Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Lo scrittore come intellettuale. Dall’affaire Dreyfus all’affaire Saviano: modelli e stereotipi /1

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cropped-Saviano-I.jpgdi Pierluigi Pellini

[Dal 29 luglio all'inizio di settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi nel 2012, quando i visitatori  del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso.  È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Questo intervento, pubblicato sul numero 63 di «Allegoria», è uscito l'11 giugno 2012. La seconda parte può essere letta qui].

1. Zola

Esattamente centododici anni fa, il 23 febbraio del 1899, si celebrano a Parigi i funerali di Félix Faure, il presidente della Repubblica cui Zola si era rivolto, il 13 gennaio dell’anno precedente, con J’accuse. Faure, che si è sempre rifiutato di dare ascolto agli intellettuali dreyfusardi, è morto il 16, fra le braccia di una prostituta d’alto bordo (oggi, si direbbe “una escort”). Impietoso il necrologio di Clemenceau, sull’«Aurore»: «Non per questo c’è un uomo in meno in Francia». Il 18 è eletto al primo turno alla Presidenza della Repubblica Émile Loubet, un moderato con simpatie dreyfusarde. Ai funerali di Faure, appunto il 23, il più estremista fra gli intellettuali di destra, l’agitatore nazionalista Paul Déroulède, tenta di fomentare un colpo di stato militare – fallito per ingenuità e disorganizzazione, non per assenza di condizioni oggettivamente favorevoli. Un anno prima, sempre il 23 di febbraio, si era concluso il processo per diffamazione intentato a Émile Zola dalle gerarchie militari. I commentatori contemporanei sono concordi: se lo scrittore fosse stato assolto, non sarebbe uscito vivo dall’aula del tribunale. Il rischio di colpo di stato e di guerra civile è reale: un articolo giornalistico di uno scrittore famoso ha spaccato in due una Nazione.[1] Non era mai capitato prima; con ogni probabilità non capiterà mai più: la storia difficilmente si ripete negli stessi termini (a parte le escort).

Per questo, conviene sgomberare il campo da una tendenza semplificatoria all’indistinzione: che ricorre nel discorso giornalistico, e spesso anche critico, sull’intellettuale; e riconduce a un unico comun denominatore di coraggio e compromissione con la realtà figure appartenenti a epoche storiche e contesti culturali alquanto distanti. Il philosophe illuminista (Voltaire nell’affaire Calas), il poeta-profeta romantico (l’impegno progressista di un Victor Hugo), l’intellettuale moderno nell’epoca della divisione del lavoro (Zola nell’affaire Dreyfus), gli scrittori militanti del pieno Novecento (organici a un partito, a una classe sociale, a un progetto politico; o quantomeno compagnons de route), gli intellettuali-interpreti della modernità liquida a noi contemporanea (per impiegare la terminologia di Zygmunt Bauman):[2] tutti andrebbero a disporsi, l’uno accanto all’altro, in un’ordinata galleria di ritratti, accomunati da una rassicurante aria di famiglia. Anche per questo, una tenace retorica denuncia, ormai da decenni, ricorsivamente, la crisi o perfino la scomparsa degli intellettuali: come se di intellettuale-tipo, nella storia della modernità, ce ne fosse stato uno solo, immodificabile e ormai estinto.

Lo dico subito, a scanso di equivoci: accostare Zola e Saviano è scelta largamente arbitraria, che rischia fra l’altro di accreditare una tesi critica (sostenuta in particolare da Alberto Casadei) a mio parere in larga misura errata: quella di Gomorra come espressione di un «nuovo naturalismo».[3] Se è vero, tuttavia, che J’accuse segna la nascita dell’intellettuale novecentesco, come sostiene una vulgata largamente accreditata dagli studi più autorevoli – ma anche su questo punto pare che il consenso non sia universale: Bauman riesce a scrivere un intero libro sulla storia degli intellettuali senza mai fare il nome di Zola –,[4] per riflettere sui modi e sulla stessa possibilità di un impegno sociale dello scrittore oggi, conviene precisare i tratti peculiari di un modello troppo spesso citato con scarsa cognizione di causa. E sgomberare innanzitutto il campo da un equivoco: l’autore dei Rougon-Macquart, nel corso della sua lunga carriera di giornalista e di romanziere, non ha mai indossato l’abito dell’intellettuale legislatore.

