di Francesco Giusti

  1. Il postmoderno sembra pensare: alla mia altezza cronologica ho la possibilità di capire che ogni idea è una costruzione storica. Questo è vero non solo per tutte le idee che lo precedono, ma anche per la sua idea che ogni idea sia una costruzione storica. Quindi non esclude di principio la possibilità che le cose possano cambiare. Solo che una tale presa di coscienza inibisce il pensiero inteso come progresso lineare, perché anche se si verificano affermazioni di “verità forti” è ormai difficile ignorare che qualcuno prima di me che la propongo ha demolito la mia pretesa di verità ipotizzando che io possa essere semplicemente una costruzione storica.
  2. Conseguenza maggiore del punto precedente: in questa “fine” del pensiero progressivo le idee possono collocarsi una accanto all’altra senza gerarchie, come alternative coesitenti. Da un punto di vista etico tutto questo è pericolosamente meraviglioso: ogni affermazione impositiva di una presunta verità forte è delegittimata. Le proposte alternative sono tutte ugualmente frequentabili nel rispetto del limite che non si facciano prevaricanti.
  3. Conseguenza dell’osservazione precedente: ogni proposta etica, che non può più essere assoluta (può averne la pretesa interna, forse, ma non il riconoscimento), è demandata al singolo essere umano. È nella sfera della sua vita quotidiana, del suo vissuto e della sua esperienza che il soggetto può scegliere la proposta etica da adottare. Questo sembrerebbe legittimare qualsiasi etica, anche la più efferata, eppure nella compresenza con altre si mantiene sempre una pluralità di punti di vista esterni che impediscono ad ognuna di esse di assumere un valore assoluto. È, probabilmente, quel fenomeno di restringimento al soggetto singolare che si nota in tanta narrativa postmoderna.
  4. Anche l’uomo è una costruzione storica, questo principio non esclude la possibilità di pensare un uomo, ma chiede di pensarlo come uomo tra altri uomini, tra altre possibilità di uomini. Una tale relatività ha prodotto dei cambiamenti che non possono essere ignorati pretendendo che il postmoderno abbia inibito l’azione storica: nuove possibilità di esistenza sono emerse, questo non può non essere un effetto reale. Se sono consapevole che l’idea di uomo è un prodotto storico e non un modello metafisico, dovrei sentirmi autorizzato in misura maggiore a modellare autonomamente la mia idea e me stesso. Queste nuove potenzialità dell’identità individuale, che nascerebbe così da una negoziazione con il proprio contesto e, quindi, non sarebbe più una solidità data ma una performance da realizzare continuamente, vanno considerate una svolta storica radicale nella realtà.
  5. Quel che il soggetto possiede è quel che ha nella sua percezione. Non si nega di principio l’esistenza dell’oggetto reale – un sasso – ma quell’oggetto è irrilevante (nel senso di non conosciuto) finché non entra nella percezione di un soggetto e tale percezione è sempre accompagnata dall’interpretazione come due momenti contemporanei. Scindibili solo sul piano della riflessione teorica postulando un istante – infinitamente riducibile – tra il fatto e l’interpretazione; tale scissione non si dà per il soggetto che ne fa esperienza e si dovrebbe ipotizzare l’evento di un fatto prima che il soggetto se ne faccia testimone con la sua esperienza. Il sasso esiste, questo è accettabile, prima di ogni esperienza; più difficile è invece ipotizzare che l’uomo o l’animale non usino schemi concettuali nell’entrare in relazione con esso. L’uomo sa cosa sia un sasso, per l’animale probabilmente è solo un ostacolo da superare, non ci sono schemi concettuali diversi in uso?
  6. L’idea di “uomo” di Foucault – che avrebbe un suo inizio e una sua fine nella storia occidentale – non è, o non è soltanto, il corpo concreto. L’esistenza di un corpo solido che abbia realtà fisica nello spazio e che chiamiamo uomo è accettabile, ma ogni volta che si fa esperienza di un uomo, ogni volta che incontriamo (o ci scontriamo con) quel corpo solido, riusciamo davvero ad averne un’esperienza che sia priva di una qualsiasi idea storica di “uomo”?
  7. Tutta una serie di fenomeni recenti, i cosiddetti ritorni ad etiche forti, possono essere interpretati come manifestazioni di una fuoriuscita dal postmoderno. Ma possono essere interpretati anche come prosecuzioni su scala di massa di possibilità insite nel postmoderno stesso e nelle sue etiche plurali. Le “svolte” ecologica, biologica, locale, etc. sembrano nascere proprio in quelle possibilità etiche che il postmoderno ha consentito al suo interno, sia economicamente sia culturalmente. E al di là dei singoli fenomeni in considerazione, qui si annida il problema maggiore nei confronti del postmoderno: di fronte ad un’etica multipla che sia inclusiva e non esclusiva è difficile dire cosa è dentro e cosa è fuori, individuare l’uscita. Difficile uscire da un pensiero che afferma la relatività anche della propria stessa affermazione.
  8. Nell’impossibilità di collocarsi sul piano dell’assoluto, ogni verità del postmoderno è una verità relativa all’interpretazione del singolo e alle sue contingenze storiche. L’unica verità relativa della verità del postmoderno è che l’assoluto si attinga solo per via negativa, nell’esperienza della limitatezza, nell’erranza. L’altro dall’interpretazione singolare è intuibile solo nell’errore della singola interpretazione. Nel momento dello scacco si può intuire l’esistenza inattingibile di un altro dell’interpretazione, un altro dalla mia interpretazione.
  9. Conseguenza del punto precedente è l’unica possibilità che sembra darsi per l’uscita dal vizio circolare del postmoderno, almeno al livello del singolare. Nell’errore dell’interpretazione, nell’esperienza del limite dell’umano intuiamo che c’è un qualcosa da cui il limite ci separa. Intuiamo che c’è un reale al di fuori dell’umano di cui non possiamo sapere nulla, di cui non possiamo dire nulla, perché quel sapere e quel dire sarebbero di nuovo umani. Però questo altro è ciò che permette il passaggio da un’interpretazione finita ad un’altra interpretazione finita (come accadere dell’interpretazione che è, forse, l’unico evento privo di interpretazione), è in virtù di questo altro, che è al di là di ogni dire, che si rivela il carattere finito di ogni atto interpretativo. Tale posizione, che riduce il conoscibile all’umano (posso conoscere solo ciò che percepisco e interpreto), si mostra, paradossalmente, come meno antropocentrica di quella che assegna all’uomo la possibilità di trascendere l’umano verso una conoscenza diretta e integrale dell’oggetto che sia svincolata da un soggetto che lo percepisce e lo interpreta.
  10. Tutte le proposte positive di uscita dal postmoderno sembrano avere un carattere di ritorno a posizioni precedenti, tentativi di recupero che l’inclusività del postmoderno, purtroppo, autorizza al suo interno. In questa non progressività sembra trovarsi ancora quella nostalgia che caratterizza proprio tanti fenomeni postmoderni. Un modo possibile per uscire dal postmoderno sembra essere realizzandolo completamente, portando le sue premesse alle loro ‘tragiche’ conseguenze, cioè accettando una conoscenza per via negativa: se non ci può essere scoperta immediata dell’oggetto, solo rivelando a me stesso il fallimento di altre interpretazioni e facendomi testimone in prima persona di questi fallimenti posso sperare di cogliere, nello scarto che continuamente si produce contro la resistenza che l’oggetto oppone ai miei sforzi, un nuovo senso da attribuire alla parola reale.

