poi. cose interessanti, a cui rimanderei, sul passaggio da opposizione/rifiuto a integrazione/accettazione ha scritto daniele giglioli in “Senza trauma” (Quodlibet, 2011).

  18. @Abate: devo dire che questa volta non la seguo. Perché definire “sottile” la distinzione che Siti fa tra i due tipi di lusso? Non è sottile, è interessante e forse addirittura determinante. Glielo chiedo sul serio, vorrei che lei mi spiegasse meglio questo suo punto di vista. Penso inoltre che il solo fatto che parlino in TV non toglie a persone come Siti e Saviano la forza e l’importanza delle loro parole. E che fra ciò che dicono e il mezzo livellante, la TV, attraverso cui lo esprimono si giochi una lotta dalla quale non necessariamente è il secondo a uscire vittorioso, anzi.

  19. @ Gerace

    Premesso che a suo tempo ho letto e apprezzato il Siti studioso del neorealismo, che ho tuttora stima di lui e che qui critico solo quanto dice nel video segnalato da Simonetti, chiedo io a lei, Gerace, cosa ci trova di «interessante e forse addirittura determinante» nell’apologia che Siti fa di un lusso “mistico” (di sinistra?), il quale non andrebbe maledetto (da quelli che mai l’assaggiarono) né rimpianto (da quelli che un po’ ne hanno goduto), ma andrebbe sottratto (magari con l’aiuto di Bersani o del PD o di D’Alema, che un po’ se ne intende?) alle «infami parodie che si stanno perpetrando in suo nome», perché il Lusso continuerebbe – come una Idea kantiana – «a indicarci un altrove ansioso di essere restituito ai veri dei» (quali non è dato sapere…).

    No, «di questi tempi parlare di lusso non è una provocazione», come dice leziosamente Fazio. È semplicemente una distrazione. E, se viene da un «intellettuale raffinato», come lui definisce Siti,
    una leggerezza imperdonabile.

    Lasciamo fuori per stavolta Saviano. Riascoltiamo e trascriviamo il testo letto da Siti alla trasmissione di Fazio.
    In cosa consiste per lei, Gerace, «la forza e l’importanza» delle parole di Siti? Come esse ingaggiano con la TV di Stato, «mezzo livellante» per eccellenza, una lotta più o meno vittoriosa?
    La mia opinione è che nessuna di quelle parole disturbano o insinuino una ideuzza che intacchi il sopore televisivo serale delle famiglie italiane.

    A me pare davvero dolciastra l’immagine della «povera contadina [che] non invidierà mai gli ori o i gioielli che indossa la madonna» (e resterà povera, mi viene da aggiungere maliziosamente). E sarei curioso di sapere perché Siti in un testo destinato al pubblico televisivo di un paese (superficialmente) cattolico usi proprio questa immagine patetica e in fondo ossequiosa.
    Lei ci vede un cavallo di Troia che contiene un qualche messaggio di critica? Io no.

    Contesto poi che quell’oro e quei gioielli stiano a indicare che «l’uomo non è solo necessità». L’uomo?
    Banalmente, nelle «società di sussistenza» io vedrei uomini (e donne) possessori di oro e gioielli e uomini e donne (tra cui la povera contadina), che non solo non ne possiedono, ma che, a causa dello sfruttamento cui venivano sottoposti, vivevano in povertà. Una condizione imposta loro non per natura, ma per storia (di prevaricazioni divenute leggi). Per cui quasi solo «necessità» potevano esprimere. E spesso – ahimè – come per la contadina in questione attraverso una (in parte spontanea, in parte coatta) devozione religiosa verso un simulacro di potenza.
    E, aggiungo: proprio quella madonna ingioiellata, che la povera contadina adorava e non invidiava (quel suo sogno consolatorio) alludeva, sì, anche per lei a una «sfera superiore». Ma alla quale forse ebbe accesso solo nell’immaginazione. Ben altri – sacerdoti e potenti – erano invece i possessori, oltre che di ori e gioielli (e del potere di tenere sottomessi gli altri al loro servizio), *anche” di tale sfera. E la usarono e l’usano tuttora contro la contadina e contro altri in condizioni subordinate come le sue.

    E veniamo alla distinzione tra lusso sprecone «sempre eccessivo e smodato cioè senza misura» e benessere (equo e solidale?).
    Io quel lusso sprecone (e distruttivo) l’ho riaccostato al Capitale.
    Non sto qui a ricordare le tesi di Sombart sul ruolo del lusso nella nascita del capitalismo. arrivando di botto all’oggi, mi pare di poter dire che il lusso, pur se aspetto simbolicamente vistoso, dovrebbe attirare meno l’attenzione rispetto ai *rapporti sociali capitalistici* veramente fondamentali nelle attuali società indipendentemente dalla quantità di lusso che le caratterizza. Questi, sì, si sono rafforzati e stanno strangolando interi paesi (la Grecia e forse la Spagna e forse l’Italia).

