Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Nostalgia dell’azione. La fortuna della lotta armata nella narrativa italiana degli anni Zero /2

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di Gianluigi Simonetti

[Questo saggio è apparso sul numero 64 di «Allegoria»].

6. In un’epoca che ha fame di storie ‘forti’, la lotta armata è l’ultima storia ‘forte’, l’ultima storia in atto che investa una dimensione collettiva, che riguardi tutti, che incida almeno potenzialmente sui destini generali (almeno prima e dopo l’undici settembre; del resto è proprio dopo il 2001 che il tema della lotta armata diventa di successo). Da questo punto di vista non è sbagliato parlare del terrorismo come di un vero e proprio mito della ultracontemporaneità, di cui la narrativa italiana si riappropria quando la Storia si rimette in moto, ma i miti residui continuano a scarseggiare – e quando il feticcio delle Torri crollate, dopo l’undici settembre, assume una dimensione di attualità planetaria, ricca di implicazioni storiche e simboliche (la fine del Postmoderno), se non addirittura metafisiche (l’autodistruzione dell’Occidente)[1].

In più, dal punto di vista della letteratura, la lotta armata degli anni Settanta possiede una sfumatura rivoluzionaria e, per alcuni, un’aura di grandezza che mancano al terrore post-rivoluzionario dei nostri anni, in particolare quello legato al fondamentalismo religioso o allo stragismo mafioso. L’eversione rossa, in particolare, in modo capzioso ma esplicito, si vuole omologa a quella stagione gloriosa e certamente ‘forte’ della storia (anche letteraria) italiana che è stata la Resistenza antifascista; non dimentichiamo che proprio la “Resistenza tradita” ha costituito uno dei miti di fondazione del primo brigatismo rosso – e che il rapporto ‘filiale’ tra Resistenza ed eversione postsessantottesca è stato a sua volta esplorato dalla narrativa italiana: per esempio da Tabucchi, in Dolores Ibarruri versa lacrime amare (nel Gioco del rovescio), o nel più recente Tristano muore. Anche in opere di autori più giovani, nati e cresciuti lontano dalla guerra, si ritrovano tracce di una riflessione sui legami profondi tra l’eredità della Resistenza e i “compagni che sbagliano”, e tra questi e il cuore del Movimento. Insiste in questa direzione Battisti, con evidenti scopi di legittimazione (in Cargo sentimentale  e nell’Ultimo sparo). Ma anche, per esempio, Villalta, in Tuo figlio, o Sartori, in Descrizione di una battaglia, o Rastello, in Piove all’insù:

Ecco: sul lunghissimo corso che va dal cuore della città da una parte, e dall’altra alla valle di Susa, buchi neri, gallerie, ombre e di là la Francia, sul corso dicevo stano sparando, pistole tese in avanti, mani addestrate al tiro e passamontagna nero, e tutti restiamo a guardare dal cancello del parco, e la polizia è fuggita, lontano, fino a Piazza Bernini. E quelli sparano e qualcuno ride, hanno corpi giovani, elastici, e guizzi negli occhi che ricordo e magari non ho visto, guizzi verso di noi che non sappiamo se crederci. Occhi che so di conoscere[2].

Ma le omologie superficiali e i rapporti rapsodici nascondono un’opposizione di fondo, su cui è giusto riflettere: mentre la Resistenza ha offerto subito alla nostra narrativa un innesco narrativo prolifico e potente, la lotta armata, come abbiamo visto, ha faticato a imporsi come tema letterario, e per giunta al prezzo di ingombranti schematismi, e di una lunga fase di silenzio[3].

Si tratta di uno scarto che può spiegarsi in molti modi. Se tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta il grosso della narrativa italiana ha omesso di narrare questo specifico tipo di azione, è stato in parte per ragioni interne al campo letterario stesso – perché quella letteratura era e si voleva più libera da ipoteche spettacolari e di intrattenimento, e più vicina al proprio ‘specifico’ gioco formale. In parte perché l’egemonia postmoderna implicava e quasi teorizzava dal punto di vista tematico, il vuoto di eventi, rigettando temi dal rilievo realistico troppo accentuato o smussandone gli angoli (come nel caso di Tabucchi, in Piccoli equivoci senza importanza). In parte, e forse soprattutto, perché quella azione in particolare -  la violenza fratricida dell’estremismo politico -aveva preso una piega tale, in Italia, da non poter apparire che sgradevole, distruttiva e priva di sbocco, destituita di ogni eroismo antagonista: il “cancro” di cui parla Arbasino in Un paese senza. Certamente la lotta armata non ha costituito materia valida per un racconto epico (se non nei romanzi dell’eversione di destra: Io non scordo di Marconi, Avene selvatiche di Perisier); ma non è bastata nemmeno come materiale per una riflessione, da svolgere con gli strumenti specifici della letteratura. Piuttosto è stata a lungo vissuta dai letterati come un ostacolo creativo, un’amnesia, un “buco nero” (così, alla lettera, l’omicidio Peci, nel romanzo di Silvia Ballestra[4]) che inghiotte tutta la stagione successiva al Sessantotto, e rischia di cancellarne, a sinistra, le conquiste politiche e sociali. Lo notava Fortini nel 1982:

Sono bastati gli ultimi sei o sette anni di terrorismo, di politica della unità nazionale, e di inflazioni e di scandali (…) perché interi blocchi di problemi venissero rimossi e considerati inesistenti non pochi sperimentati principi di interpretazione (…). Ecco perché è assolutamente impossibile, oggi, trasmettere a chi ha diciotto anni una qualche verità non convenzionale su quello che da loro dista appena un decennio (il periodo 1962-1972), quando i loro padri, oggi smarriti e rassegnati quaranteni, li issavano sulle spalle nelle manifestazioni per il Vietnam. (…) Alla lettera, non sappiamo più che cosa abbiamo fatto, chi eravamo, che cosa volevamo, un mese, un anno, dieci ani fa[5].

Ma alla fine degli anni Ottanta e soprattutto durante i Novanta il quadro politico è sufficientemente cambiato perché muti anche il rapporto tra immaginario e anni di piombo. La fine del conflitto sociale, il riflusso, l’esplosione dell’infotainment hanno da un lato svuotato ed estetizzato la violenza, dall’altro reso l’azione estrema un ingrediente appetitoso per ogni impresa narrativa: non serve più la presenza di un’aura, è sufficiente la miscela di violenza e di mistero. La legittimazione della lotta armata come tema narrativo dà conto, in questa fase, di un più complessivo mutamento del rapporto tra letteratura e media, o meglio di un assoggettamento simbolico della prima ai secondi: si comincia a narrare il terrorismo non per obbedire a una tendenza della ricerca letteraria, ma  “proprio perché è stato e continua ad essere oggetto del racconto e dell’analisi mediatica”[6]. Il lungo oblio del trauma sociale da una parte, dall’altra il nuovo bisogno di spettacolarità alimentato dai mezzi di comunicazione di massa creano i presupposti perché non solo la letteratura, e tantomeno solo quella di genere, ma la narrativa tout court prenda a corteggiare frammenti di azione violenta ed eccezionale come fonte di intrattenimento, shock emotivo e ‘presa’ sul pubblico. E’ significativo che proprio gli ex terroristi risultino a lungo i più prudenti nell’andare in questa direzione, i più eufemistici, i meno realisti; e che invece siano gli scrittori di professione – e soprattutto, come vedremo, gli scrittori di genere – ad appropriarsi degli aspetti più aspri della stagione della lotta armata.

C’è un aneddoto, raccontato da Moresco nella seconda edizione di Lettere a nessuno, che testimonia di questo passaggio: dalla rimozione editoriale degli anni di piombo al loro sfruttamento commerciale. Al centro della prima parte del libro la vera storia di Antonio Moresco, e dei suoi inutili  sforzi, tra gli anni Ottanta e i primi Novanta, per trovare una casa editrice disposta a pubblicare il suo primo monumentale romanzo, Gli esordi – che tra le altre cose rielabora episoli legati alla militanza dell’autore in alcuni gruppi extraparlamentari, nella stagione successiva al Sessantotto. Nella seconda parte di Lettere a nessuno si trova una scena, collocata cronologicamente nel 2006, in cui il protagonista, scrittore ormai affermato, consuma un pranzo di lavoro con un suo nuovo potenziale editore:

Alla fine del nostro primo incontro mi butta lì: – Perché non mi fai un romanzo sugli anni Settanta? Sono sicuro che ne verrebbe fuori una cosa fortissima[7].

Per certi versi la fine della rimozione si può considerare un passo avanti, rispetto ai lunghi anni della metaletteratura come forma di evasione o di afasia; ma è anche il segno dell’instaurarsi di una rimozione nuova e più complessiva – la  difficoltà del romanzo di oggi a trovare materia nel quotidiano, a raccontare in profondità ciò che è normale. Una così radicale estetizzazione del terrorismo è anche, in altri termini, il prodotto di un immaginario colonizzato, in cui si sconta la crisi del novel – il suo venire a patti con le leggi spettacolari che monopolizzano la comunicazione contemporanea[8].