Anche nei suoi interventi teorici più inclini all’impegno civile, Zola assegna sempre alla letteratura il ruolo di svelare, di fronte all’opinione pubblica dei lettori, aspetti della realtà trascurati o ignorati dal discorso sociale dominante; non quello di suggerire un modello di società o concreti strumenti di intervento politico. La letteratura denuncia il male, non prescrive il rimedio: l’incombenza della cura è esplicitamente demandata ai politici di professione. Zola vive in un contesto storico in cui la divisione del lavoro (produttivo e intellettuale) è dato acquisito, irreversibile e – in buona logica positivista – serenamente accettato da tutti gli scrittori più significativi:[5] che non ambiscono al ruolo di consigliere del principe, come Voltaire; non sono depositari di un’idea di società, che l’azione politica dovrebbe incaricarsi di realizzare nel concreto, come gli idéologues di fine Settecento; non si fanno araldi di valori e rivendicazioni condivisi da un’intera Nazione, o quantomeno da un’intera classe sociale, come i poeti-profeti di epoca romantica, la cui «consacrazione» è stata studiata in un libro ormai classico di Paul Bénichou.[6] Lo scrittore del secondo Ottocento non ha mandato sociale: lo ha definitivamente perduto dopo il ’48 delle Rivoluzioni mancate, dopo il ’57 dei processi a Madame Bovary e alle Fleurs du mal.

E infatti, che piaccia o no, Zola ha sempre rivendicato con forza la «priorità delle lettere» sulla politica.[7] La prima battaglia pubblica in cui ha dato la misura delle sua vis polemica, a metà anni Sessanta, è quella contro la pittura accademica e a favore di Manet: una battaglia combattuta in nome dell’autonomia dell’arte da ogni condizionamento morale e normativo, da ogni intento pedagogico. Zola critico di Salon fa volentieri sfoggio di un provocatorio formalismo (contano la luce e i colori, null’altro); e elegge a testa di turco, accanto alla tradizione classicista, l’utilitarismo estetico di un Proudhon. Se lo Zola giornalista si guadagna da vivere scrivendo prevalentemente sui fogli dell’opposizione radicale, lo scrittore esibisce disinvolta estraneità rispetto agli imperativi dell’impegno civile – sempre sospetto di sterile idealismo romantico, di umanitarismo svenevole e melodrammatico; e volentieri lasciato, da tutti i giovani naturalisti, a «quel cretino rincitrullito del vecchio Hugo» (così Paul Alexis nel 1876).

Mi limito a ricordare due episodi. Nel 1868, per promuovere Madeleine Ferat, Zola non esita a strumentalizzare la stampa d’opposizione, pronta a fare di lui un «martire» della censura: «Ah, quei poveri democratici, come li ho fatti fessi!». Poco prima di scrivere L’Assommoir, ribadisce, in una lettera del 5 aprile 1875 a Édouard Béliard, pittore di simpatie proudhoniane, un distacco dall’attualità politico-sociale che oggi non esiteremmo a definire disimpegno: «L’idea di progresso personalmente non mi serve a niente. È pure possibile che il progresso esista, ma ce n’è un sacco di cose che esistono e di cui non me ne importa niente». Per amore di tesi, Zola calca un po’ la mano: nondimeno, c’è di che rivedere gli stereotipi sul romanziere positivista.

Il maestro di Zola è Flaubert, non Hugo: Pierre Bourdieu ha dimostrato in maniera a mio parere inconfutabile come l’impegno di Zola nell’affaire Dreyfus e la nascita dell’intellettuale moderno siano impensabili senza quel semisecolare processo che ha condotto all’autonoma strutturazione del “campo” letterario. Zola prende la parola «appoggiandosi all’autorità specifica conquistata contro la politica dagli scrittori e dagli artisti puri».[8] Fra le avanguardie del secondo Ottocento – naturalismo, simbolismo, art pour l’art – gli elementi di convergenza fanno aggio sui motivi di dissenso: «L’intellettuale si costituisce come tale intervenendo nel campo politico in nome dell’autonomia e dei valori specifici» dell’arte e della letteratura; afferma «l’irriducibilità dei valori di verità e di giustizia e, nello stesso tempo, l’indipendenza dei custodi di quei valori rispetto alle norme della politica».

