Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Pier Paolo Pasolini, “Versi del testamento”

| 3 commenti

La solitudine: bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori del comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza o mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.
Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri
– e anche d’inverno, per le strade abbandonate al vento,
tra le distese d’immondizia contro i palazzi lontani,
essi sono molti – non sono che momenti della solitudine;
più caldo e vivo è il corpo gentile
che unge di seme e se ne va,
più freddo e mortale è intorno il diletto deserto;
è esso che riempie di gioia, come un vento miracoloso,
non il sorriso innocente o la torbida prepotenza
di chi poi se ne va; egli si porta dietro una giovinezza
enormemente giovane; e in questo è disumano,
perché non lascia tracce, o meglio, lascia una sola traccia
che è sempre la stessa in tutte le stagioni.
Un ragazzo ai suoi primi amori
altro non è che la fecondità del mondo.
È il mondo che così arriva con lui; appare e scompare,
come una forma che muta. Restano intatte tutte le cose,
e tu potrai percorrere mezza città, non lo ritroverai più;
l’atto è compiuto, la sua ripetizione è un rito. Dunque
la solitudine è ancora più grande se una folla intera
attende il suo turno: cresce infatti il numero delle sparizioni –
l’andarsene è fuggire – e il seguente incombe sul presente
come un dovere, un sacrificio da compiere alla voglia di morte.
Invecchiando, però, la stanchezza comincia a farsi sentire,
specie nel momento in cui è appena passata l’ora di cena,
e per te non è mutato niente; allora per un soffio non urli o piangi;
e ciò sarebbe enorme se non fosse appunto solo stanchezza,
e forse un po’ di fame. Enorme, perché vorrebbe dire
che il tuo desiderio di solitudine non potrebbe esser più soddisfatto,
e allora cosa ti aspetta, se ciò che non è considerato solitudine
è la solitudine vera, quella che non puoi accettare?
Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
che valga una camminata senza fine per le strade povere,
dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.

da Trasumanar e organizzar (1971)

3 commenti

  1. L’esecuzione della solitudine si fa scrittura pedagogica, l’insegnamento è quello del vento e delle cartacce, la voce che si dice poesia batte e ribatte i fondamentali che vuole e getta via gli altri, in una lezione di libertà proterva e paziente, da maestro che si rivolge ad una platea scolastica perduta. Uno contro tutti, P. a tutti si rivolge, della poesia getta via gli ardimenti formali e le eleganze, alla moda e difformi, dello stile moderno, mentre conserva i fondamenti della ripetizione e del ritmo, presentati quali passi su passi, incontri su incontri, su e giù dei coiti, estrema unzione su estrema unzione. Il sublime è dato dallo stupore ogni volta nuovo e inaspettato (stato stuporoso veniva detta la condizione che accompagna la congestione cerebrale degli ammalati di tifo che non venivano curati: sbigottimento di chi, a conclusione di un attacco alla vita, è spinto e si protende da una balconata con bella vista sulla morte) dallo stupore di ogni compimento, di ogni piccola morte. Un ulteriore grado del sublime si costituisce nell’impennata finale degli ultimi tre versi, che sono la vera caduta poetica: antisublime dell’ovvio, della lingua di tutti, dell’inespressione. P. lo sa, e anzi allegoricamente qui racconta l’ennesima detumescenza a fine dell’incontro (non sa se ridere o piangere) (scoprite la mia poesia, fratelli, abbiate cura di me).

  2. Maestoso, il Pasolini poeta. Leggo, in questi giorni, i suoi scritti corsari: è una mente al lavoro, nei suoi articoli, quanto nelle sue poesie è un corpo gettato nel mondo.

    Un saluto,
    Antonio Coda

  3. Grazie per avermi fatto conoscere questa poesia.
    Solo grazie. Non trovo un modo di commentare questi versi.
    Grazie Pier Paolo.

    “Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
    che valga una camminata senza fine per le strade povere,
    dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.”

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.