7. In un’epoca che ha fame di storie vere, cioè di rielaborazioni narrative di eventi realmente accaduti, la lotta armata offre un repertorio di storie vere – o verosimili. Un fattore che non contrasta ma al contrario integra quello precedente: una storia forte è ancora più forte se è o sembra vera. In questa cornice, i testimoni possono diventare testimonial; scrittori “che c’erano”, e che per questo acquistano una voce più autorevole e talvolta più interessante. Alla crisi italiana del novel corrisponde infatti da noi la fortuna di tutte le cosiddette ‘scritture di frontiera’ – ovvero di forme narrative fluide, disposte a mescolare generi diversi per assorbire da ciascuno di essi diversi tipi di energia semiotica. L’ascesa del tema della lotta armata è anche in parte legato al successo, oggi, di ogni narrazione in prima persona, di ogni racconto testimoniale, di ogni “finto-vero”, di ogni genere misto – cui non possiamo attribuire un rigoroso statuto di realtà. E questo non solo perché il terrorismo lo si è molto raccontato, come abbiamo visto, attraverso un filtro autobiografico e identitario (la vasta memorialistica sugli anni di piombo); ma anche perché quel tema si presta particolarmente alla trascrizione veristica, alla ricerca documentaria, processuale e d’archivo; al trattamento reportage di uno scottante materiale di cronaca – come accade per esempio in De Cataldo. In questo bacino tematico arrivano così a toccarsi i due principali affluenti del cosiddetto non fiction novel italiano: l’inchiesta e il diario, la ricostruzione e la memoria autobiografica – generi più scottanti, più impegnati ma meno strutturalmente impegnativi del romanzo. Del resto fin dall’inizio alcuni di coloro che scrivono di lotta armata italiana lo fanno, quasi giustificandosi, “perché rimanga qualche cosa” – talvolta con lo scopo di colmare una lacuna specifica della nostra letteratura, storicamente “mai molto ricca di queste testimonianze”[9].

Così, tanta narrativa sulla lotta armata si muove su un equilibrio difficile, ma potenzialmente appagante, tra rimozione e ricordo, bisogno di inchiesta e bisogno di indulgenza. Gli anni di piombo sono stati qualcosa di molto intimo, di tipicamente ‘italiano’, che ha smosso grandi passioni e provocato eventi straordinari; ma al tempo stesso, visti dai cittadini e dai lettori di oggi, sono qualcosa di lontano, che non fa più male e non crea più problemi – e che per questo si può fruire turisticamente. Il racconto di quegli anni permette quindi di ottenere contemporaneamente due diversi effetti di realtà – l’autobiografia e il reportage – e due tipi opposti di piacere – il piacere del familiare e quello dell’esotico. In un certo senso, quello che molti narratori hanno provato a fare con il terrorismo, altri narratori lo hanno fatto negli stessi anni con la camorra, giocando più o meno intelligentemente con le maschere del testimone e del letterato – non solo Gomorra, ma anche, per esempio, Lanzetta, De Silva, Cacciapuoti, o il Balestrini di Sandokan (in continuità con lo stile e l’impegno della Grande Rivolta): guardando però risolutamente all’oggi, non a un passato sovraccarico di interpretazioni.

8. Proprio l’intersezione con il fenomeno della scritture di frontiera è oggi alla base di alcune contraddizioni specifiche della narrativa sulla lotta rmata. Paradossalmente, ma fino a un certo punto, questa fiction che si ispira a fatti realmente accaduti presuppone in effetti il lavoro – derealizzante – che i mass media hanno svolto precedentemente su questi stessi fatti. La narrativa letteraria, lo abbiamo visto, arriva sulla lotta armata dopo quella mediatica, e si applica soprattutto ai segni di quella stagione passati attraverso il filtro spettacolare dell’informazioe di massa- ciò che parrebbe, da un punto di vista emotivo, l’esatto contrario della partecipazione emotiva che associamo alla tragedia degli anni di piombo. Il racconto della lotta armata si espone al pubblico contemporaneo come frammento di cronaca bruto e incandescente, ma per essere consumato come tale ha dovuto prima essere digerito dal silenzio, poi reso interessante dalle rielaborazioni che stampa, televisione e cinema ne hanno offerto – mentre la letteratura guardava altrove:

Secondo quelle leggi anche troppo note e sdate della «società dello spettacolo», tutto si è venuto gradatamente trasformando in una sorta di feuilleton: una puntata al giorno, come nei quotidiani dell’Ottocento, e come alla televisione americana, fruite come rappresentazioni; e le apprensioni o le impazienze si sono trasformate in una attenzione da spettatori di «sceneggiato»[10].

La spettacolarizzazione mediatica del terrorismo diventa evidente nei giorni che seguono il rapimento Moro, secondo la testimonianza di Arbasino; ma le dimensioni del processo si colgono bene solo ora, nel dispiegarsi di una immensa produzione narrativa sugli anni di piombo. Soprattutto, oggi siamo in grado di cogliere quanto abbia pesato il lavoro dei media sulle opere scritte da autori più giovani dei terroristi stessi: non solo per le modalità con cui il tema è trattato, ma per la predilezione stessa accordata al tema. Come spesso accade, gli eventi storici più significativi non vengono raccontati per esteso dalla generazione che ha vissuto gli eventi, ma da quella successiva[11]; alla  censura subentra una rivisitazione più o meno interessata; alla fase della testimonianza di prima mano succede quella, formalmente più sofisticata, della rielaborazione – ma mentre la prima nasceva dal’esperienza diretta, ovvero dalle azioni, questa seconda nasce soprattutto dalle suggestioni, ovvero dalle immagini. Immagini viste in tv, sui giornali, ormai anche in rete – e che hanno formato un repertorio condiviso, caotico, in rapporto misterioso ma stretto con la rimozione che lo aveva preceduto.

Ecco che allora nei nuovi romanzi italiani il terrorismo è onnipresente – ma è un terrorismo stravolto dalle interferenze dei mass media, e a volte dalla presenza fisica dei mass media stessi; per esempio in 2005 dopo Cristo, che lega organicamente il tema terroristico a quello della televisione, o in Sono stato io di Beha, sul cui sfondo agisce una satira del giornalismo italiano. E’ difficile che questi libri affrontino direttamente il racconto della violenza; a farlo sono soprattutto i romanzi più vicini agli schemi del picaresco (in particolare quelli che raccontano l’eversione di destra, più inclini come abbiamo visto al taglio epico), o a quelli del noir. Succede infatti nei romanzi di Battisti, o in Tre uomini paradossali di Di Michele; o in Amici e nemici di Spinato, che si esercita sul tema di via Fani offrendone una versione opposta a quella della Peggio gioventù, cui è utile confrontarla – qui tutto è osservato dal punto di vista di Moro, si sentono i rumori, si vede il sangue:

Stava pensando, quando vide il parabrezza frantumarsi all’improvviso. Lo sbriciolarsi muto, eterno e avulso dal fragore che aveva precedeuto e poi seguito quella ragnatela secca, senza suono, che incrinava il vetro e si diramava. Fino a quello schianto. //Sportello spalancato ancora. //Il corpo dell’autista proteso in sua difesa. //La nuca già bagnata, esplosa, appiccicosa, e dietro il vetro, foglie, edera, una canna, cilindro lungo di metallo, che si affaccia. //Adesso sente l’altra raffica, soltanto adesso, ora. //La testa sgocciola qualcosa sulle sue ginocchia[12].

Ma più spesso non è una azione quella che questi testi raccontano, e nemmeno una ‘passività in azione’, alla maniera di Morucci, quanto una fruizione passiva vera e propria, da semplici telespettatori, degli eventi stessi. Chi ha partecipato ai fatti tende a dissolverli nella coltre della letteratura; chi li rappresenta sembra dedurli da una prolungata esposizione alla televisione, ai giornali, o a internet[13]:

E poi guardo lo schermo. E sullo schermo vedo una faccia. Lì per lì quasi non la riconosco. Ma è la faccia di Alice. La sua faccia in fototessera. E improvvisamente sento le parole che sta dicendo il giornalista. “Questa mattina alle cinque le forze dell’ordine hanno circondato a Milano l’edificio dove sotto falso nome viveva la terrorista, pedinata da alcune settimane dalla Digos dopo essere stata notata mentre depositava un pacco di volantini in una cabina telefonica[14].

A destra delle foto di cronaca, una foto-tessera sbiadita dentro un trafiletto: “È morta nel carcere di ***** la terrorista *****, catturata nel corso delle indagini sull’attentato al capo della squadra mobile di Napoli Antonio Ammaturo, avvenuto nel mese di luglio dell’82. Era gravemente malata da tempo. Le cure prolungate non sono valse a nulla”[15].

Intanto guardo il telegiornale con mio padre, come da piccolo: Milano, via Larga, una pistola P38[16].

Nella casa del Cavone la tivù non c’era, perciò lo vennero a sapere dalla radio. Era mattina presto e Alberto stava già studiando con l’apparecchio acceso, ma si interruppe un attimo per ascoltare il notiziario delle nove e mezza. Per poco non cadeva dalla scrivania. «Il presidente della Democrazia Cristiana, onorevole Aldo Moro, è stato rapito a Roma stamane all’uscita dalla sua abitazione»[17].

Dopo la strage della scorta – ecco.  Quella che è inquadrata adesso è la scena dell’agguato – il gruppo di fuoco, che si presume fosse già appostato per un’imboscata sul percorso del corteo[18].

Autori diversi si concentrano sulle medesime immagini forti – vere icone mediatiche, come il corpo di Moro in via Caetani:

Era disteso. il collo torto. /Le gambe rannicchiate in uno spazio angusto./ Gli occhi, le palpebre già chiuse, forse dal prete che aveva appena recitato l’orazione, o dalla mano che aveva ucciso, non si sarebbe mai saputo. L’espressione che, nelle foto, soprattutto negli scatti pubblicati sui giornali durante il rapimento, avevano imparato a riconoscere. /Distante, inerme, assente./Il viso non rasato da più giorni./ Il corpo ancora caldo, disse un medico[19].

A casa della zia di Emilia gurdavamo tutti insieme quelle immagini, quel bianco nero e crudo, guardando la coperta sporca, il corpo raggrinzito, il volto che non sembrava nemmeno più di Moro, la camicia candida abbottonata fino al collo ma senza la cravatta[20].

