Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Diario minimo veneziano

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di Clotilde Bertoni

1. Quattro giorni scarsi trascorsi alla Mostra del Cinema di Venezia sono troppo pochi, è scontato, per una vera riflessione. Sulla gestione si direbbero cose già note: positive alcune novità legate al ritorno di Barbera, come la selezione più rigorosa (non senza scelte bislacche, ad esempio l’inserimento in gara di un modestissimo De Palma), o l’istituzione del Venice Film Market (che ha riportato alla Mostra acquirenti e produttori del circuito internazionale) e del Biennale College, laboratorio per giovani cineasti; perduranti problemi disparati, dalla carenza di segnaletica ai costi eccessivi dei biglietti, dalla qualità pessima dei punti di ristoro alla scelta di rendere sezioni importanti – i classici restaurati, in particolare – difficilmente accessibili agli spettatori non accreditati (l’idea di sostituire i posti a pagamento con coupon gratuiti sarebbe eccellente, se questi non fossero troppo pochi e non andassero quindi via troppo presto).

Il numero dei film visti, invece, pur senz’altro insufficiente, autorizza almeno qualche osservazione. Che però, è bene puntualizzarlo subito, non riguarderà nessuno dei principali premiati: non per scelta controcorrente o per implicita polemica (l’immancabile razione di polemiche, grida al complotto e ire scioviniste l’abbiamo avuta già), ma per la semplice ragione che per fatalità (erano stati già proiettati) e, in un caso, per un’imperdonabile svista (mia), non è stato possibile vederli.

2. Tra i film presentati alla Mostra non mancano semplici istantanee di vita, storie statiche di ordinaria realtà: ad esempio, l’israeliano Menatek Ha-Maim di Idan Hubel (sezione “Orizzonti”) imperniato su uno spunto felice (addetto a tagliare l’acqua agli abbonati insolventi, e pagato una certa cifra per ogni taglio, il protagonista ha solo nella miseria altrui il modo per sollevarsi dalla propria) ma non sviluppato granché; oppure, in tutt’altro genere, O Gebo e a sombra di Manuel de Oliveira (fuori concorso), tratto dalla pièce omonima di Raoul Brandão, variazione, di sapore fortemente cecoviano, su una costante del regista (che ispira già una delle sue opere migliori, Ritorno a casa), lo stillicidio del dolore nella routine, la morte scontata vivendo.

Ma nella maggior parte dei casi, imperversa l’esigenza di contenuti forti, situazioni estreme, stati d’eccezione: epocali svolte storiche, come la fallita invasione napoleonica del Portogallo in Linhas de Wellington di Valeria Sarmiento, e la contestazione giovanile dei primi anni Settanta in Après Mai di Olivier Assayas; fatti di cronaca ancora roventi come il caso Englaro della Bella addormentata di Marco Bellocchio; i soprusi e le asprezze pane quotidiano dei contesti disagiati, dalle Napoli e Cagliari dell’Intervallo di Leonardo Di Costanzo e di Bellas mariposas di Salvatore Mereu, alla stazione di servizio turca di Araf di Yeşim Ustaoğlu. Se però gli argomenti hanno un’aria di famiglia, l’approccio appare, schematizzando,  biforcato in due orientamenti contrapposti.

3. Il primo orientamento fa leva sulla pienezza: sull’abbondanza e sul fragore degli eventi, come sulla chiarezza, sull’esplicitazione dei significati. Sempre adatto a catalizzare l’attenzione, accomuna opere in apparenza differentissime: ad esempio, il giapponese Sennen no Yuraku di Koji Wakamatsu (sezione “Orizzonti”) che rappresenta la condizione dei burakumin, fuoricasta a  lungo discriminati, attraverso la storia grondante lacrime e sangue, variazione sul tema del ghenos maledetto, del clan Nakamoto e delle varie forme di smodatezza (sessualità compulsiva, attrazione per il crimine) che affliggono i suoi componenti; o Linhas de Wellington (sezione principale), vicenda corale insieme sontuosa e fragile, che intesse sulla rievocazione storica messaggi molto netti (fallite per sempre le speranze rivoluzionarie, resistono solo valori tradizionali come gli affetti familiari, l’onore militare, l’attaccamento dei contadini alla terra) e caratterizzazioni troppo fievoli, sorrette soprattutto da una sfilza di camei di lusso.

