Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Diario pubblico/2 (La verità su Pascoli)

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di Franco Buffoni

I. Sono nato nel 1948, i miei esami di maturità, ancora con tutte le materie da portare, ebbero luogo nel luglio del 1967. La mia insegnante di italiano – che era molto anziana, al termine della carriera, nata come Quasimodo nel 1901, quando Pascoli era ancora in vita – ci raccontò l’aneddoto di quella signora che dopo una conferenza, chiese al poeta: “Ma perché lei, che ama tanto l’infanzia e la famiglia – il nido – non si è creata la sua, di famiglia?” L’insegnante, single da una vita (allora si diceva zitella) squadrandoci con aria sorniona ci disse: “Ebbene, ricordatevelo, queste cose non si devono mai chiedere, né alle donne, né tanto meno agli uomini”.

Crescendo mi sono fatto la convinzione che la biografia di Pascoli oggi potrebbe essere  ammaestrante come quella di Verlaine, di Wilde, di Kavafis: poeti – questi – certamente a lui inferiori (pur se grandi anch’essi), ma biograficamente “risolti”. Pascoli, proprio perché i Gender Studies ancora non si sono imposti nell’accademia italiana, resta biograficamente irrisolto. L’analogia che mi viene spontanea, parlando da comparatista, è quella con Emily Dickinson. La quale scrisse: “Che l’amore sia tutto, è ciò che sappiamo dell’amore”.

II. Proprio perché l’eros non venne “agito” nella vita di solitudine e di autoreclusione che Emily Dickinson condusse, un erotismo fecondo, un erotismo da Cantico dei cantici prorompe dai suoi versi, attanagliando il lettore attento, quasi stordendolo. “Prima di amare non ho mai vissuto pienamente”, scrive Emily Dickinson. Emily amò un certo professore, un reverendo col quale ebbe un intenso rapporto epistolare… Raro che si alluda a una fanciulla, che faceva parte della cerchia allargata della famiglia, segreto oggetto di palpiti amorosi…

Sono convinto che i versi di un vero poeta esprimano sempre un senso non del tutto razionalizzabile, che va oltre le intenzioni dell’autore stesso. E sono altresì convinto che un poeta, per essere tale, deve avere qualcosa di importante da dire (e quando questo qualcosa di importante non può essere detto esplicitamente, forse per la poesia è meglio). Questo con Pascoli e con Dickinson credo avvenga al massimo grado. Ma un poeta questo qualcosa che vuole dire e forse non può essere detto, lo può dire soltanto ricorrendo al potenziale musicale che la sua lingua gli fornisce. Anche questo Pascoli lo fa al massimo grado. E, come con Emily Dickinson, anche con Giovanni Pascoli basta leggermente scrostare l’accattivante dettato per individuare voragini di pensiero poetante, per provare vertigini.

Per trovare un raffronto capace di descrivere quel rapporto particolare che Pascoli riuscì a stabilire con la lingua italiana, riesco solo a pensare a ciò che Emily Dickinson riuscì a costruire con l’inglese della Nuova Inghilterra a metà del secolo diciannovesimo. Altro che il grande piccolo poeta stigmatizzato da Croce.

III. La verità su Pascoli l’aveva ben intuita Pasolini nella sua tesi di laurea del 1945, ma i tempi non erano ancora maturi per la rivelazione: la rivelazione del “crimine senza nome”.

Mentre Alfonso Traina nella sua “Introduzione” a Pascoli, Poemata christiana (Rizzoli 1984) si limita a osservare che “la precoce orfanezza bloccò Giovannino allo stadio dell’infanzia: ‘O mamma, ma io voglio rimanere con te.’”

Ai nostri giorni uno studioso-poeta molto appartato, Vito Bonito, nella sua monografia uscita per Liguori nel 2007, analizzando “Il gelsomino notturno”, sta per dirlo: “C’è tutto il romanzo psichico di Giovanni, con il suo corredo di contemplazione della carne, morbosità visionaria, fantasia turbata entro cui si svolge l’intera esperienza sessuale che di fatto resta circondata da un sentimento di orrore e violenza, di rovina e di morte”. E ancora: “Passando attraverso le luci che si spengono nel “Gelsomino notturno”, la vergine e con lei lo sguardo poetico ripercorre un viaggio conoscitivo di pulsioni e tremiti carnali tipico dell’erotismo celibe e voyeuristico di Pascoli”. Infine: “L’ideale femminile del Pascoli è la vergine madre, variamente incarnato nelle madri fanciulle della sua poesia e nella madre-sorella della sua vita: si direbbe che la maternità paghi il prezzo di aver violato, col sesso, la purezza dell’essere”.

Sta per dirlo, ma si blocca. L’accademia potrebbe non perdonare.

Mentre ampiamente fuori strada, pur nella raffinatezza delle analisi proposte, mi appaiono Cesare Garboli e Vittorino Andreoli.

Garboli nel saggio introduttivo a Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli (Einaudi 1990) sposa esplicitamente la tesi del rapporto incestuoso tra il poeta e le sorelle, o una di esse.

Vittorino Andreoli, neurologo e psichiatra, in I segreti di casa Pascoli (BUR 2006) giunge alla stessa conclusione: rapporto incestuoso con Ida, gelosia e isteria di Mariù. Le sue fonti sono gli epistolari e gli scritti di Maria (Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Mondatori 1961) suffragati da una visita alla casa di Castelvecchio. Secondo Andreoli scattò la proiezione della figura della madre su Ida e l’immedesimazione di Giovanni col padre morto. La descrizione della cappella dove è conservata la tomba del poeta – con il particolare delle fessure nel sarcofago, talmente sottili che solo Maria, di corporatura minuta, potesse continuare a toccare la salma del fratello – completa il quadro. Come se “Digitale Purpurea” si fosse materializzata.

Infine Elio Gioanola in Giovanni Pascoli, sentimenti filiali di un parricida, edito da Jaca Book nel 2000, sulla linea indicata da Traina, spiega perché Pascoli per tutta la vita si sentì colpevole della fine del padre, avendone desiderata la morte; dopo che questi lo aveva allontanato dalla madre mandandolo in collegio a Urbino. Secondo Gioanola, il trauma dell’assassinio bloccò lo sviluppo di Giovanni lasciandolo per sempre bambino, “inetto al ruolo virile nel matrimonio”, desideroso di “ritornare al ventre materno”, perseguitato dal fantasma del genitore assassinato, incapace di elaborare il lutto. Pascoli, secondo Gioanola, fu dunque parricida nel senso che si sentì tale.

Accettare questa chiave interpretativa significa che nell’”Aquilone” il vero morticino a cui la madre pettina i capelli è Giovanni stesso, ansioso di ricongiungersi a lei; che la “Tessitrice” rivela al poeta: solo nell’aldilà sarà per te realizzabile il sogno coniugale; che “I due fanciulli” rappresentano la fuga dal mondo maschile e paterno per cercare rifugio in quello materno del perdono e della pace; e che il “don don” della campana vespertina “sul far della sera” è desiderio di fuga dalle responsabilità adulte. E anche qui, naturalmente, “Il gelsomino”: l’ immagine della solitudine del poeta nel buio, a vegliare allucinato la «casa che bisbiglia» e custodisce segreti erotici a lui  preclusi.

IV. Mi colpì molto, anni fa, un saggio di Emilio Bigi sulla metrica dei Canti. Bigi si chiedeva a quali poeti si fosse trasmessa la ricchezza timbrica di Leopardi. Non certo ai suoi contemporanei o agli immediati successori, rifletteva. “A Pascoli”, sentenziava infine senza incertezze. Così argomentando (cito a memoria): benché Pascoli abbia adottato forme metriche chiuse molto diverse da quelle di Leopardi, tuttavia c’è in Pascoli un gioco timbrico che si può paragonare solo a quello di Leopardi. Credo che Emilio Bigi avesse perfettamente ragione.

Tuttavia sono anche convinto che, come si cerca di incasellarlo, subito Pascoli ci appare contraddittorio. Per esempio, tra i poeti romantici inglesi (Wordsworth Coleridge Byron Shelley Keats) il più amato da Pascoli fu Wordsworth, in particolare il primo Wordsworth, quello di “We are Seven”. E i tipi umani più amati dal primo Wordsworth sono quelli che alimentano i momenti pietistici, gli stupori disarmanti, i toni lacrimevoli poi sottilmente e perfidamente parodiati da un grande contemporaneo di Pascoli: Lewis Carroll.

Pascoli dunque sarebbe stato un perfetto oggetto di scherno carrolliano? Se inquadrato nell’ottica di chi lo poteva leggere solo in traduzione, sì. La grandezza di Pascoli sta nell’uso della lingua, non nei “personaggi” descritti. Forse perché non potè descrivere i personaggi che avrebbe voluto. E come avrebbe voluto.

Con qualche eccezione, per esempio il brigante Musolino. Vi ricordate le antiche tavole della Domenica del Corriere? Ebbene una di queste fece sognare Pascoli: ritraeva il brigante Musolino tradotto in catene in prigione.

Nel monastero ove coi morti frati
dormono gravi salmodie sepolte,
curvo passò tra uno squillar d’armati.
Intorno ai lombi le catene avvolte,
come serpi di ferro; era per quelle
tratto a mano: la mani erano molte.
Eran parete agli occhi del ribelle
umane terga. Era decreto umano
che ormai la notte fosse senza stelle
per lui, che azzurro fosse il cielo invano
per lui, che a lui di tutto ciò che luce
sol giungesse il baglior dell’uragano.
Quando tra tutti i neri omeri truce
vide levando gli occhi e non la fronte
ciò che vietato gli era ormai: la luce!
E vide i monti: non i suoi: te monte
Nerone, te Gibbo del Catria. O torre
d’Asdrubale! O lontano Ermo di Fonte
Avellana! O fragor d’acqua che scorre
buia, e che gemea ai piedi di un errante
piccolo e solo, mentre per forre
silenziose, sotto rupi infrante,
lungo gli abissi
saliva ai monti, a dare pace, oppure
l’oblio della notte eterna!

V. La genesi di quest’ode incompiuta di Pascoli, intitolata Musolino, che il poeta Giuseppe Villaroel contribuì a diffondere, mi ha ricordato quella della famosa Ballad of the Reading Gaol di Oscar Wilde.

Un patriota imprigionato perché amava il suo paese, continua ad amare il suo paese; un poeta imprigionato perché amava gli uomini, continua ad amare gli uomini: con queste parole, all’uscita dal carcere, Wilde riuscì a sintetizzare non soltanto l’ineluttabile inutilità del processo e della pena subiti, ma anche il senso ultimo del proprio capolavoro poetico. Perché solo apparentemente la Ballata narra la storia dell’impiccagione di Charles Thomas Wooldridge, ventinove anni, guardia imperiale, e delle “corali” reazioni dei suoi compagni di pena. Più propriamente essa narra la storia d’amore di un uomo per un uomo.

Non deve infatti trarre in inganno l’insistenza del poeta sui movimenti collettivi. Quel girare in circolo, quel cantare tutti penosamente in cappella, sono il terribile scenario di un movimento ben più teso, ben più intimo. Il poeta quarantatreenne, bolso e ferito (una caduta, durante la prima fase della detenzione, aveva leso l’udito all’orecchio destro), osserva nel cerchio vicino il corpo slanciato e asciutto del giovane condannato a morire. Non ne incrocia lo sguardo (il soldato lo tiene volto a “quel fazzoletto d’azzurro che in carcere si chiama cielo”), non può scambiare con lui un gesto o una parola. Così tutto è perfetto intorno a quella vita, anche il rimpianto. Perché tutto avviene nel “giorno vergognoso”, mai di notte nel “sacro buio”.

Wilde nasce nel 1854, Pascoli nel 1855; Wilde compone la Ballata nel 1898, Pascoli l’Ode al brigante Musolino nel 1901. Anche il brigante pascoliano anela all’azzurro del cielo, ha corpo asciutto e slanciato, è fiero nel portamento ed è circondato da gendarmi.

VI. Il brigante calabrese Giuseppe Musolino, nato a santo Stefano d’Aspromonte nel 1876, era noto come il “brigante buono”, vendicatore dei torti, orgoglioso e forte. Ricercato per il tentato omicidio di un padrino prepotente e per fuga dal carcere, su di lui era stata posta una taglia di ben cinquantamila lire. Tradito, fu condannato all’ergastolo e a dieci anni di isolamento. Musolino venne graziato nel 1947 e morì libero nel 1956.

Anche in Pascoli, come in Wilde, la matrice “socialista” (non dimentichiamo le lettere dal carcere di Wilde a vari giornali inglesi per denunciare le ingiustizie perpetrate in particolare contro i minorenni, e persino il licenziamento di un secondino che aveva osato dare dei biscotti a un bambino detenuto) finisce col legarsi alla pulsione erotica nei confronti del condannato dal portamento fiero.

Il brigante Musolino, per non danneggiare ulteriormente i suoi concittadini (ben novanta persone erano state arrestate con l’accusa di avere favorito la sua fuga dal carcere e la latitanza) aveva trovato rifugio nell’Appennino tosco-umbro-marchigiano e lì fu catturato. Questa è la ragione dei toponimi abbondantemente citati da Pascoli nella sua ode: quelli sono i suoi monti. Musolino lì  visse nascosto, e lì vide per l’ultima volta il cielo. Musolino che, se lo avesse incontrato e avesse saputo, certamente si sarebbe “adoprato” per vendicare l’assassinio di Ruggero. Musolino che…

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  1. Molto belli questi pensierini pascoliani, un discorso da ampliare e approfondire. L’erotismo nella poesia del Pascoli credo sia un tema affascinante con le sue immagini violente fino all’oscenità (il gelsomino notturno), le sue allusioni, le tante cose suggerite e mai dette. Sono molto d’accordo con te: lo scandalo del sospettato amore incestuoso non nasconde forse , anche qui, un altro scandalo impossibile a dirsi in maniera esplicità? E il mito del fanciullino e il nido, e l’elaborazione del tema dell’orfano, in età adulta (controllare le date), sono tutte spie, credo, abbastanza evidenti da sviluppare senza forzature in chiave gay….Grazie!

