Le parole e le cose

Letteratura e realtà

I destini generali

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di Guido Mazzoni

Accade qui, fra persone sconosciute, in una casa dove è entrato ignorando i recinti invisibili che di solito separano gli spazi abitati dagli altri. Ma in realtà accade ovunque e si propaga nei messaggi, nei telefoni, negli schermi che intravede dentro le finestre illuminate oltre le tende. Gli strati psichici di un pomeriggio ordinario si spostano per lasciare spazio alla scena che, fra animali di peluche e le foto di una vita non sua, immette nella stanza uno stato d’eccezione. Può essere un estraneo o se stesso: questa storia lo trascende.

Nella ripresa dall’elicottero vibra una città più vera di quella dove vive. La popolano creature mentali più interessanti, più familiari degli esseri opachi con cui ogni giorno condivide le stanze e i treni. Anche quello che accade è inscritto nelle regioni profonde di una storia impersonale. Nei prossimi giorni ricorderà le scene dei film dove ha già visto quello che sta per vedere. Intanto addomestica l’anomalia di uno spazio alieno, parla con questi sconosciuti, cerca riparo in una prima persona plurale. Oltre i pupazzi e la finestra, con l’irrealtà dei ricordi nei sogni, si allarga il Boulevard Périphérique, il centro di Pisa o un campo coltivato.

Ma quando l’aereo entra nella parete e il suo scheletro attraversa l’edificio galleggiando per un attimo prima che il cherosene si incendi e lo distrugga per la terza, per la quarta volta nel replay che scandisce il pomeriggio dell’Europa occidentale, quando la fusoliera si dissolve e l’esplosione occupa il suo inconscio, che cosa sta vedendo? E’ un evento, ha la forza preistorica delle cose nuove, divide questo tempo. Troppo grande perché il suo io rimanga intatto, lo percorre e lo segmenta. Le parti di lui che non hanno il diritto di accedere alle parole guardano uno spettacolo che le mitologie della sua epoca aspettano da anni, regredendo in una curiosità che è molto più antica, molto più tangibile dell’orrore che in astratto dovrebbe provare per questi sconosciuti che muoiono in mondovisione. Ci vorranno giorni o anni perché li veda davvero. Gli verranno incontro all’improvviso, nei dormiveglia dei voli intercontinentali; li immaginerà mentre guardano la plastica dei sedili dirottati o mentre si sporgono oltre il fumo e le finestre, fissando un oggetto ordinario prima di lasciarsi cadere. Ma ancora non esistono e al posto loro, nei territori arcaici della mente, ci sono paure infantili o scarichi emotivi, il fascino del nuovo o pure proiezioni.

Più tardi, quando la prima torre cede e ogni cosa diventa indecifrabile, scambia delle banalità con le persone che ha accanto per assorbire, per normalizzare un giorno simile. Le parole che ha ereditato non aderiscono più a ciò che vede. Ha odiato la forma di vita che questa nazione ha imposto al mondo nella seconda metà del XX secolo, sconfiggendo l’idea che un mondo meno ingiusto fosse possibile e facendo di lui un piccolo borghese che persegue i propri scopi in uno spazio privato e riparato, una persona che si nutre, si veste, si riscalda sfruttando il lavoro di altre persone che non si vedono o che non si vogliono vedere; può scrivere le parole che leggete solo grazie alla forma di vita che questa nazione ha imposto al mondo, sconfiggendo i regimi carcerari nati per costruire un mondo meno ingiusto e facendo di lui un piccolo borghese. Percepisce la grandezza e la follia della mente teologica che ha progettato un giorno simile; può capire il risentimento di questi esseri psicotici che hanno vissuto per anni preparando l’attimo in cui si sarebbero dilaniati da soli, l’idea della propria morte diffusa nei dettagli delle stanze straniere dove hanno trascorso, alla fine, più di un quarto della propria vita. Ma ai suoi occhi sono soltanto degli alieni, dei selvaggi murati in un mondo mentale primitivo e feroce. Queste torri e questi aerei contengono anche lui. Lo sa ogni volta che scruta le persone in coda davanti all’imbarco del suo volo.