Si tratta di un modo di rappresentazione che deve farci riflettere. Gran parte del corpus  narrativo recente sugli anni della lotta armata insiste sull’iconografia del terrorismo, e soprattutto del brigatismo, nelle forme e nei modi in cui è penetrata repertorio nell’immaginario italiano degli ultimi decenni. E tutto questo nonostante la nota autoreferenzialità del linguaggio brigatista, e nonostante il fatto che i documenti visivi prodotti direttamente dai terroristi restino tutto sommato scarsi – a dispetto del loro bisogno di pubblicità, della loro perversa pedagogia di massa (“colpirne uno per educarne cento”). Tra i pochi testi mediatici autoprodotti le foto di Moro in carcere oppure, sul declinare della parabola terrorista, l’interrogatorio di Roberto Peci:

Gli interrogatori – vere e proprie torture che, man mano che i giorni passavano, mostravano la loro ossessiva spietatezza – erano stati filmati e registrati. L’ostaggio era stato fotografato. Era stato ripreso mentre canzoni comuniste gracchiavano da un magnetofono in sottofondo, con alle spalle una bandiera delle Brigate Rosee fitta di proclami a far da sinistra scenografia. Il set non era stato smontato, e la videocamera manovrata dai pazzi non era stata spenta, neanche durante la lettura della condanna a morte. Persino dell’esecuzione, avvenuta in un casolare abbandonato nella campagna romana, era stata presa una fotografia[21].

Le videocassette sulle quali il protagonista di Libera i miei nemici (2005) di Rocco Carbone ha registrato il processo alla sua allieva brigatista risentono forse della vicenda di Roberto Peci; di certo Silvia Ballestra si interroga in modo specifico su questo episodio, e lo collega a suo modo a una rivoluzione del costume che passa appunto attraverso il rapporto con i media:

Verso la fine dei cinquantaquattro gironi di prigionia di Roberto Peci, i suoi carcerieri, il criminologo Giovanni Senzani e Roberto Buzzati, oltre a registrare su nastro gli interrogatori, filmano con una videocamera Telefunken (una delle prime, di pregio, di prezzo) pure la lettura della sentenza di morte e, man mano che spediscono questi materiali a Radio Radicale, ad alcuni giornalisti, a un paio di onorevoli, alla segreteria del Psi e al Tg Uno: la messa in onda sulla televisione pubblica è una condizione per salvare la vita dell’ostaggio. (…) Ma il presidente della Rai Sergio Zavoli si rifiuta di trasmettere un tale messaggio motivando la sua scelta con la volontà di non creare un precedente. Di non fare da megafono ai terroristi. Come scriverà Buzzatti, è stato Senzani a dire che bisognava “riappropriarsi dei mezzi della comunicazione sociale”./ E’ la prima volta, in Italia, che la posta in gioco è lo spettacolo, che la vita d’una persona viene appesa alla comunicazione televisiva. Il fatto che Roberto Peci di mestiere montasse le antenne, in quegli anni in cui tutti cominciavano ad avere la televisione in casa, vi dà molto da pensare [22].

Il brigatismo passa, ma la televisione resta, e cambia la memoria e l’identità stessa degli anni di piombo. Per quanto sembri assurdo, l’interesse narrativo per la lotta armata è quindi anche un fenomeno vintage, analogo ad altri fenomeni di revival – come si capisce leggendo ad esempio I giorni della Rotonda, ma soprattutto Il tempo materiale di Vasta. Sottolineare nel racconto dettagli di moda degli anni Settanta rivela che anche se nel romanzo parla al presente -  da Palermo, nel 1978 – il punto di vista del narratore è in realtà anacronistico; che ciò che si racconta è soprattutto un frammento d’infanzia:

In questi giorni vedo in televisione le immagini di via Fani – i morti coperti con i lenzuoli bianchi, i commissari con i pantaloni larghi alla caviglia, i carabinieri con l’uniforme scura e il lampo abbagliante della bandoliera che camminano tra i bossoli o inginocchiati a disegnare i perimetri col gesso[23].

I maschi quasi tutti provvisti di baffi, le ragazze magre magre. Camicie e camicette dagli sbizzi superbi e pantaloni vagamente a zampa, qualche pullover attillato e jeans comprati da Micmac, giacché l’altra jeanseria del paese era d’un noto fascista e andava boicottata. Mocassini e scarpe morbide. e d’estate zoccoli e ciabatte infradito. Occhiali a goccia dalle lenti colorate, verdi o azzurre; montature così diverse da quelle del decennio precedente, ch’erano talmente scure e massicce, in bachelite e d’osso, e t’invecchiavano di dieci anni! Queste no, erano leggere e le vedevi nei bei film americani e francesi, quelli comicamente parafascisti con Clint Eastwood o quelli più universitari e sessuali con Dustin Hoffmann[24].

In Anni Settanta, Giovanni Moro descrive un decennio caratterizzato da una speciale patologia della memoria[25]: forse alcune delle opere recenti su quel periodo rispondono a quella patologia con una cura omeopatica, che ricorre a piccole dosi di un vasto repertorio mentale accumulatosi negli anni e stoccato dai mass media. Ecco che allora il terrorismo può diventare materiale di recupero nostalgico, dopo essere stato oggetto di romanzo storico[26].

Per tutte queste ragioni, resta difficile sottrarsi all’impressione che, almeno presso gli autori più giovani, la rilettura degli anni Settanta si presti a raccontare non tanto dei fatti, quanto delle narrazioni precedenti (non solo letterarie); a riprodurre, magari patinandole,  immagini famose; a girare intorno a interpretazioni e a oggetti immobili, piuttosto che ad elaborarne di nuovi. Mentre sembra parlare di uno scottante passato, molta narrativa contemporanea parla forse del modo in cui i mass media agiscono nel presente; del modo in cui lo assorbono nella dimensione estetica per ottenerne suggestioni, emblemi e miti:

«Covo» l’ho letto nelle storie della banda Bassotti: bene, è come ritrovare il mondo colorato di Walt Disney, e abitarci[27].

In questa cornice è proprio il romanzo di Vasta a rivelarsi il più profondo e consapevole. Se il tema nascosto del suo libro è quello della ricerca di una identità e di un linguaggio, è significativo che i ragazzini terroristi protagonisti del Tempo materiale attingano il loro speciale alfabeto proprio dai cascami della cultura di massa:

Sollevo da terra uno dei sacchi che ha portato Bocca, tiro fuori dischi e riviste e spargo tutto sul tavolo.// Le posture le prendiamo da qui, dico. Dai cantanti. Dalle pubblicità. Anche dagli attori. E dalla televisione e dal cinema. E lo facciamo per vendetta: perché appropriandoci di Celentano che in Yuppi du fa il falco trasformiamo la miseria in utilità.// Fammi capire meglio, dice Bocca. Noi prendiamo una forma famosa, fuori la lasciamo così com’è ma ne modifichiamo il contenuto. Giusto?// Esatto, confermo. Prendiamo le posture idiote che tutti conoscono e le facciamo diventare messaggi in codice[28].

9. In un’epoca che ha fame di divertimento, e che lo cerca dappertutto, la lotta armata offre suspense, e la presenta in forme che si lasciano facilmente catturare dagli schemi del romanzo di consumo. La fortuna del terrorismo come tema romanzesco ed elemento drammaturgico incontra qui una tendenza più complessiva, che investe da ormai trent’anni tutta la letteratura, e l’arte in genere: la sua tendenza a farsi, sempre più, intrattenimento, e quindi a intensificare i suoi rapporti con l’arte di consumo, rovesciando in spirito di emulazione gli antichi complessi di superiorità. Un avvicinamento che determina due processi apparentemente contraddittori, ma in realtà complementari, su cui la teoria letteraria giustamente deve interrogarsi: da un lato un rafforzamento, nelle nuove scritture, delle marche di genere – e per esempio un enorme aumento di letteratura poliziesca, o meglio Krimi (per usare la formula tedesca, più inclusiva e opportuna); dall’altro una tendenza a confondere i confini di genere stesso, a farne esplodere i codici; a inglobare e mescolare i generi all’interno di opere ibride, fatte apposta per somigliare all’incessante dinamismo e alla seduzione proteiforme della comunicazione di massa.

In Italia, in particolare, il Krimi è stato il genere forse più sfruttato dalla narrativa degli ultimi due decenni. Non solo Camilleri o Carofiglio (più orientati al ‘giallo’) o Faletti (soprattutto thriller), casi eclatanti di autori di genere capaci di vendere milioni di copie – rispettivamente dentro e fuori il salotto buono della letteratura italiana; anche e soprattutto, per la sua capacità di articolarsi in vere e proprie serie, il noir o giallo ‘sociale’, impegnato e realistico (neo-noir secondo una sbrigativa etichetta): Carlotto, De Cataldo, Lucarelli, certo Genna, Dazieri, Biondillo, oltre allo stesso Battisti, sono solo alcuni dei nomi implicati. Si tratta di un settore cruciale dell’editoria letteraria italiana, ideale per contenere e sviluppare tutti gli elementi di cui abbiamo parlato fino ad ora: strutture collaudate (di genere, appunto) che rispondono a un bisogno diffuso di storytelling, e in cui sovente si intrecciano fictionnon fiction, tensione e impegno, intrattenimento e indagine, piacere del noto e gusto turistico dell’altrove[29]. Il neo-noir vende e si impone perché tiene viva quell’ipoteca realista ed eticamente responsabile che tradizionalmente la letteratura triviale tendeva ad eludere – ma insieme conserva, dell’arte di massa, la leggibilità e il vigore.

Ebbene, l’ambito del Krimi, e il neo-noir in particolare, hanno cominciato a nutrirsi, da ormai una decina d’anni, della drammaturgia della lotta armata, in modo spesso compulsivo, fino a creare “une sorte de genre litteraire à part, que l’on peut décliner à l’infini de manière plus ou moins heureuse”[30]. Abbiamo visto che esiste perfino un noir degli ex militanti del partito armato: non solo Battisti, ma anche Franceschini (La borsa del presidente, 1997) e Morucci (Klagenfurt 3021, 2005; Il caso e l’inganno. Le indagini del commissario Amidei, 2006).