  2. Caro Francesco, ti ringrazio per l’intervento. Credo che quando scrivi : “lo scandalo del sospettato amore incestuoso non nasconde forse , anche qui, un altro scandalo impossibile a dirsi in maniera esplicità?”, tu ti riferisca al mio romanzo Il Servo di Byron appena uscito da Fazi, dove appunto sostengo che l’amore incestuoso del poeta con la sorellastra Augusta Leigh funse sostanzialmente da copertura per altri amori, all’epoca ancora più indicibili. Nel caso di Pascoli credo che la questione sia più ambigua e sottile, ma sostanzialmente dello stesso segno.

  3. Sono convinto che i versi di un vero poeta esprimano sempre un senso non del tutto razionalizzabile, che va oltre le intenzioni dell’autore stesso. E sono altresì convinto che un poeta, per essere tale, deve avere qualcosa di importante da dire (e quando questo qualcosa di importante non può essere detto esplicitamente, forse per la poesia è meglio).

    pienamente d’accordo, non si poteva dirlo meglio. e bellissimo l’intero viaggio proposto.
    quanto al “socialismo” di Pascoli ho una lunghissima lettera autografa del nostro a mio nonno (Lucifero – :) no, non è uno scherzo ma uno pseudonimo massone del tempo) sulla quale prima o poi devo decidermi a lavorare.
    un caro saluto.

  4. Dir che sia curioso è poco sulla lettera a nonno Lucifero…

  5. Ricordo che, anni fa, quando dissi alla mia professoressa di italiano che “secondo me il Pascoli la Ida se la bombava” mi mandò dal preside e fece chiamare i miei genitori (fortunatamente troppo occupati col lavoro per stare a sentire le stronzate di un preside di liceo).
    Detto ciò, ho sempre creduto ad una qualche forma di relazione tra una indiscreta o discreta perversione e la poesia o altre forme di espressione artistica. Credo molto più in questo che nella blasonata correlazione genio-follia.

    Con scopo filologico, racconto un aneddoto che potrebbe interessare Buffoni: un pomeriggio ero nel mio paesino d’origine (Lucera, FG) e passai dalla biblioteca comunale. C’èra un gran casino e molti o tutti i libri erano per terra impolverati dai lavori in corso o nei cartoni. Stavano ristrutturando. Passeggiavo ed ho trovato per terra un volume autografo della prima edizione dei Canti di Castelvecchio credo di ricordare. Accanto c’èra una specie di plico, erano lettere. Scopri poi che la biblioteca di Lucera aveva ricevuto in dono tutto questo materiale su Pascoli da un intellettuale di cui non ricordo il nome che viveva in un paesino sui monti lì vicino (Biccari) e che aveva instaurato un lungo rapporto epistolare con il poeta. Non so che fine abbiano fatto tutti questi documenti. Spero non li abbiano convertiti in carta da parati. Ad ogni modo sarebbe interessante averne l’accesso.

    Luigi B.

  6. @Buffoni: se capiterà nel profondo sud, sarà un piacere prepararle un pranzo e farle leggere la lettera.

  7. Caro Luigi B, spero tanto che ci sia qualcuno a Lucera che possa andare subito a controllare.
    Caro nc: ma io la prendo in parola…

  8. ho l’impressione che quando gli studiosi, anche gli illustri come Garboli (anzi, soprattutto i raffinati, quelli più infautati della loro teoria), cercano di additare al nocciolo aureo dell’origine, la ‘causa’ di ‘tutto’, finiscano per mancare una più vasta area (inclassificabile secondo categorie iper-oggettive – quelle, per capirci, del pornographic video sharing) di erotizzazione, un continuum (fatto anche, perché no, di amicizie elettive, proiezioni psichiche, ecc.) di cui forse l’immaginario poetico si nutre più avidamente…
    grazie, caro diario,
    rx

  9. Da profano chiedo: ma è veramente così importante sapere se Pascoli fosse omosessuale? Che avesse un rapporto tremendamente spinoso con il padre e con il Padre, come del resto sempre ebbe, ha (e temo avrà, ) l’Italia, già lo sappiamo, e a ragionarci sopra c’è lavoro per generazioni di studiosi; che nelle sue poesie ci siano passi che oggi lo candiderebbero a una perquisizione del pc da parte della Squadra Antipedofili, pure; e altri che lo farebbero condannare per ricostituzione del Partito Fascista, idem; e se poi fosse stato anche omosessuale, e allora? Faremmo davvero un passo avanti nel capirlo?

  10. Gentile Buffagni, lei chiede: faremmo davvero un passo avanti nel capirlo? La mia risposta è: sì.

  11. Beh, visto che così almeno appare “in attesa di moderazione” provoa inserirlo:

    Samizdat – La poesia e la letteratura stanno diventando uno spezzatino.

    Il Tonto – Perché in questo post viene cucinato solo un Pascoli rigorosamente in salsa gay?

    Samizdat – OK!

    Il Tonto – O perché nel post precedente, quello cortellessiano, hanno messo in tavola una portata “rivoluzionaria”: la poesia femminile o corporale?

    Samizdat – OK!

    Il Tonto – E se le cose stessero davvero come dicono Buffoni e Cortellessa?

    Samizdat – No, no stanno così! È il miope specialismo (gay o corporale o parafemminista) degli osservanti a farle stare così.

    Il Tonto – Boh! Ma le università, almeno esse, sono ancora e sempre le università, no?

    Samizdat – No. Fanno acqua da tutte le parti. Son società liquide anch’esse!…

  12. @Buffoni: a fine ottobre farò un salto da quelle parti. Ci passo volentieri e chiedo dov’è il materiale e se è accessibile. Nel caso, faccio volentieri fotocopie o scanner.

    @Buffagni: si, è importante. Soprattutto se penso a come ne parlava la mia prof. ed alle analisi del testo che ho dovuto sorbirmi per così tanti anni…

    @Abate: neanche a me piacciono le classificazioni sessuali e sessuate (poesia gay, poesia femminile etc.) e ne ho dibattuto a lungo in altre occasioni (ricordo una in particolare su absolute). Tolti però gli intenti specialistici, mi sembra che il post di Buffoni abbia una portata più ampia che va oltre il mero “rapporto incestuoso supposto di Pascoli=poesia dell’incesto” e che mira ad una reinterpretazione e decrittazione di quelle che agli adolescenti vengono presentate innoquamente come le poesie del nido, della famiglia. ‘Sti cazzi, direi io a chi fa le analisi del testo dei libri delle superiori.

    Luigi B.

  13. Sarebbe interessante se Buffoni spiegasse perchè, a suo avviso, essere certi dell’omosessualità di Pascoli aiuterebbe a comprenderne meglio l’opera – se è questo il punto.
    Cioé: riusciamo a comprendere meglio l’opera di Wilde, o Verlaine, o Lorca o Whitman o Hart Crane perchè sappiamo che erano omosessuali? Compenderemmo qualcosa in più di Shakespeare se fossimo certi che era omosessuale o bisessuale? E se sì, cosa? Viceversa stando sicuri dell’eterosessualità di Dante o di Kafka o di Tolstoj, ci si spalancano nuove visioni? In che modo la loro eterosessualità ha orientato le loro opere? C’è insomma differenza fra gli scritti degli omosessuali e quelli degli eterosessuali?
    Mi rendo conto che il tema è delicato, né voglio semplificare, ma mi piacerebbe capirci di più.

  14. a Buffoni:
    Bè, se lo dice lei…

    a Luigi B.
    Fantastico l’ “innoquamente”! E se la leggesse la sua prof di liceo, stavolta da chi la manderebbe?

    a Samizdat & Tonto
    Cosa volete, Lilies that fester/smell much worse than weeds…

  15. Parlare di autori omosessuali o di letteratura omosessuale mi fa una strana impressione. Da un lato sono convinto che in Italia ce ne sia bisogno: in Italia l’omosessualità non è ancora “normale”. L’omosessualità diventa normale quando è normata. In Italia è ben lungi dall’esserlo. Il mondo post-gay è un mondo dove le inclinazioni non implicano per forza il riconoscersi in un gruppo, in una presunta cultura o in uno stile di vita. Da noi invece c’è ancora molto bisogno di una rivendicazione militante della differenza. Prima di poterci concedere – anche noi – il superamento dei ruoli e delle categorie.
    Dall’altro lato, tuttavia, parlare di letteratura omosessuale mi riporta – per analogia – al disagio che provai qualche anno fa a Siena, quando in occasione di un convegno sulla traduzione, dopo avere impostato la mia riflessione sulla differenza costituita dalla traduzione letteraria (per analizzare la quale risultano inadeguati gli strumenti della sola linguistica teorica: occorre integrarli con un’altra strumentazione preveniente dalla “dottrina del gusto” di kantiana memoria, alias dalla filosofia estetica) uno Jago precocemente canuto mi contestò affermando che non si sarebbe mai sognato di parlare di traduzione chimica, dopo aver tradotto un manuale, per l’appunto, di chimica.
    Che cosa delimita i confini di una presunta letteratura omosessuale, ci possiamo chiedere. La vita erotica, presunta o dichiarata, di chi scrive? I temi trattati?
    Certamente continuerò a parlare di traduzione letteraria – almeno fino a quando percepirò che tale formula custodisce un’inalienabile specificità – e continuerò a parlare di letteratura omosessuale, almeno fino a quando da essa mi giungerà una rivendicazione di fondo.

  16. Ringrazio Buffoni per l’articolata risposta, anche se non sono convinto di averci capito granché.
    In fondo la mia domanda è d’una semplicità pedestre – eppure esiziale nella sostanza: esiste una specificità della scrittura omosessuale? Esiste una forma di riconoscimento (che esuli dal mero dato biografico) intrinseca alla letteratura prodotta da autori omosessuali? E’ possibile che l’orientamento sessuale determini uno stile, una poetica, una profezia in maniera “matematica”, e in misura maggiore di quanto determinino i medesimi fattori l’eterosessualità, l’ambiente, la tradizione, le circostanze storiche ecc ecc? Oppure la questione del genio (o talento o inclinazione) conserva un nocciolo inesplicabile, e impenetrabile da parte d’ogni studio più o meno “scientifico”?
    La mia sensazione è che, quando un autore è davvero grande, ogni tipo di problema psichico, sociale o ideologico venga soluto, disciolto nella novità dell’opera, e che sia impossibile desumere dall’opera, dall’ambiguità dell’opera (è l’ambiguità il vero marchio della grandezza letteraria, credo), qualsivoglia “informazione” biografica.
    Cordiali saluti.

  17. a Buffoni:
    perfavore, mi spiega che vuole dire che “l’omosessualità è normale quando è normata”? Che diventa normale quando c’è una legge per il matrimonio omosessuale?
    E poi, lei per normale che intende? Che non ci fa caso nessuno, o che rappresenta come tale una norma, un legge naturale, una dimensione permanente della natura umana?
    Lasciando perdere gli altri aspetti, a me sembra che in letteratura, la omosessualità dell’autore abbia rilievo proprio quando *non* è normale, cioè quando non passerebbe inosservata e deve dunque restare nascosta perchè fa correre dei rischi sociali o psichici; e in questo senso diventa interessante, come qualsiasi genere di impostura sistematica, di falsa coscienza necessaria. Diventa interessante anche quando è una tragedia personale, ad esempio quando l’omosessuale può amare davvero solo uomini che omosessuali non sono, e dunque si ritrova condannato a non poter mai essere riamato come desidera: può capitare anche a chi omosessuale non è, se l’amata non lo ricambia, ma se la condanna è iscritta nella forma stessa del desiderio, chiunque ne sia la persona che ne forma oggetto, diventa destino, non disgrazia personale.
    Lo stesso vale se l’omosessuale prova disgusto per la donna e quindi non può avere figli, e li desidera: la sterilità che diventa un destino non per una circostanza biologica, ma perchè l’amore e il desiderio che si provano coincidono con la sterilità. Per farla corta, a me sembra che l’omosessualità sia letterariamente rilevante nei termini in cui la trovava tale Baudelaire, che la tematizza con grande attenzione senza praticarla: vale a dire, quando è interessante per tutti gli uomini.
    Quando è interessante solo per i cultori della materia, mi pare che equivalga alla letteratura di montagna, che non appassiona chi preferisce il mare.
    Mi pare poi del tutto insignificante quando la pratica omosessuale è un puro gusto personale, socialmente accettato senza problemi, al massimo con un bonario sorrisetto e un goliardico strizzare l’occhio. Per esempio, i “Commentari” di Cesare, che pure inuna canzonetta i suoi legionari chiamavano “regina di Bitinia” per i suoi diversivi con il re di B., non mi paiono studiabili con profitto come letteratura omosessuale; eppure, Cesare scriveva mica male. Per tacere dei tragici greci, che qualche avventura omosessuale l’avranno avuta; o di Michelangelo, etc.
    Dunque, se davvero la normativa giuridica in materia e il costume sociale rendessero l’omosessualità “normale”, a parer mio la renderebbero del tutto anodina dal punto di vista della letteratura.