Seduto su un divano, fra i detriti di un pomeriggio ordinario, ha visto la storia universale venirgli incontro sotto forma di spettacolo. E’ l’orografia della sua vita: può osservarla, non può prendervi parte. Il pomeriggio si scompone; nei cellulari rinascono i dialoghi privati; le persone che lo circondano tornano a essere di nuovo degli estranei. Fra poco uscirà, sarà un passante, osserverà dettagli minimi, gli oggetti nelle strade, gli stratocumuli, sopra le case, tracciare segni senza significato. Ciò che siete non è reale. Ciò che siete vi oltrepassa a ogni istante.

12 commenti

  1. Il verbo trascendere, nella sua forma transitiva, è abbastanza raro sentirlo in uso, così almeno mi sembra, forse mi sbaglio; eppure non tanti anni addietro, di questo sono sicuro invece, sto dicendo soprattutto degli anni settanta, tantissime volte, a proposito di un libro o di un film ma anche relativamente a qualcosa della vita di ogni giorno, a una domanda del tipo “com’è?”, “com’è stato?”, “com’è andata?” ho sentito rispondere, con un che di delusione: “niente di trascendentale”, “nulla di trascendentale” … (“A mondi separati, parole separate”, forse direbbe Walter Siti) … Di sicuro trascendere, nella sua forma transitiva, è un verbo non poco cruciale; e in questo suo contenuto non poco cruciale appare qui, ne “I destini generali”, lo stesso “trascendere” era un verbo per niente secondario anche ne “I mondi”, ed ora torna qui, in coda al primo paragrafo, ma anche in chiusura, dove, però, “trascendere” diviene “oltrepassare”, con l’indeclinabile vuoto – spaziatura che si forma “a ogni istante” quando “ciò che è” (“Ciò che siete”) (quasi fosse “stato d’eccezione” sempre) appare circostanziarsi, ma subito, subito, ci scavalca: “Fra poco uscirà, sarà un passante, osserverà dettagli minimi, gli oggetti nelle strade, gli stratocumuli, sopra le case, tracciare segni senza significato. Ciò che siete non è reale. Ciò che siete vi oltrepassa a ogni istante.”
    Un saluto, in questa domenica 11 settembre, dieci anni dopo

  2. Questa eccezionale pagina di letteratura ci dice ancora una volta l’anomalia e la frammentarietà di una esperienza che si vuole come universalmente riconosciuta, ma che in realtà è declinata secondo codici linguistici strettamente privati. Una sfera privata che costruisce una grammatica dell’esistente su oggetti caricati di significato personale: le foto di una vita, gli animali di peluche. Oggetti insignificanti e però fondamentali all’affermazione di una individualità che sin dal primo paragrafo si professa anonima. Perché questo ci dicono I destini generali: ogni singolo individuo è attraversato da forze storiche che sfuggono al controllo, e quindi lo ‘trascendono; non c’è destino che sia dato, se non su un piano meramente temporale e geografico. L’esperienza individuale non conta nulla; essa è anonima come anonimo è il soggetto che è ‘uno’, ma che può essere, e anzi è, un ‘noi’, come dimostra con finezza lo spiazzamento finale dovuto all’improvviso cambio di pronome.

  3. Amir passava dall’inglese all’arabo, per citare. “Mai distruggemmo una nazione il cui destino non fosse già segnato”. (Don DeLillo, L’uomo che cade, p. 177).

    ora che nuove stelle salgono/su cieli promessi anche a noi-// ora ci tocca ringraziare/ di non portare frutto, di non vedere ogni giorno/crescere i nostri errori negli occhi di un figlio/ se questa è la folla che porta le mie verità// la gente persa e derisa che ride e non osa (F. Fortini, Decennale (1955) in I destini generali)

  4. Convinto del valore di fare il “contrabbandiere” tra vari siti Web, mi permetto di inserire questo mio commento a un post sullo stesso tema di Mario Carbone apparso oggi sul sito di “alfabeta 2” ( http://www.alfabeta2.it/2011/09/11/uomo-che-cade-una-distruzione-dimmagini-di-distruzione/).
    Aggiungo che temo la tendenza estetizzante o psicologizzante con cui si tratta in giro il tema.
    Un caro saluto e un augurio di buon lavoro.
    E.A.