* Questo testo è la sintesi di una lunga conversazione romana avuta con Daniele Poccia, filosofo.

[Immagine: David Hockney, Cameraworks (gm)].

15 thoughts on ““Realizzare” il postmoderno. Dieci (piccole) riflessioni sulle possibilità di uscita

  1. Per quanto con un certo ritardo, ritengo importante commentare questo intervento. Seguo i punti dell’esposizione.
    1. Intanto, bisogna mettersi d’accordo che la conoscenza procede per enunciati, e non per idee. Poi, affermare che ogni conoscenza (ogni enunciato con contenuto conoscitivo) sia interamente storica richiede dimostrazione. Sul piano delle conoscenze fisiche, matematiche, biologiche, storiche ecc. molti enunciati valgono a prescindere dal contesto storico. Se non si distinguono i livelli è facile cadere in generalizzazioni approssimative.
    2. Sul piano morale la cosa è più complicata. Ma la conseguenza della mancanza di validità degli enunciati morali, se non quella storico-contestuale, non è che essi convivono: è che ognuno fa di questi enunciati quello che vuole. Se gli piace convivere in pace con le persone, conviverà; se gli piace dominarle, dominerà.
    3. Come sopra: è vero che se non esiste validità razionale, il soggetto fa quello che gli va. Però: in primo luogo, non è detto che sia il soggetto singolo, può essere una comunità, una partito di fanatici, ecc., è la storia che decide; inoltre, come dicevo sopra, questa posizione non implica né garantisce in nessun modo il pluralismo. Su questo punto avevano visto bene Schopenhauer e Nietzsche, invece gli antirazionalisti recenti hanno sempre paura: se la volontà procede la ragione, e quindi la storia determina da cima a fondo la razionalità, allora non si vede perché dovremmo rispettare gli altri punti di vista. Può capitare, ma non c’è nessuna ragione per farne un dover essere. Invece, questo è l’ideale normativo di molto pensiero “postmoderno”: il rispetto delle diversità. Ma questo è possibile solo se si può giustificare una qualche prospettiva morale razionale. Se il postmoderno è questo, allora non è altro che una modernità morale autocritica; se non lo è, allora le sue versioni edulcorate sono molto deboli, bisogna accettare la durezza di Nietzsche, il divenire e l’eterno ritorno. Non è facile.
    4 e 6. Per quanto l’idea (cioè l’autocomprensione) di uomo sia sempre una costruzione storica, l’uomo agente e pensante non lo è mai interamente. Oltre a tutto il sostrato fisico-biologico che lo costituisce, c’è il fenomeno della coscienza. L’attacco del postmoderno alla filosofia moderna del soggetto si è rivolto contro la coscienza riflessiva; ma c’è una coscienza preriflessiva, che rende possibile quella, che non si può ridurre a costruzione storica, che non si può oggettivare, che è alla radice della nostra esperienza e delle sue articolazioni. Questa coscienza sta tra la vita e la storia, ridurla all’una o all’altra impedisce di capire la dimensione dell’esperienza umana.
    5. “Ogni fatto è teoria”, diceva Goethe, ripreso poi da tutti. Ma questa banalità serve a poco. Il problema è il livello della teoria. “Il fuoco brucia” è l’enunciato che riporta il fatto che il fuoco brucia; il fatto stesso agisce senza bisogno di teoria. Se qui per teoria si intende che per la specie umana le cose stanno così, questo livello della teoria non intacca minimamente l’universalità dell’enunciato, per qualsiasi epoca e regione dell’esistenza umana. E questo si può dire per tantissime altre conoscenze, anche più raffinate. Bisogna distinguere attentamente le teorie che penetrano davvero in modo interpretativo le conoscenze, e quelle che non lo fanno. In ogni caso, la dialettica della certezza sensibile all’inizio della “Fenomenologia dello spirito” ci portava già più lontano.
    7. Un’etica inclusiva e non esclusiva è un’etica moderna autocritica, riflessiva e pluralista.
    8 e 9. Affinché l’oggetto della nostra attenzione sia l’aconcettuale, che resiste alla violenza astratta del giudizio determinante, questo aconcettuale deve avere un contenuto normativo che trascende il contesto. Per quanto muto.
    10. L’unica uscita possibile dal posmoderno è il ritorno all’esperienza.

