a cura di Massimo Gezzi

[La seconda uscita della rubrica dedicata ai poeti nati negli anni Ottanta presenta cinque poesie di Maria Borio (Perugia 1985). Alcuni suoi testi sono apparsi sull’«Almanacco dello Specchio» e appariranno, a settembre, sulla rivista «Poesia» di Crocetti].

Quale dizione trattengono
le cose, quale semplice
pretesa? Il bisogno
di uscita, l’intercapedine
che non ci isola.
La mia protezione è lontana
e solo umana, come il corpo
di una mente o una voce.
E lo spazio dove tutti valgono
il peso del giorno e nemmeno
si inanella di occhi. Di scatto
alcuni riconoscono che
è possibile anche il vuoto,
altri si riprendono
dopo averlo colmato.
Ma il tuo nome è arrivato
sopra a un nulla, ha lasciato
con la luce la via.
Poi lo spazio si è preso
tutte le cose come mie e tue,
come le stringevi, allora,
in un balzo, nell’aria.

*

Soppesi la mia vocazione,
non esagero,
poi parli dei passi più veri,
non ci credo.

Così vale adesso la conta
di gradi e virtù,
come mi hai chiesto
e ancora chiedi
chi siamo,

cose di vento,
cose che chiamano.

*
Avvicinati in questa notte appena fatta,
lascia che l’amico mi dica
di abbassare la testa.
Era un ricordo soltanto
di una passeggiata nel caldo
– tu sei qui nell’averno del telefono.

Come un animale impaurito
sei entrato, mi hai abbracciata.
Ma adesso ascolto solo la notte
sradicata, mentre le parole
hanno forme che crescono
nel cielo trasparenti e alte.

*

Una volta ero stata per morire
sulla sponda di questo piccolo lago.
Ora qualche animale fa l’acrobata,
l’acqua si apre, le piante riflesse
scaricano il peso, volontà invisibili
si allungano.

Nascosto c’è un passaggio di cemento,
una rete di ferro, le sfingi tra i rovi
– più in là la pesca, i girasoli
e il mio passo senza risposta
che affranca.

*

Per la felicità
questi tocchi riesumati
potevano bastare.
Finché non ti sei voltato
e la tua voce ha battuto
con le nocche sopra al tavolo.
Allora quel vecchio
timore di riferire la vita
e trasportare la cronaca.
Così ho capito anche quello
che non c’è, un dovere
in chi inizia a osservarmi.
Non basta mai la gioia
al colmo di questi abbracci
–     e il vento, le auto
prima del silenzio…
Dici di essere più felice,
hai tolto la suoneria.
Ma niente è notte.
E guasti la trama
solo per tesserla ancora
insistendo.

23 thoughts on “Nuovi poeti /2: cinque poesie di Maria Borio

  1. Poesie modulate su motivi profondi, esistenziali. Ricorrono emozioni forti, mai violentemente espresse, ma narrate con garbo, anche se non prive di forza.

  2. Un equilibrio (leopardianamente) perfetto tra forma e sentimento, dove la trasparenza del dire lascia vedere le cose in tutta la loro profondità.

  3. sarei curioso di sapere dall’autrice se ha letto moresco, se l’ha tenuto presente nella sua scrittura. perché qui si sente piuttosto forte nelle visioni “concrete”, le aperture visive e i piccoli gesti apparentemente scollegati che sanciscono stati.
    a parte questo, non mi piacciono granché.

  4. Invece a me queste poesie piacciono molto, anche se non saprei inserirle in una corrente letteraria definita. Complimenti.

  5. E complimenti anche per questa iniziativa dei “Nuovi poeti”, che è molto utile e opportuna.

  6. Verissima l’interazione tra profondità e superficie, che provano a trasparire l’una nell’altra. Forse ci sono ‘stati’ apparentemente scollegati, solo apparentemente, ma non ci sono le visioni “concrete”, non c’è Moresco. Non c’è visione né virtualità né costruzione a posteriori rispetto all’emozione o intuizione di questi ‘stati’ del vissuto.L’esistenza è reale e scava, c’è il luogo comune e il suo rovescio. Cito Sereni perchè è uno dei miei preferiti, indipendentemente da quello che scrivo.

  7. sicuramente c’è tanto montale, a prima vista:

    Quale dizione trattengono
    le cose, quale semplice
    pretesa? Il bisogno
    di uscita, l’intercapedine
    che non ci isola.
    ***

    Nascosto c’è un passaggio di cemento,
    una rete di ferro, le sfingi tra i rovi
    – più in là la pesca, i girasoli
    e il mio passo senza risposta
    che affranca.

  8. Si sente trasparire e lo vedo quel Sereni de “Gli strumenti umani”, si sente presagire quell’Appuntamento ad ora insolita – “che non c’è, un dovere/in chi inizia a osservarmi” – vi è il mistero di quei reconditi messaggi che scavano, hai detto bene, il solco del tempo facendosi passato; ma è un passato temporale che ha nulla a che fare con l’esistenza e non può fare a meno di essere “presente”. Non è oscillante, non è visionario, è semplicemente vissuto, reale, colmo della postura del corpo che sente. La mente ne è consapevole contemporaneamente, come qualcosa di trovato, alle volte saputo. Apprezzo molto, soprattutto la limpida stesura del verso e l’attesa – “e il vento, le auto/prima del silenzio…” -, la cui trama inconsistente trattiene le cose e “di scatto” riconoscere che è possibile anche il vuoto, lo stesso vuoto modella la vita.

  9. Alla fine un ricorso accorto assai all’enjambement (si scrive così? da vile meccanico non so mai se so’ verace…)…

  10. Un intenso equilibrio fra lirismo e riflessione filosofica, cifra stilistica pregevole di Maria Borio. Mi ha toccato molto l’ultima, delicatissima. C’è Montale, in queste poesie, è vero; ma anche una propria personalità, ben delineata.

  11. Mi piace Montale, il primo Montale. Mi fa riflettere anche sul linguaggio. Per me il linguaggio non è qualcosa su cui lavorare artificialmente nè sperimentare. Il linguaggio è tutt’uno con le cose e le esperienze, per questo è ‘semplice’ e le testimonia. Il testo, invece, è ‘complesso’ perchè dovrebbe rappresentare e interpretare. “Gli strumenti umani” sono un libro essenziale.

  12. Non so, Gli strumenti umani sono uno dei miei libri preferiti di sempre, eppure vedo molto poco di sereniano qui (o, almeno, del “mio” Sereni, letto e studiato: il Sereni dialogico, accelerato, ansioso e mai appacificato, il Sereni non troppo oscurato dall’unico accento sull’attenzione alle cose piuttosto che alla loro verifica-riverifica). Dico questo perché mi sembra che le poesie – scritte molto bene, su questo non c’è dubbio – “osino” poco. E’ un tratto che mi sembra di vedere in molta poesia di ascendenza lombarda: quieta riflessione, attenzione alle “cose” (ma non è che le “cose” sono innalzate, sono oggi quello che una volta era la Musa?), passo narrativo e intimo, lirismo non invasivo, ma anche una certa – voluta – piattezza di tono e nessun tremore sintattico, nessuna spezzatura, come se spezzare il discorso, sporcarlo a tratti, fosse peccato. Mi piacerebbe saperne il perché.

    Con questo non voglio togliere nulla al valore di queste poesie, senz’altro notevoli (anche considerando l’età e la qualità media in circolazione), ma inziare una riflessione più ampia.

  13. Il riferimento al lago presso il quale l’autrice dichiara di essere stata per morire sarà autobiografico?

  14. Non spezzo il discorso non perchè non voglio sporcarlo, ma perchè se c’è una linearità fa parte del mio sentire. Io sento questa linearità nella lingua e nel ritmo – forse -, ma non nel testo come insieme. E credo che la complessità di un testo non sia data solo dalle spezzature formali, ma anche dai piani conoscitivi che prova a inglobare. E’ paradossale che una persona, poco tempo fa, mi abbia detto che quello che scrivo è franto e slegato e che andrebbe ricondotto a un principio logico: più o meno il contrario di quello che ha scritto nel suo commento Davide, che ringrazio per lo spunto di discussione lanciato. Amo sia l’ontologia (lasciatemi passare il termine) sia la forma degli “Strumenti umani”, un libro lavorato per più di vent’anni. Forse su di me sta agendo di più la sua ontologia. Non so.

  15. Che bei testi – mi dissocio dalla definizione di “franto e slegato” di cui Maria Borio ci riferisce qui sopra, ma non credo neanche, come suggerisce Castiglione appena prima, che manchi “spezzatura”. Direi, piuttosto, che è la spezzatura (come enjambement, intendo) che costruisce testi che sembrano nati, ispirati, dalla ricca sorgente di una prosa dialogica, piena di ritmo e negoziazioni *dalla* vita. Manca forse “sprezzatura”, ma forse qui è la materia a non prestarsi, questo costante intessere e sfaldare dell’interlocuzione io/tu.
    Mi viene in mente il Sereni di “non altri con te è il colloquio”. E’ così interessante questa fascinazione per il suono, per il parlato, per la voce, ricorrente in ogni testo (“quale dizione”, “poi parli dei passi”, “nell’averno del telefono”, “mio passo senza risposta”, “la tua voce ha battuto”, “hai tolto la suoneria”). Sembra quasi rovesciare i componenti classici del duetto amoroso eterosessuale: è lui la pura voce di sirena, lui la penelope che tesse e sfascia. Eppure questa tensione fonocentrica non è distante (se crediamo a Derrida) da un logocentrismo tradizionalmente maschile, Ed è bello il modo in cui l’autrice qui ri-negozia il lavorio della mente opponendogli non il bios, ma la grana di una materialità forse più ‘vera’ benché sfuggente: quel chiamare, quel chiamar/si.

  16. Sono versi che suscitano emozioni, stimolano approfondimenti, aprono spazi vuoti che vengono riempiti dall’eco dell’anima. Grazie.

  17. Secondo me questi testi vanno bel oltre il ‘romanticismo’ e, più che rifarsi a una metafisica degli oggetti, ri-negoziano “il lavorio della mente opponendogli non il bios, ma la grana di una materialità forse più ‘vera’ benché sfuggente”, come scrive Renata Morresi.

  18. Forse dipende anche dalla selezione – non conosco altre poesie di Maria Borio -, ma ciò che mi ha colpito ad una prima lettura, rapida, di ricognizione (dunque l’osservazione ha davvero solo il valore di un’impressione ed è revocabile in dubbio da lettori più attenti e fedeli di me o dall’autrice stessa), è una forte coerenza intertestuale (coerenza di ispirazione? fedeltà a temi esistenziali sentiti e cogenti?), un’identità – con modulazioni – di idee, immagini, stati emotivi e di coscienza.

    Voci flebilissime delle cose (flebilissime, ma che sembrano segnali di un senso o della sua assenza):
    “Ma il tuo nome è arrivato/ sopra a un nulla, ha lasciato / con la luce la via.”
    “Quale dizione trattengono / le cose, quale semplice /pretesa?”
    “cose di vento, / cose che chiamano”
    “e il mio passo senza risposta”
    “e il vento, le auto / prima del silenzio”

    Alcune immagini, apparentemente irrelate, ma che, come ha visto Marchese, si tengono bene se si invoca la presenza di Montale (e che in Montale, proprio nel primo Montale, sono cifre ricorrenti di una precisa condizione esistenziale: forse hanno lo stesso valore, conscio o meno, in queste poesie):
    “Il bisogno / di uscita, l’intercapedine / che non ci isola” (che mi pare abbia lo stesso andamento ritmico rotto e il forte enjembement di “Cerca una maglia rotta nella rete / che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!”)
    “E guasti la trama / solo per tesserla ancora / insistendo”

    L’allocuzione a un tu maschile che sembra imporre la sua presenza in modo rassicurante e concreto, ma forse anche in qualche modo brutale (forse brutale è troppo, ma ora non mi sovviene un aggettivo meno netto): significativa, questa presenza, tanto più se si considera la (minima) rassicurazione trovata in una certa quale dolce impalpabilità del mondo (vedi il primo gruppo di versi citati).

    “Poi lo spazio si è preso / tutte le cose come mie e tue, / come le stringevi, allora, / in un balzo, nell’aria”
    “tu sei qui nell’averno del telefono”
    “Finché non ti sei voltato / e la tua voce ha battuto / con le nocche sopra al tavolo”

  19. Una fedeltà a temi esistenziali sentiti e cogenti: sì, direi di sì, questo dà unità…

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