    Cos’è, allora, con un’immagine marxiana unavolta abusata, il lusso paragonato ai *rapporti sociali capitalistici* se non i fiori che decorano le nostre catene? Ebbene, per Fazio e il pubblico televisivo da addormentare (e a questo punto devo pensare anche per Siti) importante pare sia parlare dei fiori e non delle catene.
    Ecco perché discettare di lusso – e in modi “psicologizzanti” («I potenti che credono di credere in dio pur di non perdere il contatto con la divinità (sic!) hanno cominciato loro a sentirsi come dei») o “allegorizzanti” («Scendendo dal cielo alla terra il lusso si scontra con l’ingiustizia»; « Il lusso è stato richiuso nel recinto dell’egoismo privato») o stuzzicare l’immaginario evangelico (quella così sensuale Maria di Betania che «sparse unguenti di lusso sui capelli di Cristo» e quel fanatico, rozzo e odioso Giuda che « protestò che si potevano risparmiare quei soldi per darli ai poveri»!) a me pare menare il can per l’aia e contribuire a distrarre la “gente”.

    Che è poi il compito fondamentale del «mezzo livellante» per eccellenza.
    Che anche Siti si presti al gioco a me spiace; e perciò mi sono permesso di ironizzare sull’«arte della discretio» o di «sottilizzare» fino ad essere sterilmente «capzioso».
    E pensare che Marx parlava di sfruttamento. anche quando i capitalisti erano risparmiatori e austeri borghesi dalla vita morigerata!

  20. @abate
    forse per avere una visione più approfondita dei discorsi che va facendo siti, si può guardare anche questa intervista, sempre proveniente dal medesimo contenitore:

    http://www.youtube.com/watch?v=Erlsw0m55Y8

    soprattutto da 10:30 in poi, e anche la parte 2. non sono funghi sbucati dal nulla, questi pensieri: fanno parte di un discorso che si sta articolando da anni attraverso varie opere.

  21. @ abate: lo dico sommessamente, sul serio: non credo che nessun dio serio si svilirebbe fino a dover esistere per essere vero. e non credo che siti parli di divinità meno che serie.

  22. @Abate: La ringrazio molto dell’abbondante spiegazione.
    Vede, il fatto è che io credo sia più livellante parlare di *rapporti sociali capitalistici*. Non perché non li creda importanti, ma perché in questo momento credo che ci sia bisogno d’altro e di più. Credo addirittura che parlare di *rapporti sociali capitalistici* sia ben più distraente e soporifero, perché non esce dal solito vecchio gioco innestato sul determinismo economico che ci sta soffocando, e livellante proprio perché accetta di giocare in questo campo angusto. Ora, francamente: la gente quando sente parlare di *rapporti sociali capitalistici* smette di ascoltare. E non credo che farlo di più cambi la situazione. La via è un’altra, e non voglio affermare di averla in tasca.
    Sostanzialmente, non considero l’uomo una macchina telecomandata da banconote e conti correnti. Non mi sembra utile, da parte di uno scrittore, chiedere il reddito minimo garantito. Mi sembra molto più utile cercare di capire perché il reddito minimo garantito non sia sinonimo di felicità, come non lo è minimamente il lusso.
    E mi sembra anche che ritornare a considerare importanti le cose non immediatamente legate né al bisogno né all’utile, o comunque sondare questo campo problematico, sia la strada maestra per intravvedere un futuro diverso dall’autodistruzione che la sola dimensione economicista, nelle sue due declinazioni opposte e parimenti parziali, parrebbe invece preparare.
    A me pare che continuare a considerare l’Italia un Paese cattolico ci faccia sbagliare troppo spesso bersaglio, anche nell’analizzare la TV. Se l’Italia fosse cattolica come lo era una volta, Mediaset non sarebbe possibile, per esempio. Così mi sembra che l’ideologia dominante in Italia in questo momento sia, da ogni parte, un’individualismo materialista e disilluso. Parlare di lusso attraverso esempi evangelici, da questo punto vista, provoca punti interrogativi e non rasserenanti dolciumi. Questa almeno è la mia impressione.

  23. L’individualismo ovviamente è senza apostrofo.

  24. @ Gerace

    E che dirle di più!
    Lei troverebbe «distraente e soporifero» un medico che ad un suo paziente, al quale ha diagnosticato un cancro, ne tacesse, pensando che «ci sia bisogno d’altro e di più»?
    Certo, dicendogli la verità scientificamente accertata « non esce dal solito vecchio gioco innestato sul determinismo» (scientifico) e rimarrà a «giocare in questo campo angusto». La sua verità sarà ben poco gradita e magari il paziente farà di tutto per sondare un’altra via e «per intravvedere un futuro diverso». ( Ricorda il Leopardi de «La ginestra» e quel suo richiamo all’evangelista Giovanni: E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce?).