E’ proprio osservando questa vasta area del noir ambientato nell’estremismo politico, sempre impegnato e sempre antagonistico rispetto alle conclusioni ufficiali, che emergono effetti ulteriori di quell’impasto tra letteratura e mass media cui accennavamo prima, in generale, a proposito della rilettura narrativa degli anni di piombo. E’ infatti abbastanza evidente come l’impegno civile che è tipico del neo-noir, il suo legarsi volentieri  a ipotesi di riletture anticonformistiche della lotta armata, risultino simmetrici al bisogno dei media di spettacolarizzare la storia, e di farne racconto appagante. Questa enfasi è premiata non solo dal mercato – come è logico che sia – ma anche da una parte della critica, che vi ha visto il tentativo di colmare quel vuoto italiano di romanzo popolare che già Gramsci aveva denunciato a suo tempo, quando chiedeva agli scrittori italiani di provare a fare come Balzac, Hugo o Dostoevskij: di passare da un uso meccanico, “di intrigo sensazionale”, a un uso “lirico”, e cioè esteticamente raffinato, delle scritture di genere[31].

Purtroppo a questa operazione corrisponde, nella maggior parte dei casi, una nuova banalizzazione – diciamo meglio un depotenziamento del tema terroristico. Giocano un ruolo, certo, le ipoteche più tipiche della letteratura di consumo: l’indifferenza o la scarsa attenzione agli aspetti formali, la tendenza a ridurre gli spessori, l’inclinazione alle convenzioni e agli stereotipi, specialmente nella costruzione dei personaggi principali. Di qui forse l’assenza di un ‘personaggio terrorista’ sfaccettato e non bozzettistico, potente e credibile, nel quale magari identificarsi, con tutta la ambivalenza del caso. Poi la mancanza di personaggi antagonisti di spessore[32]; le vittime come semplici “bersagli”, utili solo a far andare avanti la storia[33]. Ma altri limiti diffusi non fanno parte del repertorio del genere, e sanno semplicemente di Midcult: penso al ricorso a schemi psicanalitici elementari, perlopiù edipici, specie nell’ambito dei conflitti familiari scatenati dalla lotta armata – un aspetto ricorrente, tematizzato come tale nei libri di Villalta, Doninelli, Tavassi La Greca, De Michele, Culicchia, Baliani[34]:

A volte mi sembra che questa storia si potrebbe raccontare anche in un altro modo, come uno scontro tra padri e figli. Leggendo con attenzione la biografia dei terroristi, si scopre che soprattutto all’inizio della lotta armata, la maggior parte di loro proviene dalla tradizione comunista di fabbrica, dalle sezioni di partito, da famiglie antifasciste, partigiane. Oppure dal cattolicesimo estremo, dal cristianesimo militante[35].

Vasta è forse il solo a risolvere in modo brillante l’opposizione tra genitori e figli nel racconto della lotta armata. Ci riesce scegliendo una formula antirealistica, che ammutolisce i padri, traforma i terroristi in ragazzini, rovescia gli schemi abusati delle giustificazioni e delle abiure:

Avevo voglia di essere colpevole, dice.//E’ una parola che mi piace. Colpevole. Anche se non ho mai il coraggio di esserlo. Invidio a Scarmiglia la capacità di essere colpevole. Perché di questo si tratta, di una capacità: non tutti possono essere colpevoli; è un destino, ed è un compito.// Cosa vuoi dire, mi domanda Bocca?// Che mi andava di fare una cosa che per gli altri è sbagliata ma che per me in quel momento era giusta. Anzi no, non giusta: semplicemente ne avevo bisogno[36].

10. Mettiamo tra parentesi i limiti che sono, o tendono a essere, di tutta la letteratura di consumo ( e sorvoliamo anche anche sul fatto che quello del Krimi non è il solo contenitore di consumo che la lotta armata solleciti: Tornavamo dal mare, di Luca Doninelli, contiene molti ingredienti tipici dell’intrattenimento intimista, a sfondo sentimentale). Soffermiamoci invece su un problema specifico, che riguarda il trattamento del terrorismo nell’ambito del neo-noir. Una volta immessa negli schemi del genere, l’energia di fatti tragici realmente accaduti rischia di stemperarsi nell’idea che tutto è fiction, che tutto è riducibile a racconto spettacolare, che tutto obbedisce a scansioni narrative precostituite – le quali per il loro stesso carattere romanzesco rischiano di suonare falsificanti. Il noir sociale insiste molto, ad esempio,  sul tema del complotto, cui oppone un antagonismo astratto, depositario di valori morali; e spesso interpreta tutti gli anni di piombo attraverso questo schema. Ma quello del complotto risulta ormai, come è noto, un luogo classico dell”intrigo sensazionale” del feuilleton, e oggi anche dell’immaginario postmoderno, per non dire del senso comune[37]. Usando gli anni di piombo per proporre una controstoria del passato italiano, il neo-noir rischia di fabbricare piuttosto una specie di “anti-storia”[38], che comprime le contraddizioni reali del passato e del presente nelle maglie di una trama a effetto. Se conserva una sua forza di protesta, questo tipo di narrativa arretra sul piano dell’elaborazione di una verità non precostituita e vagamente autoassolutoria come, appunto, quella del complotto. Ci si può allora legittimamente domandare, con Raffele Donnarumma, se, “mentre si prestano così bene a intenti di denuncia”, gli schemi del noir non siano troppo vincolanti e in fondo estranei all’esigenza di conoscere in modo profondo e veramente spregiudicato che è propria del romanzo in senso forte[39]. C’è qualcosa di paradossalmente tranquillizzante nel sentirsi spettatori passivi di un intreccio magari appassionante di cause ed effetti che comunque non possiamo controllare, in una Storia agita da forze oscure spesso incarnate da un Grande Vecchio – un mito speculare e opposto a quello brigatista del SIM -  il cui disegno reazionario passa sopra le teste di vitime innocenti e lettori progressisti. Un effetto del genere si determina nei primi libri di Giuseppe Genna – per esempio Nel nome di Ishmael (2003) - o in Amici e nemici (2004) di Spinato; in opere di ricostruzione – La borsa del presidente (1997) di Franceschini e Samueli – o in trame futuribili (Montanari, La verità bugiarda; Babette Factory, 2005 dopo Cristo; Lucarelli, Buio rivoluzione); in un corposo  best-seller come Romanzo criminale (2002) di De Cataldo, ma anche in un racconto breve come Il battito d’ali d’una farfalla a New York può provocare un tifone a Pechino, nella raccolta L’angelo nero (1991) di Antonio Tabucchi. In tutti questi casi l’elemento rassicurante prende il sopravvento su quello problematico: invece di rappresentare il conflitto politico in termini autenticamente romanzeschi, come lo scontro tra due o più forze storiche, tra due o più ragioni concorrenti, si tende a offrirne una rappresentazione semplificata e manichea – appagante dal punto di vista spettacolare,  ma conoscitivamente ed emotivamente sedativa. Non si fanno i conti con il male, perché il male sono gli altri; non si tenta di abbracciare una complessità, ma si accetta, nella messa in scena dei “misteri d’Italia”, la sostanziale inconoscibilità di Tutto. Una soluzione al fondo derealizzante, che funziona altrettanto bene al cinema, dove le richieste di spettacolarizzazione sono ancora più forti che in letteratura[40].

 Alla fine, nella maggior parte dei casi e magari contro le buone intenzioni di molti autori, il neo-noir italiano ha badato soprattutto a sfruttare il terrorismo come serbatoio di eventi, e come occasione di protesta. Magari in buona fede, ma spesso con esiti di falsa coscienza. L’autore che meglio ha saputo applicare agli anni di piombo gli schemi del ‘giallo’ è stato quello che li ha usati per primo, con più intelligenza: Leonardo Sciascia.

11. Se quanto detto sopra vale soprattutto per la letteratura che gioca con gli schemi di consumo, cosa ha fatto invece la letteratura maggiore, quella non di genere ma di ‘ricerca’ – ciò che siamo abituati a considerare arte vera e propria, e realismo autentico?
Se si pensa a quelli che consideriamo gli scrittori più importanti degli ultimi vent’anni si rischia di scoprire che nei loro romanzi più recenti la lotta armata è praticamente assente, o che comunqe resiste alla narrazione organica. Arbasino avevano raggiunto esiti di rilievo occupandosi del terrorismo ‘in diretta’, ad esempio nel fatidico 1978, con In questo stato – ma lo aveva fatto proprio scartando la forma-romanzo, e preferendole il modulo del “libretto di conversazioni” (e “romanzo-conversazione” sarà nel 1980 Un paese senza):

Mi sono ancora convinto che la struttura formale più adatta stavolta non fosse tanto un romanzo «classico» e «storico» come Fratelli d’Italia, composto durante il «boom», oppure un romanzo «a frammenti mobili», come il Super-Eliogabalo, composto nel ’68, ma appunto questa performance tutta corale, aperta, spalancata, registrazione e appropriazione «personale» e «politica» rimescolata con gli infiniti paragoni e rinvii che emergono spontanei o coatti dalla cultura, dalla letteratura, dai precedenti storici, dalle analogie inevitabili, dalle conversazioni continue fra la gente per questi interi due mesi[41].

