di Filippo D’Angelo

[Da domani sarà in libreria, pubblicato da minimum fax, il romanzo d’esordio di Filippo D’Angelo, La fine dell’altro mondo. Ne anticipiamo una parte del primo capitolo: il protagonista, Ludovico Roncalli, ventottenne dottorando in Lettere, esperto di Seicento francese, ha trascorso un soggiorno di studio a Parigi; torna a Genova, sua città natale, durante la ricerca di una redazione alternativa di un romanzo di Cyrano de Bergerac. L’estate è quella del 2001: mancano poche settimane all’inizio del G8; si profilano regolamenti di conti pubblici e privati (gs)].

La sera, Ludovico andò a cena a casa dei genitori. Abitavano un appartamento di duecentocinquanta metri quadrati in via Ruffini, nel quartiere collinare di Carignano, uno fra i più eleganti e costosi della città. Erano entrambi medici, e discendenti di famiglie di medici. Suo padre, un cardiochirurgo di fama; sua madre, la ginecologa di fiducia della Genova bene. In compagnia di ragazze del proprio ceto, Ludovico si sorprendeva spesso a pensare che le loro vulve erano state oggetto delle attenzioni materne, traendone un senso di vertigine edipica. Suonò alla porta e ad aprirgli fu Umberta: temuta, amatissima, indomita sorella minore. Studentessa di Lettere al secondo anno, Umberta aveva tentato di seguire le orme fraterne con zelo prudente: si era diplomata con cinquantotto sessantesimi nello stesso liceo; aveva rinunciato a passare l’esame d’ingresso alla Normale dopo esservisi iscritta; si era sacrificata, sebbene con foga minore, sui medesimi volumi della biblioteca di famiglia. Gli posò negligentemente una mano sul collo e lo baciò sulla guancia sinistra, all’angolo delle labbra.
«Ludo, come stai? Com’è andata a Parigi? Mi hai pensata?»
«Sì Umba, non ho fatto altro. Papà e mamma sono già a casa?»
«Sì, sono di là. Avresti preferito cenare da solo con me?»
«Dai, ti prego, smettila. Non è serata».
L’attitudine esplicitamente incestuosa di Umberta lo aveva sempre turbato. Era tutto cominciato quando lei aveva quindici anni ed era ancora vergine. Dopo una festa nella casa di campagna dei loro cugini, si erano ritrovati a dormire nello stesso letto. Nel mezzo della notte, Ludovico si era svegliato avvinghiato al dorso di sua sorella, coi boxer inondati di sperma. Si era alzato senza fare rumore, era andato in bagno a lavarsi e aveva creduto di ricordare il respiro di Umberta inframmezzato dalle immagini di un sogno erotico. Il mattino, al risveglio, la sorella aveva notato con una smorfia di compiacimento l’alone rimasto sui suoi boxer. Da allora, il pericolo dell’incesto era stato scongiurato con l’abuso di allusioni verbali e motti di spirito, imponendosi come forza solo simbolica, ma divenendo, proprio per questo, ancora più pervasivo e dittatoriale.