  2. Scusa Mauro prima ero un po’di fretta…
    Per punti (seguendo i tuoi):
    1- idea: cio’ che regola il pensare; enunciato: una frase vera o falsa. Entrambi sono parte del processo conoscitivo.
    3- Nel postmoderno, il rispetto per l’altro non e’ un ideale normativo. E’ una verità epistemologica: si dà conoscenza del soggetto solo attraverso l’altro in quanto il soggetto è alterità. Inoltre, il soggetto postmoderno e’ un soggetto eteronomo e non autonomo, quindi un soggetto impossibilitato a fare quello che vuole. Il soggetto postmoderno agisce nel limite di quello che può, ossia nel limite dell’altro.
    4 e 6, 5- empirismo trascendentale di deleuze:le idee agiscono sul piano immanente e su quello trascendentale producendo delle macchine astratte di realtà. In questo senso, una idea e’ sempre storica: prima di Bach non esisteva il clavicembalo temperato e la notazione e l’idea di musica che ne consegue.
    7- un’etica inclusiva non e’ un’etica pluralista, semmai sarà un etica plurale.
    8 e 9: non si dà pensiero senza idea e non si dà idea senza contesto (cf. supra Deleuze e il suo empirismo trascendentale).
    10- il postmoderno è filosofia della vita: il soggetto si definisce e quindi esiste e vive solo attraverso l’altro. In questo senso il soggetto postmoderno e’ un soggetto empirico: il soggetto che è perchè fa esperienza dell’altro.

  3. Ringrazio Francesco Giusti per questo interessantissimo articolo. A proposito dell’affermazione secondo la quale “Tutta una serie di fenomeni recenti, i cosiddetti ritorni ad etiche forti, possono essere interpretati come manifestazioni di una fuoriuscita dal postmoderno. Ma possono essere interpretati anche come prosecuzioni su scala di massa di possibilità insite nel postmoderno stesso e nelle sue etiche plurali”, mi domandavo se (come suggerisce anche l’ultimo punto) l’idea che tutto ciò che investe il pensiero critico contemporaneo è sempre attribuibile a una fuoriuscita inglobabile a posteriore nel postmoderno non sia in qualche modo una contraddizione viziosa che tende a imporre il postmoderno come sistema assoluto pur nella pretesa di un discorso che si erge a sostenitore della relatività del soggetto singolo o plurale. Non so se mi convince, inoltre, l’idea finale che solo nell’attestazione del fallimento, nel riconoscimento dello scarto ci sia un possibilità di fuoriuscita, visto che anche questa idea sembrerebbe creata, imposta, conseguenza anch’essa tutta interna al discorso postmoderno. Concordo con Mauro Piras che il ritorno all’esperienza si candida come possibilità più concreta, ma in modi e tempi che non so quanto siano facili da decifrare al momento (per fortuna).

