cropped-LookingBack11.jpgdi Claudio Giunta

[Dal 29 luglio all’inizio di settembre LPLC sospende la dua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi nel 2012, quando i visitatori  del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso.  È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Questo intervento è uscito il 14 maggio 2012].

1.

È uscito da poco negli Stati Uniti il romanzo The Pale King di David Foster Wallace. Il libro esce postumo, perché Wallace si è suicidato tre anni fa. Sul suo tavolo di lavoro è stata trovata una redazione provvisoria della prima parte del romanzo, e alcune altre scene sparse. Si tratta pressappoco di un terzo di quello che avrebbe dovuto essere il libro se Wallace l’avesse terminato. Intervistato dal New York Times (Charles McGrath, Piecing Together Wallace’s Posthumous Novel, 9 aprile 2001), il curatore di The Pale King Michael Pietsch osserva: «Alla fine tutti i materiali manoscritti andranno allo Harry Ransom Center dell’Università del Texas, e gli studiosi avranno la loro giornata campale. Sono sicuro che si stanno già affilando i denti».

L’immagine degli studiosi-scoiattoli che affilano i denti preparandosi a scovare gioielli nascosti tra le carte inedite ma anche, evidentemente, a cogliere in fallo l’editore del romanzo, mi ha fatto tornare in mente un passo molto intelligente e molto cattivo di un saggio di Gore Vidal a proposito di un’edizione dell’epistolario di Mark Twain: «Ci sono note su note. Niente non è spiegato. Twain incontra un tale che pretende di appartenere alla famiglia dei Plantageneti: la storia, del tutto irrilevante, di quella famiglia è scaraventata addosso al lettore. La scholarship americana è oggi una specie di gigantesco programma di make-work per persone convenzionalmente istruite. In un caso del genere, studiosi-scoiattoli mettono insieme qualsiasi scarabocchio trovino e riempiono volumi su volumi di questi pezzi di carta, con note che dilagano come una metastasi […]. Si tratta di puri collezionisti. Per loro, un ‘fatto’ è uguale a qualsiasi altro ‘fatto’» (Gore Vidal, Twain’s Letters, in The Last Empire. Essays 1992-2001, London, Abacus 2001, p. 28).

Queste parole di Vidal mi servono per ricordare una cosa ovvia, e cioè che qualsiasi branca del sapere, qualsiasi disciplina decide in quale direzione andare, su che cosa investire i suoi sforzi, e insomma distingue che cosa è importante e merita di essere meditato, approfondito, discusso, da ciò che non è importante e non merita né riflessione né approfondimento né discussione. Questo vale sia per le scienze dure come la fisica e la biologia sia per le scienze storiche nelle quali rientra la filologia. Tuttavia, mentre la fisica e la biologia sono orientate sul futuro (cioè sull’innovazione, sull’esperimento di qualcosa che ancora non esisteva o non era noto), il campo d’indagine delle scienze storiche è il passato, e il passato è un campo amplissimo, ma non sterminato. È comprensibile, perciò, che mentre lo spazio dell’ignoto, del non ancora inventariato si assottiglia, e cresce invece il numero di coloro che a quell’inventario lavorano, nei dipartimenti di filologia delle università, è comprensibile che il confine tra ciò che è rilevante e meritevole di studio e ciò che non lo è sia diventato labile, e che la domanda stessa possa suonare sospetta, quasi censoria. Chi dovrebbe stabilire ciò che merita o non merita di essere studiato? Con che diritto si vieterebbero metodi o tecniche di ricerca che potrebbero dare frutti meravigliosi e inattesi? Non è chiaro che specie in campo filologico occorre essere precisi ed esaustivi, e che una precisione e un’esaustività parziali sono una contraddizione in termini, e che dunque sotto l’occhio del filologo tutto è degno di considerazione e di descrizione, specie se si tiene fermo che egli non lavora per sé ma per gli altri studiosi, che del suo lavoro potranno servirsi per gli scopi più vari?

Tutto questo è vero, ma ci sono due difficoltà. Da un lato, una disciplina non può prima o poi non porsi il problema non tanto del suo ruolo sociale quanto del suo ruolo nel novero delle altre discipline: ed è assai dubbio che le varianti interlineari di Wallace o le minuzie dell’epistolario di Twain possano interessare un pubblico molto più ampio di quello composto dai fanatici di Wallace (un club del quale faccio parte) o dagli editori dell’epistolario di Twain. Dall’altro lato, una disciplina deve porsi il problema della formazione di coloro che intendono praticarla, che sono in genere studenti o dottorandi: e a me pare che chiedere a un ventenne o a un venticinquenne di passare gli anni del suo apprendistato a trascrivere le varianti di Wallace o a disegnare l’albero genealogico dei Plantageneti non sia il modo migliore per formarlo, né il modo migliore per attirare agli studi umanistici i talenti migliori (perché anche di questo si tratta, e anche a questo occorre pensare: al genere di talento che si suppone sia presente nello studente, e al talento che si vuole coltivare).

Insomma, conta il come, di una ricerca, ma conta anche il cosa; e bisogna accettare il fatto che, come ci sono ricerche più o meno interessanti (cosa che nessuno nega), così ci sono ricerche del tutto irrilevanti, e che perciò sarebbe saggio non intraprendere (cosa che si fa invece molta più fatica ad ammettere). S’intende che il cosa diventa meno importante a mano a mano che si va indietro nel tempo, e si giunge ad epoche tanto remote da rendere prezioso e meritevole di studio ogni loro singolo manufatto o creazione artistica. Nessuna cura è eccessiva, nessun approfondimento superfluo, nel momento in cui noi ci troviamo di fronte, poniamo, a un nuovo testo poetico duecentesco. E s’intende che non si tratta di proibire lo studio dei cosiddetti autori minori (altrimenti dovremmo rinunciare, per dire, ad alcuni dei saggi più belli di Dionisotti): si tratta semmai di sconsigliare lo studio di problemi minori, o minimi, o irrilevanti, assumendo che uno dei compiti primari di uno studioso sia appunto distinguere tra i primi, i secondi e i terzi. E s’intende infine che il criterio della rilevanza ha poco o nulla a che fare col rapporto che una data opera o un dato autore hanno con i problemi e con gli interessi odierni (è questa per esempio la posizione di Said in Umanesimo e critica democratica, posizione che mi pare insostenibile). Non è, questo della ‘attualità di un tema’, un argomento che si possa far valere nella discussione sul rilievo di una ricerca: poche se ne salverebbero, o forse nessuna. Né ha senso stabilire a priori, per esempio, che è ora di smetterla di studiare il Rinascimento europeo e che bisogna studiare invece i rinascimenti extra-europei, inventandoseli all’occorrenza (sempre Said). Queste non sono buone bussole per una ricerca seria. Ma domandarsi se la ricerca che si sta facendo, o che si chiede ad altri di fare, ha un rilievo reale, e se può avere un interesse, per quanto mediato, anche per coloro che non studiano esattamente le stesse cose – domande del genere sono sempre opportune (su questo punto concordo con Piergiorgio Bellocchio, Ci sarà posto?, in Id. e Alfonso Berardinelli, Diario 1985-1993 (Riproduzione fotografica integrale), Roma, Quodlibet 2010, pp. 593-624).

2.

 Mi pare che la filologia d’autore, specie quando si esercita su testi contemporanei, solleciti e solletichi alcuni gusti o passioni non sempre commendevoli. Provo a farne un elenco avvertendo che estremizzo un po’ perché ho in mente casi estremi – è chiaro che si può praticare la filologia d’autore senza avere nessuno di questi gusti o passioni, o avendoli in dosi minime. Ma il caso contrario mi pare più frequente.