  18. Ringrazio gli autori di questi ultimi due interventi, anzitutto perché – in pratica – Buffagni risponde a Macioci; quindi perché – insieme – dimostrano quanto bisogno ci sia in Italia di una seria politica di ricerca (non solo accademica) incentrata sui gender studies. L’impresa è immane, gli anni di ritardo sono numerosi, le resistenze a non metterla in atto fortissime.

  19. a Buffoni:
    prego, si figuri, però non ho capito niente del suo ultimo intervento. Cosa vuole dire che ho praticamente risposto a Macioci?
    E perchè lui ed io insieme dimostriamo “quanto bisogno ci sia in Italia di una seria politica di ricerca (non solo accademica) incentrata sui gender studies”?
    Perchè abbiamo detto delle cretinate da ignoranti?
    Va bè, se abbiamo detto delle cretinate ci dica lei qualcosa di intelligente, se non ha tempo o voglia ci rimandi a qualche scritto suo o altrui così ci rieduchiamo.
    A me pare che il suo modo di interloquire dimostri che che qui in Italia c’è più che altro un gran bisogno di buona educazione. E qui è certo vero che “l’impresa è immane, gli anni di ritardo sono numerosi, le resistenze a non metterla in atto fortissime”.

  20. “Parlare di autori omosessuali o di letteratura omosessuale mi fa una strana impressione. Da un lato sono convinto che in Italia ce ne sia bisogno: in Italia l’omosessualità non è ancora “normale”. […]c’è ancora molto bisogno di una rivendicazione militante della differenza. Prima di poterci concedere – anche noi – il superamento dei ruoli e delle categorie.” ( Buffoni)

    Buffoni mi pare un “progressista stanco”. Somministra senza troppo entusiasmo a un’ Italia “arretrata” discorsi che nei paesi “avanzati” non c’è più bisogno di fare.
    Ma è davvero importante dare una lettura gay di Pascoli per scuotere in qualche modo l’omofobia di lettori o accademici “arretrati” o dimostrare a chi tale pregiudizio non ha (o l’ha di meno) se questa lettura gay di Pascoli regge ed è produttiva, e cioè risponde in modo chiaro e semplice alle domande chiare e semplici che qui ha posto Enrico Macioci?
    Si ha la brutta impressione che Buffoni voglia far passare un discorso debole teoricamente appellandosi a un’urgenza di miltanza gay in Italia e che cerchi nella letteratura pezze d’appoggio non troppo convicenti.
    Io mi chiederei pure perché in altri paesi non c’è da svelare più del già svelato sull’omosessualità di un grande poeta, del resto già riconosciuto come tale. O perché lì non ci sia così bisogno di confondere così pericolosamente biografia e poesia/arte. E tenderei a rispondere: perché gli studi lì non si sono indeboliti come nelle nostre università.
    Mi chiederei pure se sia un bene per una militanza gay seria aggirare le domande semplici alla Macioci, sospettandole magari di ostilità omofoba. E se ai suoi fautori faccia bene rifugiarsi in alcuni ambienti *radical* artistici o letterari, lasciando invece correre sulle contraddizioni reali e insolute di questo Paese, che a me pare tocchino pesantemente anche gli omosessuali. (Ad es. anche Buffoni, oltre ad occuparsi di Pascoli, potrebbe pronunciarsi sulle politiche del governo Monti: stanno aiutando o ostacolando anche una più libera espressione della sessualità in generale?).

    Più in dettaglio, rileggendo attentamente il post di Buffoni, mi viene da aggiungere che i biografi illuminano la vita di alcuni autori e soddisfano una curiosità “complementare” dei lettori. Anche a me, per riflettere e capire in generale, può servire sapere se il poeta Tizio era omosessuale o no, ma quando si tratterà di valutare l’opera sua non posso pensare che essa sia automatica trascrizione (diretta o indiretta) di quella vita o della sua sessualità. E, quindi, sapere se Dante era o no omosessuale, mi fa fare un passo avanti nella comprensione dell’uomo Dante ( come me lo fanno fare le conoscenze sul contesto storico in cui visse, sul cattolicesimo medievale, ecc.), ma non *automaticamente* dell’opera. Il cattolicesimo di Dante spiega forse la Commedia? La gobba di Leopardi la sua poesia? Il contenuto (la vita) non spiega la poesia. Non è un virtuoso o immorale o trasgressivo contenuto che fa grande scrittore Dante o Céline.

    I frequentatori recenti di LPLC potrebbero leggersi con profitto i post di Tommaso Giartosio sulla lettura queer dei “Promessi sposi” (scrivendo ‘Giartosio Promessi sposi’ in cerca) e la discussione seguitane. Lì il testo veniva interrogato passo passo. Qui Buffoni mi sembra molto più vago e impressionistico. Sostiene che « la biografia di Pascoli oggi potrebbe essere ammaestrante come quella di Verlaine, di Wilde, di Kavafis». D’accordo, se stiamo alla biografia. Ma quando afferma che «c’è in Pascoli un gioco timbrico che si può paragonare solo a quello di Leopardi», non mi è chiaro se questo ha a che fare con la sua omosessualità. Ed egli si limita a suggerire ipotesi senza argomentarle e dire interamente quel che pensa. Quando scrive « La grandezza di Pascoli sta nell’uso della lingua, non nei “personaggi” descritti. Forse perché non potè descrivere i personaggi che avrebbe voluto. Ecome avrebbe voluto», siamo al massimo nel campo delle “fantasie d’avvicinamento”..
    Il suo impressionismo critico e ipersoggettivo sta tutto in uesta frase: «La genesi di quest’ode incompiuta di Pascoli, intitolata Musolino, che il poeta Giuseppe Villaroel contribuì a diffondere, mi ha ricordato quella della famosa Ballad of the Reading Gaol di Oscar Wilde»). A me pare un accostamento forzato compiuto su dati davvero labili: « Anche il brigante pascoliano anela all’azzurro del cielo, ha corpo asciutto e slanciato, è fiero nel portamento ed è circondato da gendarmi».

    E, infine, basti pensare ai tanti testi della letteratura rimasti anonimi. Se la biografia fosse davvero così indispensabile ( che è la tesi non dichiarata ma sottintesa di questo post di Buffoni) per la comprensione di un’opera, dovremmo dire che essi sarebbero quasi inutilizzabili o muti. E non è così.

  21. Non avevo valutato l’importanza che può avere ai fini di una traduzione letteraria lo stabilire la preferenza sessuale, esplicita o implicita, di un autore: perché quello che nella lingua di partenza può dissimularsi, contribuendo alla piacevole indeterminatezza di una poesia (piacevole per coloro che reputano l’indeterminatezza una qualità poetica: per me non lo è), nella lingua di arrivo può andare totalmente perso, se colui che traduce non sa cosa “non-deve-andare-perso” durante il passaggio.

    Atto di traduzione, però, è anche trasporre la poesia in prosa: la critica, in questo senso, è una ulteriore traduzione testuale. Risalire alla biografia dell’autore, quando ciò è possibile, orientamento sessuale compreso, rientra allora nel campo di indagine del traduttore.

    Quel che segue nasce dall’imperterrito equivoco secondo il quale parlare di omosessualità significa fare rivendicazione militante, con strascico secondario di richiesta di giustificazioni: perché dimostrare che il tal autore era omosessuale? – come ci fosse una intenzione ideologica a monte di una trattazione critica.

    Quelli presentati da Buffoni, a me sembra, sono appunti – degni di pertinenze – e riflessioni alle quali lui per primo non ha ancora dato statuto di critica letteraria. E posso comprendere lo stato di spossamento che può provocare il non poter mai discutere nel merito perché ogni volta si attacca un metodo che, per quanto certamente rimodellabile tutte le volte, dovrebbe ormai essere acquisito nei suoi fondamenti.

    Invece di interrogarsi, e interrogarci, sulla proficua traduzione critica che verrebbe dei testi di Pascoli se interpretati attraverso una sua omosessualità posta come ipotesi valida – lei sì, l’omosessualità eventualea, travagliata da condizioni precedenti viziate da un pregiudizio ideologico insopportabile – ci si sposta, e ci si distrare, su altre questioni: la vita non è l’opera, la sessualità non è la poetica… come se davvero si possa tagliare di netto – come vuole la teoria “politicamente corretta” cioé asettica cioé inumana – ciò che si vive da ciò che si scrive.

    Cercare chiarezza e significato equivarrebbe a buttarla in propaganda di parte e rinunciare alla poesia, per coloro che fanno rimare poesia con ombra, con non-detto, con segreto, con silenzio, rima che per me invece è una contraddizione in termini, poiché la poesia, la parola, in prima analisi è proprio il contrario: profanazione del silenzio.

    Per questo accolgo con interesse queste e le magari successive riflessioni di Buffoni su un poeta, il Pascoli, verso il quale io provo un certo disagio per quella che avverto come una sua mancanza di maturità, che associo al mancato coraggio di crescere, di vivere.

    Un saluto!,
    Antonio Coda

  22. Ringrazio per questi ulteriori interventi, e in particolare Antonio Coda per avere tanto acutamente colto il senso profondo di questa pagina del mio Diario Pubblico.

  23. Mi spiace che Buffoni si sia in qualche modo risentito. Visto che il dialogo non sembra poter proseguire con la necessaria tranquillità, mi defilo.
    Un saluto.
    Enrico Macioci

  24. Ho trovato molto suggestiva l’ipotesi di Buffoni. Pascoli è un autore ampiamente studiato a scuola e all’università (almeno ai miei tempi). Ed è altresì un autore che ricorre spesso, con una frequenza quasi ossessiva negli studi della poesia neodialettale novecentesca e contemporanea (e non solo, non necessariamente afferente all’area romagnola): tant’è che mi ritrovo spesso a citarlo ampiamente, o a ritrovarlo nei miei studi. Eppure non mi ero mai soffermato su questo aspetto, su questa ipotesi. La questione non mi sembra marginale, perchè la sessualità non è mai marginale, rispetto alla scrittura. E spiegherebbe molti non detti, molti silenzi.

    Un’esperienza analoga a quella di Franco B. , riguarda i miei anni di liceo: la prof. di ginnasio adorava D’Annunzio, ma al mio compagno di banco che osò alludere all’omosessualità del poeta Vate(r), la cara prof. replicò con una sonora nota sul registro di classe…

    Le questioni generali allora riguardano almeno tre aspetti:

    1) il silenzio becero e codino di chi è preposto all’educazione scolastica. Le omissini e le elusioni, o elegantemente: ‘la difficoltà di dire’.

    2) La non esposizione, il rimosso, il segreto, in tanta letteratura velata (per ovvie ragioni, storiche e sociali).

    3) l’innegabile rapporto causale e non casuale, tra scrittura e identità (sessuale ivi compresa). Come non riconoscere che dietro un autore di versi ci sia un essere vivo e pulsante, emotivo e sessuato? Come non riconoscere che la scrittura filtra ed è filtrata dal personalissimo rapporto con il corpo, il sesso, e l’altro? Non necessariamente la cosa assume aspetti e modalità ‘deterministiche’: ma è pur vero che la specificazione – anche formale: quell’insieme o quid che intendiamo come ‘stile’ dell’autore – costituisce, quando non determina, un humus di ragioni e agnizioni. Qualcosa di analogo si può dire in rapporto alla questione delle ‘donne in poesia’: quella critica che non vuole assolutamente riconoscere che attraverso il corpo (ma non solo, s’intende) si realizza un particolare approccio alla scrittura, è una critica sostanzialmente maschilista, di cultura maschilista, che, facendo finta che certe questioni siano ormai superate, che non c’è motivo di erigere o sbandierare differenze, di fatto si rifiuta di cogliere qualcosa di molto particolare. E alcuni elementi di novità. (grazie, e scusate le divagazioni).

    Caro Franco, buon lavoro.

  25. Intervengo di nuovo per dialogare con Cohen.
    Ciò che Lei dice è vero fino all’ovvio: si scrive col corpo, con la carne. Quel che io contesto è la possibilità di produrre una specie di referto medico/psicologico sull’autore e/o sull’opera; per quante ferite, per quante complicazioni l’autore viva, l’opera trasfonderà il tutto in una sfera – da un certo punto in poi – impenetrabile, senza autentici appigli. Nessuno conoscerà mai l’autore dall’opera – nè tantomeno l’opera dall’autore.
    Se io leggo Hart Crane ignorando il divorzio dei suoi genitori, la sua omosessualità sofferta, il suo inquieto e ossessivo rapporto con la tradizione, la sua mistica, il suo credersi la reincarnazione di Rimbaud ecc ecc, se io leggo Emilly Dickinson ignorando il suo vivere appartata, la sua ambigua sessualità, la sua fobia per la pubblicazione, il suo rapporto col padre, ignorando finanche il suo meraviglioso epistolario, io non perdo nulla della loro forza poetica, dal momento che la poesia non è tanto conoscere o capire quanto sentire, palpare, vedere da ciechi. La poesia, nel momento in cui narra le ferite da cui si genera, diventa subito altro, non s’afferra. La poesia è l’equivalente artistico dell’arcobaleno – la sua composizione, la somma dei suoi elementi non ci fornisce la chiave della sua bellezza, che è istantanea e al contempo arcana, antica.
    Questo mi sembra un mistero meraviglioso, che non offende nessuno e spinge sempre oltre, sempre un poco più in là lo sforzo ermeneutico.

  26. a Cohen:
    “il silenzio becero e codino di chi è preposto all’educazione scolastica. Le omissioni e le elusioni, o elegantemente: ‘la difficoltà di dire’.”