  4. Cara Giulia Maria,
    grazie per le osservazioni.
    1. E’ evidente che idee e enunciati fanno parte entrambi del processo conoscitivo; solo gli enunciati però possono essere detti veri/falsi, quindi hanno una pretesa di verità; è vero tuttavia che le idee (i concetti, i predicati) pongono un problema di verità in quanto “delimitazione dell’oggetto”; ma ogni passaggio in questo senso è definito da enunciati. Se io modifico, per esempio, il concetto di “eguale”, dandone nuove interpretazioni, lo faccio con degli enunciati, applicando cioè il predicato “eguale” a nuove situazioni, rispetto all’uso accettato prima.
    3. Qui ci sono due cose: a) la costituzione intersoggettiva del soggetto (l’io è costituito dal rapporto con l’altro); b) la dipendenza del soggetto da qualcosa di altro da sé. Il punto b) non implica necessariamente il rapporto con altri soggetti, perché l’altro da cui si dipende può essere l’appartenenza a una cultura, a un’epoca, al proprio corpo, il desiderio, ecc. Se si tratta dell’altro soggetto con cui ci si confronta, si torna al punto a): lo accetto quasi totalmente, un soggetto articolato può esistere solo tramite la socializzazione, quindi è costituito intersoggettivamente. Ma questo è un fatto. Non implica che si debbano rispettare gli altri come eguali, per questo. Se invece la teoria riesce a dimostrarlo (e può farlo, io sono per farlo), allora il fatto diventa normativo, e il rispetto per l’altro è un principio normativo radicato nella costituzione di fatto del soggetto. Non capisco perché l’idea di normatività debba fare paura al pensiero postmoderno.
    4, 5, 6. Non capisco la formulazione teorica, non conosco Deleuze. Ma l’esempio di Bach non mi convince. Intanto, anche in musica (parlo per impressione, non sono competente) la conoscenza della scala diatonica getta una luce sulle scale precedentemente usate. In ogni caso, qui si parla di oggetti che sono costituiti interamente dalle loro regole (le opere musicali). Non è così per le conoscenze della natura; non è così, se non in parte, per le conoscenze del mondo storico-sociale, che per quanto costituite a loro volta da un mondo storico-sociale, si riferiscono anche a oggetti esterni (fatti, azioni); potrebbe essere così per le conoscenze morali, ma per queste va tenuto conto che hanno sempre a che fare con qualcosa di esterno, cioè i soggetti in carne e ossa.
    7. Plurale al posto di pluralista mi va bene; quello che voglio dire è che il rispetto della diversità dell’altro implica l’universalità del rispetto eguale. Altrimenti è autoaffermazione o quieto vivere.
    8, 9. Anche accettando che i contesti determinino totalmente la validità delle idee (cosa da dimostrare), ci sono livelli diversi di contesti.
    10. Su questo punto volevo dire soltanto che per me solo l’azione (sociale e politica, ma anche lo sforzo di realizzare la propria esistenza), nel rapporto concreto col mondo, dissipa le incertezze di un pensiero che sembra dissolvere la realtà in rappresentazioni. La realtà è ben pesante, e bisogna starci dentro. In questa realtà, ovviamente, ci sono anche tutti gli altri empirici con cui agiamo e viviamo. Dico questo anche in risposta a carmen g.: i modi e i tempi sono definiti dalla realtà stessa, basta buttarsi dentro, e non stare sempre a rimuginare (l'”eccesso di ruminazione” di Nietzsche).
    In generale, credo che vada abbandonata la contrapposizione moderno-postmoderno. La dipendenza della coscienza da qualcosa che la costituisce dall’esterno in fondo era già in Kant; ma questo non toglie che la coscienza come spontaneità esiste.

  5. che la coscienza come spontaneità esistA , non vuole dire niente. datevi da fare senza seghe mentali: ora i problemi sono pragma, vita quotidiana per tutti, fatta di bisogni primari e secondari, pancia e mente da rinsavire, da ri-oliare.

  6. 1- che “ogni idea sia una costruzione storica”, è un’idea o un enunciato?

    2- a me pare che l’idea del progresso lineare e delle verità forti sia sempre stato un’illusione e che nei fatti l’uomo ha sempre fatto ciò che ha “voluto” perché la morale è un istinto, e si evolve come tutti gli istinti. Le idee non hanno gerarchia, ma il senso morale sì
    3- segue dal punto 2, che il soggetto non sceglie mai l’etica da adottare, perché il libero arbitrio non esiste. Ciò che può fare è rifletterci sopra, e assecondare o cercare di andare contro le volontà contraddittorie che prova.
    5- la conoscenza per come la intendiamo è impossibile per Pearce. Pensiamo attraverso segni. L’oggetto dinamico, ovvero quale esso è, non è conoscibile. L’oggetto immediato, ovvero come il segno lo rappresenta invece sì, ma mai una volta per tutte. La verifica dei concetti è infinita. Rimane l’intuizione, che però non ha a che fare con la conoscenza.
    8- questo punto, esplicato da Giusti, Piras eMaria, nn l’ho proprio afferrato. Potreste riformularlo?

    Ma quand’è che siamo entrati nel post-moderno e cosa vuol dire tornare all’esperienza?

    mi scuso preventivamente per eventuali scemenze proferite.

  7. Caro Flavio,

    che ridere – quando hai scritto “seghe mentali” mi hai fatto pensare ai miei anni del liceo e a quando i miei amici ed io usavamo questa espressione in continuazione, insieme a un’altra, “sparare una valanga di cazzate/minchiate” – se ripenso all’ingenuità con cui usavamo queste espressioni forti quasi mi commuovo perche’ mi accorgo che adesso ho disimparato a farlo…

    Una domanda: senza seghe mentali e senza sparare una valanga di cazzate e minchiate possiamo davvero metterci a pensare “sul serio” a quei problemi che tu giustamente ricordi?

  8. Caro Mauro,

    grazie perla tua risposta! Devo riflettere un po’ sui tuoi punti prima di rispondere…

  9. Caro Dfw,

    mi riprometto di scrivere presto qualcosa in merito al punto 8… e in generale, per quanto riguarda il tuo commento, devo riflettere un po’…

    xx

  10. Provo a rispondere ai commenti, per i quali vi ringrazio, in maniera complessiva (sempre con la collaborazione di Daniele Poccia.