La prima passione è quella feticistica per gli autografi, gli originali, i cimeli, e insomma per gli oggetti culturali non quanto al loro essere cultura ma quanto al loro essere oggetti. Questa passione trova oggi un infinito campo d’applicazione grazie a quelle che si definiscono le ‘nuove tecniche di riproduzione e condivisione’ (in sostanza: fotografie digitali). Ne sono il frutto, per esempio, le edizioni fotografiche degli autografi di Kleist, Hölderlin, Goethe, Flaubert, Brecht, Valéry, Leopardi, Pavese, decine di volumi che ci restituiscono non solo tutte le loro opere nelle loro stesure originali ma anche le lettere, i taccuini, le copertine dei taccuini, gli scarabocchi lasciati sulle pagine dei taccuini (ho in mente, per esempio, Bertolt Brecht, Notizbücher 24 und 25, 1927-1930, Band 7, Berlin, Suhrkamp 2010). Francamente, non vedo quale sia l’utilità di edizioni del genere né a quale risultato possano portare; mentre mi pare sia evidente il danno: sono costosissime, ingombrantissime, e stimolano, per l’appunto, passioni che hanno poco a che fare con un reale, razionale interesse per la cultura, passioni che definiscono piuttosto il bravo collezionista che il bravo studioso.

La seconda passione è un genere di curiosità che confina col pettegolezzo: la passione per gli inediti, i diari, le lettere private e dunque, si suppone, non destinate a diventare pubbliche. Perché un conto è salvare il Processo di Kafka; un altro conto è pubblicare The Pale King di Wallace senza sentire il parere dell’autore, che nel frattempo è morto; un altro ancora è pubblicare i diari giovanili di Maria Corti (Appunti di diario, in «Autografo» 44 (2002), pp. 37-79).

La terza è la passione per, diciamo, la totalità estensiva. Vedere tutti i materiali, fare l’inventario di tutto, non farsi sfuggire neanche una pagina di diario, una variante nell’interrigo, un appunto preso su una scatola di fiammiferi. Qui torna pertinente la distinzione a cui ho accennato in precedenza. L’antichità, il Medioevo, la prima modernità, sono Epoche della Penuria. Gli autori, le opere, i documenti sono pochi, e se non sono pochi sono comunque numerabili, padroneggiabili. Gli autografi sono anche più rari. È chiaro che Dante non avrà scritto la Commedia di getto: ma gli abbozzi, i tentativi falliti, le redazioni alternative – di tutto questo non è rimasta traccia. Se un giorno qualcuno avesse la fortuna di ritrovare questi scartafacci danteschi chi si opporrebbe al loro studio, alla loro edizione diplomatica, critica, fotografica? Nessuno sforzo sarebbe eccessivo. Ma gli ultimi due secoli sono l’Epoca della Sovrabbondanza. Quasi tutti gli scrittori hanno avuto la possibilità di stampare due, tre, venti volte le loro opere, e di ridurle, ampliarle, cambiarle. Non è abbastanza?

Dato che accade spesso che si perdano di vista le verità più ovvie, è bene ricordare che questa smania di completezza può essere legittima (è legittima, ripeto, quando si tratta di testi premoderni; molto meno quando si tratta di testi contemporanei), ma non ha nulla di naturale. È una scelta, e una scelta che ha a monte delle cause materiali piuttosto che delle ragioni ideali.

Illustrando l’attività del Fondo di Pavia, Renzo Cremante scrive: «Il mutato scenario attuale non deve impedire di riconoscere come ancora alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, nonché impensabile per l’università italiana, assai scarsa, per non dire inesistente, fosse l’attenzione riservata alle testimonianze in senso lato letterarie della contemporaneità, sia manoscritte sia a stampa, da parte delle istituzioni ufficialmente preposte alla tutela e alla conservazione della memoria documentaria e del patrimonio bibliografico nazionali» (Il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia, in «Di mano propria». Gli autografi dei letterati italiani, Atti del Convegno internazionale di Forlì, 24-27 novembre 2008, Roma, Salerno Editrice 2010, pp. 667-75, a p. 669).

È certamente così, ma questo mutamento, questo spostamento del fuoco dell’attenzione, dipende soprattutto da come sono materialmente andate le cose nella società e nella scuola nell’ultimo mezzo secolo. L’università ignorava le «testimonianze in senso lato letterarie della contemporaneità» perché ignorava, in sostanza, la contemporaneità, perché non esisteva ancora l’insegnamento di «Letteratura moderna e contemporanea» e perché il lavoro sugli autori del Novecento aveva luogo prevalentemente fuori dell’università e – a torto o a ragione – non veniva considerato formativo. Le cose sono cambiate, e non è possibile non vedere che questo cambiamento è legato, anche, all’aumento delle immatricolazioni a Lettere, all’aumento dei laureandi in Filologia italiana, all’aumento dei progetti di ricerca in Filologia italiana (o francese, tedesca, eccetera), nonché all’aumento dei laureandi in Filologia italiana che non sono in grado di lavorare sul Medioevo o sull’età moderna e vengono perciò stornati sulle varianti di Ungaretti o di Moravia.

Quanto alle «istituzioni ufficialmente preposte», di fronte all’oceano di ciò che quotidianamente viene stampato in Italia e fuori (sono reduce da un giro nei sotterranei della Biblioteca Nazionale di Firenze: tra alluvioni di «Topolino», «Secondamano», «Lando», «Le Ore Mese») mi domando di quali altri spazi e di quali legioni di bibliotecari avremmo bisogno per stivare gli appunti, le lettere, le liste della spesa della legione di poeti romanzieri cantanti che il secolo ha prodotto (ho fissa nella retina l’immagine di Fabio Fazio che a Che tempo che fa legge commosso, estratto dall’Archivio De Andrè, un foglio di bloc-notes con sopra scritta la formazione della Sampdoria 1972-73).

Nel Fondo pavese ci sono (cito dal sito) «8 bloc-notes contenenti la stesura manoscritta del romanzo Gilberte» di Ignazio Apolloni (Palermo 1932), stampato a Palermo, Edizioni Novecento 1994. C’è la «stesura manoscritta incompleta con correzioni di un saggio inedito su Giacomo Zanella» di Cesare Angelini (169 entrate nel catalogo della Biblioteca Nazionale di Firenze). Certo, si potrebbe obiettare che non è possibile mettere un filtro qualitativo, perché un domani potremmo scoprire che Ignazio Apolloni è il Gadda dei nostri anni, e ogni sua singola parola si rivelerà importante. Ma è davvero sostenibile l’idea che le parole manoscritte abbiano tanta importanza in un’epoca in cui ogni scrittore di media statura pubblica un libro all’anno? C’è un fondo Arbasino. Arbasino, questo fiume in piena. Ci sarà un giorno qualcuno che farà l’edizione critica delle tre versioni di Fratelli d’Italia, la terza a tutta pagina e le altre in corpo minore, e in basso le varianti dei manoscritti, dei capitoli su rivista, delle lettere agli amici – tremila pagine che leggeranno soltanto l’editore critico e il suo sventurato recensore? Davvero amiamo a tal punto Arbasino da voler scavare anche tra le pagine che non ha pubblicato, una volta lette le migliaia che ha pubblicato?

La quarta passione che si collega o può collegarsi alla filologia d’autore (specie nelle sue varianti genetica, fotografica, eccetera) è un’idea auratica, misticheggiante della creazione letteraria. Attraverso il catalogo degli autografi di Montale, scrive Maria Corti, «lo studioso abbraccerà l’estensione vastissima, un po’ misteriosa, di quel ‘luogo’ poetico dove il coup de dés si incontra con l’estremo e massimo calcolo costruttivo, incontro da cui nasce la storia di ogni poesia» (Autografi di Montale. Fondo dell’Università di Pavia, a cura di Maria Corti e Maria Antonietta Grignani, Torino, Einaudi 1976, p. XI). È un procedimento più vicino al culto che alla critica, e che tra l’altro sembra in contraddizione con quell’habitus di rigore che la pratica della filologia (senza specificazioni) dovrebbe far maturare nello studente e nello studioso. Ammesso e assolutamente non concesso che sia interessante cogliere l’atto creativo nel suo farsi, la scintilla dell’ispirazione che incendia la carta, siamo davvero sicuri che il modo migliore per farlo sia fotografare i quaderni degli scrittori – e non piuttosto, senza andare troppo lontano, riflettere sulle letture che facevano, o sulle letture che facevano i loro lettori? Proust era angosciato da tutto questo zelo para-filologico: «Ora, non mi piace molto l’idea che chiunque sarà ammesso a compulsare i miei manoscritti, a confrontarli col testo definitivo, e a indurne delle supposizioni che saranno sempre false sul mio modo di lavorare, sull’evoluzione del mio pensiero eccetera […]. Questa indiscrezione postuma…» (Correspondance, a cura di Philip Kolb, vol. XXI [1922], Paris, Plon 1993, pp. 372-73). Ed ecco appunto che la para-filologia proustiana, coi suoi assurdi carnets di scarabocchi, le sue valanghe di abbozzi, le sue riproduzioni fotografiche, mostra quante buone ragioni avesse l’angoscia di Proust.