Il modello di intellettuale che nasce con l’affaire Dreyfus ha dunque poco a che spartire con l’intellettuale legislatore teorizzato nel Settecento da philosophes e idéologues, e poi ripreso, sotto mutate vesti, dagli intellettuali organici del ventesimo secolo; e rinuncia completamente all’investitura profetica rivendicata dai vati romantici. D’altra parte, la difesa del capitano ebreo ingiustamente condannato non è, a rigore, la prima occasione in cui si assiste a una mobilitazione collettiva di scrittori e uomini di scienza. È, questo, un altro luogo comune spesso ripetuto:[9] al contrario del precedente, non è privo di qualche fondamento, perché solo dopo l’affaire, in concomitanza con l’accresciuto peso della stampa nella vita politica, gli intellettuali sono percepiti come un attore pubblico collettivo; ma necessita di varie precisazioni.

Nel decennio che precede J’accuse e il primo manifesto degli intellettuali a favore della revisione del processo Dreyfus (pubblicato dall’«Aurore» il 14 gennaio 1898: il giorno dopo la lettera di Zola), in varie occasioni, gruppi di scrittori prendono la parola collettivamente, per opporsi a episodi di censura e a condanne reputate ingiuste. La prima volta, il 24 dicembre 1889: quando esce sul «Figaro» una petizione a favore di Lucien Descaves, accusato di ingiurie alle forze armate e oltraggio alla morale per il romanzo antimilitarista Sous-Offs. Una petizione firmata, fra gli altri, da Daudet, Goncourt, Becque, Bourget, Barrès, Courteline, oltre che da Zola. L’adesione dell’autore dei Rougon-Macquart è tanto più significativa, in quanto due anni prima Descaves ha sottoscritto il Manifesto dei cinque contro La Terre, dove non sono risparmiate al romanzo naturalista, e al suo autore, accuse violentissime e volgari.

Tanto più sorprendente può sembrare il diniego opposto invece da Zola a chi gli chiedeva di firmare un’altra petizione: in favore del leader libertario Jean Grave, ugualmente imprigionato per un reato d’opinione (la pubblicazione del saggio La Société mourante et l’anarchie). Il 3 marzo del 1894, in un’intervista al «Figaro», Zola dà una spiegazione brutalmente elementare: «Grave non è uno scrittore, uno dei nostri, è un politico, un militante. Che i politici se la sbrighino da sé. Non faccio politica, io! […] non c’entro niente con le disavventure politiche dei militanti». Nel caso di Descaves, lo spirito di corpo, la solidarietà interna alla République des Lettres, prevale sul risentimento personale; nel caso di Grave, conta certamente una qualche diffidenza nei confronti di un ideologo accusato (a torto o a ragione) di complicità morale con gli attentati dei terroristi anarchici; ma la motivazione addotta esplicitamente è ancora di natura corporativa, improntata alla più rigorosa divisione del lavoro positivista: il romanziere si preoccupa degli «scrittori», non dei «politici». Che poco più di tre anni dopo Zola prenda le difese di un capitano dell’esercito, rompendo platealmente ogni solidarietà con tanti scrittori, anche amici stretti, che si schierano nel campo antidreyfusardo, può sembrare stupefacente. E tuttavia non è casuale.

Il 5 gennaio 1895, dopo un processo a porte chiuse davanti alla corte marziale, Dreyfus viene degradato nel cortile dell’École militaire. La stampa antisemita lo copre di insulti, mentre Zola non sembra appassionarsi alla vicenda: ha fiducia nelle istituzioni repubblicane, la sorte del presunto traditore non gli interessa. Lo preoccupa, invece, la recrudescenza di violento antisemitismo, alimentata non solo dagli scritti esaltati di Édouard Drumont (il famigerato autore de La France juive, 1886), ma anche da scrittori legati all’autore dei Rougon-Macquart da antica amicizia: fra gli altri, i Daudet, padre e figlio, Goncourt, Céard. Il 16 maggio 1896, mentre Dreyfus è già all’Isola del Diavolo, Zola, senza mai nominarlo, pubblica sul «Figaro» un articolo dal titolo eloquente, Pour les Juifs: se definisce l’antisemitismo montante «una mostruosità», «una cosa stupida e cieca»,[10] non lo fa per simpatia nei confronti del popolo ebraico – non è difficile trovare nei Rougon-Macquart personaggi ebrei rappresentati con scarsa condiscendenza (ai nostri occhi, a tratti, con accenni di blando razzismo). Quel che ripugna al razionalismo zoliano è il «ritorno di fanatismo», il tentativo di «guerra di religione»: alimentato, prima ancora che dai pregiudizi popolari, dagli scritti degli intellettuali nazionalisti – membri della République des Lettres, con cui Zola ha in alcuni casi rapporti cortesi; ma che sembrano tradire (per dirla con le parole che saranno di Julien Benda)[11] la vocazione del chierico, l’universalismo della ragione.

