cropped-305009.jpgdi Umberto Fiori

[Dal 29 luglio all’inizio di settembre LPLC sospende la dua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi nel 2012, quando i visitatori  del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso.  È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Questo intervento è uscito il 9 maggio 2012].

I sette vecchi

Brulicante città, città piena di sogni,
dove lo spettro in pieno giorno ferma il passante!
Dappertutto i misteri scorrono come linfe
dentro i canali angusti del colosso possente!

Una mattina, mentre nella squallida via
le case, che la nebbia rendeva ancor più alte,
mimavano le rive di un grande fiume in piena,
e, paesaggio simile all’anima del guitto,

una nebbia giallastra inondava lo spazio,
io seguivo coi nervi tesi, come un eroe,
discutendo con la mia anima, già stanca,
il viale sconquassato dai pesanti carriaggi.

D’improvviso, un vegliardo i cui stracci giallognoli
avevano il colore di quel cielo piovoso,
e il cui aspetto avrebbe fatto piovere gli oboli
senza la cattiveria che brillava in quegli occhi,

mi apparve. Le pupille parevano inzuppate
nel fiele; le sue occhiate acuivano il gelo,
e la sua lunga barba, dura come una spada,
si protendeva, simile alla barba di Giuda.

Non era solo curvo, ma spezzato, la schiena
formava con le gambe giusto un angolo retto,
tanto che il suo bastone, completando il suo aspetto,
gli dava l’aria sghemba e l’impacciato incedere

d’un quadrupede zoppo, o di un ebreo a tre zampe.
Nella neve e nel fango si impegolava, come
se con le sue ciabatte calpestasse dei morti,
non tanto indifferente, ma ostile all’universo.

Dietro, il suo sosia: barba, schiena, bastone, stracci,
in tutto uguale, uscito dal medesimo inferno,
quel clone centenario; i due spettri bizzarri
procedevano insieme verso una meta ignota.

Di che infame complotto ero dunque in balìa,
quale caso perverso mi umiliava così?
Io contai sette volte, di minuto in minuto,
quel vegliardo sinistro che si moltiplicava!

Colui che si fa beffe della mia ansia, e che
non è preso dal morso di un brivido fraterno,
rifletta che malgrado tanta decrepitezza
i sette mostri avevano l’aria di essere eterni!

Avrei forse io, da vivo, contemplato l’ottavo,
gemello inesorabile, ironico e fatale,
disgustosa Fenice, figlio e padre di sé?
-Ma io voltai le spalle a quel corteo infernale.

Snervato come un ebbro quando ci vede doppio,
tornai a casa, chiusi la porta, spaventato,
malato e intirizzito, con l’anima sconvolta,
ferita dal mistero e dall’assurdità!

Invano la ragione ricercava la barra;
la tempesta giocando annullava gli sforzi,
e l’anima danzava, danzava, vecchia barca
senz’alberi, su un mare mostruoso e senza rive!

Les sept veillards

Fourmillante cité, cité pleine de rêves,
où le spectre en plein jour raccroche le passant!
Les mystères partout coulent comme des sèves
dans les canaux étroits du colosse puissant.

Un matin, cependant que dans la triste rue
les maisons, dont la brume allongeait la hauteur,
simulaient les deux quais d’une rivière accrue,
et que, décor semblable à l’âme de l’acteur,

un brouillard sale et jaune inondait tout l’éspace,
je suivais, roidissant mes nerfs comme un héros
et discutant avec mon âme déjà lasse,
le faubourg secoué par les lourds tombereaux.

Tout à coup, un vieillard dont les guenilles jaunes
imitaient la couleur de ce ciel pluvieux,
et dont l’aspect aurait fait pleuvoir les aumônes
sans la méchanceté qui luisait dans ses yeux,

m’apparut. On eût dit sa prunelle trempée
dans le fiel; son regard aiguissait les frimas,
et sa barbe à longs poils, roide comme une épée,
se projetait, pareille à celle de Judas.

Il n’était pas voûté, mais cassé, son échine
faisant avec sa jambe un parfait angle droit,
si bien que son bâton, parachevant sa mine,
lui donnait la tournure et le pas maladroit

d’un quadrupède infirme ou d’un juif à trois pattes.
Dans la neige et la boue il allait s’empêtrant,
comme s’il écrasait des morts sous ses savates,
hostile à l’univers plutôt qu’indifférent.

Son pareil le suivait: barbe, oeil, dos, bâton, loques,
nul trait ne distinguait, du même enfer venu,
ce jumeau centenaire, et ces spectres baroques
marchaient du même pas vers un but inconnu.