La quinta è una passione in sé lodevole: la passione per la struttura, per lo stile e insomma per il modo in cui sono scritti i libri che si vogliono studiare. Lodevole, perché è ben chiaro che un letterato deve nutrire un po’ d’interesse per il modo in cui Ariosto o Leopardi o Montale scrivono, altrimenti ha sbagliato mestiere. Ma a parte il fatto che quello che vale per Ariosto non vale per Ignazio Apolloni, ciò che mi pare evidente è che non si tratta di una passione molto attuale, che non è sul problema di ‘come è fatta la letteratura’ che si orienta il dibattito di questi anni. Al contrario, tutti sembrano impegnati non tanto a studiare quanto ad usare la letteratura per ciò che essa può dire sul mondo, e perciò a uscire dai confini dei testi, a gettare ponti verso l’esterno, non importa se spesso con un certo impressionismo (Letteratura e scienza, Letteratura e immigrazione, Letteratura e geografia), laddove il tempo delle analisi e delle scomposizioni sembra finito. Questo spiega anche la sproporzione tra le tante edizioni critiche e i pochi saggi nei quali queste edizioni vengono effettivamente adoperate. «Il magro bilancio che siamo costretti a prospettare sul versante della critica delle varianti – scriveva Isella – contrasta con quello fiorente che offre nell’ultimo cinquantennio la filologia d’autore» (Le carte mescolate vecchie e nuove, Torino, Einaudi 2009, pp. 240-41). E la stessa carenza registrano Paola Italia e Giulia Raboni: «… non va taciuto […] come spesso queste edizioni non abbiano prodotto il dibattito e l’accrescimento di studi che ci si sarebbe potuto aspettare» (Che cos’è la filologia d’autore, Roma, Carocci 2010). È senz’altro così, ma è un po’ ingenuo pensare che la ragione di questa mancanza stia nella «difficoltà di consultazione di apparati spesso estremamente complessi» (p. 33).

La risposta va cercata altrove. Ha scritto Isella: «Il fatto è che la messa a punto della ‘critica delle varianti’ di Contini è fatta sul modello della critica stilistica di Spitzer, di cui si potrebbe considerare una filiazione» (Le carte, p. 18). Da questa osservazione viene forse una risposta più plausibile. Non è che non si scrivono saggi di variantistica perché gli apparati sono difficili: non si scrivono saggi di variantistica perché al centro degli studi letterari non sta più la critica stilistica nelle sue varie accezioni, come accadeva invece al tempo di Contini e De Robertis; e perché la variantistica non produce, non può produrre e non produrrà mai il genere di dibattito che può aspirare a coinvolgere, oggi, un pubblico più largo di coloro che s’interessano di variantistica. Contini ha detto che la stilistica di Spitzer rappresentò «l’anello di collegamento fra università e cultura militante, fra laboratorio e letteratura» (citato da Isella, Le carte, p. 17). Non è più così.

4.

Questa è una vecchia discussione. Non mi riferisco al dibattito che ebbe luogo nell’immediato dopoguerra in Italia intorno alla critica degli scartafacci. Quello non fu un vero dibattito, perché nessuno veramente, tra i letterati, volle o seppe riprendere le critiche che Croce aveva mosso alla ‘critica genetica’ di Giuseppe De Robertis e di Contini. L’autorità di Contini, e poi quella dei suoi allievi, fece sì che, soprattutto nell’università (o meglio: quasi soltanto nell’università), l’opportunità dell’analisi delle varianti non venisse mai revocata in dubbio: e in quest’analisi si finì anzi per vedere uno dei contributi più originali tra quelli portati dai critici italiani allo studio della letteratura. Mi riferisco invece a una discussione che ha avuto luogo negli Stati Uniti una quarantina di anni fa, discussione che non credo sia nota a molti studiosi italiani e che mi pare invece meriti di essere conosciuta da tutti coloro che s’interessano all’edizione dei testi moderni e contemporanei.

Nel gennaio del 1968 Lewis Mumford recensì sulla «New York Review of Books» un’edizione in sei volumi dei diari e dei taccuini di Ralph Waldo Emerson. L’articolo s’intitolava Emerson Behind Barbed Wired, e il barbed wired, il filo spinato, era tutto l’apparato di segni tipografici (simboli, frecce, parentesi quadre eccetera) che, unito alla presenza sulla pagina di lezioni cancellate o di varianti alternative, rendeva estenuante, secondo Mumford, la lettura dei volumi. Un’edizione del genere, concludeva, rappresentava una «repulsive caricature of the sober scholarly virtues it sought to exemplify». Alla «New York Review of Books» arrivarono lettere di protesta e lettere di plauso. Il più celebre tra i plaudenti fu Edmund Wilson, che il 14 marzo scrisse per dire che Mumford aveva ragione, e che la sola utilità dell’edizione di Emerson era quella di far fare carriera agli accademici che l’avevano curata: «questo dimostra che queste imprese sono condotte con la stessa mancanza di gusto e discriminazione che domina oggi la letteratura americana a livello accademico» (Edmund Wilson, Letters on Literature and Politics 1912-1972, ed. by Elena Wilson, New York, Farrar Straus and Giroux 1977, pp. 685-86). La presa di posizione di Wilson non piacque ai membri della Modern Language Association (cui faceva capo il Center for Editions of American Authors), i quali ribadirono la necessità di edizioni complete, condotte secondo criteri filologici rigorosi, edizioni dalle quali in un secondo tempo si sarebbero potute poi ricavare senz’altro le sobrie edizioni ‘per il grande pubblico’ che Mumford e Wilson auspicavano. Wilson controreplicò con due articoli sulla stessa «New York Review of Books», il primo dedicato a un’edizione di Their Wedding Journey di William Dean Howells (26 settembre 1968), il secondo dedicato a un’edizione delle Satires and Burlesques di Mark Twain (10 ottobre 1968).

Questi articoli sono importanti da un lato perché delineano il programma di quella che sarà di lì a qualche anno la Library of America, la collezione di classici americani a cui Wilson pensava già dalla fine degli anni Cinquanta (e che, morto nel 1972, non farà in tempo a veder realizzata). Dall’altro lato, perché contengono osservazioni di grande buon senso sul lavoro dell’editore e del critico di testi moderni. Wilson non nega affatto l’utilità dello studio delle varianti d’autore in certi casi particolari o secondo certe particolari modalità:

Quando c’è di mezzo un mistero, come in Edwin Drood o in Giro di vite, le revisioni del manoscritto o della prima edizione da parte dell’autore possono far luce sulle sulle sue intenzioni. In altri casi, rivelare i metodi che presiedono alle successive riscritture può insegnare qualcosa agli altri scrittori. In Dernières pages inédites d’Anatole France, pubblicate intelligentemente da Michel Corday, si trovano – tratte da un dialogo mai portato a termine – varie versioni di un ironico brano su Kant che lo mostra, dopo le lunghe cogitazioni che hanno prodotto il suo sistema filosofico, tornare a una convenzionale visione di Dio. Qui, un discorso lungo e ridondante è ridotto a trentanove parole. E nel volume dedicato ai manoscritti di Madame Bovary pubblicati da Jean Pommier e Gabrielle Leleu vediamo che, in quei bellissimi passaggi che tutti ricordano come poesia […], la prassi di Flaubert era cominciare accumulando dettagli accuratamente realistici, e la poesia veniva dopo, e comportava la soppressione di molti di questi dettagli (Edmund Wilson, The Fruits of the MLA, in The Devils and Canon Barham, New York, Farrar Straus and Giroux 1973, pp. 154-202, alle pp. 172-73).