    Le faccio un esempio di “difficoltà di dire” che a me sembra nettamente più attuale e più grave: se un professore di storia, spiegando gli stermini nazisti, dà conto anche delle posizioni e delle tesi storiografiche di Irving o Rassinier etc., si trova imputato in tribunale con la carriera e la vita rovinata, e gli va la foto sui giornali con sotto la didascalia “Orrore”.
    Per evitare equivoci e seccature mi tocca aggiungere che non sono revisionista, non sono nazista, non mangio i bambini, etc. , e che non ho portato questo esempio per farle un dispetto profittando del fatto che lei è ebreo. Lo dico a lei come lo dico a chiunque, ebreo, non ebreo, omosessuale, non omosessuale, letterato e non letterato.
    Io non ho sentito levarsi voci dalla comunità letteraria o da quella omosessuale, quando in Europa sono passate queste leggi contro la libertà di pensiero, parola e ricerca storica. Lei?

  27. @Macioci

    Caro Enrico,

    non ricordo di un nostro dialogo, ma posso anche sbagliarmi. Comunque sia, la questione riguarda sempre la prospettiva ed i punti di vista.

    Posso capire che le dia fastidio una lettura ‘invasiva’ (ma pensi allo strutturalismo, alla psicocritica, alla filologia), ma è una prerogativa della critica: almeno finchè c’è e finchè non venga destituita di ogni fondamento dai dispacci d’agenzia, dall’ingolfamento da intervista o dalle veline delle case editrici.

    Nella fattispecie, il punto di vista dell’autore del post, è probabilmente quello di un autore in cui è forte la componente (vocazione?) saggistica. A tal riguardo, le interesserà probabilmente, occupandosi lei di narrativa, e le risulterà singolarmente illuminante, il recente lavoro narrativo (che coniuga fiction, biografia, storiografia letteraria) di Franco Buffoni, ‘Il servo di Byron’ edito da pochi mesi. Mi sembra di capire che il testo su Pascoli derivi si muova e riparta anche da lì.

    Sono d’accordo con lei quando afferma che ‘nessuno conoscerà mai l’autore dall’opera’ e viceversa. Deve però riconoscere che una delle priorità della critica è proprio quella di disvelare, o se preferisce, di de-mistificare, quella componenete di ‘mistero’ (una parola che mi fa un po’ impressione, e che mi rinvia a una visione mistica (mitica e idealizzata, irrelata quasi) della poesia, che francamente non condivido.

    Bisogna probabilmente rispettare le divergenze d’opinione e di posizione culturale. Ognuno ha la sua. C’è chi pensa all’arcobaleno, chi alla notte totale, chi accosta la poesia alle margheritine, chi alle ruote della propria auto, non c’è una regola, non c’è un primato.

    un saluto caro, e buone cose.

  28. @Buffagni.

    Gentile Roberto B., le ricordo che negli anni Trenta-Quaranta non esisteva una qualche comunità omosessuale, almeno non mi risulta e comunque non nelle componenti di consapevolezza e di codici politici codificati e riconosciuti a cui ci si riferisce oggi: l’Arci Gay in Italia è una cosa recente, e il primo movimento gay risale alla fine degli anni Sessanta negli States. I gay dichiarati venivano rinchiusi dai fascisti in un’isoletta siciliana….

    Altresì, le ricordo che la pittoresca idea di ‘comunità letteraria’, affiora nella virtualità e nell’immaginario piùttosto che nella realtà. Le ricordo anche che la maggioranza degli italiani era per e con Mussolini, all’inizio amnche molti ebrei aderirono al partito fascista (prima delle leggi razziali, ovviamente).

    Sappiamo benissimo come siano andate le cose, e lei, che viene dalle parti di Fossoli, si sarà fore chiesto ‘come mai?’ i suoi concittadini non abbiano visto nè sentito (è un po’ questa l’accusa solita che si fa ai polacchi, dimenticando che erano un popolo subalterno ed occupato, semianalfabeta e in scacco, e che l’informazione era in mano alla propaganda nazista, fascista, poi franchista).

    Tornando alla ragione iniziale del suo commento: mi scuso, mi sono espresso male, è evidente che quando penso all’educazione scolastica, mi riferisco (ma non è scontato) all’istituzione e non al corpo docente, oggi sostanzialmente impossibilitato a una qualche pronuncia autonoma.

    E comunque, il fatto che la storia sia andata in un cewrto modo, non induce a riprodurla, nè ad accettarla.

    Viviamo una realtà altra, forse.

  29. @Buffagni

    e comunque, non lancio certamente un petardo se dico che nella scuola italiana certi argomenti sono ancora tabù.

  30. Complimenti a Buffoni e Cohen,
    proprio delle personcine fini, che quando all’ospite importuno scappa la bestemmia lo ignorano e fanno finta di nulla nascondendo un sorrisino con il tovagliolo. Si vede che quelle antiche prof di liceo qualcosa gliel’hanno insegnato, dopo tutto. Ciao cari, vi lascio alle vostre confidenze.

  31. Caro Cohen,
    Lei ha perfettamente ragione. Noi non condividiamo una stessa visione della poesia, ma ciò non deve tramutarsi in intolleranza. Della quale ha dato prova Buffoni, non io.
    Anche a Lei un caro saluto, e buone cose.

    ps: la critica non verrà mai destituita di fondamento dai dispacci d’agenzia o dalle veline, ma da sé medesima sì, quando pretende di smontare e rimontare il corpo vivo dell’opera come fosse un cadavere, di trattare gli esseri umani come algoritmi, e di scambiare la poesia per un’equazione (o magari per la ruota della propria auto).
    Ancora buone cose.

  32. Ma quando alcuni redattori dei post di LPLC ( in questo caso Buffoni) impareranno a prendere sul serio anche i commentatori che li criticano e a discutere fino in fondo con loro?
    Ma siamo gente seria anche noi, diavolo! E ci dedichiamo del tempo a leggervi e, se volete, a farvi le pulci.
    E dovreste ringraziarci perché i vostri ammiratori v’incensano soltanto e noi invece dubitiamo e vi diamo l’occasione per dubitare.
    Rileggete:

    “Siete realmente nel corso degli eventi? Compresi con tutto
    quel che diviene? Siete ancora in divenire, *voi*? Chi siete? A chi
    parlate? A ci serve quel che state dicendo?
    E, fra parentesi:
    vi lascia sobri? si può leggere di mattina?
    È anche congiunto al presente? Le tesi
    davanti a voi enunciate son messe a profitto o almeno
    confutate? Tutto
    è documentabile?
    Per esperienza? Quale esperienza? Ma prima di tutto
    e sempre, e ancora prima di ogni cosa: come si agisce
    se si crede a quel che dite? Prima di tutto come si agisce?”

    Aggiunta: anche coi vostri interlocutori…?

  33. @Buffagni

    è talmente accecato dal suo rancore che non si rende neppure conto che qui ho semplicemente laciato un commento, come ha fatto lei, e che poi le ho risposto, visto che mi ha tirato in causa. La lascio ai suoi bruciori, ciao caro.

  34. Anche io ho apprezzato molto queste note su Pascoli di Franco Buffoni, ammetto di non conoscere bene l’autore e dunque vorrei limitarmi alla discussione che hanno generato.
    Quello che viene fuori da questa lettura dell’opera e della vita di Pascoli è qualcosa di simile a quello che Eve K. Sedgwick chiama l’economia del segreto e della rivelazione, in un testo pubblicato nel 1990 e che ha dovuto attendere fino al 2012 per essere tradotto in italiano. Il silenzio sulla sessualità di un autore, o il sostenere che sia semplicemente una questione di gusti personali invece che una delle questioni centrali della sua opera, è a tutti gli effetti un atto linguistico performativo, attraverso il quale si “aprono scenari diversificati e mutevoli, in cui tra il sapere – o il ritenere di sapere, o credere di sapere che qualcuno sappia, ecc. – e il non sapere – o il non voler sapere o il credere che qualcuno non sappia o non voler sapere che invece qualcuno sa e potrebbe utilizzare quest’informazione per qualsiasi finalità – intercorrono, nei diversi contesti, delle diverse gestioni del segreto attraverso l’elaborazione di strategie finalizzate a preservarlo o, invece, a svelarlo (in modo parziale o totale)” (p. 21 dell’edizione italiana). Michel Foucault ha scritto che non dovrebbe esserci una divisione binaria tra ciò che si dice e ciò che non si dice, ciò che si può dire e ciò che non si può dire: non c’è un solo silenzio ma molti e sono parte integrante delle strategie che sono alla base ed attraversano i discorsi culturali. Credo infine, che il timore di prendere in considerazione il dato biografico dell’autore sia ancora uno strutturalismo di maniera, ampiamente confutato dal bel libro di Carla Benedetti, L’ombra lunga dell’autore del 1999.
    gp

  35. Premetto che per me sapere l’orientamento sessuale di Pascoli non è fondamentale per interpretare la sua opera o per valutare lo stato della letteratura critica sull’autore, ma voglio premettere in subordine che se Buffoni o chi per lui volesse dimostrarci scientificamente che questo fattore è determinante, centrale, in Pascoli, allora lo ascolterei con vivo interesse. In questo articolo però, Buffoni, sia paziente e tollerante, lei di elementi a favore della legittimità scientifica di tale portata non ne dà. E’ vero che ogni forma esegetica dovrebbe essere presa in considerazione, però venendoci più incontro, è purtuttavia vero che bisogna produrre prove a sostegno, fatti testuali, sennò anche io lettore sono legittimato a non tenerne conto, e non esser per questo considerato come uno in forte ritardo coi tempi….d’altronde qui si parla di letteratura e a lei si sta chiedendo solo di darci dei risultati da studioso di Pascoli.
    Per me di un autore vale il fenomeno estetico (ed etico) che riesce a creare, solo quello vale nella sua valutazione. Posso in un secondo tempo interessarmi dei fatti esteriori, biografici, ma non è affatto determinante, è semplice curiosità. così come trovo poco rilevante ai fini interpretativi il metodo di Freud che psicanalizzava gli autori attraverso le loro opere, parificando sogno e arte…
    Penso che di ebrei praghesi all’inizio del Novecento non ci fosse solo Kafka, ma solo Kafka da quanto sappiamo ha saputo creare una dimensione estetico-etica letteraria da quei mattoni linguistici: a me interessa quella dimensione intrinsecamente artistica… quello che c’è dentro no quello che c’è fuori da quella dimensione, e quello che c’è dentro, tra cui l’essere praghesi ed ebrei di lingua tedesca, mi interessa in quanto tale condizione sa diventare termine letterario di un discorso estetico. Diventa fenomeno estetico. Se non lo diventa, ciccia. Se questi termini letterari non ci sono, o non li si fa emergere attraverso lo studio ermeneutico, di che parliamo? Ma, anche quando emergessero, si dovrebbe sempre tener presente che di manufatti artistici, di letteratura si parla. Letteratura. O canzone…. canzone, già, perché mi ha fatto davvero impressione vedere come una parte della comunità gay s’è mossa dopo la morte di quel grande artista che è stato Lucio Dalla cui s’è voluto estorcere una dichiarazione post-mortem (inutile ai fini della sua carriera artistica) di omosessualità quando il cantante non lo aveva mai voluto dichiarare durante la sua vita. A me questo è sembrato un atteggiamento autoritario, maggioritario, tutto fuorché costruttivo o criticamente accettabile.
    Io credo che le lotte portate avanti dalla militanza gay debbano esser fatte seguendo i canali della politica, i canali diciamo istituzionali, sennò è una lotta senza quartiere che non porta da nessuna parte.

    Se invece con questo articolo le interessava affermare che nella scola italica dire che Pascoli era omosessuale era ed è rimasto un tabù lo diceva chiaro e tondo ed eravamo tutti d’accordo con lei.

  36. a Cohen:

    Anzitutto la prego di scusare se ho ho indirizzato anche a lei la mia replica piccata, accusandola a torto di ignorarmi. Quando ho apostrofato lei e Buffoni con la mia replica infastidita, la sua cortese risposta a me, pur scritta a quanto vedo qualche minuto prima, non era ancora stata pubblicata dai curatori del sito.
    M’era già saltata la mosca al naso per il silenzio offensivo di Buffoni che faceva e fa il pesce in barile, ho creduto che lei rincarasse la dose, e ho sparato nel mucchio. Avrei dovuto aspettare: la pazienza è una bella virtù che non possiedo.
    Sono stato impulsivo, e soprattutto ingiusto verso di lei, che a mia insaputa mi aveva cortesemente replicato a lungo. Ho avuto torto e sono stato maleducato come Buffoni; così dimostrando, se ce ne fosse bisogno, che non essendo senza peccato non dovrei scagliare pietre. Le rinnovo sinceramente le mie scuse.

    Vengo ora al contenuto della sua cortese replica, della quale la ringrazio. Temo che non ci siamo capiti affatto. Cerco di spiegarmi meglio e di riassumere la mia posizione-obiezione.

    1) Lei dice: Nella scuola italiana, c’era e c’è una “difficoltà di dire” l’omosessualità degli autori.