Il secondo orientamento, al contrario giocato sulla rarefazione, sull’implicito, anche sull’ambiguità, contraddistingue soprattutto diverse opere presentate in “Orizzonti”. Come L’intervallo, che – lo ha già benissimo sottolineato qui la recensione di Daniela Brogi – sa rimettere in gioco argomenti inflazionati trattandoli di sbieco: da un lato, il potere della camorra non è apertamente minaccioso, ma tranquillo, felpato, biecamente paternalistico, dall’altro, l’incontro tra i due adolescenti sue vittime non ha nessuno sviluppo canonico, si limita alla breve condivisione di un desiderio di libertà impossibile (più che affermato, recitato, con l’imitazione dell’Isola dei famosi o la fuga a vuoto di lei lungo il giardino), destinato forse a sedimentare, forse a essere nuovamente risucchiato nella stagnazione. O come uno dei film più trascurati, l’argentino Leones di Jazmin López, storia alle soglie del fantastico di ragazzi che si aggirano in un bosco, di discorsi che ripiombano negli stessi giochi, nelle stesse schermaglie, anche nelle stesse battute, di un tempo che anziché evolvere si attorciglia su se stesso; in cui la chiave del mistero solo suggerita, e i sensi ellitticamente sprigionati – il disorientamento del presente e il futuro negato, l’impossibilità parallela di affrontare la vita e di elaborare i lutti – collegano indirettamente il dramma immaginario messo in scena a un colossale dramma storico, quello dei desaparecidos..

4. Più complesso il discorso su due tra i film già ritenuti in lizza per i Leoni, Après mai di Assayas (premiato solo per la sceneggiatura), e La bella addormentata di Bellocchio (il grande sconfitto): diversissimi, ma  entrambi  discontinui, quasi sospesi tra i due orientamenti di cui si diceva.

Après Mai, che racconta gli anni seguiti al Maggio 68 attraverso le scelte, i dubbi, le peregrinazioni tra Parigi, l’Italia e Londra di alcuni studenti francesi, sa a tratti restituire felicemente la transizione in corso mediante la contingenza di vicende e figure specifiche (soprattutto quella in parte autobiografica del protagonista, esitante tra vocazione artistica e impegno collettivo, sempre trascinato dall’immaginazione e insieme sempre affannato a inseguire una realtà che non riesce ad affrontare), ma, nel tentativo di tracciare un affresco di vasto respiro, dice insieme troppo e troppo poco. Da un lato, cerca di non tralasciare nessuno degli aspetti tipici dell’epoca, affastellando più che articolando storie di libero amore, droga e aborto; dall’altro, non si inoltra nell’aspetto più di tutti fondamentale (latitante, va detto, in quasi tutte le opere  dedicate a quel periodo, forse semplicemente perché parecchio ostico da ricostruire), la quantità di letture e riflessioni, il dibattito incessante, la macerazione intellettuale che sostenevano la lotta.

Nella Bella addormentata, che, secondo un classico artificio narrativo, intreccia intorno a una storia vera – la fine della forzata non vita di Eluana Englaro – diverse storie immaginarie, la varietà della trama si traduce in disomogeneità della riuscita. Piuttosto banali gli episodi della tossicodipendente restituita alla vita dallo zelo di un giovane medico, e del coup de foudre tra due ragazzi di convinzioni opposte (copione tra l’altro inizialmente un po’ troppo simile a quello di Cosa voglio di più, specie visto che l’interprete è la stessa: sembra che Alba Rohrwacher non possa incontrare un uomo senza che sia immediatamente attrazione fatale e grande amore); più originale e ambigua invece la situazione (salvaguardata da derive mélo grazie alla sobrietà di Isabelle Huppert) della diva che, circondata da preti e suore, accudisce una figlia tenuta in vita artificialmente come Eluana, e che, se ha rinunziato per questo alle scene, in effetti continua a recitare, ostentando senza davvero sentirla la devozione religiosa divenuta sua unica speranza; particolarmente sfaccettata, infine, la rappresentazione a metà tra il cronachistico e il visionario della dimensione politica, filtrata dalla vicenda di un senatore (già socialista) del Pdl, reduce da un’esperienza simile al caso Englaro e deciso, a costo della carriera, a non seguire gli ordini in merito del partito. Dopo tante macchiette di parlamentari corrotti, la figura di un parlamentare tormentato e probo appare sfida interessante, sostenuta splendidamente da Toni Servillo; strepitoso risulta poi il confronto tra la sua disperata volontà di prendere ancora sul serio la politica rappresentativa, e il disincanto sardonico di un senatore psichiatra (Roberto Herlitska), che, dando quella politica definitivamente per fallita, prescrive premurosamente ai colleghi i farmaci adatti a tamponare le conseguenti frustrazioni; lascia invece perplessi che l’immagine positiva del singolo personaggio si estenda a quella del suo schieramento, che gli ex socialisti confluiti nel Pdl risultino – anziché colpevoli di (provatissime) collusioni con imprenditoria e affarismo, ripescati da un imprenditore-affarista che aveva tutto l’interesse a difenderli – innocenti accusati ingiustamente e sinceramente grati al loro benefattore.