 Wilson nega, però, che tutto ciò che un autore ha scritto sia degno di conservazione, edizione, studio: «Noi non vogliamo che ci venga servita l’immondizia che lo scrittore ha gettato via». Nega che a tutti gli autori, o anche solo alla maggior parte, vada concessa l’attenzione e la cura che si concede volentieri, per esempio, a Madame Bovary: «La brama indiscriminata, nelle università, per questa immondizia letteraria è un segno della pedanteria accademica che soffoca lo studio della letteratura americana». Nega che anche di un grande autore vada salvato, pubblicato, studiato ogni frammento, se questo grande autore è stato insolitamente prolifico: «Durante la sua vita, Mark Twain ha pubblicato tante sciocchezze, oggi di nessun interesse, che non c’è proprio ragione di lanciarsi al salvataggio di ciò che egli ha scartato» (p. 175). Nega che, anche per i grandissimi autori, abbia senso continuare a finanziare edizioni pletoriche e bizantine come quelle curate dall’MLA: «Sembra che in diciotto, tra coloro che lavorano all’edizione di Mark Twain, stiano leggendo Tom Sawyer, parola per parola, al contrario, allo scopo di accertare, senza essere distratti dal plot o dallo stile, quante volte Aunt Polly è stampato come aunt Polly e quante volte ssst! è stampato come sssst!» (p. 162). Ma soprattutto, Wilson nega che tutto il lavoro su quello che anni dopo si sarebbe chiamato ‘avantesto’ abbia, il più delle volte, un qualsiasi interesse critico. Sia che si tratti di materiali a stampa poi rifusi nell’opera definitiva:

Apprendiamo che il signor William M. Gibson […] ha già fatto «uno studio dettagliato del modo in cui Howells ha adoperato i suoi articoli di viaggio nei suoi romanzi. Egli stima che circa un decimo di Their Wedding Journey è stato tratto, spesso verbatim, da questi articoli di giornale […]». Ma quale mai può essere l’interesse di tutto questo? Ogni scrittore sa che diari e articoli vengono usati come materiali per libri e, salvo pochi casi eccezionali, nessun lettore lo sa, e a nessuno importa. Ciò che importa è l’opera conclusa, e in base a quella l’autore va giudicato. Tutto questa dottrina squadernata intorno a Their Wedding Journey è uno spreco di soldi e di tempo (p. 165).

Sia che si tratti di carte manoscritte. Uno degli editori di Twain, Franklin R. Rogers, osserva che pubblicare gli scarti del lavoro di uno scrittore tradisce la volontà di quest’ultimo, ma serve al critico per «comprenderne il processo creativo». Commenta Wilson:

In questo caso, Rogers ritiene che le molte false partenze e imperfezioni che egli è riuscito a mettere insieme mostrino come non fosse vero ciò che Twain talvolta sosteneva, di trovar facile scrivere un racconto: al contrario, spesso trovava grandi difficoltà nel cominciarlo […]. Ma per il normale lettore, che non deve usarli per una tesi di Ph.D., questi appunti non hanno assolutamente alcun interesse (pp. 174-75).

Mi pare che qui non ci sia parola che non riguardi, anche, l’odierno dibattito sulla filologia d’autore.

4.

Che spazio dare, dunque, negli studi letterari, al lavoro sulla storia compositiva delle opere contemporanee?

Da un lato, lo studio delle varianti è spesso utile e interessante. È ovviamente interessante imparare come lavorava Ludovico Ariosto, soprattutto se a spiegarlo è Contini. Ed è interessante sapere che – come documentano Paola Italia e Giorgio Pinotti (Edizioni d’autore coatte: il caso di «Eros e Priapo» [con l’originario primo capitolo, 1944-46], in «Ecdotica», 5 [2008], pp. 7-102) – Eros e Priapo di Gadda inizia così nella prima versione manoscritta: «Li associati a delinquere cui per più d’un ventennio è venuto fatto di poter taglieggiare a lor posta e coprir d’onte e stuprare la Italia…»; e così nella stampa: «Li associati cui per più d’un ventennio…». Sono informazioni preziose. Ma forse non è necessario che il lettore se le trovi di fronte in costose riproduzioni fotografiche o negli apparati delle edizioni critiche insieme ad altre informazioni che non sono preziose. Forse è giusto che lo studioso, il curatore di un’opera, il linguista o il biografo si prendano la responsabilità di distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è (e anche chi è importante da chi non lo è) risparmiando a se stessi la fatica (una fatica che può durare mesi, anni) di dar conto con scrupolo di tutto ciò che un autore ha scritto e cestinato nel corso della sua vita. La Totalità è spesso un feticcio: rinunciarvi potrebbe essere, dopo tutto, un segno di maturità.

Dall’altro lato, i saggi sull’elaborazione delle opere letterarie sono, come ho già detto, sempre saggi accademici, perciò è opportuno riflettere anche sul genere di formazione che, nell’università, la filologia d’autore presuppone e incoraggia.

Avalle ha detto in un’intervista che «ogni critico, prima di dire la sua, dovrebbe spendere almeno una decina di anni in lavori di ‘bassa macelleria’ filologica senza perdere il tempo in pubblicazioni che, retrospettivamente, si potrebbero anche rivelare inutili […]. Se mi si chiedesse un consiglio sul miglior modo di prepararsi all’attività di critico letterario, risponderei che non c’è niente di meglio che lavorare sulla tradizione manoscritta di un testo antico, possibilmente ricca di testimoni e per di più ‘contaminata’, e di non fare altro per un congruo numero di anni» (d’Arco Silvio Avalle, Intervista, in Dal mito alla letteratura e ritorno, Milano, Il Saggiatore 1990, pp. 405-17, alle pp. 406-7). Io non credo che questa sia ancora oggi (ammesso e non concesso che lo sia stata in passato) la ricetta giusta per «prepararsi all’attività di critico letterario». È il giusto apprendistato per un filologo o per uno storico della lingua, non per un critico letterario: al quale vanno chieste, a mio avviso, altre competenze, e un’altra sensibilità. Ma non credo neppure che la strada migliore per diventare un buon critico letterario sia quella di passare molto tempo a studiare la tradizione manoscritta e a stampa di un testo contemporaneo: perché mi pare che soprattutto negli anni della formazione occorra avere un orizzonte di interessi meno angusto. Naturalmente, tutti i metodi sono buoni quando vengono usati con intelligenza: spendere molto del proprio tempo sugli autografi di uno scrittore contemporaneo non implica che chi lo fa non possa diventare un critico eccellente. Ma dato che la filologia d’autore e la variantistica hanno ancora, in Italia, avvocati tanto autorevoli, è anche giusto tener conto del fatto che, su questo argomento, il critico sommo che è stato Edmund Wilson la pensava nel modo seguente: «Io non leggo quasi mai varianti, e credo che la pubblicazione e il confronto tra le varie stesure dell’opera di uno scrittore sia per lo più perfettamente futile. I resti, i trucioli della scrittura stanno quasi sempre bene nell’immondizia. Se li lasci in giro, finiscono per essere pubblicati o commentati nelle tesi degli accademici, che invece dovrebbero occuparsi di cose più serie» (Wilson, Letters, p. 689 [lettera del 1943 a Arthur Mizener]).

[Già pubblicato in una versione più estesa in «Ecdotica», 8 (2011), pp. 104-19]

[Immagine: Peter Callesen, Looking back (gm)]

19 thoughts on “Basta con gli scartafacci? La filologia d’autore non andrebbe incoraggiata

  1. Condivido quanto sostiene Giunta, anche perchè ho ancora fiducia nelle potenzialità formative della ricerca italiana, che ha bisogno di rinascere. La formazione non può basarsi solo sul tecnicismo. In questo senso, la filologia è importante, ma non basta. Spero che questo articolo possa illuminare molti lettori. L’Italia ha bisogno, soprattutto in questo frangente storico, di innovazione e di talenti.