    1. Il problema di fondo che sembra sorgere non è tanto la differenza tra enunciati e idee, quanto il loro reciproco rapporto. Per banalizzare, si formula un’idea sulla base di enunciati precedenti o si formulano enunciati sulla base di un’idea che li precede? E ancora, esistono idee che non siano costituite da enunciati, veri o falsi che siano? Il rapporto cronologico mi sembra indistinguibile sul piano del reale, pertanto potrebbe essere difficile isolare anche gli enunciati – nella loro formulazione, non nella loro verità logica – dal contesto storico in cui vengono prodotti. Riprendendo un’affermazione di Piras: «Se io modifico, per esempio, il concetto di “eguale”, dandone nuove interpretazioni, lo faccio con degli enunciati, applicando cioè il predicato “eguale” a nuove situazioni, rispetto all’uso accettato prima». ‘Modificare’, ‘dare nuove interpretazioni’, ‘applicare a nuove situazioni’, non sono operazioni che presuppongono l’«uso accettato prima»?
    Inoltre, enunciato o idea, la questione non cambia. In entrambi i casi, esiste quel che si potrebbe definire un implicito non discorsivo e non tematico che insiste in ogni rappresentazione della realtà, implicito la cui natura non è tanto dell’ordine di ciò che “so di sapere” quanto piuttosto di ciò che “non so di sapere”. Si tratta cioè di un insieme di pratiche storiche ma irriflesse, di una trama enorme di presupposti agenti ma non saputi, che permettono, per esempio, il riconoscimento di un oggetto come quell’oggetto particolare; una trama fatta di “nozioni” (ma il termine è inadeguato) il cui apprendimento avviene progressivamente per ciascuno di noi e che non passa in senso stretto attraverso concetti espliciti ma attraverso il nostro aver a che fare concreto con il mondo. In questo senso, anche il sapere scientifico, con i suoi enunciati, non sorge sul nulla, ma richiede alle proprie spalle tutto un insieme di premesse (prevalentemente tecnico-pragmatiche) la cui portata storica è innegabile. Non esiste giudizio scientifico ultimo, e, per certi versi, ogni giudizio scientifico è un “evento” (G. Canguilhem), di modo che le verità di oggi saranno forse gli errori di domani, così come le conoscenze ora oggettive sono soggettive rispetto al futuro.

    2. Una proposta politica emerge, tra le righe del discorso che si tenta di fare, dal riconoscimento del residuo, o meglio dalla necessità di avere cura del carattere sempre residuale del reale. È il dovere di ricordare che l’erranza è il nostro orizzonte imprescindibile; confinati nel non-tutto, un qualcosa sfugge sempre al nostro desiderio di possedere la totalità. La presa di coscienza del carattere virtualmente fallimentare di ogni interpretazione – ogni atto interpretativo è un fallimento in potenza di fronte alla resistenza del reale – porterebbe il dovere di mantenere una vigilanza attiva e costante che garantisca sempre una pluralità di punti di vista esterni che impediscano ad ognuna delle interpretazioni di assumere un valore assoluto. Proprio perché è ormai impossibile pormi al di fuori della consapevolezza che ogni idea è una costruzione storica. Questa non è una morale che presupponga in ogni uomo un qualche istinto naturale di bontà, quanto una responsabilità collettiva di vigilanza razionale sulle prevaricazioni. La proposta avanzata – forse banale e utopica come tutte le proposte etiche – non prevede tanto il rispetto delle diversità altrui, quanto il preliminare riconoscimento della propria. Alla base non c’è tanto la normatività di un ‘dover essere’ da soddisfare, quanto una volontà di ‘essere pienamente’ nel limite di ciò che può. Questo, a sua volta, può ben essere inteso in qualche modo come normativo.
    La strutturale mancanza che affligge i nostri processi conoscitivi, il loro essere condannati all’erranza fa sì che nessuno possa porsi legittimamente dal punto di vista della Verità per giudicare dall’alto le condotte e i punti di vista altrui. L’unico universale è infatti dato soltanto dal carattere virtualmente fallimentare di ogni nostro giudizio e/o interpretazione, l’unico elemento che si impone come condiviso da tutti (il munus della communitas) consiste nella esposizione costitutiva al fenomeno dell’errore. Si tratta dunque di un’universale che è al contempo singolare, di un comune che non si dà mai scisso dal particolare. Ognuno di noi partecipa di questa condizione senza essere tuttavia strappato per questo dalla propria storia singolare, senza per questo dover rinunciare a nulla di ciò che gli deriva dalle proprie scelte. L’errore è l’universale plurale dal quale provare a costruire un’etica e una politica del rispetto reciproco e dell’accoglienza della diversità, non in forza di un’innata tendenza al bene che albergherebbe in ciascuno di noi, ma grazie al destino che tutti non possono non condividere: l’essere ogni interpretazione in corsa verso la propria catastrofe (C. Sini).