À quel complot infâme étais-je donc en butte,
ou quel méchant hasard ainsi m’humiliait?
Car je comptais sept fois, de minute en minute,
ce sinistre vieillard qui se multipliait!

Que celui-là qui rit de mon inquiétude,
et qui n’est pas saisi d’un frisson fraternel,
songe bien que malgré tant de décrépitude,
ces sept monstres hideux avaient l’air éternel!

Aurais-je, sans mourir, contemplé le huitième,
sosie inésorable, ironique et fatal,
dégoutant Phénix, fils et père de lui même?
-Mais je tournai le dos au cortège infernal.

Exaspéré comme un ivrogne qui voit double,
je rentrai, je fermai ma porte, épouvanté,
malade et morfondu, l’esprit fiévreux et trouble,
blessé par le mystère et par l’absurdité!

Vainement ma raison voulait prendre la barre;
la tempête en jouant déroutait ses efforts,
et mon âme dansait, dansait, vieille gabarre
sans mâts, sur une mer monstrueuse et sans bords!

Tra le apparizioni che caratterizzano i Tableaux parisiens, quella che sta al centro di Les sept vieillards è delle più memorabili e inquietanti. Le tre quartine d’apertura la annunciano e le si approssimano grado a grado: nella prima si allude ai sogni, agli spettri, ai misteri di cui è popolata la città, colosse puissant (col termine colossokolossòs: simulacro, doppio- già affiora il tema centrale); nella seconda, tempo e luogo si precisano: un mattino d’inverno, il décor teatrale di un viale parigino invaso dalla nebbia. Nella terza, dal tetro paesaggio emerge il poeta: è teso come un eroe, pronto ad affrontare una minaccia imprecisata, che già sembra covare nel fragore dei carri che scuotono la via (i suoni cupi dell’ultimo alessandrino –le faubourg secoué par les lourds tombereaux- intonano l’avvicinarsi del disastro). Nella quinta strofa la tensione accumulata trova uno scioglimento, annunciato dal Tout à coup iniziale (v.13) come da uno squillo di tromba. Il vieillard prende corpo verso dopo verso, mentre una rete di subordinate lo cattura e lo tiene sospeso; il verbo della principale, m’apparut, arriva soltanto all’inizio della strofa successiva, dopo un arditissimo enjambement. Questo salto fa assumere al termine un peso inusitato: l’apparire non è una fra le tante possibili azioni del soggetto in questione, è ciò che il vecchio sostanzialmente fa, ciò che è. Ma che cosa rappresenta, questa figura che –tout à coup– si manifesta? Che cosa appare a Baudelaire?

*

Anziché concludersi, la descrizione si precisa e si approfondisce per ben quattro quartine. Come in Les aveugles, anche qui si avverte un senso di concitazione, come se il poeta temesse di tralasciare qualche dettaglio di ciò che gli è apparso, come se fosse ansioso -quasi a giustificare la propria reazione- di restituirci integralmente la figura del vecchio, e insieme di liberarsene. Come nella rappresentazione dei ciechi, il suo atteggiamento ricorda quello di un bambino piccolo, turbato e al tempo stesso morbosamente attratto dalle deformità che si trova di fronte. Nella sua descrizione, l’umana pietà non riesce a vincere il ribrezzo. Il personaggio che appare a Baudelaire è un anziano pitocco, i cui stracci e le cui sofferenze –come si dice già nella quarta quartina- farebbero piovere le elemosine, se non fosse per la malvagità che gli brilla negli occhi,  respingendo ogni moto di compassione e raggelando l’aria già fredda. Il suo aspetto, a prima vista, è quello di un povero vecchio oppresso dall’indigenza e dall’infermità, ma tale apparenza è violentemente contraddetta dal suo contegno. Come dimenticare quelle misere ciabatte che –impegolate nella neve e nel fango- sembrano calpestare dei morti? La sua condizione di “quadrupede zoppo”, di “ebreo a tre zampe” (perdoneremo al poeta il pregiudizio antisemita?), il vieillard sembra esibirla con fierezza, quasi con arroganza. Il vecchio è l’Altro: l’animale, l’estraneo. La sua alterità è inaccessibile, inviolabile, assoluta. Non come un essere umano si comporta, ma come un immortale (l’antichissimo Crono? Lo zoppo Efesto?). La sua miseria rabbiosa e deforme si impone come un invincibile numen. Il dèmone che per suo tramite si manifesta è l’ostilità. Non il comprensibile rancore di un diseredato nei confronti di qualcuno, di qualcosa, o il risentimento del misantropo verso l’umanità in genere: ostilità all’universo (v.28).