Attraversarono il salone camminando con passo eguale fra divani Bauhaus, lampade Art Déco e sedie Luigi XVI; varcarono la soglia della sala da pranzo e furono accolti dal saluto canonico del padre: «Bene, rieccoci tutti insieme!» Ludovico non fece in tempo a rispondere che già il genitore, in cerca di un’impossibile complicità, lo stava aggiornando sulla sua ultima lettura: Underworld di Don DeLillo. Infaticabile lettore, uomo d’intelligenza solida e sinceri principi, il padre di Ludovico e Umberta era ormai un individuo felice. Piccolo, compatto e canuto, tardivamente appagato dal suo lavoro e dalla sua famiglia, pacificato con la vita. Chiuso in un’immaginaria roccaforte, ignorava coscienziosamente i tradimenti della moglie, l’alcolismo del primogenito e la ninfomania della figlia. La televisione era accesa; sullo schermo transitavano le immagini del Tg1: un servizio sulle misure di sicurezza previste per il G8. Nonostante fosse il letterato di casa, Ludovico non aveva mai letto una sola riga di DeLillo; svicolò dunque col pretesto di andare in cucina a salutare la madre. La vide di spalle, col caschetto bruno tagliato a mezzo il collo, intenta all’ennesimo crimine gastronomico. Ancora bella malgrado i cinquant’anni passati, seduttrice, narcisista ma generosa, aveva rovinato la vita dei figli riversando sul maschio l’amore di un’amante sfuggente, sulla femmina quello di una rivale ammirata. Ludovico le si avvicinò mentre stava finendo di scolare la pasta.
«Ludo, come sei pallido… Stai bene?»
La madre accoglieva immancabilmente Ludovico con commenti sgradevoli sul suo aspetto fisico: era sempre troppo magro o troppo grasso, esangue o paonazzo. Travolto dalla tenerezza epidermica dell’abbraccio, Ludovico le posò con ripugnanza le labbra su entrambe le guance e fu disgustato da un odore che, istintivamente, associò alla menopausa. «Bagascia», pensò fra sé.
«Sì mamma, sto bene. Tutto bene».
«Davvero?»
«Sì mamma, davvero».
«Che bella Parigi! Mi ricordo ancora quando con tuo padre, eravamo ragazzi, senza una lira in tasca, appena sposati…»
«Dai mamma, me l’avrai già raccontato mille volte».
«Va be’, su, non ti arrabbiare!»
Malcelata dal tono scherzoso e da un gesto affabile delle mani, un’irritazione reale traspariva dai tratti tesi degli zigomi e della fronte. Ludovico si divincolò dalla stretta materna chiedendosi se quel volto non avesse ormai ceduto alle lusinghe del botox, e ritornò in sala con un desiderio di morte pulsante nel petto. Il padre e Umberta si erano messi a tavola. Fissavano sotto ipnosi le mimiche circensi del viso di Berlusconi. Ludovico si sedette accanto a loro, impugnò il telecomando e spense il televisore.
«Ma… Ludo?»
«Papà, stasera niente attualità, ti prego».
Il padre trattenne una reazione di stizza e prese ad armeggiare nervosamente con le posate. Fece un commento ironico sul rigetto masochistico di Ludovico per il personaggio di Berlusconi («Ti ripugna a un punto tale che a volte mi chiedo se in fondo non lo ammiri») e si chiuse in se stesso con la rassegnazione di un coleottero. La madre giunse in sala da pranzo con un recipiente di pasta fumante tra le mani. Nonostante fosse sempre stata una pessima cuoca, non aveva rinunciato al privilegio di mal nutrire i propri cari: fusilli scotti e passata di pomodoro, con la foglia di basilico radioattivo in bella mostra, minimale omaggio dei camorristi alle famiglie della penisola.
«È pronto!»
Posò il recipiente sulla tavola, riaccese il televisore dando luce all’immagine di Luca Casarini e servì tutti; poi si sedette, decisa contro venti e maree ad animare la conversazione.
«Avete visto che cialtrone? Ma com’è possibile che un deficiente simile sia il portavoce dei no global? Ludo, non sei d’accordo? Ai nostri tempi, se non altro, i leader del movimento erano gente di livello».
Si volse in direzione del marito e continuò.
«Ti ricordi? Capanna, per esempio: un pazzo, certo, ma di un’intelligenza… Aveva un’elocuzione strabiliante, e una sorta di energia animalesca. Casarini, in confronto, sembra un bidello in pensione».
Ludovico non disse nulla. Il padre, invece, assentì fiaccamente. Si erano sposati in chiesa nel 1971, tre anni dopo aver preso parte ai moti studenteschi. La loro vita coniugale era stata l’esempio massimo del ripiego sul privato: dai cortei all’altare, dalle barricate al focolare. Lungo i due decenni successivi, dei trascorsi sessantotteschi non era rimasto loro che il gusto prevedibile per le amicizie poco convenzionali (architetti omosessuali, giornalisti puttanieri e pittrici mantenute), nonché un’inclinazione all’incuria domestica e al disordine educativo. Quindi si erano arresi al fato borghese. Avevano radicalmente cambiato frequentazioni, sostituendo i vecchi amici con relazioni di taglio mondano, ma di una mondanità triste e provinciale, intrisa di pregiudizi e aliena ad ogni gioia. Nel frattempo, Ludovico e Umberta erano stati cresciuti come i cani dei cattivi padroni: sgridati un istante, accarezzati quello dopo; tenuti al guinzaglio per la strada, lasciati soli in casa con la porta aperta.
«Allora, Ludo, raccontaci un po’ qualcosa di Parigi».