    Ennio Abate 11 settembre 2011 alle 21:17

    Non vorrei scandalizzare gli “alfabetizzandi 2” riesumando cattive parole come storia, politica, totalità o altri rottami di nonni novecenteschi. Ma il rispettabile e raffinato lavorio critico-estetico di Mario Carbone sull’«uomo che cade» m’induce ad alcune obiezioni e osservazioni:

    1. «E’ ovvio che, non fosse stato per le sue immagini, quello dell’11 settembre 2001 sarebbe stato, né più né meno, un altro evento”».

    Sì, ma cosa cambia? Le immagini avranno sostituito il “reale” per la gente espropriata dell’esperienza e costretta a “informarsi” solo alla TV, ma non per quelli che gestiscono il potere (anche mediante le immagini, ma non solo con quelle). Proviamo a pensare che nessuno avesse scattato foto in quel fatidico 11 settembre. La domanda che ancora conta è se l’evento o l’«altro evento» si sia verificato o no. Potremmo anche pensare (in teoria, per assurdo) che gli Usa siano ancora tanto potenti da poter reagire allo stesso modo, cioè facendo guerre qua e là ( dove loro serve), sia che quell’evento ci sia stato sia che non ci sia stato o ci sia stato in modi diversi da come noi l’abbiamo appreso. Non approfondisco. Voglio solo dire che, se un evento c’è stato, a me pare limitato trattare delle sue rappresentazioni (delle immagini circolate) senza fondarsi su una valutazione del perché e del come quell’evento sia accaduto. Non credo, cioè, che «la portata politica» del nostro rapporto col mondo sia solo (o prevalentemente ) «estetico-sensibile».

    2. «il sistema mediatico si è applicato ad an-estetizzare il trauma planetario dell’11 settembre 2001».

    Davvero? Nel riproporci alla TV sempre e soltanto la «ripetizione ossessiva della medesima sequenza», quella «che mostra il secondo aereo entrare nello schermo da sinistra e schiantarsi contro la Torre sud facendone fuoriuscire una spettacolare palla di fuoco», più che «an-estetizzare il trauma planetario dell’11 settembre 2001», mi pare che i gestori dei mass media statunitensi e occidentali abbiano voluto soprattutto enfatizzare al massimo il fatto di essere stati vittime di un’aggressione inspiegabile e ingiusta. Mostrare poi sistematicamente (efficacia del rito…) l’attimo in cui il Nemico colpisce il grattacielo e rimuovere l’immagine delle vittime civili che precipitano, mi pare una scelta ben calcolata. L’immagine ripetuta dice: vedete che cosa terribile ci hanno fatto i terroristi. Le immagini dei cosiddetti “jumpers” direbbero invece: anche noi (americani) siamo mortali e non invincibili. La differenza è rilevante.

    3. Non credo, dunque, corretto parlare di un’astratta e generica «distruzione d’immagini di distruzione», di una semplice e generalizzata iconoclastia. Semmai siamo di fronte a una iconoclastia mirata: questa immagine, sì, va ripetuta ossessivamente, perché è funzionale alla nostra strategia di apparire vittime di un odio ingiustificato; queste no, perché mostrerebbero soprattutto la nostra vulnerabilità impotente.