In questo stato si muove soprattutto sul terreno della satira, come farà dieci anni dopo Rugarli con La troga; dal canto suo Sciascia definiva Il contesto “una parodia”[42]. Anche per Domenico Starnone le (nuove) Brigate rosse non sono che un pretesto narrativo al servizio di uno schema satirico. A un primo livello, l’obiettivo polemico di Prima esecuzione è costituito dalle incertezze della borghesia intellettuale progressista, che ha attraversato gli anni della lotta armata e del riflusso attenta soprattutto a non farsi domande troppo impegnative su se stessa- Più che a ritrarre vecchio e nuovi brigatismi, il libro esprime dapprima le scissioni,  l’opacità, la violenza latente di un personaggio che somiglia molto all’autore; poi si dedica all’autore stesso, che entra in scena come artefice del racconto che stiamo leggendo. Il personaggio, Domenico Stasi, in equilibrio impossibile fra sogni di eversione e disprezzo dell’ordine costituito; l’autore, Domenico Starnone, incerto tra opera aperta e racconto ‘giallo’:

Le pistole,  le scatole di proiettili. Nei libri c’erano, anche nei film; ma nelle valigie di Luciano, quasi trent’anni fa, non ne avevo trovati. Se adesso, per adattare quell’episodio alla storia di Stasi, ce li volevo mettere nessun me lo impediva, ma avrei dovuto scegliere più decisamente di scrivere un racconto di genere. In quel caso avrei accantonato ciò che era veramente mio (la scuola, Luciano, Nadia, la loro relazione a metà anni settanta, la crisi, le valigie) e avrei inventato e basta, passando subito – o almeno dopo essermi informato sulle marche delle armi da fuoco, sui calibri – a scene d’azione, di sangue, col ritmo dei thriller, poliziotti, terroristi e la trama al solito oscura dei servizi segreti[43].

A un secondo livello infatti, e in modo più mediato dalla forma, a trovarsi sotto attacco in Prima esecuzione è proprio il romanzo realista e impegnato, disposto al compromesso con la letteratura di consumo. Il libro di Starnone comincia come racconto ‘giallo’, ma finisce come testo autoriflessivo e e metaletterario; poco per volta la tensione del racconto lascia il posto a un’opera aperta, destrutturata e problematica – in odio al realismo superficiale del neo-noir alla moda e ai suoi stereotipi del genere, apertamente ridicolizzati:

Sentivo uno strattone ingannatore che mentre mi trascinava per la storia di genere, un thrillet politico con armi, agguati, sangue, contraddittoriamente mi impediva l’andamento teso, drammatico, che volevo darle e lo stravolgeva in sarcasmo[44].

 “Era un uomo che da tempo non provava più emozioni vere, si limitava a riviverle con un piacere distante”[45]: l’atteggiamento ironico e la tendenza a collocarsi ai margini del fenomeno terroristico sono comunque significativi di una difficoltà della narrativa più consapevole ad affrontare direttamente gli eventi forti e collettivi. Si direbbe che più che parlare degli anni di piombo, la migliore letteratura degli ultimi anni si sia limitata a impiegarne alcuni frammenti. Non li ha illuminati frontalmente, ma ne ha sfiorato l’ombra, facendone avvertire la presenza cupa, elettrica, atmosferica.

Rinvii alla violenza terroristica sono così presenti come ellissi, in Servabo di Pintor; come antefatto e brusio in Occidente per principianti di Nicola Lagioia; come residuo onirico e misterioso, fuori da ogni verosimiglianza, negli Esordi di Moresco (e ancor più sistematicamente nel Tempo materiale  di Vasta). Oppure presenti come dettaglio, sullo sfondo di una storia che nega il senso stesso di quella ipotesi rivoluzionaria: la strage che si consuma nella stazione di Bologna, mentre poco lontano il protagonista di Scuola di nudo è impegnato con quattro ragazzi in una anodina orgia omosessuale. L’eredità degli anni di piombo, in romanzi come questi, agisce nella direzione opposta a quella che abbiamo descritto fin qui: non come nostalgia dell’azione spettacolare, e proposta (spesso velleitaria) di astratti valori civili, ma come rumore di fondo, in un clima di incertezza morale e politica. “Le parole dividono, l’azione unisce”: uno dei motti dei terroristi baschi dell’Eta spiega bene, sia pure indirettamente, perché il grande romanzo, perfettamente adatto a esprimere punti di vista contrastanti e tutti validi, non abbia vita facile di fronte ad eventi eclatanti come gli atti terroristici, che sollecitano reazione emotive e scelte nette, e che interrogano soprattutto dulle dinamiche del fare. Di fronte alle azioni forti il romanzo spesso si ritrae; i momenti che isola e indaga sono altri, avvengono altrove, non sopportano schematismi (e spesso non sono nemmeno vere e proprie azioni, ma il sogno, il rimpianto o l’ombra di un’azione). Se la comunicazione si serve della lotta armata come di un serbatoio spettacolare ricco di gesti esteriori, immagini forti e nudi fatti, il romanzo tende piuttosto a mettersi a lato della Storia; a parlare di impotenza, a illuminare ciò che non si vede.


[1] Cfr. al riguardo J. Baudrillard, L’esprit du terrorisme, Les Editions Galilée, Paris 2002, e D. Giglioli, All’ordine del giorno è il terrore, Bompiani, Milano 2007.

[2] L. Rastello, Piove all’insù, Torino, Bollati Boringhieri 2006,  p. 104.

[3] “Le asimmetrie tra le due fasi sono radicali, anche se non sono mancate affatto letture che hanno insistito interessatamente sulle continuità. Ma almeno una di queste asimmetrie si è imposta nell’opinione comune dei critici: mentre esiste una letteratura della Resistenza vastissima e che, nella sua disuguaglianza, accoglie alcune opere canoniche del Novecento, non esiste alcun romanzo italiano in cui si possa riconoscere, per consenso unanime, il romanzo di quel decennio [1968-1978]“. R. Donnarumma, Storia, immaginario, letteratura, cit., p. 439.

[4] S. Ballestra, I giorni della Rotonda, Rizzoli, Milano 2009.

[5] F. Fortini, Il controllo dell’oblio (1982), in Id., Insistenze. Cinquanta scritti 1976-1984, Milano, Garzanti 1985, pp. 131-132 e 136. Ringrazio Guido Mazzoni per avermi segnalato questo articolo.

[6] R. Donnarumma, Storia, immaginario, letteratura, cit., p. 447.

[7] A. Moresco, Lettere a nessuno, Einaudi, Torino 2008, p. 695.

[8] “La prosa del mondo ha accesso al racconto solo se si piega alle leggi del delitto, del complotto, del mistero, dell’orrore” (R. Donnarumma, Nuovi realismi e persistenze postmoderne, cit., p. 36): la lotta armata ha permesso a molti scrittori, di diversa estrazione, di tenere aperto questo accesso.

[9] A. Arbasino, In questo stato, Garzanti, Milano 1978, p. 7.

[10] Ivi, p. 6.

[11] Ancora Fortini: “la sola storia veramente traumatica è, sempre, quella cui dobbiamo la nostra nascita” (F. Fortini, Il controllo dell’oblio, cit., p. 133).

[12] G. Spinato, Amici e nemici, Fazi, Roma 2004, pp. 15-16.

[13] “Gli occhi dei personaggi fissi sui televisori sono sintomatici dell’atteggiamento  degli autori verso questi fatti di sangue”: D. Paolin, Una tragedia negata, cit., p. 60 (e in generale pp. 59-63).

[14] G. Culicchia, Il paese delle meraviglie, Garzanti, Milano 2004, p. 311.

[15] G. M. Villalta,  Tuo figlio, Mondadori, Milano 2004, p. 58.

[16] L. Rastello, Piove all’insù, cit., p 107.

[17] B. Arpaia, Il passato davanti a noi, cit., p. 345.

[18] G. Spinato, Amici e nemici, cit., p. 42.

[19] Ivi, p. 210.

[20] B. Arpaia, Il passato davanti a noi, cit., p. 438.

[21] S. Ballestra, I giorni della Rotonda, Rizzoli, cit., pp. 34-35.

[22] Ivi, pp. 365-366.

[23] G. Vasta, Il tempo materiale, minimum fax, Roma 2008, p. 48.

[24] S. Ballestra, I giorni della Rotonda, cit., p. 48.

[25] G. Moro, Anni Settanta, Einaudi, Torino 2007, pp. 22-23.

[26] La nostalgia funziona bene in letteratura, come funziona bene in altri depositi dell’immaginario: la rilettura della lotta armata  è diventata in tempi recenti un fenomeno eclatante non solo nel romanzo, ma anche al cinema (Calopresti, Labate, Martinelli, Bellocchio, Placido, Di Maria) e in televisione (Lucarelli, Minoli). Nella moda, perfino – e non solo in Italia: nel 2001 la rivista patinata tedesca Tussi-Deluxe confeziona un servizio in cui modelli e modelle riprendono le pose di celebri foto di terroristi della RAF, elevati (o ridotti?) a icone cool (P-E. Finzi, Introduction, in T. Elsaesser, Terrorisme, mythes et représentations. La RAF, de Fassbinder aux T-shirts Prada-Meinhof, éditions tausend augen, Paris 2005, p. 5).

[27] L. Rastello, Piove all’insù, cit., p.87.

[28] G. Vasta, Il tempo materiale, cit. , pp. 125-126.

[29] Cfr. A. Casadei, Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo, Il Mulino, Bologna 2007, pp. 96-106.

[30] P. Girard, L. Scotto, J.-C. Zancarini, Littèrature et «temps des rèvoltes», in Aa. Vv., L’Italie des années de plomb. Le terrorisme entre histoire er mémoire, sous la direction de M. Lazar er M.-A. Matard-Bonucci, Autrement, Paris 2010, p. 277.

[31] A. Gramsci, Derivazioni culturali del romanzo d’appendice (Q. 5), in Id., Letteratura e vita nazionale, Editori riuniti, Roma 1991, p. 142.

[32] D. Paolin, Una tragedia negata, cit., p. 38.

[33] Ivi, pp. 39-47.