«Mamma, non c’è molto da raccontare, ho passato quasi tutto il tempo in biblioteca».
Umberta si accese una sigaretta e diresse verso il fratello un’occhiata d’impazienza.
«Ludo, perché non ti rilassi un po’? Devi sempre essere così arcigno a casa?»
«Lo faccio per darti un esempio di dignità».
Il padre ebbe uno scatto d’insofferenza e si agitò sulla sedia.
«Su ragazzi, vi prego, finitela. Non si può cenare insieme sereni? Per una volta…»
Fratello e sorella incrociarono di sbieco i loro occhi e scoppiarono a ridere. Più ancora di ogni turbamento incestuoso, il disprezzo per i genitori era l’autentico collante, e il più tenace, della loro unione.
«Hai ragione papà, lasciamo perdere».
Ludovico affondò la forchetta nel piatto di pasta scotta e rivolse un sorriso estenuato alla sorella. La madre s’irrigidì e decise d’ignorare i loro sguardi sfuggenti.
«Umberta, spegni un po’ quella sigaretta. Non mangi?»
«No, aspetto che si raffreddi».
Il codice di comunicazione della famiglia Roncalli era viziato dalla diffidenza per gli scambi verbali al grado zero. Demone genitoriale, lo spirito dell’ironia si era trasmesso ai figli come un virus ereditario, per poi risalire il flusso e aggredire la fonte, ormai stanca degli scarti fra parola e pensiero di cui era stata inconsapevolmente prodiga. Un velo di genuina disperazione adombrò il volto della madre.
«Umberta, dovresti smetterla d’imitare tuo fratello, sembri la sua caricatura. Comunque, non mangiare, cosa vuoi che m’importi? Fuma, drogati, fa un po’ quello che ti pare».
Il padre comprese che era il momento d’intervenire con un diversivo e dirottò la conversazione su argomenti privi d’interesse.
«Ludo, hai avuto il tempo di vedere i tuoi amici parigini?»
«Papà, a dire il vero, non è che abbia tutti questi amici a Parigi. Il solo, ormai, è Roland, ed era negli Stati Uniti per lavoro».
«Roland è quello che insegna filosofia all’università?»
«No mamma, è architetto».
«Chi è allora che insegna filosofia all’università?»
«Un’amica. Si chiama Flore. Ora vive e insegna a New York, alla Columbia».
«Ah ecco, mi sembrava…»
«Ti prego, mamma, lasciamo perdere, tanto non te ne frega un cazzo».
Per i genitori Roncalli, la vita personale dei figli era un’astrazione le cui sole espressioni intelligibili derivavano dalla tangenza con l’universo altoborghese cui si erano tardivamente allineati. Gli unici amici di Ludovico e Umberta di cui ricordassero nomi, volti e occupazioni erano quelli di cui potevano ricostruire il pedigree. Più per pigrizia che per snobismo, riducevano la realtà sociale dei figli a un’insignificante propaggine mondana, ingannevole riflesso della vecchiaia imminente. Seppure sul punto d’implodere, la madre tentò di contrattaccare.
«Perché mi parli in questo modo? Non è vero che non me ne frega un cazzo».
«Va be’, dai, lasciamo stare».
«No, non lasciamo stare un cazzo di niente. Non capisco proprio cosa abbiate da rimproverarci. Purché siate felici, noi siamo pronti a ingoiare tutta la merda del mondo, sempre disponibili, sempre generosi e presenti. E voi siete lì, sempre pieni di fiele. Due iene siete, due iene. Non se ne può più».
L’improbabile ricatto emotivo della famiglia perfetta era moneta corrente presso i Roncalli. Inconsapevoli carnefici, i genitori di Umberta e Ludovico coltivavano il fantasma tragico di ogni autentica coppia borghese: genitori ideali e figli ingrati. Tale dicotomia era poco a poco divenuta l’orizzonte pessimistico della loro esistenza, la cifra disincantata di un divenire senile.
«Fino a prova contraria, la merda siamo noi ad ingoiarla».
Pronunciata lasciando cadere le posate sul tavolo, la frase di Ludovico ebbe l’effetto di un detonatore: oppresso dalla propria riservatezza, il padre esplose in uno scoppio di collera fisica e fracassò il piatto contro il pavimento di graniglia. L’ira degli introversi è un fenomeno essenzialmente comico: la moglie e i figli si abbandonarono a un breve riso liberatorio. Il padre si alzò senza dire una parola e uscì di casa sbattendo la porta. Fu subito chiaro a tutti che, fedele a un’antica tradizione familiare, avrebbe cenato da solo all’Ippogrifo, un ristorante poco lontano. Umberta spense la sigaretta e cominciò a mangiare in silenzio. Ludovico e la madre chinarono a loro volta la testa sul tavolo. Un grido di rondini attraversò il cielo, e il resto della cena, composto da merluzzo surgelato e frutta stantia, si risolse in un tranquillo nulla di fatto.
Finito il pasto, la madre si alzò, chiese ai figli di sparecchiare e scomparve. Ludovico accennò subito a ubbidire, ma fu fermato da Umberta.
«Lascia Ludo, faccio io più tardi».
«Sei sicura?»
«Sì, non preoccuparti, faccio io. Dimmi invece, hai sentito Marta?»
«Sì, ci siamo visti questo pomeriggio».
«Com’è a letto? È brava?»
«Umberta, smettila subito, sei scema?»
«È una mia amica, m’interessa saperlo, è normale, no?»
«No Umba, non è normale».
Ludovico si accese una sigaretta. Umberta strappò un frammento di cartoncino dal proprio pacchetto di Marlboro rosse, tirò fuori dalla tasca sinistra dei jeans le cartine, dalla destra un minuscolo cartoccio di alluminio e cominciò a prepararsi una canna.