  2. Non ho mai capito il livore da parte dei critici nei confronti degli studi filologici, soprattutto se si conclude un articolo citando l’autorevole opinine di Edmund Wilson sui trucioli da lasciare nell’immondizia. Abbiate il buon senso di ignorare filologi e storici della lingua, per piacere! lasciateli a marcire nelle biblioteche mentre vi preoccupate di determinare cosa è interessante e utile da approfondire e cosa non lo è, poi stilate una lista.
    Ora, è evidente che la filologia, come ogni altra disciplina, deve compiere delle scelte che riguardano l’oggetto dei propri studi: ma perchè fa tanto scandalo un’edizione critica male strutturata, o la trascrizione di un qualsiasi manoscritto trecentesco e sconosciuto (n.b. come valutare l’iportanza di un manoscruitto senza prima averlo trascritto e studiato?), e non la mole di saggi critici, libri, articoli ecc ecc pubblicati ogni anno? sono tutti interessanti? sono tutti “utili” – a chi poi? agli studenti universitari? al grande pubblico? – La risposta è no, di certo.
    Però qui si parte dal presupposto che esista una differenza qualitativa intrinseca tra l’attivita del critico e quella del filologo; che chi si occupa di letteratura non possa fare altro che il critico, mentre la filologia è un tipo di manovalanza su cui ripiega chi evidentemente non ha abbastanza stoffa (“perché anche di questo si tratta, e anche a questo occorre pensare: al genere di talento che si suppone sia presente nello studente, e al talento che si vuole coltivare”). Eppure la critica e la filologia sono due discipline complementari, è banale persino ribadirlo.
    E una delle prime cose che ho imparato come studentessa universitaria, a cui non è mai stata imposta con la pistola puntata alcuna terribile ed inutile trascrizione, è che per approfondire l’analisi di un testo è bene dare un’occhiata alla sua storia filologica e, perchè no, anche a qualche variante.
    Trovo inoltre che la retorica dell’articolo, il suo stile (ops!) sia fastidioso, perchè nasconde dietro opinioni ritenute autorevoli, e dietro tante tantissime attenuazioni e reticenze argomenti non particolarmente raffinati che circolano con altro linguaggio in ogni dipartimento di italianistica.
    Sarebbe stata apprezzabile, una volta espressa la preoccupazione per gli spazi e le legioni di bibliotecari richiesti dalla conservazione di tanto materiale inutile, la proposta di un bel falò.
    L’errore di molte facoltà di lettere è quello di perdersi in queste piccole lotte fratricide, lotte tra poveri, oltretutto, invece di favorire l’interazione e la comunicazione tra le diverse discipline.

  3. e d’accordissimo con Claudio Giunta quando dice che il primo dovere di un critico è proporre una distinzione fra ciò che è importante e ciò che non lo è. Invece la filologia che si pratica in Italia tende a livellare tutto, creando feticci inutili.

  4. Ringrazio Claudio Giunta per questo articolo ricco, che solleva molte questioni importanti e che meriterebbe una risposta più articolata. Per brevità mi soffermo sull’effetto complessivo dell’articolo, che mi lascia invece perplesso – rimando ai commenti di @ Roberta Grandi e @ Marco Gusberti, come esempi di questo effetto complessivo.

    Parafraso così questo effetto complessivo: per metonimia l’articolo suggerisce che la ricerca storico-erudita e la filologia (la filologia d’autore finisce per rimandare all’intero della ricerca storico-filologica) siano inutili e persino dannose, se si tratta di studiare la letteratura europea moderna e contemporanea, mentre sono necessarie se si tratta di studiare le letterature antiche, medievali e della prima modernità. L’argomento è quantitativo e qualitativo: il passato contiene poche cose e queste sono importanti, il presente contiene troppe cose, la maggior parte delle quali è irrilevante.

    Sull’aspetto quantitativo. Il problema degli storici letterari è simile a quello degli storici “tout court”: più ci si avvicina al presente, più la quantità e la varietà dei dati aumenta. La conseguenza da trarre mi sembra questa: bisogna adattare e innovare gli strumenti e le procedure della ricerca storico-filologica, che è nata per studiare “l’antico”, alla situazione diversa del “moderno” – per fare un esempio, l’importanza di creare e scommettere su un canone di autori e testi ha un ruolo in parte diverso nello studio delle letterature europee moderne e contemporanee.

    Sull’aspetto qualitativo. Ricostruire e comprendere, attraverso la ricerca storico-erudita, le vite e le opere di donne e uomini vissuti nell’Ottocento e nel Novecento è tanto difficile, quanto lo è per altre epoche. La ricerca storico-erudita è persino più necessaria, perché gli anacronismi sono paradossalmente più frequenti – la vicinanza del passato prossimo spesso ci inganna.

    Il mio auspicio è lo stesso di @maria: bisognerebbe evitare di “perdersi in queste piccole lotte fratricide, lotte tra poveri, oltretutto,” e bisognerebbe “favorire l’interazione e la comunicazione tra le diverse discipline.”

  5. Io invece mi sento più vicino alla posizione del commento di maria, e in più vorrei dire che l’esempio di partenza scelto da Giunta non mi convince. “Il re pallido” è senza dubbio un testo molto lontano dalla compiutezza, ma è l’ultima opera di un grande scrittore, e pubblicarlo mi sembra che fosse giusto. Anzi, mi pare fosse doveroso pubblicarlo studiandolo accuratamente, per capire qualcosa di ciò che è rimasto frammentario. Altrimenti, seguendo questa logica, che ne sarebbe stato, poniamo, di libri come “Il partigiano Johnny” di Fenoglio, “Petrolio” di Pasolini, “L’odore del sangue” di Parise, giusto per restare al Novecento italiano? E che ne sarebbe stato di una montagna di romanzi straordinari di Roberto Bolaño, come i cinque volumi di “2666”, o “Amuleto”, o “Il Terzo Reich”? Le esagerazioni feticiste della filologia esistono, per carità, come però esistono, del pari, le ripetizioni insignificanti della critica letteraria.

  6. Ringrazio Giunta per questo articolo che focalizza uno dei problemi più rilevanti degli studi letterari in Italia: l’attenzione per la conservazione piuttosto che per la selezione e per il giudizio. Oggi, ogni testo manoscritto, o dattiloscritto, diventa pretesto di un massiccio impiego di energie con l’obiettivo di realizzare, nel migliore dei casi, una scientifica edizione critica. A quanti laureandi o dottorandi delle facoltà di Lettere si propone l’assoluta necessità di occuparsi dell’autore X del secolo X che ha scritto la tenzone X o il diariucolo X o il manipolo di lettere X? Necessità perchè la filologia è insegnata come metodo scientifico incontrovertibile, che comporta la sicura validità della ricerca, quindi la ragione dei finanziamenti per chi se ne occupa. L’attività di questi giovani studiosi consiste nell’applicazione di una tecnica ricostruttoria, utile, efficace, ma il cui sguardo d’insieme è limitato a un’attenzione ai materiali, a un confronto tra le varianti, a una descrizione attenta di ‘ciò che vede scritto’, su cui non può oggettivamente basarsi il complesso dell’insegnamento della letteratura nelle università e nelle scuole. La letteratura non può essere insegnata e trasmessa solo come una tecnica di ricostruzione testuale, così come la storia dell’arte non può essere insegnata solo nei termini del restauro. Persino la matematica o la chimica perderebbero il loro valore formativo se si insegnassero riducendole a un calcolo ragionieristico o a una tavola periodica. E non è difficile comprendere perchè, quando si parla di filologia con qualsiasi scrittore o poeta vivente, il suo sguardo inizia a cercare di far deviare il discorso altrove…: il timore, legittimo, di chi scrive è che la sua opera non sia più compresa, ascoltata, ma ridotta a una serie causa-effetto di nessi, che insomma ne sopravviva la lettera, ma non il pensiero.
    Ora, la conservazione e la selezione dovrebbero implicare – in teoria – un circolo virtuoso: ci dovrebbe essere lo studioso che si occupa della materialità dei testi, di tutti i testi, e lo studioso che si occupa di discernere tra ciò che è vera letteratura e ciò che non lo è. Inoltre, un testo apparentemente minore, come ad esempio un piccolo carteggio, può essere utile per ricostruire i valori essenziali di un’opera, perchè magari proprio in quel carteggio si trovano dichiarazioni d’autore esplicite ecc. Ma il problema essemziale della questione sollevata da Giunta pone l’accento sulla “cosa” della ricerca umanistica, sulla capacità critica che dovrebbe stimolare e sul suo valore formativo. E, a mio avviso, il valore formativo della tecnica, di qualsiasi tecnica, è discutibile. Sarebbe auspicabile l’esistenza, in ogni Facoltà, di scuole di dottorato che si occupano di filologia e di scuole di dottorato che si occupano di critica, che non si puntano il fucile tra di loro ma dialogano, magari interagendo anche con gli studi di linguistica – per rimanere nel campo dell’italianistica -, e anche con altre discipline. Il problema è ancora una volta quello economico. Ma, ipotizzando questo incontro dialettico, bisognerebbe tenere sempre presente che lo scopo di una Facoltà di Lettere è quello di formare, di far riflettere attraverso la letteratura sulla realtà, di insegnare che la letteratura è una cosa viva che sta nella realtà, oggi come nei secoli passati, di far sviluppare capacità di giudizio. Credo che il rapporto tra filologia e critica dovrebbe essere reimpostato in questi termini.