    Ora io capisco che *rapporti sociali capitalistici* non dica niente a lei e a tante menti liberali che frequentano LPLC. E, certo, non è tema gettonato o da discutere alla TV da Fazio perché gli indici di gradimento auditel calerebbero di botto. (Sarebbe però lo stesso, se si parlasse della teoria della relatività di Einstein o della struttura della Commedia. Non son argomenti “popolari”. Anche se trattati da Angela o da Benigni, non si sa mai poi cosa arrivi agli spettatori).
    Eppure, anche se per regolarci nella vita pratica non c’è bisogno di sapere la teoria galileana o einsteniana, su un piano scientifico non se ne può fare a meno. E così accade anche per Marx, se si vuol capire le società d’oggi. Oppure, lei, i rapporti, che ormai da metà Settecento continuano a dominare nella storia e si sono diffusi in tutto il pianeta e decidono la vita di milioni di persone, di interi popoli, come li chiamerebbe?
    E poi non si tratta di “parlarne” (cioè di macinarli e farli diventare chiacchiera…) ma di stabilire quali Parole corrispondano alle Cose del mondo d’oggi. Certo, non è che parlandone anche seriamente «cambi la situazione». Ma una buona diagnosi dei mali che ci distruggono permette almeno di cercare una buona terapia.
    L’inabissamento in tutta la cultura che fu di sinistra delle verità messe in luce da Marx o la loro riduzione a formulette catechistiche e deterministiche (queste, sì, da parte di molti marxisti, ma non di Marx: cfr. ad es. http://www.sinistrainrete.info/marxismo/2077-ocalcagno-e-gragona-il-ritorno-di-marx-in-italia.html) ha significato semplicemente disfarsi della propria lingua per balbettare nella lingua dei vincitori solo la propria sottomissione.
    Se poi a lei piace confondere Marx con i marxismi, imboccare un’altra via (senza dire quale, perché lei stesso è costretto a dichiarare di non «averla in tasca»), espormi la sua concezione ideale sull’uomo ( non «macchina telecomandata da banconote e conti correnti»), sul reddito minimo garantito o il lusso o un futuro diverso, le sussurrerei nell’orecchio: «Gerace, è proprio questa la via più distraente e soporifera. Lei torna a prima di Marx, che almeno aveva avuto il merito di mostrarci quello che economisti classici e contemporanei o non vedevano ( lo sfruttamento) o hanno rimosso e nascosto sotto un cumulo di studi da premi Nobel».
    Certo i *rapporti sociali capitalistici* sono una cosa “datata” e niente affatto eccitante. Specie per gli umanisti e specie oggi che essi si dibattono in crisi e non sanno a che santo votarsi (e siamo lontani dai tempi in cui un Nicolò Pasero poteva fare le sue «sconvenienti proposte» e scodellare un «Marx per letterati»).
    Eppure non vorrei che certi “oltrepassamenti” di Marx finissero come gli “oltrepassamenti” della teoria della relatività einsteniana dei cervelloni del CERN.
    Quasi tutti noi siamo stufi del marxismo economicista e sentiamo anche l’inadeguatezza di un Marx rispetto a una realtà profondamente mutata dall’Ottocento ad oggi, ma l’indicazione più giusta mi pare quella data da uno che Marx l’ha studiato tutta la vita, Gianfranco La Grassa, il quale consiglia di «uscire da Marx dalla porta di Marx». E non semplicemente di sbarazzarsene come hanno fatto in troppi dopo l’ubriacatura degli anni Settanta.

    P.s.
    Veda che ho parlato di « pubblico televisivo di un paese (superficialmente) cattolico».
    Solo così, ai danni nostri, e benedetti dai gestori della religione e della politica, ben convivono Mediaset, gli individualisti “cetomedisti”, che non hanno nulla a che fare più né con la borghesia né con la piccola borghese e tanto meno col materialismo ( che fu una cosa seria), gli imprenditori, i mafiosi, etc.