*

A colpire Baudelaire –come testimonia l’inquieta accuratezza della descrizione- è innanzitutto la singolarità del personaggio che gli si para di fronte. La sua apparizione improvvisa, gli stracci, l’intensità dello sguardo, fanno pensare all’indimenticabile irruzione di un altro terribile vecchio: l’Ancient Mariner del poema di Coleridge. Come il marinaio della Ballata, anche lo spettro di Baudelaire esibisce la sua terrificante oscurità in pieno giorno. Ma mentre il mariner afferra per un braccio l’invitato a nozze, tra il vieillard e il passante non c’è nessun incontro, nemmeno forzato; l’inviato dell’Altro Mondo, qui, non ha una storia da raccontare, non cerca ascolto, non ha angosce o ammaestramenti da comunicare, maledizioni da formulare: al contrario, sembra sigillato nella sua abissale, torbida, sprezzante unicità. Già questo basterebbe a farne un personaggio da incubo. Ma l’incubo deve ancora incominciare.

*

E’ nell’ottava quartina che la vera apparizione si rivela. La sua mostruosità è potenziata dalla tesa pacatezza con cui si annuncia: Son pareil le suivait. L’inopinata reduplicazione del vieillard, Baudelaire ce la racconta senza sussulti e senza enfasi, come se fosse la cosa più naturale del mondo; proprio la concisione con cui ci informa, tuttavia, trasmette il senso di un evento fatale, ineluttabile.

Il vecchio e il suo doppio (nonché gli altri che seguiranno) vengono –scrive il poeta- dallo stesso inferno (v.30). Non hanno però l’aria di essere dei diavoli, almeno come uno convenzionalmente se li immagina: nessuno di loro cerca di provocare il passante, di tentarlo, di aggredirlo; i replicanti gli sfilano accanto indifferenti, perfettamente concentrati su se stessi, sul metafisico rancore che li anima. Certo sono figure cariche di ostilità, di malvagità; ma non è tanto questo a renderli infernali, quanto la loro perfetta, spaventosa somiglianza, la loro inarrestabile moltiplicazione. Il titolo farebbe pensare a una canonica compagnia di mostri: il numero sette –numinoso quanto il tre, o il nove- rinvia nella nostra memoria ai sette saggi, ai sette nani, alle sette meraviglie del mondo, ai sette peccati capitali, e così via. Il collegamento è ingannevole. In realtà, come scopriamo al v.41, la serie è aperta, anzi spalancata, e non sembra aver termine: l’ottavo vieillard è in arrivo, e dietro di lui –si presume- una schiera infinita di esseri identici.

*

Quella dei vieillards non è l’unica apparizione “plurima” nei Tableaux parisiens: anche i ciechi e le vecchine sono molteplici; ma nel caso in esame non abbiamo a che fare con un insieme di individui diversi uniti da un tratto comune: i vecchi di cui si parla non sono qualitativamente simili, sono materialmente identici. Neanche i ciechi, neanche le vecchine conoscono limiti di numero (non sono nove ciechi, poniamo, o tre vecchine); ma l’infinità dei vieillards (che sette non sono affatto, come si è visto) va ben oltre i limiti della concettualità e della sua logica. I sette vecchi non si limitano a convergere concettualmente, non sono “tutti i mendicanti rispondenti a determinate caratteristiche”: sono infiniti vieillards perfettamente identici al tipo di cui costituiscono insieme la copia e l’originale. A un certo punto (v.37) Baudelaire allenta per un attimo la tensione visionaria del suo racconto per rivolgersi al lettore più disincantato, più refrattario. Con un tono discorsivo che contrasta fortemente con quello delle quartine precedenti, egli argomenta le ragioni della propria inquietudine: i sette vecchi –ma sarebbe più giusto dire gli interminabili vecchi– sono decrepiti e insieme eterni (v.40). Non sono creature generate. E’ di qui che nasce l’orrore: ciascun vieillard è padre e figlio di se stesso (v.43).

Baudelaire paragona il suo molteplice vieillard alla Fenice, l’uccello favoloso che si consuma nel fuoco e rinasce dalle proprie ceneri; il mito però –come segnala l’aggettivo, dégoutant– assume qui un significato del tutto opposto a quello originario: non la speranza in una rigenerazione, in una vittoria sulla morte, bensì l’impossibilità della morte, il pensiero di un’immortalità senza scampo, di un’eternità da incubo, simile a quella immaginata in Le Squelette laboureur. La vecchiaia del vieillard non è un’età della vita; nessuna infanzia, nessuna giovinezza, nessuna maturità la precede; non c’è morte che possa metterle fine, darle pace. Ogni vecchio si aggiunge interminabilmente a ogni altro vecchio, che altro in realtà non riesce a essere. Non c’è vicenda, non c’è nascita, crescita, declino: solo ripetizione, replica, moltiplicazione.