[34] Edipismo e teoria del complotto (all’ombra di Gladio) si fondono in libri come La forza del passato di Sandro Veronesi, Tre uomini paradossali di Girolamo De Michele, Piove all’insù di Luca Rastello. Di un inconscio politico parricida che pervade già il Sessantotto e che finisce poi col cristallizzarsi sia nelle testimonianze di alcuni brigatisti, sia in molta narrativa sulla lotta armata parla A. Tricomi, Killing the Father: Politics and Intellectuals, Utopia and Disillusion, in Imagining Terrorism, cit., pp. 16-29.  Sul terrorismo come “affare di famiglia” cfr D. Paolin, Una tragedia negata, cit., p. 77.102, e soprattutto R. Donnarumma, Storia, immaginario, letteratura, pp. 458-461.

[35] M. Baliani Corpo di stato, Rizzoli, Milano 2003, p. 22.

[36] G. Vasta, Il tempo materiale, cit., p. 58.

[37] “Conspiracy […] is the poor person’s cognitive mapping in the postmodern age; it is a degraded figure of the total logic of late capital, a desperate attempt to represent the latter’s system, whose failure is marked by its slippage into sheer theme and content”. F. Jameson, Cognitive Mapping, in Id., Marxism and the Interpretation of Culture, a cura di C. Nelson and L. Grossberg , Macmillan Education, Basingstoke 1988, p. 356; cit. in A. O’ Leary, Moro, Brescia, Conspiracy: The Paranoid Style in Italian Cinema, in Imagining Terrorism, cit., p. 48. Secono O’ Leary “conspiracy aspires to such epistemological effectiveness, but fails. It aspires to know, to explain, but the knowledge it provides and the closure (the overdetermination) of its explanations is the parody of an authentic charting of the individual’s relation to the complexity”. Sull’argomento cfr. anche R. Ceserani, L’immaginazione cospiratoria, in Aa. Vv., Cospirazioni, Trame: Atti della Scuola Europea di Studi Comparati, a cura di S. Micali, Le Monnier, Firenze 2003, in particolare p. 16.

[38] R. Donnarumma, Nuovi realismi e persistenze postmoderne, cit., pp. 33-34.

[39] Ivi, 35-36.

[40] L’ipoteca è antica, e pesa soprattutto sul cinema di genere italiano, poliziesco e thriller: “La teoria del complotto, la trama dei poteri, l’impossibilità non solo di contrastare la cospirazione antidemocratica, ma di comprenderne le stesse finalità rappresentano un leitmotiv  della filmografia, italiana e non, di quel periodo [gli anni Settanta]“. Ma non ne è esente neppure il nostro cinema cosiddetto di denuncia – da Rosi a Giordana – che ha contribuito a sua volta a creare un immaginario in cui la teoria del complotto semplifica  le contraddizioni della lotta politica. Cfr. G. Panvini,  Il “senso perduto”. Il cinema come fonte storica per lo studio del terrorismo italiano, in C. Uva, Schermi di piombo, cit., 110. Nello stesso volume cfr. anche E. Carocci, Il terrorismo e la “perdita del centro”. Cineasti italiani di fronte alla catastrofe, pp- 120-125. e l’intervista a Francesco Piccioni, in particolare p. 229.

[41] A. Arbasino, In questo stato, cit., p. 7.

[42] “Praticamente, ho tenuto per più di due anni questa parodia nel cassetto. Perché? Non so bene, ma questa può essere una spiegazione: che ho cominciato a scriverla con divertimento, e l’ho finita che non mi divertivo più”. L. Sciascia, Nota a Id. Il contesto, Einaudi, Torino 1971, p. 122. Ingredienti satirici anche in Todo modo (1974), a sua volta legato, secondo il Pasolini di Descrizioni di descrizioni, alla strategia della tensione: “I tre delitti sono le stragi di Stato, ma ridotte a immobile simbolo”: P. P. Pasolini, Leonardo Sciascia, Todo modo (1975), in Id., Saggi sulla letteratura e sull’arte, t. secondo, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano 1999, pp. 2223-2224.

[43] D. Starnone, Prima esecuzione, Feltrinelli, Milano 2007, pp. 40-41.

[44] Ivi, p. 77.

[45] Ivi,  p. 127.

[Immagine: Paolo Graziosi (Aldo Moro) in Il divo (2008) di Paolo Sorrentino (gs)].

38 commenti

  1. Trovo molto interessanti questi due ultimi post firmati da Simonetti. Secondo me, offrono anche l’occasione per parlare delle “Otto tesi sugli intellettuali” di Luperini tenendo sott’occhio il piano della storia italiana almeno dell’ultimo quarantennio.
    A me pare importante che un giovane studioso sottolinei quanto la «attuale riscoperta degli anni di piombo come tema letterario» sia influenzata dalla «concorrenza dei media» e come questo abbia prodotto «una forte banalizzazione del tema terroristico».
    Il saggio smitizza il valore delle testimonianze dei militanti del partito armato. Essi appaiono delle pedine dell’industria culturale, che tramite loro ha operato «una gigantesca integrazione» di quegli eventi. Scrivendone, hanno dato una lettura della loro esperienza armata che equivale ad un auto da fè, perché tutta basata su un diktat implicito: la «conversione del terrorista», il quale, come dice bene Simonetti, può solo raccontare «un cambiamento dal male al bene», ma mai «la contraddizione tra bene e male».
    E va ricordata ancora una volta la rara lucidità politica della testimonianza di F. Fortini in un pezzo intitolato «San Vittore» (p. 71 di «Extrema Ratio»).
    Lo scrittore era andato a discutere in carcere con alcuni detenuti e condannati per terrorismo proprio degli «eventi degli anni Settanta». E, pur avendo riconosciuto che « fra i giovani della lotta armata c’è stato davvero il peggio e il meglio di quella generazione» e che «fra le duecento o trecentomila persone che in Italia hanno simpatizzato con i terroristi c’erano coloro che avrebbero potuto salvare il nostro paese dai servizi segreti, dalla mafia e dalla droga o dalla subordinazione al “regime delle multinazionali», era rimasto sconcertato dal fatto che «la “caduta delle ideologie” e delle “illusioni” di trasformazione del mondo, l’accettazione dell’universo consumistico e delle prospettive del nuovo ceto medio, e altro ancora, essi non lo vivevano per quello che era ossia una lettura politico-ideologica di parte delle forze esistenti ma come i “media”volevano da loro. I modulatori della opinione non volevano discutere con costoro ma solo indurre a condannare o a perdonare. Quel che essi avevano fatto non era inteso, neanche da loro, come una erronea lettura politica delle forze esistenti cui dovesse contrapporsi una meno erronea; ma come una colpa morale, commessa contro l’imperativo del rispetto della vita e dei beni altrui».
    L’altro punto importante di questo saggio di Simonetti lo vedo nella capacità di mostrare quanto il tabù della violenza armata in politica avesse intimidito gli «scrittori ufficiali e non direttamente implicati – insomma [il] ceto dei letterati di professione» ( una porzione, dunque, degli intellettuali di cui trattano le “Otto tesi” di Luperini) e quali esorcismi “professionali” (eufemisticamente Simonetti parla di «tasso d’invenzione») adottarono per farvi fronte.

    (Mi va di ricordare che analoghi spunti interessanti avevo ritrovato nel saggio di un altro giovane studioso, Raffaele Donnarumma, a cui Simonetti esplicitamente si collega. E perciò riporto quanto scrissi a proposito del suo saggio sul n. 8 di «Poliscritture», dicembre 2011:

    «Tempo fa un giovane storico mi confidò che, a suo parere, molti colleghi più anziani di lui erano rimasti *fissati* (questo il termine usato) agli anni Settanta. Non gli dissi che anch’io, senza essere storico, torno spesso su quegli anni; e, anzi, ho tentato invano di indurre amici, che come me da lì politicamente e culturalmente vengono, a rifletterci assieme. La *damnatio memoriae* non cede. Ogni tanto, però, scopro con piacere che qualcuno non li liquida come «i peggiori della nostra vita» (1) e ci torna su quegli anni in modi non banali. È il caso di Raffaele Donnarumma, che in un saggio dedicato al «terrorismo nella narrativa italiana» (2), si attesta sulla posizione moderata di chi «combatte da anni per impedire l’equiparazione tra gli anni Settanta e gli anni di piombo»( 3) e così sintetizza il trapasso da un’epoca a un’altra avvenuto allora:
    «L’impressione che gli anni tra il 1968 e il 1978, per scegliere come estremi imprecisi le date simbolo della contestazione e dell’omicidio di Aldo Moro, siano stati l’ultima età eroica della Repubblica – l’ultima età, cioè, in cui i destini personali si potevano identificare con quelli collettivi, in cui si consumavano i grandi conflitti, e in cui ciascuno poteva legittimamente pretendere di fare la storia – porta con sé una certa aria di retorica e di nostalgia, ma è tutt’altro che infondata» (p. 437).
    Il saggio mi pare ottimo non per il giudizio più o meno “equanime” oggi comune a molti ex sessantottini e che a me pare “addomestichi” un po’ la storia di allora, ma perché, occupandosi d’immaginario letterario (e dichiaratamente soltanto di quello narrativo) e distinguendolo correttamente dalla verità storica (i due piani, dice, «sono sempre sfalsati»), esamina diversi casi di scrittori allora di punta (4) e dimostra quanto gli eventi furono vissuti mitologicamente e in preda ad una «angoscia di spossessamento di fronte agli avvenimenti». Tale sentimento non riguardò, per la precisione, solo narratori o “intellettuali”, ma fu diffuso tra la “gente comune”. Come lo furono le ambivalenze nei confronti del terrorismo (5) e un groviglio, mai chiarito e contraddittorio, di paure, aspirazioni e ideologie, tanto che, come sottolinea Donnarumma, una memoria condivisa su quei fatti è tuttora impossibile.(6)»

    Note.