5. Al di là delle differenze di qualità e di impostazione, tutti i film menzionati appaiono segnati da un pessimismo analogo, squarciato d’altronde da analoghi sprazzi di speranza. Al primo posto vengono naturalmente l’amore e in generale i buoni sentimenti: tra gli esempi massimi una pellicola fuori concorso particolarmente reclamizzata, e un po’ sopravvalutata, Den skaldede frisǿr di Susanne Bier, in bilico tra Festen e Il matrimonio del mio migliore amico, che sa a tratti rendere con finezza le dinamiche degli equivoci e degli autoinganni, ma più spesso le annega nella solita zuppa di stereotipi (per inciso, poi, non se ne può più di film stranieri sull’Italia con That’s amore come colonna sonora; se proprio l’effetto cartolina è irrinunciabile, meglio Torna a Surriento). Però, nei casi più interessanti, a schiudere qualche spiraglio è piuttosto l’energia delle potenzialità informi, il vitalismo, la spontaneità della giovinezza.

Vitalismo lasciato in sospeso, aperto a tutte le ipotesi: nell’Intervallo, in Bellas mariposas, e anche in un film non visto della sezione principale, Un giorno speciale di Francesca Comencini – tutti storie di giovanissimi – resta compresso in una singola giornata dal futuro incerto, destinata forse, come Una giornata particolare di Scola, a segnare un cambiamento se non effettivo interiore, o forse, come Una giornata balorda di Bolognini, a rimanere semplice sogno di fuga da un’evasione senza riscatto. Vitalismo inoltre sottratto ai cliché romantici, perché il sogno in cui si incanala è sempre il mondo dello spettacolo, della musica o dei reality show: sogno tristemente realizzato in un altro film di giovani, il già menzionato Araf, dal matrimonio in carcere dei due protagonisti, che attrae una trasmissione specializzata in casi umani: in un paradossale cortocircuito è la televisione che si nutre del dolore a offrire al dolore l’unico refrigerio.

In un altro cortocircuito, poi, questo sogno ha uno strascico imbarazzante, un’ulteriore conferma proprio nel palcoscenico della Mostra. Gli interpreti dei film citati, che per lo più vengono dagli ambienti messi in scena e condividono disagi e speranze dei loro personaggi, si trovano gratificati da quel successo improvviso, da quello sbalzo in un’altra dimensione, di cui già ai tempi del neorealismo (basta ricordare Bellissima) si erano considerati i rischi, ora inoltre dilatato dallo sviluppo dei media, e ancora più esposto alle manipolazioni. Irresistibile, durante la proiezione in sala, provare tenerezza per la ragazza e il ragazzo protagonisti dell’Intervallo, sommersi di applausi, belli, impacciati, raggianti; altrettanto inevitabile sentirsi perciò fastidiosamente complici con il meccanismo retrostante.

6. Si parlava di sentimenti e sogni. In tutti i film citati, invece, sembra sempre scontato che le idee non possono più costituire una risorsa. Si è già detto che Linhas de Wellington ne dichiara subito il fallimento, che Après mai le lascia sullo sfondo. Nella Bella addormentata (che, se sottolinea la validità della scelta di Beppino Englaro, e il cinico tentativo di Berlusconi di strumentalizzare la vicenda, evita di schierarsi troppo, dando ad esempio al fanatismo religioso il volto limpido di alcune bravissime ragazze) è ancora l’amore il solo sbocco possibile: la protesta è appannaggio esclusivamente di un giovane squilibrato (l’unico attore italiano premiato, Fabrizio Falco), subito accostato dai critici a quello del primo memorabile film di Bellocchio, I pugni in tasca; ma la ribellione scomposta che lì era rottura, sconsacrazione estrema dei vincoli borghesi, qui sembra piuttosto ultima ratifica dell’inutilità di ogni ribellione.

Si dirà che è un dato di fatto:  le ribellioni sono state sconfitte, le ideologie sono tramontate, le idealità hanno fallito, le stesse idee sono in crisi. Può essere. Ma troppo spesso l’immaginario sembra adagiarsi in questi fallimenti e crisi anziché scrutarli davvero, tirando somme troppo rapide, e troppo congeniali al sentire più diffuso; e anche alle istanze che invece non vanno in crisi mai, i pregiudizi, lo spirito reazionario, l’aggressività e le menzogne loro immancabile supporto.