«Che fai? Ora fumi anche a casa? Con la mamma di là e papà che può rientrare da un momento all’altro?»
«Tanto non si accorgono di nulla, da quando sei andato a vivere da solo sembra di stare in una casa di fantasmi. Ci vediamo solo per cena, davanti al telegiornale, e non appena hanno finito di mangiare vanno in camera da letto. Nessun cenno di vita sino al giorno dopo. Ieri sera, mentre dormivano, ho fatto un pompino a Gerolamo sul divano del salone».
Ludovico sentì una fitta alle costole. Il pensiero della sessualità di Umberta era per lui un tormento d’intensità religiosa, ben più acuto di quello che avrebbe potuto provare per una fidanzata fedifraga. Umberta si arrese a una risata malevola.
«Ludo, che c’è, non sarai mica geloso? Io almeno non vado a letto col tuo migliore amico».
«Umba, finiscila con queste stronzate, sei tu che me l’hai gettata fra le braccia».
«Perché non credevo che fosse così stupida e troia da cascarci».
Si accese la canna e aspirò con ostentazione.
«Sei cinica, sordida e degradata».
«Va bene, non essere acido, su, si scherzava…»
Gli porse la canna, sapendo che l’avrebbe rifiutata.
«Lo sai che non fumo».
«Non fumi, ma bevi come un porco, faresti meglio a farti qualche canna».
«Va bene. È ora che vada».
Spense la sigaretta nel portacenere, si alzò e si diresse verso l’ingresso. Umberta lo raggiunse mentre stava aprendo la porta e gli gettò le braccia al collo.
«Ludo, sei arrabbiato? Volevo solo fare un po’ la stupida, non arrabbiarti, ti prego».
«Non sono arrabbiato».
«Domani sera mi porti al cinema?»
«D’accordo. Cosa vuoi andare a vedere?»
«Potremmo andare a vedere L’ultimo bacio, lo danno all’Universale e all’Expo. O andiamo a vedere quello che vuoi tu, ma giurami che non sei arrabbiato. In questo periodo sono nervosissima, vivere da sola con papà e mamma è un incubo. Ti prego, Ludo, scusami».
«Non sono arrabbiato, te lo giuro».
Si salutarono con un duplice bacio sulle guance. Ludovico le voltò poi le spalle e scese le scale di corsa. Giunto sulla strada, riaccese il telefonino. Marta non aveva chiamato né lasciato messaggi. Decise di andare a bere una birra da solo al Le Corbusier, forte della speranza d’incontrare un conoscente qualsiasi.
Anche questa aspettativa fu delusa. Ludovico si sedette al banco, ordinò una media chiara e fu costretto a ripensare a Veronica. All’epoca del loro idillio, Veronica era ancora una ventenne adagiata sul retaggio di anni svagati, trascorsi insieme a coetanei timidi o aitanti, sportivi o studiosi. L’incontro con Ludovico, arrogante e introverso, nevroticamente attratto dal suo stato di perfetta salute fisica, aveva provocato in lei un moto di narcisistica accondiscendenza. L’accondiscendenza si era mutata rapidamente in un simulacro di corresponsione, e Veronica aveva deciso di rompere col fidanzato di sempre per buttarsi nella più sbagliata delle relazioni. Vi erano state alcune settimane d’ingenua estasi dei sensi, dunque tre anni di puro terrorismo amoroso. Finché, all’epoca dell’Erasmus a Parigi per preparare la tesi di laurea, Ludovico aveva messo incinta Veronica di seguito a un rapporto sessuale fra i più incongrui, consumato durante una delle sue visite a Genova. Il ritardo si era manifestato il giorno stesso in cui Ludovico era tornato in Italia, determinato a lasciarla. Veronica aveva da subito simulato potenti istinti materni, in modo da far ricadere su Ludovico l’intera responsabilità dell’aborto. In quel periodo, il dibattito sulla legge 194 era stato riaperto da dichiarazioni maleodoranti di Giuliano Amato, uomo ombra di Craxi negli anni in cui il Partito Socialista Italiano aveva lasciato esplodere allegramente il debito pubblico del paese. Amato era divenuto per Ludovico una fonte di astiosa ossessione, simbolo impalpabile di tutto ciò che nella vita bisognava disprezzare. Come se la temperie politica non fosse bastata a invelenire la prospettiva di per sé amara dell’aborto, il numero degli obiettori di coscienza fra i ginecologi era così elevato che, per un intervento, bisognava attendere più di un mese. Per evitare sgradevoli confessioni, Ludovico non aveva voluto aggirare l’ostacolo ricorrendo alle conoscenze materne. Erano dunque state settimane d’insopportabile tensione, luttuose e isteriche. Quando Veronica aveva infine abortito, la giovane coppia si era decomposta in una successione di liti, schianti e macerazioni. Non sarebbe sopravvissuta che per pochi mesi all’interruzione di gravidanza. Da allora erano ormai passati più di quattro anni, ma, con implacabile puntualità, Veronica rifaceva irruzione nell’esistenza di Ludovico almeno una volta a stagione, imponendosi con telefonate ansiogene o visite improvvisate. Era nel frattempo sprofondata in una depressione altalenante, scandita da psicoterapie fallimentari, brevi successi farmacologici e nuove crisi amorose. L’antico rapporto era divenuto per Ludovico un modello d’infelicità, l’esperienza su cui misurare ogni possibile scarto dal male di vivere.
Finì la birra, si accese una sigaretta e uscì dal locale, confondendosi in una piccola folla di perditempo. Si trascinò sino a casa con la stanchezza di un titano, determinato ad addormentarsi del sonno dei giusti.