    1) Si veda AA. VV, «Anni ’70. I peggiori della nostra vita», Marsilio, Venezia 2011, esempio illuminante di malafede e di riduzione della storia ad ottiche “generazionali”.

    2) Raffaele Donnarumma, «Storia, immaginario, letteratura: il terrorismo nella narrativa italiana (1969- 2010), in Per Romano Luperini», a cura di Pietro Cataldi, p. 437, Palumbo, Palermo 2010.

    3) Scrive, infatti, che, se «è fuori di dubbio che i terroristi rossi provenivano dal movimento, […] lo è altrettanto che il movimento aveva rifiutato la lotta armata: Gli anni Settanta non hanno visto solo tre attentati al giorno, ma mutamenti nella società, nel lavoro, nella cultura, di cui godiamo ancora, seb-bene non ci si possa illudere sulla loro irreversibilità» (pp. 439-440)

    4) Accenna a «Il nome della rosa», che per Donnarumma «pre-suppone lo shock dell’omicidio di Moro senza poterlo nominare» (p. 447) e nel quale Eco esprime il turbamento nel riconoscere l’aria di famiglia tra terrorismo e tradizione marxista; a Petrolio di Pasolini, che non parla tanto «di un terrorismo ros-so di cui incrocia, durante la stesura, le primissime manifestazioni, ma di terrorismo nero» e nel quale la violenza politica marxista è rimossa (p. 449), come pure viene rimosso lo scandalo di un proletariato partecipe o vicino alla lotta armata; a Calvino, che «non racconta di nessun terrorismo né rosso né nero; e quando si avvicinerà al tema, come nelle avventure della guerrigliera di Ludmilla in «Se una notte d’inverno un viaggiatore», adotterà modi allusivi, parodici e derealizzanti» (p. 451); a «tutte le storie imbastite da Malerba sul Potere come crimine, dal «Pataffio» a «Fuoco greco» alle Maschere», che Donnarumma giudica «allegorie della strategia della tensione» (p. 452); a «Il Contesto» di Sciascia, dove lo scrittore «disconosce del tutto le origini sociali e politiche del terrorismo rosso, di cui nega conseguentemente il peso reale non l’esistenza (siamo, del resto, nel 1971)» (p. 454).

    5) Per Donnarumma la letteratura su quegli anni «rivela che il terrorista esercita una fascinazione ipnotica e che, sebbene il discorso pubblico cerchi di esorcizzarlo sotto le etichette di ‘folle’ e ‘vile’, di fatto ne è invaso e non riesce a sottrarvisi» (p. 455). La sua analisi prova anche che «il terrorismo ha prodotto una serie di discorsi letterari che, mentre lo dicevano, insieme lo nascondevano» (p. 443) e ricorda che «fare una storia dell’immaginario [degli anni Settanta] significa spesso fare la storia di come ci proteggiamo dalla storia e di come cerchiamo di allontanarla».

    6) Donnarumma: «non esiste “un racconto” sociale sul terrorismo o, poniamo, sul caso Moro: esistono molti racconti che lottano per affermare una loro idea di quei fatti: e non è detto che riescano ad espellere le versioni opposte»(p.442))

    Concludo. Per strapparci al punto di vista imposto dai mass media sul lottarmatismo e gli anni Settanta, ora che, come scrive Simonetti, «il quadro politico è sufficientemente cambiato» rispetto agli anni Settanta e «la fine del conflitto sociale, il riflusso, l’esplosione dell’*infotainment* hanno da un lato svuotato ed estetizzato la violenza, dall’altro reso l’azione estrema un ingrediente appetitoso per ogni impresa narrativa», con un massimo di «assoggettamento simbolico» della letteratura ai media, ci sarebbe da farsi – giovani e vecchi superstiti di quegli anni Settanta – la seguente domanda scomoda, per alcuni tremenda, e di bilancio storico-politico che gli intellettuali (specie quelli oggi “visibili”) evitano: quali effetti alla lunga sono stati più deleteri per questa Italia: il compromesso storico o il lottarmatismo?

  2. E. Abate chiede:

    “quali effetti alla lunga sono stati più deleteri per questa Italia: il compromesso storico o il lottarmatismo?”

    Buona domanda. Ne aggiungo un’altra, spero altrettanto buona:

    “come mai sia gli ex PCI, sia la maggioranza degli ex extraparlamentari di sinistra compresi i contigui alla lotta armata, si sono ritrovati insieme ad applaudire – o deliberare, se erano in Parlamento o al governo – gli interventi militari NATO in Kosovo, Irak, Afghanistan, Libia?”

    Vero che le bombe sono piovute su teste altrui, altri le hanno sganciate, e insomma “sì, ho fornicato, ma in un paese lontano, tanto tempo fa, e la ragazza è morta”; ma questa è solo la spiegazione psicologica. Le altre?

  3. Spett. Gianluigi Simonetti
    leggo che nel mio Tre uomini paradossali si fonderebbero «Edipismo e teoria del complotto (all’ombra di Gladio)». Avvertendo il lettore che ciò che segue è, per necessità di argomentazione, uno SPOILER:
    1. Cosa c’entra Gladio? In quale punto del romanzo lei ha ritenuto di aver trovato “l’ombra di Gladio”?
    2. Quale teoria del complotto? Gli omicidi che vengono commessi sono opera di un unico e solitario criminale che elimina quelli che in qualche modo potrebbero mettere a rischio l’identità che si è costruito.
    3. Quale edipismo? L’unico rapporto padre-figlio è quello tra due criminali, l’uno dei quali (il padre) è il mandante di un delitto che il figlio compie mascherandolo da omicidio politico (il movente è in realtà una speculazione finanziaria), salvo poi ricattare il padre.

    in attesa di una sua cortese risposta,
    girolamo de michele

  4. Non è chiaro chi siano gli ex Pci, né chi siano gli ex extraparlamentari, quelli contigui e non alla lotta armata, che hanno applaudito nel parlamento e nel governo, persino. Non è chiaro nemmeno perché vadano insieme nella stessa frase né da quale profonda riflessione su quegli anni, da quali dati storici si evinca che formino un gruppo, un partito, una lobby, tutti insieme riuniti per conquistare il mondo e rovinare la vita dei commentatori di questo blog.

    Che cosa aspettarsi, del resto, da un’analisi che confonde Morucci e Ciavardini, l’omicidio di D’Antona con quello di Biagi, se non un commento, come quello alla prima parte di questo articolo, che mette insieme Sofri e Breivik?

  5. Ringrazio @Ennio Abate per il suo giudizio. Per quanto mi riguarda vorrei solo sottolineare che due degli aspetti decisivi su cui si sofferma – la “conversione del terrorista” e l’influenza dei media nei nuovi racconti della lotta armata – sono stati affrontati prima e meglio di me rispettivamente da Giuliano Tabacco e Raffaele Donnarumma. Sono loro, del resto, i veri specialisti del tema, quelli che a mio avviso hanno scritto le cose più lucide e importanti sull’argomento.

    @De Michele
    In effetti l’inciso «All’ombra di Gladio», con tanto di rinvii al complotto, va riferito ai soli romanzi di Rastello e Veronesi (riconosco di aver usato una formulazione sbrigativa, e me ne scuso); ciò che ricorre in tutti e tre i romanzi è piuttosto lo schema del conflitto familiare, con implicazioni edipiche. Del resto la nota che lei cita sviluppava una parte del testo dedicata appunto a questo schema.

    A @Spoiler posso solo dire che il mio articolo non si occupa di omicidi politici, ma di rappresentazioni letterarie (o scritte) di omicidi politici. Da questo punto di vista Morucci e Ciavardini sono più vicini di quanto non si possa sospettare.

  6. a Spoiler:

    1) gli ex PCI sono la maggioranza dell’attuale personale dirigente del PD. Per esempio Massimo D’Alema, che come Presidente del Consiglio ha ordinato all’aviazione italiana di bombardare Belgrado, come parlamentare ha votato gli interventi militari italiani in Irak, Afghanistan, Libia. Oppure Giorgio Napolitano, attuale Presidente della Repubblica italiana, che due anni dopo aver firmato un solenne trattato di amicizia con la Libia, ha operato davanti e dietro le quinte per far partecipare l’Italia all’aggressione militare che ha condotto al rovesciamento del governo libico e al brutale assassinio di Gheddafi, con i bei risultati di civiltà che oggi vediamo.

    2) gli ex – extraparlamentari di sinistra a cui alludo sono il personale dirigente politico e mediatico proveniente da quelle esperienze, come Paolo Mieli, Luigi Manconi, Gad Lerner, lo stesso Adriano Sofri, che hanno appoggiato e appoggiano attivamente le decisioni politiche di cui al punto 1

    3) Metto insieme Sofri e Breivik perchè Sofri ha scritto un editoriale (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/08/25/il-sorriso-del-male-il-male.html?ref=search) su “Repubblica” in occasione della condanna di Breivik a 21 anni di carcere.
    Nel suo articolo, Sofri fa un’analisi psicologica dell’assassino, dei giudici, del popolo norvegese. Mai per un attimo dà segno di ricordarsi, di prendere in considerazione, di essere sfiorato dall’associazione d’idee che lui stesso è un assassino politico, condannato in via definitiva dopo quattro processi.
    Quando Sofri scrive: “Fuori dalla Norvegia, in particolare in Italia, dove le pene massime si sciolgono in bocca a legislatori e giudici come caramelle, una condanna massima a 21 anni sembra irrisoria” non sembra ricordare che lui stesso gode da molti anni di un regime carcerario tra i meno punitivi (sta a casa sua, se ne va a passeggio, scrive per i giornali).
    Nessuno ci ha fatto caso.
    Non le pare un po’ strano? E’ come se Maradona scrivesse un articolo su Messi senza mai tematizzare il fatto che ha giocato a calcio anche lui: e nessuno glielo facesse notare.
    Segnalo di passaggio che per aver scritto su Breivik un saggio, condivisibile o meno, dal titolo certo infelice “Eloge littéraire d’Anders Breivik”, dal contenuto non giustificatorio e non simpatetico, ma empatico e non immediatamente demonizzante, lo scrittore francese Richard Millet, che non ha mai ammazzato nessuno, è stato massacrato da una campagna mediatica e rimosso dal comitato di lettura di Gallimard.