    3. In questo modo si potrebbe, ipotizzo, intendere anche l’operazione condotta in Gomorra. L’autore non afferma direttamente una verità forte sul fenomeno camorra – di qui, forse, quell’incertezza che in alcuni momenti fa quasi trasparire un’affascinata adesione a quel che vorrebbe condannare – piuttosto si fa testimone, attraverso il filtro costante della sua esperienza soggettiva (io c’ero e, quindi, io ho visto o sentito), del carattere erroneo delle interpretazioni che la camorra fornisce su se stessa, aprendo la porta, così, ad altre possibili interpretazioni. La realtà non parla più, per questo Saviano per tutto il libro «la parla in pedagogico monologo» (come scriveva Pellini in un suo intervento proprio qui su ‘Le parole e le cose’). Proporre una ‘verità’, per quanto potenzialmente forte, in forma così mediata da un io singolare significa, anche, inficiare e restringere il suo stesso potenziale valore assoluto; l’io, però, mantiene per sé la funzione (difficile poi valutare quanto intenzionalmente) di inficiare anche la veridicità delle interpretazioni degli altri.

    4. La coscienza riflessiva si può ipotizzare solo per ogni singolo soggetto, per ogni soggetto nella sua singolarità; è condivisibile perché propria di ciascun essere umano, ma non è socializzabile perché non è oggettivabile in sé. Resta, a sua volta, un residuo appartenente al reale, o alla vita, intuibile ma non propriamente conoscibile. Sono perfettamente d’accordo sul fatto che l’uomo agente e pensante non sia interamente una costruzione storica, mai sostenuto il contrario, la domanda è: questo sostrato fisico-biologico è conoscibile direttamente o attiene a quel reale che nell’interpretazione qui proposta è conoscibile solo per via negativa, come intuizione di un inconoscibile? Se ogni interpretazione è una coscienza di qualche cosa e dunque, come tale, è in qualche modo situata storicamente, l’accesso a quella coscienza preriflessiva che si deve supporre a fondamento di ogni coscienza di qualche cosa si dà solamente nel momento in cui una coscienza di qualche cosa si rivela fallace. Se la coscienza preriflessiva (Sartre) è conoscibile solo per un soggetto, essa tuttavia accomuna ogni essere umano, nel momento in cui, nell’istante dell’errore, quando ci si scopre capaci di potere più di quanto non si sappia, si incontra il fondamento irriflesso del proprio rapporto interpretativo al mondo, fondamento che si deve pensare come al riparo dalla forza costruttiva del nostro pensiero. Essa infatti non è infatti altro che quel reale che residua ostinatamente al fondo di ogni interpretazione come il suo limite, reale incontrato solo nell’exaiphnes del suo (dell’interpretazione) fallimento. La coscienza preriflessiva quando si manifesta ci spossessa, ci ricorda che non possiamo fare quello che vogliamo del mondo e di noi stessi, pur non dicendoci nulla di circostanziato su come il mondo e noi stessi sono fatti.

    5. «Il fuoco brucia» è un enunciato, formulato a partire da esperienze precedenti. La questione di fondo è, però, l’esperienza. Che a contatto con il fuoco io mi brucio è un’esperienza che il soggetto ottiene con o senza mediazioni concettuali? O, meglio ancora, l’esperienza del bruciarsi con una fiamma può mutare a seconda di motivazioni, sbagli, circostanze, desideri, credenze per cui si compie? Riesco ad inciampare in un sasso senza avere immediatamente idee su quel sasso che mi ha fatto inciampare? Il problema non è tanto l’esistenza del fatto, che si può pacificamente ipotizzare, ma le possibilità e le modalità della mia conoscenza, del mio entrare in una relazione esperienziale con esso. In realtà, l’esempio del fuoco che brucia così come quello del sasso in cui si inciampa sono sintomatici: si tratta di scacchi, di fallimenti della mia interpretazione del mondo. Sono casi in cui incontro il limite, in cui sono costretto a rimodulare i miei giudizi sulle fattezze della realtà. Si tratta di eventi nel senso forte della parola, a partire dai quali devo riconoscere che la mie conoscenze sono parziali, finite, incapaci di rendere conto di tutto. Sono l’esperienza dei limiti dell’esperienza, quindi delle sue condizioni di possibilità.

    6. Cosa si intende nello specifico per questo tanto necessario «ritorno all’esperienza»? La proposta che si tenta di fare è un ritorno all’esperienza per il soggetto empirico, solo che riconosce i limiti dell’esperienza e i limiti del concettualizzabile. Nell’errore si dà continuamente l’intuizione dell’altro da sé e dalle proprie interpretazioni e, anche, del sé come altro dalle proprie interpretazioni, compresa la propria coscienza preriflessiva, e si rivela il carattere potenzialmente infinito dell’esperire. Il problema non è tanto quello di un ritorno a un’esperienza antecedente a ogni mediazione o pratiche irriflesse quando piuttosto quello di un’esperienza completamente emancipata da ogni pratica preflessiva. Quest’ultima è propriamente impossibile. Non esiste un’esperienza più originaria dell’esperienza medesima, ma solo un’esperienza delle condizioni di possibilità. Se infatti uno schema concettuale è qualcosa di tematizzabile e in una certa misura di modificabile a piacimento, l’enorme complesso di pratiche irriflesse che rendono possibile ogni nostra esperienza non sono mai del tutto tematizzabili, e tanto meno possono essere modulate con un atto del soggetto. In questo senso, si deve dire che le cose sono così come appaiono, che non c’è un doppio fondo della realtà (idea che sembra invece implicita nella parola d’ordine di un ritorno all’esperienza) e che l’unica possibile trascendenza rispetto a questa immanenza è data nel fenomeno dell’errore.