    2) Io dico: Vero. Questa “difficoltà di dire” l’omosessualità, nella scuola e altrove, esisteva ed esiste anche oggi (molto meno di un tempo, per fortuna). Ma a mio avviso, oggi ci sono altre e ben più gravi “difficoltà di dire”, contro le quali nessuno o quasi protesta. Per esempio: se un insegnante, spiegando in classe gli stermini nazisti, dà conto anche delle posizioni del “revisionismo storico” ( Irving, Faurisson, Rassinier, etc.) finisce imputato in tribunale, con la vita e la carriera rovinate, e la foto sui giornali con didascalia: “Mostro”; e non è improbabile che qualche commando ebraico lo aspetti sotto casa e lo picchi, impunemente. E’ già successo più di una volta, in Italia e non in Arabia Saudita. Le leggi europee “antirevisionismo storico” attentano gravemente alle libertà di parola, di pensiero, di ricerca storica e di insegnamento, cose tutte alle quali gli scrittori, i critici, gli insegnanti dovrebbero tenere molto, e che dovrebbero difendere anche se danno modo di esprimersi a gente che gli sta antipatica e sostiene tesi sbagliate, se non altro perchè oggi a me domani a te. Non ho registrato reazioni se non una, flebile, di alcuni storici (oltre a quelle, silenziate, dei revisionisti). Nessuna invece della comunità omosessuale (quella di oggi, che esiste e si fa sentire eccome) o dei letterati, dei docenti universitari, degli insegnanti, dei giornalisti, tutta gente che quando viene toccata negli interessi sa farsi sentire.

    3) Cosa c’entra, dirà lei.

    4) Secondo il mio avviso, c’entra. Ecco perchè. Tutto è importante e significativo, appena lo si guarda e pensa da vicino. L’omosessualità di un autore è certo interessante, per capire lui e la sua opera. Giusto dunque parlarne e scriverne, giusto ragionarci, giusto insistere perchè se ne possa parlare, anche a scuola, senza imbarazzi e pruderies. Però, a me pare che l’omosessualità, di un autore o di un non autore, sia un aspetto della persona intera, e che forse sarebbe meglio prendere in considerazione *anzitutto* le persone intere, omosessuali o no: per una semplice ma decisiva questione di priorità, visto che giornata ha ventiquattro ore per tutti.

    5) E mi domando: questo procedere, negli studi come nella politica, per club of interest o lobby, in ragione del quale gli omosessuali insistono per i gender studies, gli ebrei per le leggi antirevisioniste, le femministe per l’introduzione nel codice penale della categoria di femminicidio, eccetera, ci aiuta a capire il mondo e le persone? Ci aiuta a stabilire un ordine ragionevole delle priorità, nel campo degli studi letterari o nel campo della vita associata, del costume, della politica?

    6) No, secondo me non ci aiuta (understatement).

    7) Esempio. Intervenendo nella controversia storica sulle responsabilità delle Chiese cristiane nell’affermazione del nazismo, Eric Voegelin scrisse: “The Church is *not” a club of interest!” Cioè: le Chiese *non* fecero il proprio dovere, perchè pensarono a proteggere *anzitutto* e quasi esclusivamente i propri membri. E se questo è un comportamento accettabile e normale da parte dell’Automobile Club, che salvaguarda i suoi iscritti automuniti e si disinteressa dei pedoni, o di un partito politico, che almeno quando non è al governo deve pensare anzitutto all’interesse dei suoi membri e votanti, *non* è un comportamento accettabile da parte di una istituzione che abbia vocazione universale come le Chiese cristiane. Ecco: io, che sono antiquato, penso che la letteratura e in generale le discipline liberali, quello che un tempo si chiamava e forse anche era l’umanesimo, abbia vocazione universale e dunque *non* sia un club of interest, o una federazione di clubs of interest, con tutte le sue belle associazioni e di settore e i suoi begli specialismi che sgomitano per avere ragione, finanziamento e visibilità. Penso anche che questa tendenza, oggi assai florida, non faccia per niente bene nè alla letteratura, nè alla critica letteraria, nè in generale alla vita delle persone, prese una per una o tutte insieme.

    Ringraziandola per l’attenzione, e rinnovandole le mie scuse per l’ingiustificata scortesia, la saluto cordialmente.

  37. Grazie per questi ulteriori interventi: in particolare a Manuel Cohen per la sua generosità. E a GP Leonardi che con sapienza e compostezza ha messo a fuoco “il” punto, orientandolo alla contemporaneità critica anche italiana con la citazione della posizione benedettiana.

  38. Mi sembra di vedere nelle resistenze nei confronti dei (genericamente detti) gender studies una più generale, cronica difficoltà (italiana?) a far entrare le scienze sociali nello studio della letteratura, ancora e sempre vista come una monade di assoluta purezza. Viene voglia di rileggere Marx, con i giusti correttivi foucaultiani (Leonardi cita appunto quel bel libro di Carla Benedetti nel suo commento, che condivido in pieno). Poi, ad affrontare il nodo della sessualità senza prurigini e senza scandalo, in Italia (ancora una volta) ci si rimette sempre. A questo stadio, non credo che Buffoni attribuisca un particolare valore conoscitivo a questo abbozzo, ma spero che ci arrivi e intanto, per avere lanciato il sasso, lo ringrazio.

  39. @ Andrea Raos

    Lei parla di “resistenze nei confronti dei (genericamente detti) gender studies” e tira in discorso sul general-generico.
    Non è così. Ho portato gli esempi del post di Giartosio sui “Promessi sposi” accolto e discusso con attenzione. Si tentava di fare lo stesso con questo di Buffoni.
    Le resistenze mi pare vengano da lui e dai “buffoniani” che, invece di rispondere a legittime obiezioni, ringraziano e chiudono il discorso.

  40. Sono molto grato ad Andrea Raos per il suo intervento. Il mio Diario Pubblico mensile su LEPELC intende proprio avere la funzione che lui indica. Quanto alla sua affermazione: “ad affrontare il nodo della sessualità senza prurigini e senza scandalo, in Italia (ancora una volta) ci si rimette sempre”, posso dire di essere ormai vaccinato. Ho solo bisogno di qualche richiamo, ogni tanto.

  41. a Buffoni:

    Non è facile parlare con chi non ti risponde o fa la sfinge, e quindi non posso sapere se si riferisce a me quando chiude il suo ultimo intervento dicendo ” ‘ad affrontare il nodo della sessualità senza prurigini e senza scandalo, in Italia (ancora una volta) ci si rimette sempre’, posso dire di essere ormai vaccinato. Ho solo bisogno di qualche richiamo, ogni tanto.”
    Se si riferisce a me, ha torto.
    Non le ho dato del maleducato perchè “ha affrontato il nodo della sessualità senza prurigini e senza scandalo”, le ho dato del maleducato perchè lei si è rifiutato di rispondermi con quel minimo di considerazione che si deve anche a un canarino, vale a dire che le ho dato del maleducato perchè lei *è* stato maleducato, e lo resterebbe anche se l’argomento sul tappeto fossero le azalee.

  42. @ Ennio Abate
    la ringrazio per quel “buffoniano” che credo di non meritare, ma le volevo anche far notare che io ho risposto in merito alla questioni poste nella discussione, così mi pare almeno.

  43. Da quel poco che so di gender studies (e se l’impressione che me ne sono fatto è fallace, accetterò con umiltà che mi si smentisca), temo che l’impostare la ricerca critica intorno a un’unica opposizione categoriale (etero e omo, maschio e femmina) nasconda una sorta di rigida assiologia, se non addirittura di metafisica, per cui maschio e femmina, omo ed etero diventanano principi universali.
    Credo che l’intelligenza critica debba sapersi sottrarre alle dicotomie e scegliere il tertium semper datur, specie se parliamo di poesia. E’ questa la ragione per la quale non mi entusiasmo troppo ai gender studies e non mi perito troppo del fatto che l’Italia ne sia ancora priva. (In ogni caso parlo dei gender studies in generale e non dell’intervento di Buffoni, ma mi pare che il discorso sia scivolato anche su questo ambito più lato).
    Poi, per evitar fraintendimenti, aggiungerei che:
    1) anche un taglio sociologico della ricerca può portare spunti interessanti di lettura, basta che non sia unilaterale;
    2) rifiutare troppi sociologismi in ambito letterario forse non necessariamente concide con un’idea di letteratura come “monade di assoluta purezza”, come osserva Raos (insomma: tra gli, entrambi, stimabilissimi Croce e Marx, ci sono anche altre alternative);
    3) in Italia il discorso sull’omosessualità è probabilmente poco visibile e inviso a parecchi, ma fatico a credere che usare a scopo euristico la categoria di omosessualità in letteratura produca necessariamente una liberazione dei discorsi di altro genere nella società;
    4) la sessualità e il desiderio comunque intridono la scrittura per cui non vedo perché non dovremmo parlare di Pascoli anche da questo punto di vista: basta non diventar ossessivi e che lo scopo sia una migliore intelligenza del testo poetico e non della biografia di Pascoli (che è interessante in sé e per sé, per la nostra curiosità umana, ma la cui indagine non può essere meccanicamente traslata a quella sull’opera).

  44. @ gian pietro leonardi

    Ho riletto il suo commento. Ritiro il “buffoniano”.
    Ripeto però che nessuno in questa discussione vuole trascurare o demonizzare “il dato biografico dell’autore” in omaggio a “uno strutturalismo di maniera”.
    Si chiede di non farne un *unicum* e, nello stabilire la relazione tra biografia e opera, di non dimenticare che non è *automatica* e *non spiega* (come del resto altri contenuti…) il suo valore.

  45. Gentile Lo Vetere,
    la ringrazio dell’intervento, che in buona sostanza mi trova d’accordo. La ricerca critica non va mai impostata attorno ad un’unica opposizione. D’altro canto, la mia pagina di diario (sottolineo: “pagina di diario”) mi sembra dimostrarlo. Tenga presente che il titolo ad essa attribuito non è mio, ma redazionale.
    Quanto ai Gender Studies, certamente in Italia ne abbiamo bisogno. E quando li avremo, finalmente, saremo pronti a bastonarne gli eventuali eccessi “metodologici”.

  46. Giovanni Pascoli è poeta superiore a Verlaine, Wilde, Kavafis; ed è accostabile per potenza timbrica, cioè per potenza del linguaggio .- proprietà massimamente poetica – a Giacomo Leopardi; però Pascoli, attraverso il filtro della traduzione, diventare una caricatura carrolliana. Perché, per quanto intenso come la grande Emily Dickinson, le sue figure ne escono depotenziate, poiché non è ripetibile il sostegno della loro maestria linguistica. Da qui parte la considerazione, e l’interrogazione, di Buffoni.

    La critica, non da oggi, si interroga sulle figura di Giovanni Pascoli e ne dà lettura gioco-forza legate alla vita dell’autore. Questo non inficia il principio secondo il quale l’opera è altra dal suo autore e che – soprattutto con lo scorrere dei secoli – quel che resta sarà proprio l’opera; però questo non significa dover fare del tutto a meno del cordone filogenetico tra chi scrive e ciò che ha scritto- e qui interviene di sicuro il principio referenziale che il critico sceglie e quindi do per buono che non esiste pensiero se non esiste schieramento: non rigido, ideologico cioè, ma risultato di riflessioni e considerazioni aperte al rimescolamento.

    Da parte mia, in pratica, mi cambia se a scrivere il Gelsomino Notturno sia stato Trilussa e non Pascoli, così come ci ravvedo una coerenza di fondo nel fatto che le Rime di Cecco Angiolieri le abbia potute scrivere Cecco e non un David Maria Turoldo del suo tempo.

    La critica, come dicevo, non inizia oggi a interrogarsi sulle poesie di Pascoli ed è per approfondire queste che si rivolge alla sua biografia, cioè: non è per l’interesse su Pascoli uomo che ci si interroga sulle sue poesie, ma il vicerversa.

    Le risposte fin qui date dalla critica per comprendere le figure della poetica alla luce del sensualismo espresso in maniera “obliqua” da Pascoli, illustra Buffoni nel suo articolo, sono pressoché due:

    – Pascoli ha un blocco di natura psicologica dovuta alla sua condizione di orfano;
    – Pascoli ha avuto amori incestuosi, sublimati o di fatto;

    Buffoni propone una terza chiave interpretativa, ipotizzando una omosessualità non dichiarata – vogliamo spingerci più in là e dire non-consapevolizzata? – del poeta.

    Ora non capisco perché nel caso di Buffoni la sua ipotesi critica debba previamente “dimostrare” di non essere una dissimulata propaganda omosessuale mentre nel caso degli altri critici si dia per accertato che non siano dei propugnatori dell’incesto né dell’infanzia traumatizzata.

    Di mio reputo interessante l’articolo perché mi rimette di fronte al mio rapporto con Giovanni Pascoli, poeta di cui proprio non sarei riuscito a pensare che è un maggiore di Verlaine e di Wilde e della statura di Leopardi e della Dickinson, proprio perché, non essendo “educato” a soffermarmi sulla qualità del linguaggio, mi fermo alle sue figure che trovo sempre velatamente asfissianti, specie se associate alla “vulgata didattica” che è stata propinata anche a me negli anni Novanta, che fanno di Pascoli un orfanello addolorato, un fanciullino nascostamente radioso, insomma: un mentecatto privo di nerbo.

    Sollecitato da questo articolo, sono andato a rileggermi il “Gelsomino notturno” di Pascoli e l’ho riletto alla chiave delle tre interpretazioni critiche proposte, partendo dall’innegabile sensualità conturbata che il testo poetico trasmette e di cui se ne può godere in ogni caso, prima e al di là delle letture critiche e non “passive” cioé neutralmente estetiche che se ne possono fare.

    1) c’è troppa maturita erotica nel componimento perché mi risulti convincente l’idea del bambino-escluso che vive in maniera impreparata la sessualità adulta;

    2) considerato all’interno dell’ottica del voyeur incestuoso il componimento perde tutta la bellezza compartecipata per quanto invidiata che esprime e assume toni morbosi che però contrastano con la delicatezza delle immagini raccolte, per quanto non manchino parti “morbose” nel componimento: la memoria rivolta ai cari defunti, la casa dei bisbigli, la costellazione ridotta a chioccia che stringe a sé la sua cova;

    3) se leggo il componimento secondo l’intenzione di un desiderio omosessuale incompiuto e inattuabile, assume una nuova chiarezza la figura dell’escluso che osserva da lontano la casa dove avviene l’unico amore “socialmente” lecito: quello della coppia eterosessuale sancita, quasi in opposizione alla diffusa, e non connotata, sensualità della natura che lo circonda e secondo questa lettura mi colpiscono i versi finali:

    (…)si cova,
    dentro l’urna molle e segreta,
    non so che felicità nuova.