  7. Mi associo ai commenti di maria, di alessio baldini e di luigi weber. Ho l’impressione che il significato principale di questo articolo (del quale ringrazio Giunta perché ci ha permesso di affrontare la questione) sia precisamente che dimostra la consistenza – a mio parere assurda – dell’astio che regna tra le sezioni di filologia e di critica-teoria tra le quali si dividono gli studi letterari. Dai contenuti dell’articolo, e anche, vorrei dire, dalla mia modesta esperienza personale, più che la mala gestione della tecnica filologica mi sembra emergere una certa insofferenza tra ambiti di competenza diversi e, ribadiamo ancora una volta l’evidenza, entrambi irrinunciabili. Mi stupisce anzi che quello che poteva essere un utile e fecondo intervento su certe evitabili tendenze della disciplina filologica abbia assunto – come è già stato rilevato – i toni un po’ sprezzanti della critica tout court. E in particolare mi stupisce una curiosa convinzione che circola sia nell’articolo sia tra alcuni commenti: cioè l’idea che lo studio tecnico filologico venga “imposto” agli studenti delle università, uccidendo il loro potenziale estro critico e inaridendo diabolicamente le loro giovani anime. Ora, chiedo scusa per il tono ironico, ma vorrei far presente che, almeno per quanto ne so io, nelle facoltà umanistiche esistono certamente (e direi: giustamente) esami obbligatori di filologia, ma che gli studenti sono poi liberi di chiedere la tesi di laurea al professore della materia che ritengono più vicina ai loro interessi e alle loro inclinazioni. Personalmente conosco molti laureati in filologia, e di nessuno di loro so che la cosa sia successa in qualche modo contro la loro volontà personale.
    Mi chiedo da quale punto di vista la dedizione al “tecnicismo” filologico possa sembrare una cosa da feticisti, da pazzi o, ancor peggio, da mezze cartucce. Non voglio accusare Giunta di aver voluto tacitamente offendere l’altra metà della scrivania, ma ci tengo a rilevare che, a causa di questi atteggiamenti, quando scherzosi e quando seri, all’interno delle università si va formando una classe di futuri studiosi che, invece di ragionare sulla qualità della propria formazione, si auto-eleggono specie dominante e guardano con un disprezzo più che inqualificabile i loro colleghi “tecnici”. E mi dispiace dire che, tra i due, sono spesso i secondi a dimostrarsi i più dotati di talento, benché una sorta di foschia dalle remote coloriture crociane tenda a innalzare all’empireo dei letterati i critici e i teorici, platonicamente più quotati, e a inalberarsi quando si ricorda che certe riflessioni non sarebbero state possibili se i “manovali” degli scartafacci non avessero illuminato il retroterra di tante opere. La discussione sulle migliorie applicabili ai nostri metodi di studio è sempre un’ottima cosa, ma non può trasformarsi in una gara a chi contribuisce di più all’evoluzione dello spirito, altrimenti sarà l’intero ambito delle humanities – il cui carattere fondamentale mi sembra dovrebbe essere proprio l’opposto di questo – a impoverirsi.

  8. Ma, Maria, Weber, Lyrae, questo articolo non spara mica a zero sulla filologia dal coté spocchioso di quella critica che considera i filologi travet della cultura. Di recente sul Domenicale del Sole24ore Giunta ne ha fatto un elogio, recensendo la “Prima lezione di filologia” di Varvaro. Se si mettono i due interventi insieme si capisce che non c’è nessun livore contro i filologi.
    Però giungono epoche nelle quali una disciplina deve essere in grado di giustificarsi in modo rinnovato, ripensarsi e ricollocarsi fra le altre. Diversamente è un po’ difficile auspicare il dialogo fra critica, filologia, storia della lingua: una volta definitivamente mummificatesi, sarà loro tolta facoltà di parola e parleranno al posto loro altri, e con voci ben più altisonanti – leggi scienza e tecnica, da un lato, quello serio delle uniche discipline considerabili (autoconsiderantisi) forme di conoscenza fondata, e entertainment, dall’altro, quello in cui finiscono tutte le altre, epistemologicamente non (più) fondate: l’arte e la critica fra queste –.
    La filologia condivide con le scienze della natura un assunto positivistico: che il suo oggetto di studio sia dato e obiettivato, esteriore, collocato in un ibi, e che il suo compito sia quello di adeguarvisi (fino a coincidere, potenzialmente e all’infinito, con esso). I testi sono lì, basta catalogarli, collazionarli, trascriverli, in uno sforzo minuto e costante di annessione alle regioni del noto. Tutto bene finché i testi erano pochi; il problema invece si pone seriamente e gravemente proprio oggi, per le ragioni addotte da Giunta.
    Siamo in un’epoca di iperspecialismi, perché la logica della scienza e della tecnica ci portano lì: se anche la cultura umanistica, che sa creare sintesi perché non può fare a meno di un discorso sul Senso, si mette a spendere tante e tante energie in minuzie… E comunque non è un discorso assoluto, ma storicizzato: se avessimo tempo e possibiltà, potremmo dedicarci anche alle minuzie, e forse neanche ci apparirebbero tali. Ma ci sono momenti in cui le priorità vanno stabilite chiaramente.
    Un’altra considerazione. Vi immaginate cosa sarebbe successo se gli umanisti avessero dovuto confrontarsi con l’intera testualità greco-latina? Avrebbero forse dovuto fare questo stesso dibattito. Per fortuna, invece, molti testi erano perduti. E se dico per fortuna non è per cinismo: l’oblio è necessario al sapere, è sanissimo, e infatti sull’oblio di buona parte dei testi antichi noi abbiamo costruito il mito classicista del passato, ovvero il mito della grandezza di ciò che ne era rimasto…
    Certo, bisognerebbe individuare dei criteri condivisi di selezione di ciò che è degno di essere studiato, anche se temo che sia più facile a dirsi che a farsi.

  9. “Certo, bisognerebbe individuare dei criteri condivisi di selezione di ciò che è degno di essere studiato, anche se temo che sia più facile a dirsi che a farsi.”

