cropped-tbmDonderoSamuelBeckettc.jpgdi Angelo Ferracuti

[Dal 29 luglio all’inizio di settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi nel 2012, quando i visitatori  del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso.  È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. Questo intervento è uscito l’8 luglio 2012].

Nel catalogo Dalla parte dell’uomo (Il Canneto editore), memoria e titolo della mostra di Mario Dondero da poco inaugurata a Genova a Palazzo Ducale, Letizia Lodi ricorda quello che questo straordinario narratore per immagini ha detto molte volte, cioè che a Cuba chi fa il suo lavoro viene definito “colui che scrive con la luce”. Niente di più vero per un fotografo che del racconto ininterrotto di istantanee ha fatto anche il romanzo vivente della sua vita artistica ed umana, e dove quello che lui chiama “l’arte dell’avvicinamento” è parte fondamentale della tramatura dell’opera. Una cosa che una volta mi raccontò in questo modo: “Se posso dire, anche io ho una tendenza alla lunga durata. Uso un termine di Braudel, longue durrée, che è la garanzia della serietà. E’ nello spazio lungo che si approfondiscono le situazioni, si capiscono tante cose.”

E, come ha affermato più di una volta, tanto per precisare la sua postura intellettuale e un sorta di pratica poetica (e natura profondamente politica): “a me le foto interessano come collante delle relazioni umane, o come testimonianza delle situazioni. Non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono.” Una condotta che ricorda un altro grande reporter a cui spesso viene accostato, Ryszard Kapuscinki, inventore dell’etnoreportage. Entrambi toccati dal “virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile”, come la definisce l’autore di Impero. Il suo bianco e nero, diversissimo da quello dei fotografi leziosi, dei perfezionisti della camera oscura, i fotoamatori da lui tanto poco amati, dove l’aspetto formale tende a prevalere, pare nascere da un conio con una velatura di classico, con un nero più gravido, più materico, inequivocabilmente realista, e ha davvero quella luce particolare dove il soggetto prevale sulla tecnica usata per riprodurne la sua immagine, emerge dal contesto il suo esserci antropologico e sempre gestuale, assolutamente simbolico.

Un’operazione estetica all’incontrario di un “antifotografo”, peraltro difficile e pericolosa perché il rischio tecnico è altissimo. Anche se il nostro, come ha detto il suo amico di avventure reportistiche Roberto Faidutti: “ha l’esposimetro in testa”. Ma la sua grandezza sta proprio qui, nell’aver scelto una strada più difficile e più solitaria, quella che contemporaneamente è fedele sia alla sua etica che all’estetica, ai convincimenti, principi, ideali, nutriti da un linguaggio capace di sviscerarli. Un altro aspetto che mi ha sempre colpito, e credo sia proprio la fattura che si riconosce a certi classici, è l’immutabilità nel tempo dello stile, l’assoluta refrattarietà alle mode, ai momenti, alle stagioni, l’assoluta assenza di ogni manierismo, a parte quello tutto verbale per il suo maestro Robert Capa e i fotografi dell’agenzia Magnum, e il motto di Benjamin “una foto vale più di mille parole”. Il bianco e nero di Dondero è sempre fedelmente lo stesso, attraversa il tempo senza farsi plagiare, la grana di quelle degli anni ’50 è la stessa delle immagini scattate adesso, così come le inquadrature, i tagli, le sequenze, e oggi come ieri al centro dell’obiettivo c’è sempre la persona, o al massimo un oggetto che ne racconta l’assenza, la sparizione, per dargli maggiore potenza di rivelazione. Comunque non c’è mai una neutralità nell’immagine costruita, l’intenzionalità è sempre forte, esibita, generosamente di parte.

Anche in questo è rigorosamente ideologico, nel senso di appartenere a una estetica propria, assolutamente anarchica e non catalogabile dentro un cliché, libera da ogni condizionamento di progetto o di destinazione. Questo meraviglioso nomade curioso degli altri ha attraversato il mondo scegliendo di stare sempre dalla parte del giusto, dell’ultimo, del rivoltoso, del violentato dal potere, dalla parte del ribelle, del sognatore rivoluzionario, dell’intellettuale irrequieto, in un sorta di adesione come autobiografia estetica e morale. Tutto il contrario del fotografo borghese, mondano, auto-centrato e stucchevolmente carrierista. E per vedere tutto più ad altezza d’uomo e non perdere contatto con la realtà, tra l’atro essendo da sempre sprovvisto di patente di guida, questo viaggio continuo lo ha fatto con i mezzi di trasporto a volte più difficili ma penetranti al massimo, come per esempio i treni, le corriere sulle linee periferiche, i traghetti e le navi, i fuoristrada, oppure a piedi, camminando nelle città o nei paesi, raggiungendo i posti con mezzi di fortuna, cose che arricchiscono la missione. Mentre il suo punto di partenza, e sempre di ritorno, dove iniziano e finiscono tutte le sue avventure, è la cittadina marchigiana di Fermo, con un nome comicamente antitetico. Come ha scritto Massimo Raffaeli con la sua proverbiale intelligenza: “ogni foto, ai suoi occhi, o testimonia di un rapporto fra l’insieme degli individui e un determinato spazio-tempo, oppure la foto, per lui, letteralmente non esiste (in quanto già contraffatta, espropriata dal contesto, tradita nella sua essenza di documento umano).”

Per chi lo conosce da sempre questa mostra parzialmente antologica, allestita in uno spazio che ne esalta gli intrecci, i riverberi, gli accostamenti di senso, è un primo e riuscito tentativo di fare il punto sul lavoro di uno dei più grandi fotografi del Novecento, non solo italiano. Ma è anche una mostra volutamente “disorganizzata”, anche questo spia del suo fare, e cioè tiene fermi alcuni nuclei fondamentali, alcune immagini cruciali, aprendo ogni volta a inaspettati recuperi nei suoi archivi misteriosi da dove possono resuscitare improvvisamente quegli “scampoli” (così li chiama) che aggiungono nuovi tasselli a un mosaico già di per sé eccentrico, il centro senza centro di un fare inarrestabile che lo ha visto sempre protagonista laddove le cose accadevano, ed erano tutte memorabili, e bisognava esserci. I suoi solchi, i suoi mondi, sono stati dagli anni ’50 ad oggi quasi sempre gli stessi: i grandi avvenimenti della Storia (l’attività politica, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam e quelle del maggio francese, il regime dei Colonnelli in Grecia, le guerre, i viaggi in Africa, il mondo del lavoro), gli intellettuali e gli artisti, della canzone, del cinema ma soprattutto gli scrittori più legati alla commedia umana esplorata nelle forme anche più d’avanguardia (ritratti di Pasolini, Primo Levi, Giorgio Caproni, naturalmente Edoardo Sanguineti, Beckett, Günter Grass, e in questa mostra si aggiunge un Gadda pensoso alla scrivania nella sua casa romana, una foto del 1962); e poi le storie di un quotidiano che non è mai cronaca, ma che è sempre narrazione più alta, più colta, mossa dalla complessità, che spesso diventa epica.

[Questo articolo è apparso su «il manifesto»].

[Immagine: Samuel Beckett fotografato da Mario Dondero (anni Cinquanta) (mg)].

1 thought on “Mario Dondero: fotografia dalla parte dell’uomo

  1. “Primo Levi era una persona di tale intensità, di tale antica dignità: l’ultimo dei giusti” (Mario Dondero, in “donderoad”p. 76)

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