    3. Nel testo si dice: queste immagini dei cosiddetti “jumpers” sono «una pietra d’inciampo» . Ma in che senso? Carbone rileva che la strategia della rimozione si è servita anche dell’ondata d’indignazione e protesta che già il 12 settembre 2001 colpì «il New York Times ed altre centinaia di quotidiani nel mondo per aver stampato, nelle loro edizioni di quel giorno, la foto di un uomo che precipita capovolto». Ma cosa non sopportavano gli americani e i loro alleati che parlarono subito di un «vergognoso sciacallaggio giornalistico»? Ritenere che «la foto sia stata bandita malgrado le sue qualità formali oppure proprio per queste» o trovare legittimo il dubbio «che rivela come la bellezza, anziché mitigare, possa acuire l’atrocità di un’immagine» mi paiono considerazioni, se non oziose, depistanti. È come combattere una rimozione altrui ma rimuovendo le proprie. Voglio dire, sempre in breve, che, per me, a diventare tabù è stato il SIGNIFICATO POLITICO di quelle immagini di cittadini americani che cadevano. Quelle immagini erano una metafora agghiacciante (soprattutto per gli americani e gli occidentali) della CADUTA POSSIBILE DEGLI USA.

    4. Altro che volontà di «proteggere la privacy delle vittime e delle loro famiglie». Questa sarà stato al massimo la preoccupazione rispettabile e comprensibile dei loro familiari. E giustamente Carbone fa notare che «la retorica della privacy è stata così messa al servizio della strategia della rimozione». Però dev’essere chiaro che si tratta di rimozione POLITICA, non estetica. La «speculazione sul dolore» è, purtroppo, concessa a chi ha più potere, non a giornalisti o artisti, specie se appena appena indipendenti. E poi insostenibili non sono quelle immagini in sé, ma appunto il significato allegorico che potevano o possono suggerire. Chi gestisce con accortezza e non neutralmente la macchina della propaganda deve eliminarle. La macchina deve creare degli «eroi» (dei “militi ignoti”). Non può dunque, farli vedere mentre cadono impotenti dall’alto di un grattacielo…

    4. Curiosamente mi è venuto in mente questo pensiero che vorrei valutare con altri: solo il cristianesimo-cattolicesimo è riuscito a imporre un’immagine di sofferenza e di impotenza come quella del Cristo crocifisso. Anzi l’ha resa persino funzionale al potere della Chiesa. Perché i gestori del potere negli Usa devono rimuovere certe immagini di sofferenza e impotenza e i gestori della Chiesa no? Ci sarebbe molto da approfondire …

  5. Bello. Molto bello. Ciò che siamo, è davvero così, ci oltrepassa ad ogni istante.

  6. Lucidissima ed equilibratissima: una delle riflessioni più interessanti attorno all’undici settembre, e insieme una prosa in punta di penna.

  7. “Sono i sopravvissuti che cercano di ‘dare significato alla sopravvivenza’, mentre coloro che sono venuti dopo e che vivono in condizioni apparentemente più sicure attribuiscono significato solo alla sopravvivenza stessa. L’aumento di interesse per l’olocausto coincide con la diminuzione della capacità di immaginare un ordine morale che lo trascenda, ordine morale che solo può dare significato alla terribile sofferenza che quell’immagine vuole commemorare. Quando Auschwitz è diventato un mito sociale, una metafora della vita moderna, la gente ha perso di vista l’unica lezione che quell’esperienza era in grado di offrire: che non c’è lezione” (Christopher Lasch, “Il discorso sulla morte di massa: ‘lezioni’ dell’olocausto”, in “L’io minimo”, Milano, Feltrinelli 2004, p. 89).

  8. Vero che è lucida questa pagina, e proprio mentre si consegna all’opacità. Una pagina sostenuta da questa ambiguità, mi pare. È la sua rassegnazione ad essere lucida. Qui la consapevolezza impietosa di essere assegnati a un dato slot dell’ordine egemonico, la “forma della vita” dominante. Qui l’analisi imperturbabile della partecipazione a una ideologia che tutti attraversa: non se ne è complici, ma trascinati via, travolti (ancora quel tra-) da forze superiori.
    Non già pieno senso di colpa, impossibile in uno stato di tale disappartenenza a sé (per non dire: impossibilmente sentimentale data l’anonimia della condizione). Sembra non esservi dolore (non espressione del dolore), bensì la logica illustrazione di una posizione nel mondo (la voce è su un’altra frequenza, più bassa, più laterale, come quella del sogno lucido, dell’anestesia peridurale). Che avvenga così sta nel suo ritmo suadente, refertuale ma temperato, attraversato da metri familiari e nascosti, bellissimo e controllato. È semplice (e spaventoso) e appassiona (e spaventa).