    La scelta di dire “urna” per indicare il presunto ventre di donna che accoglierebbe il piacere sessuale è il viceversa della fecondità che dovrebbe significare, se espressamente e unicamente femminile: scegliere di dire “urna” insomma, che comunque non nega la “felicità nuova” che genera, rende la poesia molto meno determinata di quanto può apparire a una prima lettura.

    Queste, ripeto, sono “speculazioni” che niente vogliono sottrarre alla poesia né tantomeno vogliono aggiungerle di peso qualcosa: è l’occasione di aggiungere una interpretazione ulteriore, che non fanno danno a nessuno ma tutt’al più arricchiscono una esperienza di lettura che non reca in sé nessuna propaganda-implicita.

    Mi scuso se invio un commento così lungo, mia intenzione era di riportare e condividere il pensiero mossomi dalla lettura dell’articolo di Buffoni.

    Un saluto,
    Antonio Coda

  47. @ Ennio Abate
    nessuno vuole farne un unicum, qui si tratta di aggiungere sapere non di sottrarlo, di togliere qualcosa al valore di un’opera o di un autore. Quello che le note di Franco Buffoni (come pure l’intervento più strutturato di Tommasio Giartosio, già menzionato) mettono in risalto è la possibilità di leggere oltre la norma, di problematizzare quella norma. Anche critica. Mi sembra che più che di unicum si debba parlare di continuum critico, che dà per assunto che chi parla e scrive (e attribuisce valore) sia necessariamente un maschio, eterosessuale, borghese, occidentale… Non a caso quando si mettono in discussione i valori normativi e di valore della “Critica” (come nel post sulla poesia femminile o come in questo caso), cercando di ribaltare alcune posizioni identitarie e usare un punto di vista subalterno, la discussione si accende e i difensori del canone scendono in campo.
    Ma ciò si può dire anche nell’ambito accademico. A me, ad esempio, viene rimproverato di occuparmi “solo” di gay and lesbian studies (anche se questo non è vero). A nessuno verrebbe mai in mente di dire la stessa cosa a un dantista.

  48. Talvolta mi accade di chiedermi se devo continuare a collaborare ai blog. Quando leggo interventi come questi di Coda e di Leonardi, mi rendo conto che ne vale assolutamente la pena.

  49. @Roberto Buffagni
    (riposta al commento dell’11.09. h.12.12)

    Lascio sempre più raramente commenti sul web perchè mi rendo conto che è molto difficile dialogare. E mi rendo conto che un’attitudine alla rissa, all’offesa gratuita e immotivata, spesso irrelata, alla sostanziale maleducazione, è ormai un virus molto attivo ed endemico.

    Accetto le sue scuse, e sarebbe un bene se lei le estendesse anche ad altri. Tuttavia, le faccio notare che scrive cose inesatte. Cito ad esempio dal suo commento:

    “Questo procedere negli studi come nella politica, per clubs of interest o lobby, in ragione del quale gli omosessuali insistono per i gender studies, gli ebrei per le leggi antirevisioniste, le femministe per l’introduzione nel codice penale della categoria di femminicidio, eccetera, ci invita a capire il mondo e le persone? Ci aiuta a stabilire un ordine ragionevole delle priorità, nel campo degli studi letterari o nel campo della vita associata, del costume, della politica?”

    Mi scusi, ma è una tipica argomentazione da viaggio in treno: innanzitutto le inesattezze:

    1) Ad occuparsi di Gender Studies sono generalmente accademici: pensi che in molti atenei occidentali (naturalmente non in Italia) è una materia ampiamente presente. Al pari della Filologia classica, delle Dottrine politiche e della Matematica.

    Più in generale, i Gays rivendicano diritti civili, pari dignità, una legislazione che non li releghi a cittadini di serie B.

    Rivendicano altresì (ma lei non se n’è accorto e non coglie la gravità e l’urgenza della questione) che venga riconosciuto dalla Costituzione il REATO DI OMOFOBIA. (E’ storicamente provato che sono le leggi a favorire scatti di civiltà).

    2) “Gli ebrei per le leggi antirevisioniste”…. Vede, quando sonore patacche storiografiche vengono spacciate per controinformazione, occorrerà pure opporsi in qualche modo alle mistificazioni della propaganda antisemita; e dal momento che sarebbe impensabile proporre una legge anti-stupidità, le vie civili sono poche.

    Vede, una legge anti-revisionismo, che non proibirebbe ad alcun studioso di indirizzare il proprio ambito di ricerca dove e come crede, ha come finalità la ricerca delle fonti e della verità, e a tutelare la ricerca storica dalle sciocchezze generiche e dalle bufale pilotate ad arte. Una proposta di legge siffatta, mi creda e si fidi, nasce da una considerazione molto semplice: ‘Dopo l’orrore, anche la beffa?’

    3) “Le femministe per… la categoria di femminicidio”.

    Guardi, intanto credo che sia interesse (come lo è anche ai punti 1 e 2) non solo di quelle che lei chiama ‘femministe’, ma di tutte le donne e di tutte le persone ragionevoli (maschi, mariti, padri, parenti, amici, singles: quella cosa che chiamiamo società). Intanto le ricordo che alle donne si deve il riconoscimento del ‘reato di Stalking’ , che, ovviamente, non riguarda solo le donne, ma tutti i cittadini. Le ricordo che se si è sollevata la questione e la richiesta di un disegno di legge che riconosca il reato di femminicidio, questo è perchè nel nostro paese è ormai una delle principali ragioni di mortalità. Le ricordo che il nostro paese ha abrogato, solo da qualche decennio, dal codice il Delitto d’onore… Anche allora ci furono molte resistenze da parte di una società, da sempre, maschilista e autoritaria, refrattaria a rinnovarsi e a cedere privilegi.

    Le domande che lei si pone a fine frase, contengono ed hanno già implicite le risposte. Tutte queste richieste di leggi, in questo caso, il riconoscimento di specifici reati: Femminicidio, Omofobia, Revisionismo, Stalking: porterebbero ad un progresso di civiltà, ad una implicita acquisizione di riconoscimenti e diritti. e questo riguarda la società nel suo complesso, e le singole vite di milioni di cittadini in particolare: cioè riguarda i rapporti e le regole dei rapporti tra cittadini.

    Le obiezioni che lei fa, potrebbero essere mosse anche altrove, e non finiremmo proprio più: Perchè gli studiosi della Bibbia leggono la Bibbia? Perchè i filologi si occupano ‘anche’ di metrica? Perchè Cesare Questa ha tradotto e studiato Plauto per tutta la vita? Pensi, nonostante questo suo competente sapere specifico, era un fine ‘umanista’, un melomane e sapeva tutto della Callas, leggeva romanzi contemporanei e la sua cultura spaziava in molti campi. Era un uomo coltissimo e conosceva almeno 6 lingue. Ha scritto anche un’opera narrativa di oltre 600 pagine, un’opera che è il precipitato di un sapere immenso ed enciclopedico: ‘Semiramide redenta’!

    Infine, poi la saluto e mi ritiro: dal momento che è un post su un poeta, la invito a leggersi un libro di versi dalla cui recente lettura sono uscito molto colpito e provato: ‘Femminimondo’ della giovane poeta Alessandra Carnaroli: capirà, oltre alla bravura e all’efficacia dello stile, quanto sia socialmente utile porre in questione il ‘reato di femminicidio’.

  50. «Ora non capisco perché nel caso di Buffoni la sua ipotesi critica debba previamente “dimostrare” di non essere una dissimulata propaganda omosessuale mentre nel caso degli altri critici si dia per accertato che non siano dei propugnatori dell’incesto né dell’infanzia traumatizzata ». (Coda)

    « Non a caso quando si mettono in discussione i valori normativi e di valore della “Critica” (come nel post sulla poesia femminile o come in questo caso), cercando di ribaltare alcune posizioni identitarie e usare un punto di vista subalterno, la discussione si accende e i difensori del canone scendono in campo.
    Ma ciò si può dire anche nell’ambito accademico. A me, ad esempio, viene rimproverato di occuparmi “solo” di gay and lesbian studies (anche se questo non è vero). A nessuno verrebbe mai in mente di dire la stessa cosa a un dantista». (Leonardi)

    Se si ha l’onesta di rileggere le obiezioni dei “contestatori” e le mie in particolare, si vedrà che nessuno ha chiesto a Buffoni di “dimostrare” che la sua non sia una dissimulata propaganda omosessuale.
    Nel mio primo intervento (ironico) ho bacchettato il « miope specialismo (gay o corporale o parafemminista)» (con un riferimento anche al post di Cortellessa). Era lo specialismo a essere criticato. E questa critica la muoverei a un miope studioso di gender studies come a un miope dantista.
    Nel secondo intervento che voleva essere di “critica dialogante” con l’illusione ora svanita che, com’era successo in altro post, Buffoni mi rispondesse, ho citato questa sua frase:

    «Parlare di autori omosessuali o di letteratura omosessuale mi fa una strana impressione. Da un lato sono convinto che in Italia ce ne sia bisogno: in Italia l’omosessualità non è ancora “normale”. […]c’è ancora molto bisogno di una rivendicazione militante della differenza. Prima di poterci concedere – anche noi – il superamento dei ruoli e delle categorie.» ( Buffoni)

    E ho scritto – credo rispettosamente – «Si ha la brutta impressione che Buffoni voglia far passare un discorso debole teoricamente appellandosi a un’urgenza di miltanza gay in Italia e che cerchi nella letteratura pezze d’appoggio non troppo convicenti». Quindi l’accento ( la preoccupazione) era per la debolezza teorica del suo discorso (poi in parte giustificato dal fatto che il genere da lui qui praticato sia un diario pubblico, insomma una serie di appunti in viadi futuri approfondimenti).
    Per il resto ho fatto domande e altre obiezioni.
    Cosa ci voleva a contrabbatermi nel dettaglio, punto per punto?
    Buffoni l’ha evitato e ha preso sistematicamente a lodare gli intervenuti a suo favore e a delegittimare – co una strategia del silenzio leggermente spocchiosa – me e altri che muovevano obiezioni o critiche.
    Tengo a precisare (a Leonardi in particolare) che non ho alcun canone da difendere. Né difendo i «valori normativi e di valore della “Critica”» (Ah, quella maiuscola!).
    Mi piace approfondire le questioni che mi appassionano ( e l’ho dimostrato anche con obiezioni e osservazioni consimili a quelle in questa occasione rivolte a Buffoni nel citato post di Giartosio).
    Quanto al «punto di vista subalterno» a me pare che, invece di difenderlo a riccio, rischiando di mantenenerlo subalterno, si debba a tutti i costi puntare a liberarlo dalla sua subalternità. E quanti si dedicano a studi considerati subalterni ( magari da loro stessi e non solo dagl avversari eventuali o reali), hanno un solo modo per farlo secondo me: misurarsi a fondo con quanti li contestano. Li dovrebbero ringraziare, perché gli permettono di “farsi le ossa” e trovare argomentazioni più efficaci a favore dei loro studi. (E, tra l’altro, potrebbero anche imparare a distinguere contestatori che li vogliono azzittire da contestatori che li vorrebbero più efficaci e audaci).

  51. Mi domando se il professor Buffoni sia la persona più adatta a fare da bandiera a una lotta contra la discriminazione, visto che discrimina tra commentatori e commentatori, elogiando gli uni e ignorando gli altri, secondo me invitando implicitamente i primi a disprezzare e isolare i secondi (e ciò che ne può conseguire nella scala dei danneggiamenti economici, psicologici e fisici). Però il mio ” amico ” Abate che pietisce considerazione in quanto quota minoritaria del letterativo italico nun se po’ véde… So che Ennio ha abbastanza spirito per capire quello che ho scritto.

  52. a Manuel Cohen:

    La ringrazio di avere generosamente accettato le mie scuse, della sua replica cortese e articolata, e del consiglio di lettura. Spero che non me ne vorrà se non estendo le mie scuse a Buffoni, che – almeno per come la vedo io – ignorando i miei primi commenti tutt’altro che offensivi, è stato sgarbato nei miei confronti quanto io lo sono stato nei suoi, signor Cohen.
    La ringrazio anche delle informazioni riguardo ai Gender Studies, alla richiesta degli omosessuali di introdurre nella Costituzione il reato di omofobia, all’introduzione del reato di Stalking, etc. Ne ero già al corrente, perchè ho viaggiato e lavorato nei paesi dove le cattedre universitarie di quel tipo esistono da decenni, e perchè leggo i giornali, italiani e non solo; però una rinfrescata non fa mai male.
    Se vuole definire i miei argomenti “conversazione ferroviaria”, prego. Non mi offendo, e lei non ha motivo di scusarsene. Viaggiare in treno mi piace, e anche chiacchierare con i compagni di viaggio.
    Vengo alle inesattezze dal lei rilevate nella mia argomentazione.