    7. Certo, tale idea è almeno in parte interna al postmoderno, nella misura in cui non cerca di rimuoverlo ponendolo tra parentesi storiche, ma tenta di trarne delle possibili conseguenze. Però non credo sia un’idea ‘imposta’ o, almeno, non imposta da una norma esterna. Semmai maturata nello spazio di possibilità che la cultura recente ha prodotto e ci la lasciato in eredità. Il «ritorno all’esperienza», che dovrebbe costituire l’alternativa, conserva l’alone di un ritorno al prima del Postmoderno, un ritorno che mi pare francamente impossibile. Se, almeno al livello delle idee, si è d’accordo che l’idea sia una costruzione storica, bisognerebbe annullare la storia per riproporre un tipo di esperienza propria di un altro contesto.
    Ipotesi: la storia sembra essere diventata il nostro orizzonte intrascendibile, lo spazio in cui si gioca ogni nostra mossa conoscitiva o pratica. “Realizzare il postmoderno” vuole essere appunto un tentativo di mostrare come portando alle sue estreme conseguenze questo discorso apparentemente paralizzante e claustrofobico si giunga ad un punto in cui esso si capovolge dialetticamente non nel suo contrario (il realismo di chi recupera la forza impositiva dei fatti) ma in una fase ulteriore, la cui cifra costitutiva consiste nella consapevolezza diffusa del nostro essere soggetti ad errore. Del nostro essere cioè proiettati in una dimensione che ci accomuna con il mondo vivente tutto, e che ci rende meno tronfi e convinti di appartenere a una specie dominante o di essere portatori di una missione storica particolarmente importante.

    8. Sono d’accordo sulla necessità di un’azione che dissipi «le incertezze di un pensiero che sembra dissolvere la realtà in rappresentazioni». La proposta avanzata è una possibilità di questa ‘azione’ spontanea che vuole cercare proprio il reale dietro le rappresentazioni; l’errare – come verifica dei concetti – è una spontaneità, anche per questo è infinito. Il problema di fondo rimane la effettiva conoscibilità di tale reale, che nella realtà sembra darsi commisto alle rappresentazioni. Il reale dietro le rappresentazioni è conoscibile o è solo intuibile proprio nello scacco dell’interpretazione, nello scarto che l’interpretazione subisce nello scontro con la resistenza dell’oggetto?
    L’azione supera sempre la rappresentazione. Nel momento in cui agisco, nel momento in cui mi decido per qualcosa, sono sempre costretto a mettere da parte le incertezze che la sola conoscenza della realtà non può non suscitare. Nessuna conoscenza può infatti spingermi ad agire: c’è sempre un gesto più originario, un gesto in ultima istanza politico alla base dell’azione effettiva, l’azione che ristruttura un insieme di credenze date. Ed è in questa priorità dell’azione sul conoscere che incontro il reale nella misura in cui mi espongo all’eventualità dell’errore, alla possibilità del fallimento dal quale, invece, la conoscenza vorrebbe proteggermi una volta per tutte – con un progetto, questo sì, totalitario. L’ambizione di una conoscenza (anche scientifica) integrale della realtà è antitetica infatti alla risoluzione richiesta dall’azione, è inibitrice di quell’esposizione al rischio dell’errore intrinseco nella creazione.

    9. Il postmoderno sembra portare ad un’affermazione (implicita, forse) più raffinata (e fondativa) di ogni fatto è un’interpretazione, ed è ogni oggetto è una forma per me che ne faccio esperienza. Qualunque oggetto, sia esso naturale o artificiale, fisico o mentale, individuale o collettivo, è una forma, in altre parole ha un’organizzazione formale interna che presuppone il suo essere frutto di una costruzione, da parte di chi non è immediatamente rilevante. È l’idea stessa della costruzione (storica anch’essa) che collabora ormai ad inficiare ogni mia conoscenza diretta e (sia pur temporaneamente) esaustiva. Nell’entrare in rapporto con l’oggetto, quindi, l’uomo non distingue più preliminarmente tra oggetto dato in quanto tale, un oggetto ‘naturale’, e oggetto artificiale, ma lo percepisce piuttosto già come risultato di un processo produttivo. La costruzione (o il suo doppio negativo, la decostruzione) è entrata, forse, nel processo stesso del nostro esperire.
    Probabilmente il postmoderno non fa che portare allo scoperto qualcosa che attiene da sempre al nostro esperire: il fatto che è necessario “creare per conoscere” (G. Canguilhem). Non c’è ambito dello scibile in cui la creazione non sia precedente alla conoscenza, che appare dunque sempre come una razionalizzazione a posteriori di quello che si è già fatto. Naturale e artificiale in questa prospettiva diventano termini arbitrari e puramente convenzionali: l’oggetto cosiddetto “naturale” per essere conoscibile deve essere inserito all’interno di una rete di pratiche che ne fanno immediatamente qualcosa di “artificiale”. Conosciamo dunque solo quel che creiamo, ma non nel senso che si direbbe “costruttivista” per cui la conoscenza del mondo non presuppone alcuna realtà indipendente dal soggetto che conosce, ma nel senso, assai più profondo, di una “gnoseologia materialistica” per cui è necessario dapprima aver concretamente creato qualcosa perché la conoscenza sia possibile; occorre dapprima aver posto qualcosa in essere – qualcosa la cui indipendenza dal soggetto una volta creata è innegabile – affinché ci sia un mondo da conoscere.