    Sto riflettendo su questo “spavento”. Perché io lo usi tra parentesi è presto detto: su di esso vince il piacere. Ma rimane un disagio, una sorta di resistenza. Dev’essere il mio residuo di no all’indifferenziazione (evocato anche dai commenti qui sopra: “l’esperienza individuale non conta nulla”). Dev’essere il lascito umanistico che ancora palpita (o rantola?!) in me. Ovvero che la singolarità di uno/a sia una differenza non da poco. Che sia proprio questa differenza a superarci, non solo il gioco delle “forze” e della “storia” da cui siamo affetti, ma la parte di sé che si può ancora gettare oltre ciò che è as/segnato. Sto pensando a una trascendenza per nulla spirituale, del tutto umana (penso, è un esempio, a Vittorio Arrigoni che va a Gaza: non è forse un modo molto reale il suo di andare oltre?)

    Chiedo venia per la digressione sulla ‘sensazione’ personale, ma questo testo inevitabilmente chiama a interrogarsi sulle altre possibili forme (plurale, appunto) della vita, sull’irruzione di orizzonti alternativi alla ‘realtà’ neutra, trasparente, insignificante, sospesa in cui noi (occidentali? globali?) siamo in vari modi mantenuti.

  9. In ritardo ti leggo, ma enormemente apprezzo. Franco

  10. Questo testo fa presa e lascia incantati per l’accumulo progressivo di visioni e stati di coscienza. E’ suggestivo il passaggio dall’incoscienza iniziale, alla conscienza pian piano acquisita a brandelli, fino alla regressione nell’incoscienza dell'”anomalia di uno spazio alieno” quotidiano. Si sente sempre la traccia lirico-saggistica delle prose dei “Mondi”, che sa procurare una sorta di transfert nella presenza di quelle “creature mentali”, “esseri psicotici” che ci ritraggono e che la realtà, o l’inganno, del nostro tempo ci segna addosso. La visione è dura, fa quasi tabula rasa dei sentimenti e delle passioni: li contiene, li trattiene fino a renderli pressochè sterili. Grazie per aver saputo trasferire in una prosa breve di questo livello l’interpretazione lirica degli eventi, delle anomalie e dei miti che ci circondano.

    J.A.

  11. Leggo in ritardo, mentre altro tempo è già passato ad accumularsi sulla scena.
    “Il pomeriggio si scompone”, bellissima questa precisazione temporale che fa proprio di questo scomporsi, l’evento.
    Un evento che abbiamo (hanno) provato a far durare un decennio ma che in realtà è durato un microsecondo, come tutto ciò che è, nella follia di questi tempi che sono davvero “olografici”, scomposti, e brevi.
    Grazie per questa riflessione che sa continuare.

  12. Essere spettatori non bastava, non basta neanche adesso : allora chi vedeva era travolto dall’irrealtà:in questo articolo mi ha colpito il trascorrere dei piani della coscienza dall’immediato al mitico e poi ancora al qui ed ora che esplode come esplodono le carcasse degli aerei; è la coscienza che è stata sottoposta a un improvviso blackout esistenziale e non si sapeva più se i corpi erano corpi, se le immagini erano immagini o se noi stessi eravamo dentro un incubo in cui tutti i piani del’esistenza erano irriconoscibili…tutti i codici si sono mischiati e siamo anche noi statimrisucchiati dentro quell’enigma che neanche adesso ha trovato una qualche collocazione

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