Il 20 settembre 1894, Maurice Barrès, che durante l’affaire scriverà parole di fuoco contro i dreyfusardi, inaugurando (insieme a altri) il fortunato impiego di “intellettuale” in funzione d’insulto, pubblica sul «Journal» un articolo intitolato La question des intellectuels: dove il termine, da pochi anni e sporadicamente entrato nell’uso francese come sostantivo, non ha né significato dispregiativo, né connotazione di parte, designando senza distinzioni di appartenenza politica i membri, appunto, della République des Lettres, e in genere quanti svolgono un’attività legata alla sfera del pensiero. Il 7 dicembre 1897, quando ormai da quasi un mese l’affaire Dreyfus infiamma gli animi, e Zola ha già pubblicato sul «Figaro» tre articoli appassionati a favore della revisione del processo,[12] il primo (e ultimo) dîner Balzac riunisce da Durand, un ottimo ristorante in place de la Madeleine, Maurice Barrès, Paul Bourget, Alphonse e Léon Daudet, Anatole France e Émile Zola: due dreyfusardi, France e Zola, accerchiati da scrittori ostili alla revisione. La solidarietà letteraria e l’omaggio all’autore della Comédie humaine sono ancora più forti delle contrapposizioni ideologiche. Addirittura, il 20 dicembre, alle esequie di Alphonse Daudet, Zola regge i cordoni del drappo funebre insieme al capofila degli antisemiti, Drumont; e Léon Daudet, estremista di destra, chiede al progressista autore dei Rougon-Macquart di tenere l’orazione funebre in onore del padre. Zola non si sottrae, e elogia commosso lo scrittore realista (e antisemita) scomparso.

Dopo J’accuse, un dîner Balzac diventerebbe improponibile; e nemmeno il rispetto e l’affetto per un amico morto potrebbero avvicinare uno Zola e un Drumont. Perché l’affaire Dreyfus non è il momento in cui letterati e uomini di scienza per la prima volta si organizzano in un’azione collettiva; al contrario, è il momento in cui appare evidente e definitivo il tramonto dell’illuministica République des Lettres; in cui i due valori che dal Settecento in poi erano (quasi) sempre apparsi (ideologicamente, se si vuole) inscindibili – la difesa dell’universalismo dei diritti umani e la difesa del privilegio della ragione incarnata nel ceto intellettuale (lo scrittore “consacrato” di cui parla Bénichou) – entrano in conflitto insanabile. Al tempo stesso, si incrina anche un sentimento di più recente affermazione, ma non meno radicato negli uomini di lettere formatisi in atmosfera di repubblicanesimo positivista: la fiducia razionalista, appunto tipicamente repubblicana e scientista, in una bene ordinata divisione del lavoro sociale, che esime gli scrittori dall’interessarsi attivamente di vicende che ricadono sotto la giurisdizione di altre corporazioni.

Di questo conflitto, di questa incrinatura, le lettere scritte da Zola nelle ultime settimane del 1897 recano testimonianza eloquente: sollecitato da Bernard-Lazare e da altri dreyfusardi, il romanziere esita: «Personalmente, non interverrò, perché in fin dei conti non ho nessun titolo [aucune qualité] per farlo» (alla moglie Alexandrine in viaggio in Italia, il 10 novembre). Qualche giorno dopo, in una conversazione con l’amico musicista Alfred Bruneau: «Non so cosa farò, ma di sicuro farò qualcosa». Il 24, quando ha appena finito di scrivere il suo primo articolo sull’affaire, a Alexandrine: «Ne ero ossessionato, non ci dormivo più»; «Tacere mi sembrava vile». Più tardi confesserà: «Se fossi stato impegnato nella scrittura di un libro, non so che cosa avrei fatto». Nulla toglie alla grandezza di un gesto generoso quel tanto di aleatorio che, sempre, è nelle vicende umane; conta invece che, prendendo la parola, Zola si sia scrollato di dosso ogni dubbio positivista sulla competenza specialistica (la qualité), attirandosi qualche mese più tardi il sarcasmo di un nemico di sempre, Ferdinand Brunetière: un conservatore, certo, ma non un antisemita; un letterato che, anzi, condivide con Zola una formazione laica, positivista, razionalista. Meglio di chiunque altro, il critico filisteo coglie e condanna, in una battuta non meno idiota perché illuminante, la dirompente originalità dell’“intellettuale”: la cui condizione d’esistenza è precisamente l’assenza di qualité, di competenze specialistiche, di “titoli” tecnici per intervenire. Secondo Brunetière, Zola che pontifica sulla «giustizia militare» è come «un colonnello dei gendarmi» – da noi si direbbe “un maresciallo dei carabinieri” – che discettasse delle «origini del romanticismo».[13]