7. Ultima mattina al Lido. Da giornali appena acquistati si scopre che Dario Fertilio ha appena pubblicato un romanzo sui Cervi, il cui intreccio – di fantasia, certo, ma anche, puntualizza un articolo del “Corriere della sera”, suffragato da scrupolose ricerche – ipotizza che i sette fratelli siano stati vittime non dei fascisti, troppo facile, ma guarda un po’ di un complotto, neanche a dirlo dei partigiani, beninteso di quelli di parte rossa. Tornando dall’edicola, si assiste a una lite tra un automobilista e una signora in bicicletta: lui fa commenti finissimi sull’età avanzata di lei, riceve un “Cafone” in risposta, smanioso di avere l’ultima parola controreplica “Ignorante”; vedendola allontanarsi dignitosamente, cerca insulti ulteriori, prova con un “Mongoloide”, e infine (quando lei non può più sentirlo, ma io sì, per mia gioia) prorompe in un furibondo “E comunista!”. Il soggiorno finisce in gloria.

3 commenti

  1. Grazie, Tilli, per questo “Diario minimo” così tuo, pieno di sentimenti, di intelligenza e di un po’ di tenera amarezza.

  2. Non è stato citato il film vincitore e nemmeno il secondo. Del primo, “pietà”, di cui un giornale titolava giustamente “Senza pietà”, ho letto solo la trama dunque non posso giudicare ma la trama è già molto terrificante,anche se del regista coreano ho visto in una rassegna barese, la mia città, “Vendetta” e la ragazza che oscillava sulla murata di una barca in attesa di essere infilzata da una freccia era una scena che resta nella memoria…E che dire di “The master”? Attendo di vederlo. Quello che mi è piaciuto di questa mostra è stata per chi non poteva essere a Venezia-Lido, dove l’ubriacatura di film è normale (ho seguito delle edizioni dalle 8 di mattina alle tre del giorno dopo vedendo cose che voi umani…film mai distribuiti e quindi ben felice di averli visti anche se nessuno leggerebbe più di due-tre libri contemporaneamente), è stata dicevo la sinergia con Raimovie per i film di Francesco Rosi, mai abbastanza visti specie “Il caso Mattei”; ma anche qui dare in un solo giorno “Salvatore Giuliano”, “Cristo si è fermato a Eboli” e “Luckie Luciano”, specie questo ultimi due con lo stesso grandissimo Volontè in due ruoli opposti, non è proprio il massimo…tuttavia vedere film di Rosi, sin dal primo “La sfida”, in pieno stile camorristico, in rapida successione per lo meno di giorni, è stato bello e utile.

  3. Bel reportage; si sente la mancanza del reportage accurato, ormai, della chronique di Venezia, o di Cannes, o (perché no) di festival letterari. Reportages come ne pubblicava ai tempi che berta filava, per es., l’Espresso (nostalgia, ricordo lontano). Certo, bisogna saperlo fare: non basta la modalità diario, serve soprattutto una grande capacità di attraversare la storia del cinema, perché senza quegli occhiali l’annuale offerta veneziana non può neppure essere analizzata. Senza le tue competenze da cinefila (e anche si direbbe da storica della cultura e delle mentalità, visto che il cinema che ti piace di più è proprio quello che impone una riflessione imperniata sul rapporto con la storia, con la cronaca, con la storia del costume, specie in Italia ecc.)… dicevo: senza quelle competenze si rischia forse (io a Venezia non c’ero, ma posso premumere che sia così) di subire la piattezza di un panorama schiacciato sul presente, di una produzione che sembra avere il fiato corto per mancanza di legami con una tradizione con delle tradizioni di cinema (non voglio fare l’elogio del grande cinema del passato; la cinefilia pura può essere anche molto stucchevole). Parlo soprattutto dei film italiani, che patiscono molto, a causa di questa schizofrenia fra citazionismo/dipendenza affettiva dai modelli (dai Modelli) vs. assenza totale di profondità storica (che si presenta come spregiudicata disinvolta originalità creativa). Scusa il tono rapido, sono appunti a caldo (e c’è ovviamente una punta d’invidia, per aver perso il festival anche quest’anno; sono permessi gli emoticon, qui?). Quanto a Bellocchio, è forse giusta la sottolineatura dei difetti (l’inevitabilità di certi cliché melo) e dei pregi: la sobrietà della Huppert (per fortuna ci sono ogni tanto questi correttivi; e dispiace dirlo, ma spesso un regista italiano è costretto a prendere una grande attrice francese o inglese, per ottenere un equilibrio nel film: Redgrave, Rampling, Huppert; per ovvie ragioni; oppure sono cattivi perché non chiamano le attrici italiane, per una sorta di pregiudizio di cui è vittima la categoria delle attrici itale 40-55enni?). Tipicamente bellocchiano il tocco su cui Tilli mette l’accento: il volto puro delle militanti cattoliche; anche così si può mostrare la complessità di vicende come quella di Eluana

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