    1) Rivendicando “diritti civili, pari dignità, una legislazione che non li releghi a cittadini di serie B.”, gli omosessuali fanno benissimo. Tutto sta a intendersi su cosa significhino e comportino queste rivendicazioni. Per esempio, se comportano l’introduzione nel nostro ordinamento giuridico e di conseguenza nel nostro costume del matrimonio omosessuale, e per le coppie o i singoli omosessuali del diritto di adottare bambini e di fare figli su ordinazione con l’inseminazione attiva o passiva, io sono contrario e le posso motivare ragionevolmente la mia opposizione con argomenti che lei conosce e certo avversa, ma che non sono per questo frutto di ignoranza, odio, barbarie e stupidità.
    Quanto alla richiesta di iscrivere nella carta costituzionale del reato di omofobia, non essendo un giurista non so valutarne appieno le conseguenze. Se le conseguenze fossero che chi si oppone al matrimonio omosessuale eccetera finisce imputato in tribunale, sono estremamente contrario, e non solo – sottolineo *non solo* – perchè ci finirei anche io.

    2) Le leggi antirevisionismo storico. Ritengo anche io che i revisionisti e i negazionisti sbaglino, in buona o in malafede non so e francamente non mi importa un gran che.
    La invito però a riflettere un momento su questa sua affermazione: “occorrerà pure opporsi in qualche modo alle mistificazioni della propaganda antisemita; e dal momento che sarebbe impensabile proporre una legge anti-stupidità, le vie civili sono poche”. Se sostituisce “propaganda antisemita” con “propaganda giudaica”, questa frase potrebbe essere tranquillamente firmata Adolf Hitler.
    Lei naturalmente non è un nazista, come non lo sono io. Guardi però che la distruzione di un principio fondamentale, giuridico e di civiltà, si compie sempre così, un pezzo per volta e apparentemente con ottimi motivi.
    La invito anche a riflettere su un aspetto non secondario della questione. Quasi nessuno è in grado di verificare di persona le fonti e i documenti che sostanziano le interpretazioni storiografiche. Per valutare la verisimiglianza di una interpretazione della storia, il principale mezzo a disposizione di una persona istruita e mediamente perspicace è il confronto tra interpretazioni diverse o contrarie della stessa vicenda. Egli può anche fare la tara delle ideologie, ma quasi mai potrà accertare di persona, avvalendosi del metodo scientifico, se gli eventi narrati hanno veramente avuto luogo così.
    Morale, si deve fidare degli storici, della loro onestà professionale e della loro correttezza scientifica. Ma come fa a fidarsi degli storici se la legge penale impone loro di aderire a una verità storica ufficiale, sanzionando gravemente ogni interpretazione difforme? Lei si fida di uno che le dice che fuori splende il sole, se sa che qualcuno gli sta puntando una pistola alla nuca? Io prima di credergli guarderei fuori dalla finestra; ma nel caso in esame, guardare fuori dalla finestra è molto difficile o addirittura impossibile.
    E le rammento, perchè certo lei lo sa come e meglio di me, che i miei argomenti contro la legge antirevisionismo storico sono gli argomenti fondamentali del liberalismo: che le libertà di parola, pensiero, ricerca, insegnamento sono indivisibili; che vanno difese anche quando chi se ne avvale è nostro avversario politico o ideologico, e persino quando vengano usate per diffondere l’errore.
    Ad esempio, io ritengo che introdurre nella giurisprudenza italiana il matrimonio omosessuale sia un errore dannoso per il costume e la società. Riterrebbe giusto che con voto legale del Parlamento si varasse una legge che sanzioni gravemente chi come lei lo propugna, con la parola e l’insegnamento? Io, no.

    3) Il femminicidio. Lei crede che l’introduzione nel codice penale del reato di femminicidio “sia interesse … non solo di quelle che lei chiama ‘femministe’, ma di tutte le donne e di tutte le persone ragionevoli (maschi, mariti, padri, parenti, amici, singles: quella cosa che chiamiamo società)”.
    Io credo che basti il reato di omicidio, e credo anche di appartenere sia alla società, sia alla categoria delle persone ragionevoli.
    Qui forse un po’ più di attenzione e rispetto per le differenze nelle persuasioni, da parte sua, sarebbe, oltre che gradito da me, proficuo per lei e la sua comprensione del mondo, che è molto grande e vario (si dice che è il suo bello…)
    Credo anche, o temo – sempre senza essere un giurista e dunque senza essere in grado di valutare a fondo le conseguenze dell’introduzione di questa nuova fattispecie di reato – che il reato di femminicidio servirebbe a due scopi:
    1) affermare giuridicamente una differenza ontologica fra uomo e donna. Io però penso che uomo e donna siano entrambi appartenenti alla stessa specie umana e alla medesima umanità, e che debbano essere titolari degli stessi diritti giuridici. Si può eccepire, ma le posizioni contrarie non sono postulati autoevidenti: sono posizioni filosofiche e ideologiche, discutibili, che non è obbligatorio condividere per appartenere alla categoria delle persone ragionevoli.
    2) comminare pene più gravi all’uomo che uccide una donna, rispetto alla donna che uccide un uomo o un’altra donna, o all’uomo che uccide un altro uomo. E qui, io sarei contrario perchè il provvedimento violerebbe il principio di eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, e introdurrebbe surettiziamente un diritto duale, in conformità al quale una categoria di cittadini è sottoposta a un regime giuridico diverso dalle altre; situazione che si è già verificata nella storia – ad esempio nell’ancien régime, che non penso lei voglia restaurare – e che può dar luogo a conseguenze difficilmente prevedibili nei dettagli, almeno da me, ma che mi paiono preoccupanti.

    Lei poi “mi ricorda” che “se si è sollevata la questione e la richiesta di un disegno di legge che riconosca il reato di femminicidio, questo è perchè nel nostro paese è ormai una delle principali ragioni di mortalità”.
    La ringrazio, ma me lo ricordavo già, perchè come lei l’ho sentito dire anch’io sui giornali e alla radio; però la informo che non è vero. Se lei guarda le statistiche, si accorge che espressa in questo modo, questa è soltanto propaganda (e di cattiva lega, perchè se uno si sofferma un attimo a pensarci si rende subito conto che è una sparata incredibile).
    Tralascio il fatto evidente che le prime cause di morte in Italia, per uomini e donne, sono naturalmente anzitutto le malattie, poi gli incidenti e i suicidi; seguono a grandissima distanza percentuale, per fortuna, le morti in seguito a omicidio e aggressione: come è facile verificare visitando il sito ISTAT.

    Se poi prendiamo in esame dati che toccano più da vicino la fattispecie di reato di cui si propone l’introduzione, c’è una ricerca Eures-Ansa del 2005. Nel 2002, in Italia si sono registrati 560 casi di persone uccise volontariamente da un’altra persona. Di questi 560, 460 erano uomini (71,6%) e 159 donne (28,4%). 7 omicidi su 10 erano stati commessi da maschi, 3 su 10 da donne.
    Il Rapporto citato esamina anche “L’omicidio in ambiente domestico e nella sfera affettiva”, e ci dice che “nell’ultimo biennio (2003-2004), pur non modificandosi sostanzialmente le dimensioni del fenomeno si assiste ad una tendenza decrescente e la famiglia, primo ambito omicidiario negli ultimi anni, perde nel 2004 tale primato ad opera della criminalità organizzata”.
    Il Rapporto poi registra, rispetto al 2003, una sostanziale diminuzione sia
    nel numero di eventi che in quello delle vittime: si è passati da 201 vittime nel 2003 a 187 nel 2004 (-7%)”.
    Nel 2004, poi, gli omicidi commessi “in ambiente domestico e nella sfera affettiva” – quelli che più interessano da vicino la questione del femminicidio – hanno mietuto 187 vittime.
    Profilo della vittima: “l’incidenza delle vittime di sesso femminile si attesta nel
    2004 sul 68,4% (128 in termini assoluti) … contro il 31,6% degli uomini (59 in valori assoluti)”
    Come si distribuiscono autori e vittime all’interno di questi dati?
    Nel 2004, i 187 casi di omicidi accaduti in ambiente domestico o nella ‘sfera affettiva’, si sono ripartiti come segue.
    · Maschi uccisi da maschi: 38
    · Maschi uccisi da femmine: 21
    · Femmine uccise da femmine: 14
    · Femmine uccise da maschi: 114

    Sono dati che certo dimostrano, se ce ne fosse bisogno (ma non ce n’era) che in generale gli uomini ricorrono alla violenza più spesso delle donne, e che nei conflitti familiari e passionali, le donne sono più spesso vittime che autrici di omicidio.
    Non dimostrano che ci sia un’emergenza dovuta a un’impennata di questi crimini, non dimostrano che l’omicidio di donne per mano di un uomo sia tra le prime cause di morte delle donne (dimostrano il contrario); e non dimostrano neanche che l’introduzione del reato di femminicidio salverebbe anche solo una vita di donna dalla volontà omicida di un uomo.

    E mi scuso della lunga e noiosa, per quanto inevitabile, digressione statistica.

    Per concludere. A me sinceramente dispiace, e molto, non solo di avere offeso lei, ma anche di aver disturbato in questa casa nella quale sono ospite, e ospite novizio. In genere – e qui tocca a me pregarla di credermi e fidarsi – non sono nè maleducato, nè litigioso.
    Qui, sono stato entrambe le cose. La responsabilità è certo mia, e rinnovo le mie scuse a chi ne ha diritto.
    La penso molto diversamente da lei, e a quanto vedo, anche dalla maggioranza dei frequentatori di questo sito. Magari mi illudo, ma non mi ritengo un cretino così irrecuperabile da sostenere sempre e solo argomenti che non valgono una cicca.
    A lei sembra così inutile discutere con chi la pensa in tutt’altro modo da lei, se non è proprio un idiota? Una perdita di tempo secca, tanto che è più opportuno e più elegante ignorarlo? Sa, tutto sommato io è per questo che – sbagliando, certo – mi sono irritato.
    A me, discutere con chi ha persuasioni diverse e magari opposte alle mie piacerebbe.
    Di nuovo la ringrazio della sua attenzione e della sua generosa accettazione delle mie scuse; e stavolta, mi scuso della lunghezza di questa mia doverosa replica. Naturalmente non avrò la minima obiezione se lei preferirà porre termine qui a un dialogo del quale le sono grato. Cordiali saluti.

  53. Urge precisazione sulla nozione di Gender Studies: Lo Vetere (ieri, 01:21) dice che essi impostano “la ricerca critica intorno a un’unica opposizione categoriale (etero e omo, maschio e femmina)”, da cui, forse, il malinteso sulla limitatezza del loro orizzonte critico. No, non è così.

    I Gender Studies non si basano affatto sull’opposizione maschile/femminile, anzi, nascono proprio con l’intento di smontarla. Non a caso uno dei loro testi fondanti si intitola Gender Trouble (in italiano tradotto con Scambi di genere). Essi si occupano di problematizzare il genere e le sessualità CONTRO un pensiero a lungo dominante che ha ritenuto il dimorfismo sessuale naturale e l’orientamento eterosessuale normale.

    Si tratta di un campo di studi eminentemente interdisciplinare (difatti ne parliamo al plurale), che può tirare in ballo antropologia, sociologia, psicologia, studi culturali, linguistica ecc., e che offre modelli critici per pensare alcuni processi cruciali: come viene costituita l’identità, come si produce la normatività sociale, come funziona la relazione tra soggetto e i repertori disponibili (che cosa è “accettato”, che cosa “si può fare”).

    Che questo abbia poco a che vedere con la storia letteraria, con la critica e con l’interpretazione della poesia non è sostenibile: la materia prima della scrittura non sta nelle “parole”, queste simpatiche entità lessicali, ma nei modi in cui il soggetto poetico entra in relazione con la memoria culturale, con la rappresentazione della conoscenza, con la formazione ricevuta, col proprio universo fantastico e li attiva in forme nuove e forti, in un immaginario saturato nella propria soggettività e superato nel proprio stile.

    Per chiudere: a me non pare (come tentavo di dire qui il 09/09, alle 12:02) che si tratti di scovare le prove materiali della sessualità di Pascoli (quelle, ahimè, ne abbiamo solo su Berlusconi), piuttosto di notare come una prospettiva che tiene conto dell’omosessualità arricchisca sensibilmente la nostra lettura di Pascoli (come dimostra Antonio Coda qui sopra).

    Grazie e buon lavoro a tutti!
    rx

  54. Cara Renata, sembra impossibile, vero, nel 2012, dover spiegare queste cose nel più raffinato blog letterario di una nazione del mondo occidentale…

  55. 1
    @ Morresi

    ” la materia prima della scrittura non sta nelle “parole”, queste simpatiche entità lessicali, ma nei modi in cui il soggetto poetico entra in relazione con la memoria culturale, con la rappresentazione della conoscenza, con la formazione ricevuta, col proprio universo fantastico e li attiva in forme nuove e forti, in un immaginario saturato nella propria soggettività e superato nel proprio stile”.

    Mi scusi, ma i modi in cui il soggetto poetico etc. non passano per le parole (la lingua)?
    O ci scivolano su soltanto? E quando il poeta è crepato noi non abbiamo a che fare con le parole che ha saputo scrivere?