*

Il vieillard è singolare, non c’è dubbio: è questo ad avere attratto l’attenzione del poeta, ad aver fatto di una qualunque presenza nella folla parigina un’apparizione; ma –ecco la scoperta nauseante- questo strambo personaggio non è davvero un singolo, un individuo. Baudelaire si trova di fronte la possibilità paradossale, diciamo pure sconvolgente, di un essere marcato da una fortissima identità, terribilmente unico, eppure infinitamente multiplo. Che senso dobbiamo attribuire allo spavento del poeta, al personaggio mostruoso che ci consegna?

Nell’improvviso manifestarsi del vecchio, nella sua infinita ripetizione, potremmo ravvisare un’ulteriore raffigurazione di quell’esperienza dello choc nella quale Benjamin –prendendo spunto da À une passante– individua il nucleo centrale della poetica baudelairiana[1]. L’irruzione del vieillard non ha un prima né un dopo, non genera una storia, non ha un esito: ricomincia, si ripete identica a se stessa come il gesto dell’operaio alla catena, come il lancio di dadi del giocatore d’azzardo. I suoi passi, venuti da chissà dove, procedono verso un but inconnu; più che camminare, in effetti, il vecchio calpesta dei morti. Con lui non c’è incontro: la sua apparizione è un urto casuale che non ha un seguito, se non la fuga inorridita di chi lo ha subìto e l’abissale smarrimento delle ultime quartine.

Nel corteo infernale dei vecchi potremmo vedere un’allucinata rappresentazione della folla urbana come vuota moltitudine; nella loro identità seriale, nella loro intercambiabilità, il carattere di merce che ogni aspetto del mondo viene ad assumere nell’epoca dell’industrialismo e del capitalismo. Come la merce, il vecchio è immagine di se stesso, fantasma (Fantômes parisiens era il titolo originario dei Sept vieillards) di un bene, di un valore che ci viene offerto e sottratto col medesimo gesto.

*

Queste possibili interpretazioni non esauriscono, tuttavia, l’eccesso di senso che sta alla radice dell’orrore prodotto dal vecchio mendicante. Come altre apparizioni delle Fleurs du mal, i sette vecchi configurano una allegoria (“tout pour moi devient allégorie”, scrive Baudelaire in Le Cygne); ma mentre nel caso dei ciechi, della passante e soprattutto del cigno, il significato della figura presentata è relativamente trasparente, a volte addirittura esplicito, quello dei Sept vieillards rimane enigmatico. Qui, l’altrove (alle) a cui la figura rimanda o da cui parla (agoreuo) si sottrae al dominio della ragione (“vainement ma raison voulait prendre la barre”, v.49), è un mare “mostruoso e senza limiti” (v.52). Ancora con un’allegoria, assai più perspicua e convenzionale, Baudelaire ci descrive gli effetti dell’apparizione dei vecchi[2]: la ragione non riesce più a governare ciò che vede, deve arrendersi al suo nauseante “sdoppiamento”; una tempesta si oppone ai suoi sforzi, ma lo fa en jouant, come per gioco; quel gioco crudele sembra contagiare anche l’anima che, invece di opporglisi, si mette a danzare come una vecchia scialuppa senza alberi né vele. L’illimitato conquista la mente, il terrore si scioglie in danza, la ragione rinuncia a governare il rinvio che fermenta nelle apparizioni, si abbandona ubriaca al mare senza rive dell’insensato. Il meccanismo dell’allegoria gira a vuoto, l’immagine non rimanda a nulla di determinato. Eppure, nella nostra memoria, la figura del vecchio e della sua inarrestabile metastasi è sempre più chiara.


[1] W.Benjamin, Di alcuni motivi in Baudelaire, in Angelus Novus, Torino, Einaudi, 1976, p.100 e sgg.

[2] L’immagine presenta non poche analogie con un passo di De Quincey sulla “tirannia del volto umano” che Baudelaire cita nei Paradisi artificiali: “Allora sulle acque inquiete dell’Oceano cominciò a mostrarsi il volto dell’uomo; il mare mi parve selciato da innumerevoli teste rivolte verso il cielo; visi furiosi, imploranti, disperati, si misero a danzare sulla superficie, a migliaia, a miriadi, a generazioni, a secoli; la mia agitazione diventò infinita e il mio spirito balzò e rotolò con le onde dell’Oceano”. Ancora De Quincey racconta la allucinante “moltiplicazione” di un Malese nella sua mente (I paradisi artificiali, Milano, Guanda, 1980, p.118).

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