  11. Caro Francesco,

    grazie davvero per il tuo intervento e per la discussione che ha suscitato, e perdona il ritardo con cui scrivo.

    Mi sembra di capire che il ‘postmoderno’ filosofico in questione si basi su due punti essenziali: 1) il rifiuto della possibilità di un progresso umano lineare, cui segue che proposte etiche alternative siano “tutte ugualmente frequentabili, nel rispetto del limite che non si facciano prevaricanti”; 2) l’idea che la percezione dell’oggetto si accompagni sempre a un’interpretazione come suo “momento contemporaneo”.

    1) Prendiamo la questione etica. Che vi sia una pluralità di proposte etiche a disposizione è un dato di fatto che la nostra nozione di ‘postmoderno’ ben descrive: ma che non sia possibile stabilire una gerarchia tra posizioni alternative non mi sembra derivare dalla mera descrizione dello stato di cose in questione. L’equivalenza di ogni teoria etica non emerge dalla constatazione della pluralità di teorie etiche a disposizione. Come poi realizzare il confronto tra teorie differenti è questione metaetica che richiede e merita, credo, altre considerazioni.

    2) Apprezzo gli sforzi per mantenere un realismo ontologico minimo, che consenta di non negare l’esistenza dell’oggetto ‘sasso’ in cui inciampo, o del fuoco che mi scotta. D’altro canto, si sottolinea, qualsiasi percezione dell’oggetto si accompagna sempre ad un “interpretare”, inteso, mi sembra, come applicazione di schemi concettuali: “il sasso esiste, questo è accettabile, prima di ogni esperienza; più difficile è invece ipotizzare che l’uomo o l’animale non usino schemi concettuali nell’entrare in relazione con esso”. Per la verità, che il conoscere qualcosa implichi l’intervento di funzioni soggettive specifiche vale anche per il realista in polemica con la nozione di ‘postmoderno’: la conoscenza dell’oggetto non può essere svincolata da un soggetto che lo apprende. D’altra parte, l’uso di schemi concettuali non comporta l’assumere che essi ‘costruiscano’ l’oggetto: separando piano epistemico e piano ontologico, si ammetterà un oggetto che esiste indipendentemente da chi lo pensa, pur sostenendo la necessità di schemi concettuali perché l’oggetto sia conosciuto dal soggetto.

    Un’ultima considerazione sull’ “errore dell’interpretazione”. Parlare di interpretazioni ‘sbagliate’ implica la possibilità di individuarne di ‘corrette’: non ne deriva allora che, tutto sommato, di “quel reale al di fuori dell’umano di cui non sappiamo nulla” in realtà qualcosa possiamo pur dire?

    Buona estate a tutti!
    Cristina

  12. Cara Cristina, provo a rispondere alle tue osservazioni:

    1) L’impossibilità di stabilire una gerarchia tra le posizioni etiche alternative non deriva dalla semplice descrizione dello stato di cose proprio perché non è di per sé impossibile. È soltanto pericoloso. Si dovrebbe, forse, evitare di stabilire gerarchie proprio su quel piano ‘metaetico’ che, per realizzare i suoi confronti, deve porsi al di fuori sia delle singole etiche sia delle circostanze concrete. Ciascuna possibilità etica incarnata dovrebbe applicare una più elementare ‘resistenza’ contro la potenziale prevaricazione di altre etiche, senza la necessità di essere legittimata da metaetiche. A differenza dell’affermazione, la ‘resistenza’ ha la virtù di accogliere la realtà concreta e di non porsi come ‘migliore’ su un piano superiore (non ne ha bisogno).
    2) Il problema non è tanto se l’oggetto esiste o meno, si può tranquillamente assumere, sul piano ontologico, che l’oggetto esista. E sulla reale separabilità di ontologico ed epistemico, poi, si potrebbe discutere a lungo. Comunque la questione è ‘come’ io conosco l’oggetto e, più radicalmente, ‘se’ lo conosco. È questa la relazione fondamentale. Il postmoderno ha in sé questo carattere duplice (che talvolta viene dimenticato) per cui ogni problema teorico nasce dal, accoglie in sé e presenta risvolti sul piano della realtà vissuta, per cui non può essere risolto esclusivamente sul piano teorico con tutte le scissioni che questo consente.
    3) Non credo che per rilevare delle interpretazioni come ‘sbagliate’ sia necessario individuarne delle ‘corrette’; è, però, sempre possibile farlo nella misura in cui tale possibilità sia sempre una potenzialità, quindi, in fondo, sempre e solo una naturale esigenza di interpretazione. Ogni interpretazione, però, vive solo nell’attesa di scoprirsi ‘errata’ contro la resistenza dell’oggetto. Quindi come dire qualcosa dell’oggetto che non sia interpretazione temporanea in quanto sempre passibile di falsificazione?
    Inoltre, per altre vie, si ritorna sempre al nervo scoperto. Capovolgo la tua affermazione: parlare di interpretazioni ‘corrette’ implica la possibilità di individuarne di ‘sbagliate’; allora, se posso sempre dire qualcosa (o anche qualcosa) di sbagliato, cos’è quel qualcosa che posso dire dell’oggetto?

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