    Ma in che modo sarà mai possibile fare questa “selezione” se qualcuno non comincia con il mettersi sul materiale? Anche nella comune pratica di ogni giorno è evidente che prima di selezionare bisogna catalogare: altrimenti su cosa si baseranno i criteri selettivi? Dati importantissimi su alcuni degli scrittori più importanti del passato e della contemporaneità sono emersi talvolta da lettere o appunti che a prima vista sembravano del tutto insignificanti, e d’altra parte promettenti manoscritti annuciati come grandi scoperte si sono rivelati del tutto inutili ai fini dello studio dei testi. Ma se nessuno si prende la briga di analizzare il contenuto di queste carte, come si fa a decidere? E non sono domande retoriche, sono interrogativi che pongo seriamente perché mi sembra che risolverli non sia cosa da poco. A me sembra sempre che si stia applicando il punto di vista “dei critici” al lavoro “dei filologi”, dove le due categorie sono da intendersi nelle loro frange più estremistiche. La mia opinione è che si dovrebbe ovviamente cercare di perfezionare la collaborazione di questi differenti settori, ma non “razionalizzandone” alcuni in base ai criteri che sembrano naturali ad altri. Del resto, ricorderei incidentalmente che alcune delle più grandi menti della critica e della teoria letteraria sono appartenute a dei filologi di formazione e di professione, basti citare Auerbach o Bachtin…

  10. “questo articolo non spara mica a zero sulla filologia”. (Daniele Lo Vetere)

    Il punto dell’articolo non mi sembra affatto questo. Claudio Giunta conosce benissimo il valore della ricerca storico-erudita, perché la pratica ad alto livello – e non si sognerebbe mai di lanciare un appello contro la filologia romanza medievale e della prima modernità. Dall’articolo sembra che Claudio Giunta non voglia vedere praticata la ricerca storico-erudita nel caso delle letterature europee moderne e contemporanee – ed è questo a lasciarmi perplesso.

    Accolta la giusta critica di Claudio Giunta a un uso scriteriato e miope della ricerca filologica e storica, vorrei lanciare un appello per difendere la ricerca storico-erudita ed estenderla al moderno e al contemporaneo – il mio sogno sarebbe vedere un corso di studi in filologia europea moderna, dove gli studenti studino, oltre a lingua e cultura italiana, la cultura latina medievale e moderna e almeno due delle maggiori lingue e letterature europee (francese, inglese e tedesco). Costruire una filologia europea moderna vorrebbe dire costruire “una disciplina (…) in grado di giustificarsi in modo rinnovato, ripensarsi e ricollocarsi fra le altre.” (Daniele Lo Vetere). Era il programma implicito in “Mimesis” di Auerbach e nel suo appello allo studio della letteratura in prospettiva globale – ma io mi accontenterei (si fa per dire!) di una prospettiva pan-europea.

    Lo storicismo è quanto la ricerca storica e letteraria italiana ha di meglio: un patrimonio di tecniche, saperi, competenze e un atteggiamento mentale che vanno non solo difesi, ma innovati e proiettati nel futuro. Basta fare un giro fuori dall’Italia per rendersene conto.

  11. Scusi, Baldini, perché riprende me addeditandomi proprio quello che io invitavo altri a NON fare (pensare che questo articolo fosse una polemica cieca contro la filologia)?
    Visto che parliamo di filologia, prima comprendere la lettera del testo, fosse anche di un commento dell’ultimo degli ultimi come io sono (certo, può anche non leggermi, ma allora non mi citi), poi discuterlo.
    Non prenda queste parole come una ripicca personale, l’argomento è di interesse generale: forse alcune puntate polemiche contro questo articolo avrebbero potuto essere evitate, se si fosse letto bene quello che dice Giunta; e questo senza negare il diritto di dissentire e di argomentarlo, chiaro. Prima però bisogna capire bene quello che l’altro dice.
    Cordialmente

  12. Caro Daniele, sono io a scusarmi per questo spiacevole fraintendimento e provo a spiegarmi meglio.

    Nel suo commento lei mette in guardia gli altri commentatori sul fatto che questo articolo non è una polemica contro la filologia. Su questo lei ha perfettamente ragione e non ho mai pensato che lei dicesse il contrario (“questo articolo non spara mica a zero sulla filologia”).

    A mio parere, il suo argomento però non coglie nel segno – almeno per quanto riguarda la mia lettura dell’articolo. L’obiettivo polemico dell’articolo di Giunta non mi sembra infatti la filologia in quanto tale, ma la filologia applicata ad autori delle letterature moderne e contemporanee. Ed è questo che mi lascia perplesso.

    Cito dall’articolo di Giunta: “Nessuna cura è eccessiva, nessun approfondimento superfluo, nel momento in cui noi ci troviamo di fronte, poniamo, a un nuovo testo poetico duecentesco. (…) Mi pare che la filologia d’autore, specie quando si esercita su testi contemporanei, solleciti e solletichi alcuni gusti o passioni non sempre commendevoli”.

    Spero di essere stato più chiaro e per favore non creda che io legga con più attenzione l’uno o l’altro – se non mi sono spiegato chiaramente è un mio errore.

  13. Forse è utile, per far prendere un pò d’aria al discorso legittimo di Giunta, leggere quanto scriveva Nietzsche, a proposito di un’auspicata unificazione di filologia e filosofia, nella prolusione all’Università di Basilea nel 1869. Altrimenti davvero risolutive possono essere le parole di Giorgio Colli nell’immenso saggio che nessun filologo può trascurare: “Filologia non più morta”, parte prima di “Apollineo e Dionisiaco”, Adelphi.
    Cordiali saluti a tutti
    F

  14. Filologia è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un’arte e una perizia da orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un’epoca del “lavoro”: intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol “sbrigare” immediatamente ogni cosa (…). Per una tale arte non è tanto facile sbrigare qualsiasi cosa perché essa ci insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini, lasciando porte aperte, con dita e con occhi delicati.
    (F. Nietzsche, introduzione a Aurora, ed. Wikipedia)

    ecco, credo che l’intervento di giunta si incentri, alla lettera, sulla filologia degli autori contemporanei e la critichi nelle sue applicazioni troppo rigorose. leggendo l’articolo, le frecciate al Fondo Manoscritti e, implicitamente, all’Università di Pavia non si possono ignorare; soprattutto per me che lì mi sono formato e ho visto come si lavora. ma questo punto mi interessa relativamente.
    più interessante, come nucleo concettuale, è una critica alla filologia come “lavoro”, che giunta fa bene a stigmatizzare; e mi preme sottolineare come tale critica non sia limitata solo ai lavori filologici sui contemporanei, dato che giunta ha discusso in modo decisamente critico anche sulla filologia medievale (petrarca latino, se non erro). è sulla filologia come disciplina in antitesi al mai abbastanza odiato “lavoro culturale” che il lettore dell’intervento dovrebbe riflettere, secondo me.

  15. Non capisco quale sia la contraddizione tra critica e filologia. Non capisco come possa un filologo approntare l’edizione di un testo di cui non sia stato in prima istanza critico, e non capisco come possa un critico produrre riflessioni su un testo di cui non abbia affrontato filologicamente la lettera.
    Poi, sulle derive del filologismo non si spenderanno mai abbastanza parole.
    Ho un dubbio: secondo voi il filologismo si condannerà da solo all’estinzione per manifesto parassitismo, oppure sarà tenuto in vita come insuperabile falcidiatore di coscienze critiche?
    Editare, come qualcuno propone, la carta igenica di Enrico Brizzi e Stefano Benni “perché non si sa mai” mi pare, ed eufemizzo, follia. Anzi no: timor mortis. Crediamo davvero di resuscitare la filologia accumulando sugli scaffali delle biblioteche di dipartimento i 150 volumi dell’edizione di Camilleri o di Massimo Carlotto? Finirà che non ci entreranno e li scarrozzeranno nei magazzini, e anche lì si stiperanno presto. E poi c’è umido e la carta fotografica si sforma!

    Piuttosto, proposta concreta: mandiamo uno o due filologi a lavorare fra le carte e ad approntare un’edizione ELETTRONICA degli scartafacci, molto più comoda da consultare e adattabile a tutte le esigenze di visualizzazione grafica dell’apparato delle varianti. L’edizione elettronica la facciamo in cinquanta copie e la mandiamo ai dipartimenti, oppure la mettiamo sul web (come fanno in Spagna: p. es. http://bib.cervantesvirtual.com/bib_autor/Cervantes/) e, nel caso dei testi contemporanei, la rendiamo disponibile solo su richiesta di studioso previa motivazione. Intanto si risparmia sulla carta, poi resta ovvio che fare l’edizione genetica completa di Beppe Severgnini, cartacea o digitale che fosse, sarebbe un’iniziativa quanto meno discutibile.