Zola non è, nell’affaire Dreyfus, né un giornalista d’inchiesta, né un intellettuale organico. Entrambi i ruoli sono svolti – egregiamente, ma con scarsi risultati pratici – da Bernard-Lazare: un giovane narratore e critico simbolista di famiglia ebraica (in politica in un primo tempo internazionalista, poi sionista), votato alla causa del suo popolo e direttamente sollecitato da Mathieu Dreyfus, il fratello del deportato. È la documentazione raccolta da Bernard-Lazare a convincere Zola, nel novembre del ’97, dell’innocenza del presunto traditore; a spingerlo a prendere posizione, pubblicamente, dalle colonne del «Figaro»; e poi a fornire argomenti alla ricostruzione dell’affaire tracciata in J’accuse (argomenti non sempre ineccepibili: Zola esagera il ruolo del maggiore Du Paty de Clam, titolare di un’inchiesta svolta con fantasiosa disinvoltura; e ignora quello del maggiore Henry, il falsario che ha rozzamente fabbricato le prove contro Dreyfus). Il primo dei dreyfusardi è Bernard-Lazare, non Zola. Ma la lettera aperta indirizzata da quest’ultimo al Presidente della Repubblica Félix Faure non è solo un paludato antecedente dell’io so pasoliniano – anche se la costruzione del testo non rifugge da effetti di alta retorica (a cominciare dall’insistita anafora del sintagma che Clemenceau ha scelto come titolo di prima pagina per «L’Aurore»); non è cioè una semplice denuncia, una riedizione dell’appello voltairiano per la riabilitazione di Calas, con mutato destinatario – rivolta com’è, oltre che a Faure, all’opinione pubblica democratica («L’Aurore» del 13 gennaio vende 300.000 copie: dieci volte più della sua tiratura media), e non più al re e alla burocrazia di corte.

J’accuse va ben oltre. Prende forma quando appare evidente che manca la volontà politica di riaprire il processo Dreyfus; e quando il vero traditore, il capitano Esterhazy, viene assolto, l’11 gennaio, da un’altra corte marziale, nonostante le lampanti prove di colpevolezza a suo carico, ormai di pubblico dominio. Quando cioè sono esauriti tutti i mezzi legali di pressione politica; e si fa strada la convinzione che la verità possa essere affermata solo sottraendo il caso alla giustizia militare, portandolo davanti alla giuria popolare di un tribunale civile. Con lucida impudenza, Zola decide di farsi processare al posto di Dreyfus: decide di offrire la propria libertà in pegno dell’innocenza del condannato. Dopo aver fatto strame del tabù positivista della competenza specialistica, trova il coraggio – tutt’altro che scontato in un repubblicano sostanzialmente moderato e fiducioso nel corretto funzionamento delle istituzioni – di mettersi fuori dalla legalità. La peculiarità cruciale di J’accuse non è nei passi in cui Zola, con maggiore incisività ma senza novità di rilievo, ribadisce le accuse già formulate da Bernard-Lazare e da altri; ma in quello, troppo spesso dimenticato, in cui – non senza una punta di divertita ironia procedurale – sfida i militari, invitandoli a querelarlo, chiamando su di sé un processo per diffamazione, citando addirittura gli articoli di legge che sta violando: «Muovendo queste accuse, non ignoro di incorrere nei rigori degli articoli 30 e 31 della legge sulla stampa del 29 luglio 1881, che punisce la diffamazione. Se mi espongo a una denuncia, lo faccio volutamente». È questa fuoriuscita dalla legalità, questa offerta sacrificale dei propri diritti civili, a giustificare l’aggettivo, «rivoluzionario», che lo stesso J’accuse esibisce: «l’atto che compio in questa sede altro non è che un mezzo rivoluzionario per affrettare l’esplosione della verità e della giustizia»; e a spaventare i dreyfusardi più prudenti, come il senatore Scheurer-Kestner, che – non del tutto a torto – temono una guerra civile.