  25. Vede, Abate, che se, invece di ironizzare, argomenta, il dibattito ne trae beneficio? Ora capisco la sua posizione, sia nel senso che la vedo dispiegata e chiara, sia nel senso che capisco quale siano i suoi assunti di fondo.
    Li capisco, ma non li condivido. Come ho già detto non ho letto il romanzo di Siti, ma l’ho sentito da Fazio e rispetto alle sue parole in quell’occasione io penso che uno studioso, come lui, di Pasolini, che si sia compenetrato nell’amato autore fino al punto di condividerne la visione del mondo, senta in primo luogo il richiamo di un pensiero pensato da un soggetto che sta NEL mondo, che è in esso carnalmente avviluppato, tanto da non saperlo mai definitivamente assolvere o condannare (lo “scandalo del contraddirsi” delle Ceneri di Gramsci mi pare possa essere applicato produttivamente non solo al rapporto con quest’ultimo ma più in generale alla relazione di Pasolini con il mondo, come opzione gnoseologica di fondo). Sulla società dei consumi sappiamo come Pasolini si sia espresso in modo inequivocabile; Siti invece parla di una fascinazione del lusso e del potere espressi proprio da quella società dei consumi. Tuttavia, se in questo egli tradisce forse Pasolini, resta a questi fedele proprio in quell’atteggiamento di fondo, che dice “de te fabula narratur” o “nihil humani a me alienum puto”. Siti non si chiama fuori in quanto soggetto giudicante, preferisce essere impuro e spurio, ma qui ed ora. E nel qui ed ora c’è anche la tv. D’accordo con lei che sia un mezzo che appiattisce e rende omogeneo per sua intrinseca struttura (è un mezzo generalista, il cui Spettatore ideale è un inesistente, e triste, uomo medio). Però dentro la tv ci sono Augias e la De Filippi, Minoli e la Clerici, Fazio e Minzolini. Possiamo fare una distinzione, pur nei limiti del mezzo?
    Va benissimo ragionare sui “rapporti sociali capitalistici”, e va benissimo considerarli un male. Però c’è differenza tra il valutarli dalla specola di un soggetto di tipo idealistico che se ne chiama fuori e immagina di poterli guardare come un oggetto affatto altro da sé e da quella, invece, di un soggetto che in essi è coinvolto, che sa di portare in sé una molecola di quel male. Credo che in questo sentirsi coinvolto nel male ci sia molto di cristiano (in Pasolini di certo), ma ciò ci porterebbe troppo lontani.

  26. Certo che qui è successo qualcosa di interessante. Simonetti pubblica meritoriamente un brano dell’ultimo romanzo di Siti: magari non si può leggere subito il romanzo intero (io confesso di non esserci ancora riuscito, mi riprometto di farlo a breve); però si tratta di uno dei migliori scrittori contemporanei, gli altri suoi libri sono molto conosciuti, e questo va d’altronde su tutt’altro registro, affrontando questioni brucianti e insieme ultimamente un po’ troppo sfruttate e abusate da fiction e non fiction. Insomma ce ne sarebbero di cose da dire; invece, tranne quattro encomiabili volenterosi, per parecchi giorni nessuno dice niente. Poi Siti va da Fazio, Marchese lo segnala: e il dibattito si apre, si anima, si arroventa; certo, del libro per ora poco si parla; ma chissà, magari si arriverà anche a quello; la TV suscitando rigetto suscita anche discussione, o magari promette scontro, quello di cui molti hanno bisogno per intervenire. Non fosse che per questo, Siti forse ha fatto bene ad andar da Fazio (e lo dico precisando che Fazio in me suscita istinti omicidi; che se amo molto Siti come scrittore, non condivido parecchie delle sue dichiarazioni e posizioni pubbliche; che sulla questione del lusso, Abate, in buona parte la penso come lei – solo non capisco perché si arrabbia sempre tanto, e perché sovrappone gli spettatori televisivi ai frequentatori di LPLC: dovrebbe saperlo che non è proprio la stessa cosa, tanto più visto che tra i secondi lei è in prima linea).

  27. @scaramouche
    comprendo il tuo disappunto sui “quattro encomiabili volenterosi”, ma non ne trarrei considerazioni generali così disinvoltamente. i romanzi, soprattutto quelli complessi e lunghi più di 300 pagine, necessitano di un po’ di tempo per essere introiettati.

  28. @ abate

    Lei scambia la letteratura con la televisione, per ipercorrettismo, e finisce con l’inveire contro l’immaginario evangelico, senza nemmeno l’ironia di un Voltaire. Si rende conto di rasentare il ridicolo? Pensi al lusso di Fortini, piuttosto, alla sua lingua laminata, ai suoi allegorismi, ai suoi gigli di Saron: figure di distrazione o esasperato manierismo? E poi, sia detto soltanto un cieco non si renderebbe conto che Siti, ormai, e’ uno dei pochi critici della modernita’ – se non l’unico – che ci siano rimasti in Italia: che alcune sue posizioni possano risultare ambigue, o perfino pericolose, a un marxista ortodosso e’ giusto e necessario. Senza dialettica ogni sforzo di opposizione gira a vuoto.

  29. *…E poi, sia detto per inciso, soltanto un cieco…

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