  16. @ Baldini. Sono felice che ci troviamo d’accordo entrambi nel difendere Giunta dall’accusa testualmente infondata di antifilologismo e nel constatare che proprio quest’accusa impedisce di discutere davvero del merito della faccenda.

    A me sembrano interessanti tre questioni poste nei commenti. E’ fondato il discrimine tra applicazione della filologia ai testi del passato e a testi del presente (Baldini)? I filologi dovrebbero perder tempo con Camilleri, Carlotto, Brizzi, Benni (Gerace)? Come si fa a decidere cosa è degno di essere studiato se prima non lo si è catalogato (Lyrae)?

    Be’ forse però catalogare è una cosa, trascrivere o fare edizioni critiche un’altra (io stesso – me ne scuso – nel mio primo commento ho messo un po’ tutto insieme, preso da passione classificatoria e definitoria). In fondo la catalogazione la possono fare i bibliotecari, senza bisogno che i filologi perdan tempo. Questi ultimi dovranno decidere però su quali autori e quali materiali fra quelli catalogati affilare le loro armi. Fare una scelta: e siamo già in campo critico. Non esiste un PRIMA neutro e neutrale in cui i filologi si limitano a “mettere a disposizione” il materiale e un POI critico che seleziona. Altrimenti davvero si fonda una distinzione razziale tra manovalanza filologica e alto e spirituale lavoro critico.

    Forse Giunta non era preoccupato tanto da un’eventuale invasione del campo (e del tempo) dei filologi da parte degli scrittori di massa (absit iniuria verbo, davvero), quanto piuttosto dal fatto che GIA’ SOLO pensare di applicare le energie degli studiosi a TUTTO ciò che gli scrittori contemporanei già canonizzati hanno prodotto possa essere una perdita di tempo. La questione insomma è più sottile, insidiosa e delicata. Infatti non mi pare che si facciano edizioni critiche di Benni o Camilleri. Si entra allora nel solo campo degli scrittori colti (absit ecc… di nuovo) e in quello bisogna decidere cosa lasciare fuori. Dei criteri di esclusione individuati da Giunta non dico però nulla, perché non sono un filologo e sarei presuntuoso a parlare, anche qualora avessi una mia opinione.
    Per la parte del dibattito che invece pertiene ai destini della cultura umanistica mi sento di ribadire che la scelta oggi è necessaria: le implicazioni sono non solo culturali, ma sociali, politiche, pedagogiche. Giunta notava che di quell’immenso lavorio di edizioni critiche spesso si fa poco, visto che alcuni approcci critici à la page ne fanno a meno; e sono, al massimo, questi ultimi che hanno una qualche possibilità di essere recepiti al di fuori dell’ambito ristrettissimo degli specialisti (e parliamo poi solo delle persone colte, essendo il grande pubblico ben al di là di questi problemi). C’è il serio rischio che i dipartimenti delle facoltà di Lettere e Filosofia diventino polverosi luoghi di erudizione: bellissima, finissima, coltivatissima, ma chiusa in un mausoleo (se va bene.., se no in una tomba). Giunta ricorda la convinzione di Contini di stabilire un collegamento con la critica militante (di fare un’azione politica?) facendo della critica stilistica e nota come oggi ciò non sia più vero. Qual è oggi la sponda critico-filologica sulla quale si compie un’azione politica (o almeno di critica militante)? Non certo quella della pretesa asetticità della filologia. Così si crea solo uno iato tremendo con la cultura esterna all’accademia. Io amo molto la critica militante, specie, anche se non solo, quando è prodotta dagli scrittori stessi (leggere un saggio di Luzi o Calvino sulla letteratura fa sempre un gran bene alla mia intelligenza di lettore), ma non sono di quelli che vogliono bruciare i musei, le biblioteche, le accademie e uccidere il chiaro di luna, e vedrei con dispiacere un suicidio dell’università.
    Infine: Giunta diceva chiaramente che non è una faccenda di canone, di autori maggiori e minori, ma di problemi maggiori e minori. Bisogna stabilire quali siano rilevanti e da quella specola studiare i testi. Così tra l’altro si taglia anche fuori il dibattito amletico “Tizio sì o no? e Caio e Sempronio?”.

    La contemporaneità è diversa dal passato e credo che la filologia debba avvicinarli con occhio diverso. Tutti i testi antichi sono degni di studio perché, anche se non tutti possono essere ritenuti opere d’arte, tutti sono almeno documenti di quel passato. Se applichiamo la stessa logica all’oggi, dovremmo davvero tesaurizzare tutto, in una inquietante (totalitaria?) archiviazione del presente ad usum posteritatis. Ripeto, se il passato ci avesse sommerso con tutta la sua produzione, salvaguardata per noi, saremmo ridotti al silenzio dalla sua mole schiacciante. Invece abbiamo il piacere di scoprirlo un po’ alla volta con l’archeologia, la filologia… Per fortuna gli antichi e i medievali erano un po’ meno storicisti di noi e non applicavano a sé la nostra stessa ipercoscienza. Lasciamo che i nostri posteri ci storicizzino da sé, senza fare il lavoro al posto loro (visto che Nietzsche è già stato citato, aggiungerei a proposito di sana presa di distanza dagli eccessi dello storicismo, la Seconda Inattuale).

  17. “Per fortuna gli antichi e i medievali erano un po’ meno storicisti di noi e non applicavano a sé la nostra stessa ipercoscienza.” (Lo Vetere)

    Non metterei la questione in questi termini. E’ importante, a mio modo di vedere, non dimenticare che il contemporaneo è una conquista dell’ultima metà secolo, e che, come è stato detto, lo studio accademico (non solo filologico, ma anche critico) ha cominciato ad avvicinare a sé il terminus ante quem del proprio ambito di interesse solo di recente. Non possiamo fare un paragone tra quello che ci è rimasto del passato e quello che di noi resterà al futuro, come se si stesse parlando di due punti qualunque di una linea omogenea. Dobbiamo considerare che c’è stata una frattura profonda, direi epistemologica, che ha cambiato il modo degli individui (e degli studiosi) di guardare al proprio “ora”: i documenti del passato non sono pochi perché i nostri predecessori amavano ammantarsi di mistero (si fa per scherzare…) ma perché non consideravano se stessi oggetto di studio scientifico, e di conseguenza, mentre da una certa età in avanti si sono adoperati per preservare i resti del (loro) passato, non hanno ritenuto necessario applicare la stessa prudenza conservatrice al loro immediato contemporaneo. Ricordiamo che le edizioni critiche e gli studi filologici sono, in primo luogo, strumenti: strumenti che vengono offerti alla critica in risposta a una certa domanda di interesse, e non (o almeno non in prima istanza) confezionati a beneficio dei posteri. Del resto nessuno di noi può garantire che gli sterminati magazzini summenzionati resisteranno veramente alla distruzione del tempo, soprattutto oggi che i supporti digitali rendono, paradossalmente, più fragile che mai la permanenza delle tracce della nostra cultura.

    Quanto alla possibilità di delegare la catalogazione ai bibliotecari, temo che questo sarebbe possibile solo a patto di rivoluzionare la categoria “bibliotecario”, fornendola di competenze che al momento non è tenuta a possedere. Avendo attraversato diversi corsi di filologia, dei quali alcuni proprio di filologia d’autore, ho avuto modo di verificare in prima persona che a volte la semplice comprensione della grafia di uno scrittore richiede esercizio e pazienza (e tempo…), per non parlare del delicato lavoro che riguarda la schedatura dei materiali, che possono esserci giunti nel più disastroso disordine.

    Premettendo che non è un pensiero che ho tratto dai presenti commenti, penso che sia utile mettere in guardia dalla facile impressione che i manoscritti/dattiloscritti del Novecento, solo perché non sono pieni di abbreviature e non sono devastati dai segni del tempo (entrambe cose non sempre vere, tra l’altro) siano in qualche modo più facili da trattare. Penso solo alle carte di Montale, della Morante, di Pasolini, in cui solo la decifrazione delle grafie richiede l’occhio di un epigrafista.

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