La pressione dell’opinione pubblica nazionalista costringe il ministero della guerra e le gerarchie militari a accettare, un po’ riluttanti, la provocazione di Zola. Citato in giudizio per aver affermato che la corte marziale, con decisione «criminale», «ha osato assolvere» Esterhazy par ordre, «eseguendo un ordine» (e non valutando le prove), il romanziere è processato – in un clima di gravi intimidazioni: i militanti nazionalisti saccheggiano e distruggono molti negozi di commercianti ebrei; e minacciano l’incolumità dell’imputato e dei suoi avvocati – fra il 7 e il 23 febbraio. Il 21, lo scrittore accusato di diffamazione prende la parola, per pronunciare la sua arringa difensiva. Di un discorso letto con voce rotta e monotona (Zola era pessimo oratore, e se ne rammaricava spesso), è significativa soprattutto una frase della perorazione conclusiva: «Che le mie opere periscano, se Dreyfus non è innocente». Dopo essersi sostituito al condannato nel ruolo di vittima sacrificale, Zola non esita a mettere sul piatto della bilancia il capitale simbolico che dà autorità al suo intervento: i suoi romanzi. Lo scrittore parla in nome della letteratura; e l’opinione pubblica dovrà valutare non solo le prove fattuali dell’innocenza di Dreyfus, ma anche la pretesa all’universalità dei Rougon-Macquart. Zola si presenta dunque, al tempo stesso, come apostolo illuminista della verità, come eroe romantico e come scrittore moderno. Si spiega così la risposta sprezzante alla boria di un militare, durante il dibattimento: «Affido ai posteri il nome del generale de Pellieux e quello di Émile Zola: che scelgano».

L’appello alla posterità ribadisce la natura peculiare della parola dello scrittore-intellettuale: che parla dell’attualità politico-giudiziaria alla luce di valori reputati universali, eterni. Anche per questo, a ben vedere, sono i due processi contro Zola (quello del febbraio, a Parigi; e quello del luglio, a Versailles) a mutare profondamente la natura dell’affaire: la posta in gioco non è più la vita di un ebreo innocente che marcisce all’Isola del Diavolo, ma i valori fondanti e la sopravvivenza stessa della Repubblica francese. Gli intellettuali che si schierano, con Zola, a favore di Dreyfus identificano i valori della letteratura e quelli della Repubblica: in nome della ragione, dell’uguaglianza del diritto, dell’universalità dell’etica pubblica. Gli intellettuali che si schierano, con Barrès, Maurras, Drumont e Déroulède, contro Dreyfus, si appellano alla terra, al sangue, alla tradizione: ai miti, cioè, di ogni nazionalismo, votati a sinistri fasti novecenteschi. E dopo l’affaire i secondi rifiutano di essere definiti “intellettuali”: Barrès, che – s’è visto – l’aveva usato più volte fin dall’inizio degli anni Novanta, definisce il termine «cattivo francese»;[14] e da questo momento in poi si impone, nel discorso dominante dell’Europa del Novecento, lo stereotipo – falso quant’altri mai – dell’intellettuale e dell’ideologo per sua natura schierato a sinistra (uno stereotipo di cui la presunta “egemonia culturale della sinistra” in Italia è vieto e resistente cascame). La divisione del campo intellettuale è profonda e, lungo tutto il “secolo breve”, irreversibile.[15] Ma Zola, al contrario dei militanti nazionalisti come Barrès, che identificano scrittura e impegno politico, assolto il compito che s’è prefissato – dopo il rientro dall’esilio inglese alla vigilia del processo di Rennes, dopo la nuova, grottesca condanna di Dreyfus e dopo la grazia concessa da Loubet, seguita dalla legge di amnistia generale – lascia la scena pubblica e torna alla letteratura.

Lo fa poco meno di tre anni dopo J’accuse, il 22 dicembre del 1900, quando pubblica sull’«Aurore» una nuova lettera aperta al presidente della Repubblica: è un attacco violentissimo contro l’amnistia, «legge scellerata» che manda prosciolti sia gli innocenti Dreyfus, Picquart e Zola, sia i colpevoli Mercier, Boisdeffre, Gonse, ecc. L’autore di J’accuse si toglie lo sfizio di ribadire punto per punto le affermazioni contenute nella lettera del 13 gennaio 1898: in teoria, essendo il suo intervento posteriore all’amnistia, i generali “diffamati” potrebbero querelarlo di nuovo – se ne guardano bene. Ma la lettera a Loubet è innanzitutto un modo per congedarsi dall’impegno attivo; e si conclude così: «Ho svolto il mio compito nel modo più onesto che ho potuto, e rientro definitivamente nel silenzio». Ottenuto un risultato (sia pure parziale: la piena riabilitazione per Dreyfus arriverà solo nel 1906), Zola interrompe l’impegno civile: che non può farsi mestiere, precisamente perché il capitale simbolico speso nell’arena pubblica a favore dell’innocente condannato è stato accumulato in quella dimensione autonoma che è la scrittura romanzesca.