Una delle regioni più felici dell’altro mondo è la Provincia degli Innamorati. All’età rispettiva di tredici e sedici anni, le femmine e i maschi entrano in noviziato d’amore. Dopo dodici mesi di tirocinio platonico e cortese, i novizi sono tenuti ad accoppiarsi ripetutamente fra loro sotto l’occhio attento dei membri della facoltà di Medicina. Gli adolescenti che hanno dato prova di sufficiente vigore sessuale otterranno il privilegio di sposare fino a quaranta fanciulle, a condizione che ogni loro singola scelta sia corrisposta. Non potranno tuttavia copulare con più di due mogli per volta, e dovranno astenersi dal toccarle durante i mesi di gravidanza. Gli impotenti e le sterili saranno invece ridotti al rango di schiavi. Alla fine delle sue avventure interplanetarie, Cyrano conosce una coppia d’Innamorati partita verso la Provincia dei Filosofi per chiedere la risoluzione di un conflitto nuziale. Il marito, colpevole di una polluzione notturna, è accusato dalla moglie di avere ucciso il loro figlio due volte: la prima perché, avendo impedito che fosse, ha fatto sì che non sia; la seconda in quanto, contrariamente ai comuni assassini, ha condannato la sua vittima non solo a non essere, ma a non essere mai stato. Quando ripensava con acredine all’aborto di Veronica, Ludovico traeva sollievo dall’assurdità comica del contenzioso fra i due Innamorati, elogio paradossale del più insensato fra i diritti: quello alla vita. Ma la sua letizia di feticida convinto era talvolta intaccata da una nervatura di senso di colpa: abito mentale risalente agli anni di scuola dai gesuiti, tenace crisalide della sua personalità.