    2. Provo a scrivere qui il commento che ho postato ieri ma non appare:

    «Ora non capisco perché nel caso di Buffoni la sua ipotesi critica debba previamente “dimostrare” di non essere una dissimulata propaganda omosessuale mentre nel caso degli altri critici si dia per accertato che non siano dei propugnatori dell’incesto né dell’infanzia traumatizzata ». (Coda)

    « Non a caso quando si mettono in discussione i valori normativi e di valore della “Critica” (come nel post sulla poesia femminile o come in questo caso), cercando di ribaltare alcune posizioni identitarie e usare un punto di vista subalterno, la discussione si accende e i difensori del canone scendono in campo.
    Ma ciò si può dire anche nell’ambito accademico. A me, ad esempio, viene rimproverato di occuparmi “solo” di gay and lesbian studies (anche se questo non è vero). A nessuno verrebbe mai in mente di dire la stessa cosa a un dantista». (Leonardi)

    Se si ha l’onesta di rileggere le obiezioni dei “contestatori” e le mie in particolare, si vedrà che nessuno ha chiesto a Buffoni di “dimostrare” che la sua non sia una dissimulata propaganda omosessuale.
    Nel mio primo intervento (ironico) ho bacchettato il « miope specialismo (gay o corporale o parafemminista)» (con un riferimento anche al post di Cortellessa). Era lo specialismo a essere criticato. E questa critica la muoverei a un miope studioso di gender studies come a un miope dantista.
    Nel secondo intervento che voleva essere di “critica dialogante” con l’illusione ora svanita che, com’era successo in altro post, Buffoni mi rispondesse, ho citato questa sua frase:

    «Parlare di autori omosessuali o di letteratura omosessuale mi fa una strana impressione. Da un lato sono convinto che in Italia ce ne sia bisogno: in Italia l’omosessualità non è ancora “normale”. […]c’è ancora molto bisogno di una rivendicazione militante della differenza. Prima di poterci concedere – anche noi – il superamento dei ruoli e delle categorie.» ( Buffoni)

    E ho scritto – credo rispettosamente – «Si ha la brutta impressione che Buffoni voglia far passare un discorso debole teoricamente appellandosi a un’urgenza di miltanza gay in Italia e che cerchi nella letteratura pezze d’appoggio non troppo convicenti». Quindi l’accento ( la preoccupazione) era per la debolezza teorica del suo discorso (poi in parte giustificato dal fatto che il genere da lui qui praticato sia un diario pubblico, insomma una serie di appunti in viadi futuri approfondimenti).
    Per il resto ho fatto domande e altre obiezioni.
    Cosa ci voleva a contrabbatermi nel dettaglio, punto per punto?
    Buffoni l’ha evitato e ha preso sistematicamente a lodare gli intervenuti a suo favore e a delegittimare – co una strategia del silenzio leggermente spocchiosa – me e altri che muovevano obiezioni o critiche.
    Tengo a precisare (a Leonardi in particolare) che non ho alcun canone da difendere. Né difendo i «valori normativi e di valore della “Critica”» (Ah, quella maiuscola!).
    Mi piace approfondire le questioni che mi appassionano ( e l’ho dimostrato anche con obiezioni e osservazioni consimili a quelle in questa occasione rivolte a Buffoni nel citato post di Giartosio).
    Quanto al «punto di vista subalterno» a me pare che, invece di difenderlo a riccio, rischiando di mantenenerlo subalterno, si debba a tutti i costi puntare a liberarlo dalla sua subalternità. E quanti si dedicano a studi considerati subalterni ( magari da loro stessi e non solo dagl avversari eventuali o reali), hanno un solo modo per farlo secondo me: misurarsi a fondo con quanti li contestano. Li dovrebbero ringraziare, perché gli permettono di “farsi le ossa” e trovare argomentazioni più efficaci a favore dei loro studi. (E, tra l’altro, potrebbero anche imparare a distinguere contestatori che li vogliono azzittire da contestatori che li vorrebbero più efficaci e audaci).

  56. Ringrazio Renata Morresi della precisazione. Come dicevo, sono qui anche per imparare e cambiare idea.
    In ogni caso, ho riletto il mio intervento alla luce del suo e mi rendo conto di essermi prestato a un fraintendimento, per non essermi spiegato troppo bene. La mia perplessità – malamente espressa – non è che i GS siano una nuova consapevole metafisica (fondata sull’assoluto duale dei generi o dei sessi), ma che essi, quasi preterintenzionalmente, proprio mettendo al centro del loro interesse il genere e proprio allo scopo di smontarne il concetto e il dispositivo sociale, finscano per dargli troppa importanza. (E’ un fenomeno paradossale della comunicazione: visto che già lei ha citato Berlusconi en passant ne approfitto anch’io, perché capita a fagiolo. Ricordo che almeno fino al suo secondo governo i partiti di sinistra giocavano buona parte della loro comunicazione sul tema dell’antiberlusconismo. Poi hanno smesso. Si era usurato. L’anti, invece di smontare, rafforzava l’oggetto che avrebbe voluto liquidare).
    Provo a spiegarmi ancora meglio, estendendo il discorso al poststrutturalismo in generale, perché è entro il più ampio bacino di questo che vale la mia perplessità. Quando leggo Foucault, sono affascinato dalla sua ossessione di “sottrarsi infinitamente”, di dislocarsi di continuo dalla ridgida istituzionalità dei codici. Però confesso che c’è sempre qualcosa che mi turba in quella lettura e per lungo tempo non sono riuscito a capire di preciso cosa. Poi mi pare di aver trovato la quadra, forse. L’angoscia di questa fuga infinita senza riposo dal linguaggio socialmente costituito è irrinunciabile per la modernità artistica e letteraria, però forse ci sono modalità diverse di fuga. In Foucault, ma è un’impressione che mi deriva dalla sola lettura delle sue opere e non da un loro studio approfondito, sembra ci si debba rassegnare all’instabilità perenne. Mi sento molto più a mio agio con Luzi: «La naturalezza io la devo riconquistare continuamente, perché tutto va contro di essa: la convenzione, l’artificio, il patteggiamento conscio, inconscio, l’istituzione; tutto va contro, l’innaturale si ricostruisce di continuo e io devo continuamente demolirlo, di libro in libro. Devo riconquistare la naturalezza. Se no va all’aria tutto». Ecco, qui non c’è solo una fuga, ma anche una riconquista. La naturalezza non è la Natura, non è un concetto, è qualcosa che non sta precisamente da nessuna parte, certo non in un oltre (se no cadremmi di nuovo nella metafisica).
    Qui mi fermo, perché se no finisco davvero fuori tema…
    Grazie

  57. Caro Lo Vetere, conosco bene questa dichiarazione di Luzi. Una dichiarazione che, da poeta, mi sento di condividere in pieno. Da poeta, appunto. Perché Luzi qui si riferisce ai suoi libri di poesia, al suo rapporto con la scrittura e le creazione poetica. E proprio ciò che anch’io cerco sempre di perseguire nella mia scrittura poetica. Ma non vedo proprio il nesso con la riflessione sui Gender Studies. Me lo può spiegare?

  58. Tengo a precisare che il mio commento 12 sett. ore 17,53 è stato pubblicato solo nella mattinata del 13 sett ( ore 12-14 circa).
    Non ho capito le ragioni del prolungato “stato di fermo”. Ringrazio comunque chi l’ha sbloccato.

    @ Massino
    No, Abate non pietisce considerazioni. A volte compatisce. E comunque questo è uno spazio pubblico e io lo userò finché non mi verrà impedito.

  59. Per Ennio Abate

    Ci dispiace per lo stato di fermo, che non dipende da noi ma dalla piattaforma WordPress. WordPress continua a mettere i suoi messaggi fra lo spam.

  60. Caro Buffoni, ci provo! Anche stavolta sono stato ellittico… L’intenzione mia sarebbe quella di esser breve, per rendere i commenti fruibili e non rubar spazio, ma in effetti il pensiero ha bisogno di arcate sufficientemente ampie da reggerlo…

    Dunque. Come sono arrivato dai GS a Luzi? Il mio discorso era molto generale, sugli scopi della letteratura (e della critica: quel che vale per l’una vale per l’altra, in qualche modo. Io mi tengo ancora a Barthes su questo, e non riesco a fare differenza fra le due; se non, chiaramente, da un punto di vista empirico). Citavo Luzi come esempio più alto di un certo orientamento di fondo, che condivido visceralmente. Continuo invece ad avere scarso interesse verso gli scopi e gli orientamenti di fondo dei Gender studies e più in generale dei Cultural studies e del poststrutturalismo. (Mi permetta una parentesi, prima di continuare. Io non sono un personaggio pubblico, quindi questa mia opinione non ha forza ostativa nei confronti di nessuno, per cui vale quel che vale, ovvero pochino: non voglio, e, comunque non potrei, censurare nessun filone di ricerca. Ma credo che questo fosse chiaro fin dal mio primo intervento, nonostante la voluta malizia del “pazienza se in Italia i Gender studies non sono troppo diffusi”: c’è o ci dovrebbe essere libertà per far di tutto. Spetta poi a ciascuno dimostrare in modo convincente che il proprio approccio è più produttivo. Riconosco poi che dire “gender studies” è anche un po’ generico. Bisognerà evidentemente leggere questo o quel libro e dire se contiene analisi convincenti o no. Ma, come dicevo, ho fatto un discorso generale, sui fondamenti).
    Decostruire e sottrarsi ai vincoli pre-imposti dalle istituzioni (e dal linguaggio come istituzione, per parlar di poesia) deve portare da qualche parte, a una nuova e diversa conquista. Ad esempio all’effetto di verità (o alla verità stessa? Ah, finché vedremo per speculum et in aenigmate, come dirlo?) che trovo nei versi di Luzi e che lui chiama “naturalezza”, che poi coincide con quella cosa che chiamiamo “poesia” e che non sappiamo che cosa sia.
    Decostruire invece ponendo al centro del proprio interesse l’identità e la normatività sociale (cito le parole di Renata Morresi, ma in quanto buona sintesi e non per polemizzare con lei) e facendo convergere entro il campo della critica e della letteratura la sociologia, l’antropologia, la psicologia, la linguistica (insomma le scienze sociali fondate sul paradigma strutturalista) non trovo porti molto lontano, anzi, meglio, molto vicino alla poesia. Sono discorsi anche importantissimi, ma in sede politica, sociologica, antropologica. Morresi mi obietterebbe che non si può operare questa cesura tra campi di sapere. Certo, no, perché la critica letteraria e la letteratura sono ANCHE due istituzioni, e come tali se ne può decostruire il dispositivo di potere; ma NON sono SOLO questo. Io vorrei sempre salvaguardare quel “non solo” e quel “non-so-che”, che non è raggiungibile né per via di struttura, né per via di de-struttura-zione. Insomma, mi pare che la decostruzione del poststrutturalismo non permetta questa salvaguardia dell’impalpabile poetico, perché è più interessata ad altri obiettivi, che definirei, latamente, politici.
    Inoltre, per il paradosso di cui dicevo, la decostruzione, smontando il soggetto (o l’identità, o il genere, …), attribuisce a quest’ultimo troppa importanza, finisce per rimetterlo al centro e ricadere nella stessa rigidità (all’inizio parlavo di metafisica, ma ho fuorviato la discussione) da cui voleva sfuggire (all’infinito: ecco l’effetto un po’ angosciante che mi fa il pur affascinantissimo Foucault).
    Secondo me questo è un punto problematico di molta filosofia novecentesca: l’aporia per cui essa, cercando di pensare oltre il soggetto e oltre le sue fondamenta, finisce per riconfermarlo nella sua centralità. Un’ossessione per la liberazione dal (concetto di) soggetto (e da quello di identità, di genere, …) che parla soprattutto, sempre e comunque, di soggetto (ecc..). Probabilmente è uno scacco della filosofia e del pensiero in quanto tali, non so. A causa di questo sospetto, io preferisco bazzicare il “non-so-che e quasi-niente” della poesia (sto citando un libro bellissimo e che consiglio, di un altro grande, Jankélévitch).
    Per finire. Il soggetto non è poi così importante e credo che lo si possa togliere dal piedistallo anche per vie non necessariamente decostruttive. Una delle ultime opere di Luzi, per citarlo di nuovo, si intitola “Sotto specie umana” e parla proprio della nostra scarsa centralità nel creato. Ecco, siamo una specie fra le altre, molto molto umili e insignificanti.

    So di non essere stato convincente, ma spero almeno di essere stato chiaro.
    Saluti e grazie dell’attenzione

  61. Caro Daniele: omnia munda mundis.

  62. abate, sì, credo anch’io che il poeta “passi” per le parole, e il violinista per le corde, lo scultore per la creta e così via. e che parole, corde e creta li studiamo come casse di risonanza di relazioni tra chi li usa e sua memoria culturale, immaginario, formazione, ecc., non meri sintomi, nè entità puramente preesistenti

  63. @ Buffoni. Sì, mi pare un criterio condivisibile.

  64. al di là del valore critico (alto) e di ogni discussione sull’utilità dei GS (che io condivido), l’articolo mi è molto piaciuto per la delicatezza con cui l’argomento è stato trattato; ben lontana da pruriginose intenzioni e interpretazioni, questa disamina in forma di pagina di diario si porge al lettore in modo chiaro e naturale privo di ottusità moralistiche, come riflessione e notazione personale da parte di un uomo che sa interrogarsi dinanzi alla vastità dell’umano senza additare colpe, meriti e peccati, ma condividendone (e restituendone) l’umana natura, il mistero e il dolore.

  65. Come afferma a più riprese lo stesso Poeta, lui l’amore l’aveva conosciuto e presto in una mostra nella casa natale del Poeta, approfondiremo proprio tutti gli aspetti legati all’amore a alle amicizie femminili di Giovanni Pascoli. In alcune lettere sconosciute ai più, il poeta confida di avere affrontato molte battaglie dentro di sè perchè più volte aveva dovuto rinunciare all’amore, a causa del legame con le sorelle, in particolare per non fare soffrire Maria, la quale non aveva alcuna intenzione di accettare un matrimonio del fratello. Quanto al presunto incesto, non è mai emerso alcun documento ma soltanto ipotesi e illazioni di critici e studiosi. Pascoli, alla domanda: “Qual ‘è la sua più grande passione?” Risponderà: “Sarebbe l’amore ma è….il fumo”.

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