La funzione intellettuale dello scrittore può sussistere solo in quanto saltuaria, intermittente, sollecitata dall’urgenza di una situazione estrema. Se si trasformasse in ordinaria amministrazione, negherebbe la sua stessa ragion d’essere. Non deve perciò stupire che Zola sia identificato da Julien Benda come modello positivo di “chierico puro”, capace di intervenire nella vita civile senza scendere a compromessi con i disvalori “temporali” (compromessi accettati invece, secondo Benda, sia dai nazionalisti da un lato, sia dagli intellettuali organici della terza internazionale dall’altro).[16] Nell’azione dello scrittore durante l’affaire Dreyfus, l’autore del Tradimento dei chierici ritrova il suo ideale di universalismo razionalista; e di certo lo Zola di Benda è più fedele al vero dello «Zola “impegnato”, “edificante”, quasi “missionario”, inventato di sana pianta dalla tradizione militante»,[17] da quegli stessi intellettuali dell’“impegno” che liquidano il pamphlet di Benda come astrattamente umanistico (se non decisamente “di destra”),[18] mentre cercano di appropriarsi retrospettivamente dell’eroe di J’accuse.

Ricapitolando, il modello di intellettuale che nasce con l’affaire Dreyfus, e che quasi immediatamente va soggetto a riletture deformanti e a cristallizzazioni stereotipate, ha due presupposti: da un lato l’autonomia del campo letterario e la solidità di un capitale simbolico acquistato attraverso la scrittura creativa; dall’altro il peso crescente dei mezzi di comunicazione di massa nella società moderna. Ed è caratterizzato da un appello all’opinione pubblica che si presenta innanzitutto come sfida contro l’opinione pubblica dominante; offre come pegno di verità la libertà, l’opera e la vita stessa di uno scrittore pronto a pagare in prima persona, e perfino a farsi vittima sacrificale; produce una frattura insanabile all’interno della République des Lettres. In nome dei valori universalmente umani, di cui la letteratura è depositaria e la Repubblica (quella nata dalla Rivoluzione francese, non quella dei letterati) è garante, l’intellettuale moderno rifiuta le limitazioni dello specialismo positivista e ha il coraggio di uscire temporaneamente dagli steccati della legalità. La funzione intellettuale dello scrittore, infine, è per sua natura intermittente e temporanea.


[1] Sul ruolo di Zola nell’affaire Dreyfus, mi limito a citare i due contributi fondamentali: l’ultimo tomo della monumentale biografia di H. Mitterand, Zola, vol. III, L’Honneur, Fayard, Paris 2002; e l’importante monografia di A. Pagès, Émile Zola. De «J’accuse» au Panthéon, Lucien Souny, Saint-Paul 2008; in italiano, si può vedere la Cronologia di É. Zola, Romanzi, a cura di P. Pellini, «I Meridiani», vol. I, Mondadori, Milano 2010, pp. CXXVII-CXLVI; e la mia Introduzione, ibid., pp. XLIX-LIII.

[2] Cfr. Z. Bauman, La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti [1987], Bollati Boringhieri, Torino 1992. Riprende e rielabora alcune tesi di Bauman un articolo di R. Ceserani, Intellettuali liquidi o in liquidazione?, in Postmodern “Impegno”. Ethics and Commitment in Contemporary Italian Culture, a cura di P. Antonello e F. Mussgnug, Lang, Berna 2009, pp. 33-47.

[3] A. Casadei, La letteratura dell’esperienza. Storie di ordinaria Gomorra, in Il romanzo della politica. La politica nel romanzo, a cura di R. Polese, Guanda, Parma 2008, pp. 17-25; e Id., «Gomorra» e il naturalismo 2.0, in «Nuovi Argomenti», 45, gennaio-marzo 2009.