[Immagine: Maschera funeraria in pietra nera, Teotihuacan, 100-600 DC, Musées Royaux d’Art et d’Histoire, Bruxelles (gs)].

5 thoughts on “La fine dell’altro mondo

  1. Segnalo rapidamente alcuni punti per me salienti di questo brano di romanzo. La “vertigine edipica” al pensiero delle vulve delle ragazze appartenenti allo stesso ceto del protagonista, visitate dalla madre ginecologa; il rapporto semi-incestuoso con la sorella; la famiglia altoborghese di ex sessantottini, con il padre che si chiude nella propria rassegnazione “come un coleottero”; la madre che serve i fusilli scotti con la “foglia di basilico radioattivo in bella mostra”; il “grido di rondini” come controcanto al fallimento della cena; Giuliano Amato “simbolo impalpabile di tutto ciò che nella vita bisognava disprezzare”… Potrei continuare, ma mi fermo qui.
    Il romanzo sembra essere altra cosa da una certa autofinzione più o meno corrente. Anzitutto perché rischia la “terza persona”, che è quella della narrativa realistica per eccellenza, e al tempo stesso per il rimando fantastico ciranesco (l’ “altro mondo”, di cui nel titolo, è il romanzo utopico-fantascientifico di Cyrano de Bergerac). Considerando inoltre che l’ambientazione è genovese e siamo nel 2001 – anno decisivo per cogliere i successivi destini italiani -, si può comprendere, già da questo breve scorcio, che siamo davanti al tentativo di rendere conto della rovina completa di un paese attraverso una vicenda che appare, a tutta prima, solo familiare.
    Bello, infine, ritrovare qui la stessa caustica intelligenza che colpisce chi conosca un po’ l’autore di persona.

  2. Mi piace. E sono sorpreso, perché Filippo è professore e mi sento sempre diffidente nei confronti dei romanzi dei professori. Altro fortissima causa di diffidenza è il fatto di aver costruito un protagonista tanto simile a lui dal punto di vista anagrafico. E invece alla lettura mi piace. Il rapporto incestuoso con la sorella è molto bello (ed anche molto arrapante). La storia delle vulve delle amiche e della vertigine edipica è raccontata con parole astratte, che a me non comunicano niente, ma pace. Vedo che piace ad altri.

    E’ molto forte la frattura tra figli e genitori, dovuta al fatto che tra i primi si è stabilita una complicità che esclude i secondi, e che questi non possono far altro che trovare goffi e ridicoli i genitori. Il brano trasmette tutta la tensione che sprigionano queste situazioni; ma manca la sensazione dell’ineluttabilità di qeusta frattura, e della disperazione che questa ineluttabilità genera in tutti, escludenti ed esclusi, schernitori e scherniti.

    Le parole della madre “Non capisco proprio cosa abbiate da rimproverarci. Purché siate felici, noi siamo pronti a ingoiare tutta la merda del mondo, sempre disponibili, sempre generosi e presenti. E voi siete lì, sempre pieni di fiele.” sono verosimili, ma forse lo sono un po’ troppo. E questo eccesso di verosimiglianza vizia un po’ anche la parte che comincia con “Anche questa aspettativa fu delusa.” Essere realisti è un gioco di equilibrio molto difficile, perché ritrarre le cose così come sono, o come possono normalmente essere, non crea effetto di realtà. Ci vuole costruzione.

    Oddio, sto scrivendo parole molto critiche, sembra che il brano non mi sia piaciuto. E invece, nonostante tutto quanto dico, mi è piaciuto.

  3. … perdonatemi, ma a me pare un manuale scolastico di psicologia sociale scritto da uno studente erasmus pour épater les bourgeois. Tutto sovraesposto, affettato, compiaciuto perfino, inconsapevolmente stereotipico, inguaribilmente sciatto. Non ho mai criticato a tal punto qualcosa su questo sito, e mi scuso da subito per la secchezza del giudizio, ma quando ci si aggrappa ai rapporti incestuosi con la sorella (sublimati, tra l’altro) per definire un testo interessante, siamo messi male. Faccio parte del ceto descritto dall’autore, per anagrafe ed estrazione, e posso tranquillamente dire che non vi trovo nulla di caustico, in questo brano: solo falsa coscienza spacciata per provocazione. Credo tuttavia che l’intento fosse autentico, si sente tutta la fatica di chi cerca di spremere fino in fondo il limone della realta. Secondo me non ha forza muscolare, e non ce la fa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *