Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Polemiche letterarie: il ritorno alla realtà

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di Gilda Policastro

[Pubblichiamo un estratto del libro di Gilda Policastro, Polemiche letterarie. Dai Novissimi ai lit-blog, da poco uscito per Carocci. Per favorire la lettura a video, sono state ridotte al minimo le note, limitandone la presenza ai soli rimandi diretti, ed è stato operato qualche sporadico taglio a testo. Il libro verrà presentato stasera a Milano, presso la Libreria Popolare di via Tadino alle ore 21. Il 6 luglio sarà invece presentato a Roma, presso Fandango Incontro, in via dei Prefetti, alle ore 18.30].

La profezia di Luperini sul mutamento di scenario in atto, verificato a quell’altezza soprattutto rispetto a una generazione di poeti civilmente impegnati (o quanto meno non cinicamente disinteressati al presente, alla stregua, sempre a giudizio di Luperini, della gran parte dei narratori coevi), avrebbe trovato di lì a poco una eclatante (e forse imprevista) conferma innanzitutto a partire dallo scenario politico internazionale, segnato dai tragici eventi legati al terrorismo, col culmine dell’attentato al World Trade Center dell’11 settembre 2001. Se fino a quel momento le resistenze degli scettici non avevano impedito loro il dialogo con i più accaniti sostenitori del postmoderno, garantendo che se ne arrivasse, anzi, proprio attraverso la discussione critica alla ridefinizione dei contorni e della sua fisionomia come categoria o paradigma storico – dalla periodizzazione ai connotati ideologici –, a partire da quell’evento così tragicamente rappresentativo del “ritorno” della storia sullo scenario politico, ai primi è finita col parere sempre più incerta e malfondata l’ideologia postmodernista dei secondi, e indifferibile una presa d’atto del suo definitivo scacco. Anzi: Luperini pone in collegamento simbolico la fine della postmodernità col crollo delle Twin Towers, evento reale e al tempo stesso emblematico tanto della persistenza di quei conflitti che il postmoderno aveva trionfalmente dichiarato risolti con la fine delle ideologie, quanto del fallimento di quel progetto di “uomo nuovo” ottimisticamente preconizzato dagli irriducibili.

Un movimento di pensiero riconducibile geneticamente agli scritti di Jacques Lacan sul rapporto fra il reale, il simbolico e l’immaginario, affermatosi via via tra i critici e gli scrittori italiani, continua però a marcare la propria distanza e diffidenza rispetto a una realtà concepita come mera datità  e che viene, viceversa, entro l’ordine simbolico del grande Altro lacaniano, guardata come inattingibile. Ne risulta l’idea gemella dell’impossibilità dell’esperienza, specie nella sua declinazione traumatica (idea che si può peraltro far risalire a Walter Benjamin, e che in Italia viene ripresa e divulgata in anni recenti soprattutto da Antonio Scurati, nel pamphlet intitolato La letteratura dell’inesperienza e dal Daniele Giglioli di Senza trauma […]). Si viene rimarcando, così, l’impossibilità per l’uomo della seconda metà del XX secolo di sperimentare un qualsivoglia trauma storico assimilabile a quelli vissuti dalle generazioni precedenti (dalle calamità naturali ai conflitti armati, fino alle tragedie singole), senza il filtro frapposto dalla mediazione televisiva, con la conseguente assuefazione e apatia che ne deriverebbero, anche rispetto ad eventi indubitabilmente catastrofici e drammatici. Per il Luperini de La fine del postmoderno lo scenario mondiale attuale, con le guerre, il terrorismo, i fenomeni di emigrazione di massa, l’estensione delle zone di povertà nel mondo, la minaccia della sete e della fame per un numero crescente di popoli, avrebbe viceversa riportato alla ribalta un concetto di realtà verificabile al di fuori della percezione soggettiva del singolo, marcando un superamento di fatto dell’orizzonte cinico e anestetizzante del pensiero postmoderno. Soprattutto, a ripresentarsi con dirompente forza di necessità sarebbe stato, coi tragici attentati newyorkesi, proprio «quel principio di contraddizione che il postmoderno aveva decretato morto e seppellito»[1], tanto nella concreta esperienza storica che nella sua traduzione più o meno mediata nelle forme artistiche. Dopo l’11 settembre, cioè, la storia  avrebbe cessato di offrirsi agli scrittori come sfondo erudito di un colto gioco letterario e sarebbe tornata a farsi campo d’osservazione preminente su tutti gli altri, con effetti nelle coscienze individuali e nella riflessione collettiva, donde l’avvertita necessità di un “ritorno alla realtà” nella narrativa come nelle arti figurative (il cinema, anzitutto).

Del resto già alcuni tra i più importanti romanzi scritti a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio, da Pastorale americana di Philip Roth, del 1997, a Le correzioni di Jonathan Franzen, del 2001, di fatto avevano evidenziato un deciso cambiamento di rotta, staccandosi dall’indirizzo dell’autoreferenzialità letteraria dominante negli autori postmoderni, e ricominciando a interrogarsi sui fenomeni della realtà nelle sue varie declinazioni (politica, culturale, sociale e familiare: e tanto in Roth che in Franzen i vari piani si mescolano e si giustappongono). Il recupero di modalità narrative tradizionali, sia pur adoperate con la nuova consapevolezza dei dispositivi della cosiddetta “finzionalità” letteraria, si era venuto così progressivamente collocando entro un orizzonte conoscitivo totalmente distante dall’ottica gioiosamente livellante del postmodernismo. Ne era derivata innanzitutto una riqualifica della letteratura se non come modalità di intervento nella realtà, perlomeno come suo mezzo privilegiato di conoscenza; inoltre una rinnovata fiducia in un mondo esterno alla parola, dunque in un significato più “vivo” e profondo dell’esperienza da ricercare al di là delle trame fingibili e degli infiniti giochi perpetuabili sulla pagina scritta.

Va allo stesso tempo notato come, fuori dagli Stati Uniti (ma anche, paradossalmente, entro gli stessi confini americani), gli echi immediati e a lungo termine dell’11 settembre si siano poi prodotti soprattutto a livello mediatico, nella forma della spettacolarizzazione sin in tempo reale dell’evento inaugurale del nuovo millennio e della riproduzione martellante delle sue immagini-choc (ad esempio quella di falling man: l’uomo lanciatosi in volo dalle Twin Towers, la cui drammatica “catalevitazione” rimane uno dei simboli visivamente più toccanti di quel tragico evento[2]).

All’interno del nostro panorama letterario si registra un progressivo affievolirsi del  fenomeno che negli anni Novanta una fortunata definizione giornalistica aveva battezzato la “narrativa dei cannibali”, esito delle esperienze di scrittori in realtà molto diversi tra loro, che avevano,  però, condiviso la bandiera del disimpegno, dando corso a una narrazione fondata sul ripiegamento individuale e narcisistico.  All’interno del gruppo si erano poi di fatto segnalate individualità di rilievo, alcune delle quali tuttora felicemente attive, come Silvia Ballestra, Niccolò Ammaniti, Tiziano Scarpa e, soprattutto, Aldo Nove.  Si trattava di autori attenti alle nuove realtà dei consumi e al conseguente disgregarsi del sistema valoriale tradizionale, con un interesse particolare per la reinvenzione delle forme e dei linguaggi o per l’applicazione letteraria delle tecniche di rappresentazione derivate dai media. In ragione della presenza di temi e stili concomitanti, specie imitati da certo immaginario  cinematografico cosiddetto pulp, Renato Barilli coniò la definizione di «terza ondata», collocando tali autori entro una linea letteraria di sperimentalismo radicale, prodottasi in continuità con le avanguardie storiche e con quelle più recenti […]. [3].

Al ritorno dei temi della “realtà” nelle sue rappresentazioni artistiche all’indomani dell’11 settembre, una delle storiche riviste militanti italiane, «Allegoria», ha dedicato un’approfondita inchiesta sfociata poi, alla fine del 2008, in un dibattito fervidissimo sulla stampa periodica e nella rete[4]. Gli scrittori e i registi maggiormente rappresentativi della generazione dei trentacinque-quarantacinquenni (i più direttamente implicati nella dialettica postmoderno/suo superamento, in quanto anagraficamente formati entro quell’orizzonte), sono stati invitati a interrogarsi sul fenomeno, con reazioni molto diverse. Se per ciò che riguarda il cinema il cosiddetto “ritorno alla realtà” ne risultava un fenomeno più marcato, grazie alla lezione dei grandi maestri del Neorealismo ancora molto presente alle giovani generazioni dei cineasti, l’ottica della narrativa appariva invece maggiormente contraddistinta dal marchio del disimpegno e della libera creatività, e i singoli interpellati più devoti dei registi a un orizzonte ludico e colto, in cui peraltro venivano acquistano rilievo nuove categorie in passato ignote, marginali o misconosciute, come la virtualità, la reversibilità, la fiction. Da un lato, l’irrompere nel panorama italiano di un libro-choc come Gomorra di Roberto Saviano (2006), col nutrito filone della docu-fiction che ne è derivato, ha offerto un indubitabile puntello (o costituito una conferma) alla tesi lanciata da Luperini e riproposta dall’inchiesta di «Allegoria»; d’altro canto si continua però in altri e forse maggioritari casi a percorrere forme di narrazione più vicine al postmoderno che al nuovo realismo […], insistendo nell’adozione di un’ottica tutta interna al letterario, nell’utilizzo di un linguaggio ipercolto e nell’assunzione di una postura ostentatamente disimpegnata.

[…] Con l’attardata sopravvivenza di forme di postmodernismo in Italia, e col faticoso ridefinirsi di una idea di realismo più rispondente ai tempi (così come tentato, ad esempio, dal saggio di Federico Bertoni su Realismo e letteratura, 2007)[5], interagiscono dialetticamente gli autori più interessanti dell’ultima generazione: Vitaliano Trevisan nei Quindicimila passi (2002), Laura Pugno con Sirene (2007), il Tommaso Pincio di Cinacittà (2008). Si tratta di tre autori molto diversi per formazione e tipologia di scrittura, accomunati però da un’analoga capacità di restituire il disagio individuale e sociale della post o tarda modernità in forme allegoriche lontane dall’immediatezza televisiva dominante nei loro coetanei, con effetti di realtà perseguiti in senso angoscioso e straniante. Ciò è particolarmente evidente nella figura allegorica della “sirena”, che Pugno utilizza come emblema di una condizione solo all’apparenza avveniristica, in realtà trasfigurando il disagio contemporaneo nei confronti di un mondo dominato da relazioni conflittuali e da scenari ambientali allarmanti; così come l’asfittica Roma-Chinatown di Pincio, sintomo e prefigurazione della realtà globalizzata, sempre più vicina al disastro […]. Un discorso a sé merita la poesia […], un campo aperto in cui, a partire dalla grossa frattura novecentista, sembrerebbe del tutto esaurita la possibilità di individuare scuole e movimenti (se si esclude l’esperienza, programmaticamente “laterale”, del Gruppo 93), e le scelte singole sembrano troppo varie e frammentarie per ridursi a un discorso sulle tendenze e le forme prevalenti. Al proliferare di poeti e pubblicazioni non risponde quasi mai un parallelo impegno della critica nel riconoscimento alla parola poetica di un valore meno effimero del plauso giornalistico, impegno marginalmente tentato solo da quelle residuali esperienze – peraltro molto controverse– di canonizzazione antologica, perseguite attraverso una mappatura a tappeto del territorio poetico.


[1]    R. Luperini, La fine del postmoderno, Guida, Napoli 2005, p. 8.

[2] The Falling Man è il titolo di un romanzo di Don DeLillo (2007), che dal tragico evento prende spunto (in ed. it. L’uomo che cade, trad. di M. Colombo, Einaudi, Torino 2008).

[3]   Cfr. R. Barilli, È arrivata la terza ondata. Dalla neo alla neo-neoavanguardia, Testo e immagine, 2000. […] Si veda anche T. Ottonieri, La plastica della lingua. Stili in fuga lungo un’età postrema, Bollati Boringhieri, Torino 2000, che dedica particolare attenzione all’ “ideologia della merce” come fondativa di un nuovo immaginario, in cui il dilagare della “plastica”, pur minacciando la sopravvivenza stessa della “lingua”, non vale ad azzerare l’utopia della restituzione, per suo tramite, se non della “realtà” intesa in senso naturalistico, perlomeno della tensione immaginifica verso di essa.

[4] Ritorno alla realtà? Narrativa e cinema alla fine del postmoderno, a c. di Raffaele Donnarumma, Gilda Policastro, Giovanna Taviani, cfr. «Allegoria», 57, gennaio-giugno 2008, pp. 7-93.

[5] Federico Bertoni, Realismo e letteratura. Una storia possibile, Einaudi, Torino 2007.

 

[Immagine: Lee Yongbaek, Padiglione coreano, Biennale di Venezia, 2011 (gm)].

4 commenti

  1. Non conosco il libro di Policastro, che leggerò con piacere, così come con piacere ho letto e riletto il numero di “Allegoria” in questione, che secondo me rimane a tutt’oggi un’incrocio di analisi controverso, ma non superato.
    Prima di tutto, però: il postmodernismo non è finito con l’undici settembre, altrimenti non si può andare che nella direzione di Benjamin, o di Giglioli, che, come si nota giustamente, è un orientamento che, pur se vicino al cuore della questione, ha dei limiti di applicazione; si può essere ancora oggi postmoderni e impegnati, postmoderni e civili, postmoderni e barbari, fintantoché il postmodernismo è un magma che assorbe le altre etichette.
    Lo snodo, comunque, è quello indicato, molto interessante…

  2. Per capire il primo paragrafo manca un pezzo. Cioè, non si capisce quale sia «la profezia di Luperini» e dove l’abbia pronunciata; parrebbe pronunciata prima del 2001 («avrebbe trovato da lì a poco una eclatante conferma [etc.]»), ma il libro di Luperini citato è del 2005. Questa mancanza – se di questo si tratta – non permette di cogliere appieno la datazione degli eventi. Datazione che è, per quanto simbolica, deficitaria. Intanto, la «storia» e il «conflitto» non irrompono «sullo scenario politico» l’11 settembre 2001; posto che né storia né conflitto cedono mai il passo, in molti hanno preso a riferimento, come data di rottura, il periodo1999-2001 (Seattle-Genova), dove il conflitto fatto ri-emergere è ben più significativo di quello del terrorismo islamista, altri ancora la Prima Guerra del Golfo (1990-91), e proprio per l’impatto e il ruolo avuto dalla televisione. Accettare la datazione dell’11 settembre, per altro, è mettersi nel solco di chi ha dichiarato che da quel giorno «niente sarà come prima»; anche l’uso di un certo «simbolo» non è neutro. Ma la datazione è deficitaria anche per un altro motivo. Ora, essendo il postmoderno una maschera ideologica d’una condizione materiale, ci sono stati alcuni (penso a Fortini, a Volponi e a Ciabatti) che lo hanno considerato concluso almeno un decennio prima; tracce indelebili di ciò si trovano proprio sulla rivista Allegoria, almeno tra numeri dal 5 (1990) al 17 (1994).

    La prima frase del secondo paragrafo è … è criptica, ecco. Qual è il «movimento di pensiero riconducibile geneticamente [geneticamente?!] agli scritti di Jaques Lacan»? Ho provato a capire, o a trovare tracce nelle riviste di questa discendenza genetica (?!), ma non sono riuscito a trovare nulla. Si sta parlando in codice? In ogni caso, non si comprende il legame di detta frase con il paragrafo che la precede. Chi concepisce la realtà «come mera datità»? Manca, inoltre, un legame logico tra questa frase e l’espressione «Ne risulta» che apre quella successiva. Perché considerare la realtà come un qualcosa di «inattingibile» deve necessariamente condurre alla «impossibilità dell’esperienza»? Non potrebbe condurre, ad esempio, all’impossibilità di uno sguardo totalizzante o alla necessità di uno sguardo che proceda per approssimazione? Anche qui, l’impressione è che la Policastro parli in codice.

    Sul terzo paragrafo che dire? Sembra di rileggere certe cose scritte da WM 1 nel libro (per altro controverso e irritante) sul New Italian Epic.

    La definizione «terza ondata» mi risulta coniata non da Barilli (2000), bensì da Di Marco-Bettini (1993). I Cannibali escono nel 1996, mentre «il nuovo movimento della scrittura» che si auto-definisce Terza Ondata è, per l’appunto, del 1993. Barilli riprese, in un articolo sul Corriere, il termine, per altro riferendosi proprio al libro di Di Marco/Bettini; avrebbe poi continuato a usarlo anche in relazione ad altri autori. Ma forse la mia memoria inizia a mostrare segni di cedimento. Chiedo venia delle eventuali imprecisioni.

    Il concetto di «nuovo realismo» è quanto mai confuso, ma mi fermo qui.

  3. La definizione di “Terza Ondata” non è di Barilli, ma appunto proviene dall’omonimo libro di Filippo Bettini e Roberto Di Marco del 1993.
    L’antologia *Gioventù cannibale* è del 1996 e – nonostante l’iniziale avallo critico da parte della cosiddetta neo-neoavanguardia – fu una sostanziale operazione di marketing da cui gli stessi autori antologizzati (quasi tutti esordienti) avrebbero successivamente preso le distanze.

  4. L’argomentare di Policastro presenta alcuni spunti interessanti. Tuttavia gli autori che lei indica tra i migliori (tra centinaia o forse migliaia di contemporanei) non mi sembrano memorabili. Specie Laura Pugno con Sirene, che – al contrario – mi pare uno dei testi più insignificanti, oserei dire “inutili” degli ultimi anni. Si può discutere su Trevisan, si può tiepidamente accogliere Pincio. Ma Pugno mi pare del tutto priva di interesse. Cordiali saluti

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