[4] Cfr. Bauman, La decadenza degli intellettuali cit. E una volta sola è citato Zola in un libro superficiale ma fortunato come M. Walzer, L’intellettuale militante. Critica sociale e impegno politico nel Novecento [1988], Il Mulino, Bologna 1991.

[5] Insiste giustamente su questo aspetto Bauman, fin dall’Introduzione del suo libro già citato: La decadenza degli intellettuali cit., pp. 11 sgg.

[6] P. Bénichou, La consacrazione dello scrittore. L’avvento delle spirito laico nella Francia moderna (1750-1830) [1973], Il Mulino, Bologna 1993; dello stesso studioso, cfr. anche Il tempo dei profeti. Dottrine dell’età romantica [1977], Il Mulino, Bologna 1997.

[7] É. Zola, Œuvres complètes, vol. XIV, Tchou («Cercle du Livre Précieux»), Paris 1970, p. 664: dove si afferma che solo le lettere «regnano eternamente. Esse sono l’assoluto, mentre la politica è il relativo».

[8] P. Bourdieu, Le regole dell’arte. Genesi e struttura del campo letterario [1992 e 1998], Il Saggiatore, Milano 2005, pp. 194-197 (di qui anche le successive citazioni).

[9] Cfr. per esempio il libro, alquanto modesto, di T. Goruppi, Intellettuali e potere nella Francia dell’Ottocento, Champion, Paris 1999.

[10] Zola, Œuvres complètes, vol. XIV cit., pp. 782-784.

[11] Cfr. J. Benda, Il tradimento dei chierici [1927], a cura di S. Teroni, Einaudi, Torino 1976.

[12] Senza chiedere ricompensa al giornale: cosa tutt’altro che scontata per uno scrittore che vive della sua penna (e non disprezza il denaro). Per Zola, gli articoli a favore di Dreyfus sono «un dovere», che rifiuta di essere «ricompensato»: cfr. Pagès, Émile Zola. De «J’accuse» au Panthéon cit., p. 44. Senza moralismo, si vorrebbe questo esempio seguito.

[13] F. Brunetière, Après le procès, Perrin, 1898, p. 1. Il testo dell’opuscolo era già apparso sulla «Revue des deux mondes» del 15 marzo 1898, pp. 428-446, dove tuttavia mancava – forse in omaggio a una sede editoriale che si voleva seriosa – l’ironia greve del paragone.

[14] In un articolo del «Journal» del 20 dicembre 1898: cfr. M. Winock, Le Siècle des intellectuels [1997], nouvelle édition revue et augmentée, Seuil, Paris 1999, p. 58.

[15] Su questa frattura, cfr. le lucide considerazioni di Michel Winock, ibid., pp. 41-77.

[16] Cfr. Benda, Il tradimento dei chierici cit., p. 100.

[17] Bourdieu, Le regole dell’arte cit., p. 197.

[18] Basti citare il giudizio di Antonio Gramsci: «il Benda, come il Croce, esamina la quistione degli intellettuali astraendo dalla situazione di classe degli intellettuali stessi e dalla loro funzione» (A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, vol. I, Einaudi, Torino 1975, p. 285). Per una rivisitazione e valorizzazione “da sinistra” delle posizioni di Benda, Croce, Rolland, ecc., cfr. invece A. d’Orsi, Gli intellettuali e l’etica della responsabilità, in Id., Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001, pp. 3-36.

4 commenti

  1. io dico, molto banalmente, che gli scrittori italiani dovrebbero proporsi in massa alle prossime elezioni….

  2. Già… Come fece il grande Antonio Pennacchi, che presentatosi alle scorse amministrative nella sua città, sostenuto dal FLI di Gianfranco Fini, conquistò più dell’1% dei voti. Se finalmente si facesse la lista degli scrittori, si potrebbe conquistare anche il 2%. Allora sì che le cose in Italia cambierebbero.

  3. il problema è che i poveri scrittoi italiani realisti non so se una volta (e)letti reggerebbero l’antipolitica perché se soffrono così pericolosamente una recensione cattivella, una critica da blog, figurarsi se qualcuno gli scatena una macchina del fango qualunqu(ista)e addosso… reggerebbero? questi non reggono una critica su NI o LPLC… poi sono troppo narcisisti per fare politica, tutt’al più si potrebbero candidare con le liste di grillo oppure andare a candidarsi col partito di mondadori per cui già adesso lavorano… pò esse n’idea…

  4. Se non ti offendi che non mi offendo: ci hai beccato.

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