    Devo dire che condanno la strage perpetrata da Breivik? Va bè, lo dico: condanno la strage perpetrata da Breivik, e passo a parlare della cosa che mi preme di più.

    E. Abate ha centrato il bersaglio quando ha citato questo brano di F. Fortini:

    ” la ‘caduta delle ideologie’ e delle ‘illusioni’ di trasformazione del mondo, l’accettazione dell’universo consumistico e delle prospettive del nuovo ceto medio, e altro ancora, essi [i lottarmatisti che Fortini visitava in carcere ] non lo vivevano per quello che era ossia una lettura politico-ideologica di parte delle forze esistenti ma come i ‘media’ volevano da loro. I modulatori della opinione non volevano discutere con costoro ma solo indurre a condannare o a perdonare. Quel che essi avevano fatto non era inteso, neanche da loro, come una erronea lettura politica delle forze esistenti cui dovesse contrapporsi una meno erronea; ma come una colpa morale, commessa contro l’imperativo del rispetto della vita e dei beni altrui».

    Qui non conta essere di destra, di sinistra, di centro; non conta condividere le prospettive politiche di Fortini, di Breivik, di Sofri (personalmente, non le condivido, con gradi diversi di rispetto e dissenso), e neanche le mie o le sue o quelle di Abate, di Simonetti, etc.

    Qui conta, per dirla con tutta franchezza, che ci dovrebbero e ci dovremmo raccontare meno balle.

    La dimensione del politico include sempre la possibilità, e spesso l’effettualità, della violenza armata: il che vale sia per gli Stati, sia per i partiti e i movimenti politici, sia per i singoli uomini e donne che alla lotta politica partecipano.

    E’ sconsigliabile esimersi dal giudizio politico (sui fini, sui mezzi), perchè se non si vuole essere vittime della politica, si è obbligati a prendere parte.

    Il giudizio morale, invece, è facoltativo. Se uno si sente all’altezza, si accomodi, magari ricordando la massima evangelica “non giudicate, se non volete essere giudicati”.

    A me, sentire uno come Sofri (o come Bernard Henri Levy, altro moralista nella migliore tradizione del Grand Siécle) che fa la morale ai lottarmatisti, a Breivik, a Saddam Hussein, a Gheddafi, a tutti, e poi tifa per i bombardamenti NATO, mette di un cattivo sapore in bocca.

  7. Spett. Gianluigi Simonetti
    prendo atto della sua precisazione sulla Gladio, ma continuo a non capire in che modo «lo schema del conflitto familiare, con implicazioni edipiche» abbia a che fare con la trama del mio romanzo. Quali «implicazioni edipiche», quale parricidio, quale conflitto familiare è riuscito a vederci?
    Per la cronaca: non mi sto impuntando su una sottigliezza. Non attribuisco alcun valore né storico, né politico, né euristico alla tesi (presente sia nella narrativa che nella saggistica) che vuole i conflitti sociali degli anni ’68-’77 interpretabili in base a letture edipiche o familistiche, e sarei molto preoccupato di averne fornita, seppure involontariamente, una.

  8. Sembra quasi che De Michele cerchi (senza impuntarsi, ovviamente) delle spiegazioni da Simonetti, per comprendere da quest’ultimo qualcosa del suo libro che evidentemente gli è sfuggito.

  9. @ abate
    “quali effetti alla lunga sono stati più deleteri per questa Italia: il compromesso storico o il lottarmatismo?”

    La domanda mi sembra mal posta: bisognerebbe poter immaginare un compromesso storico che non avesse incontrato sul suo cammino la lotta armata, nel qual caso, si potrebbe anche immaginare un Paese un po’ più civile rispetto al canile nel quale viviamo e, in mancanza di meglio, abbaiamo. Non la conosco personalmente e non saprei esprimermi su di lei, ma le confesso che a volte, leggendo i suoi commenti, mi dico che esiste forse una sola categoria peggiore di quella dei rivoluzionari dalla cattedra: i rivoluzionari da tastiera. Can che abbaia non morde. Comunque, malgrado tutto, con una certa stima e simpatia per la sua coerenza.

  10. @ Caterina

    Di cattedra, come vede, non dispongo neppure qui su LPLC dove mi permettono di “abbaiare”. Nascondendosi dietro un bel nom de plume e abbandonandosi all’immaginazione, lei pone comunque una questione; ed io le rispondo. E ribatto: crede che si possa far politica senza mettere in conto la violenza (di cui la lotta armata, in certe situazioni storiche, è un aspetto inevitabile)? crede che le politiche che proclamano il principio della non violenza ne facciano poi a meno? ritiene che ai tempi del compromesso storico Berlinguer e il PCI non avessero messo in conto di far piazza pulita con tutti i mezzi di gruppi e organizzazioni cresciute lungo gli anni Sessanta e in maniera inaspettata nel ’68-’69 in contesa con la loro politica (di «coesistenza pacifica» si diceva allora)?
    Non è necessario salire in cattedra per ammettere che violenza e (in determinate situazioni) lotta armata non sono un optional della lotta politica. Basta guardarsi attorno (ora tra Medio Oriente e dintorni), studiarsi un po’ di storia, magari farsi un ripasso di Machiavelli e Clausewitz. Alla violenza fingono di aver rinunciato solo quelli che sono tanto potenti da poterla camuffare predicando la non violenza, l’amore e la pace (aumentando nel frattempo le spese militari). Le ricordo verità ovvie per una buona parte della popolazione italiana fino agli anni Settanta, appunto. Oggi sicuramente cancellate, negate o ammesse forse in privato da chi si alimenta esclusivamente coi surrogati di politica dei vari Veltroni, Bersani o Vendola; e dipinge i rivoluzionari, anzi i “terroristi”, come mostri assetati di sangue e di tirannia e in preda a complessi edipici irrisolti: l’immagine cioè imposta – legga attentamente i due post di Simonetti e il saggio citato di Donnarumma – proprio dai mass media e dagli intellettuali che li gestiscono per conto di quei “politici” che decidono tagli dei salari, deidustralizzazioni e guerre col sorriso melenso dei buoni padri di famiglia sulle labbra.

  11. Propongo ai lettori un accostamento tra tre testi che mi paiono affrontare, con tre metodi diversi, il problema del realismo, della fiction e dei generi letterari, in letteratura e altrove.

    Testo 1: brano del bel saggio di Simonetti qui pubblicato.
    Testo 2: brano di un’intervista di R. Suskind a un alto funzionario della Presidenza USA, 2004
    Testo 3: dichiarazione del Segretario di Stato USA, Mrs. Hillary Clinton, all’annuncio dell’uccisione dell’ ambasciatore Usa in Libia.

    Testo 1, Simonetti:

    “Soffermiamoci invece su un problema specifico, che riguarda il trattamento del terrorismo nell’ambito del neo-noir. Una volta immessa negli schemi del genere, l’energia di fatti tragici realmente accaduti rischia di stemperarsi nell’idea che tutto è fiction, che tutto è riducibile a racconto spettacolare, che tutto obbedisce a scansioni narrative precostituite – le quali per il loro stesso carattere romanzesco rischiano di suonare falsificanti. Il noir sociale insiste molto, ad esempio, sul tema del complotto, cui oppone un antagonismo astratto, depositario di valori morali; e spesso interpreta tutti gli anni di piombo attraverso questo schema. Ma quello del complotto risulta ormai, come è noto, un luogo classico dell”intrigo sensazionale” del feuilleton, e oggi anche dell’immaginario postmoderno, per non dire del senso comune.”

    Testo 2, R. Suskind:

    “In the summer of 2002, after I had written an article in Esquire that the White House didn’t like about Bush’s former communications director, Karen Hughes, I had a meeting with a senior adviser to Bush. He expressed the White House’s displeasure, and then he told me something that at the time I didn’t fully comprehend — but which I now believe gets to the very heart of the Bush presidency.

    » The aide said that guys like me were ”in what we call the reality-based community,” which he defined as people who ”believe that solutions emerge from your judicious study of discernible reality.” I nodded and murmured something about enlightenment principles and empiricism. He cut me off. ”That’s not the way the world really works anymore,” he continued. ”We’re an empire now, and when we act, we create our own reality. And while you’re studying that reality — judiciously, as you will — we’ll act again, creating other new realities, which you can study too, and that’s how things will sort out. We’re history’s actors . . . and you, all of you, will be left to just study what we do.” »

    http://www.nytimes.com/2004/10/17/magazine/17BUSH.html?adxnnl=1&oref=regi&pagewanted=1&adxnnlx=1098374519-3eao0rdHaRV7VaEbqVh/3g&_r=0

    Testo 3, Hillary Clinton:

    “How could this happen in a country we helped liberate in a city we helped save from destruction? This question reflects just how complicated, and at times how confounding the world can be.”

    http://www.youtube.com/watch?v=I_k8YZKuxek

  12. @De Michele

    Nel suo libro i soli veri criminali sono un Padre e un Figlio, indichiamoli così per brevità, appartenenti a una ricca famiglia imprenditoriale di Bologna. Durante gli anni di piombo il Padre ha indotto il Figlio a liquidare uno scomodo socio in affari sostanzialmente infiltrandolo, nei panni di un militante di Prima Linea, in un gruppo locale appena nato. Nel corso degli anni il Figlio ha ricattato il Padre, materialmente e psicologicamente, al punto da indurre quest’ultimo al suicidio; suicidio che il Padre firma con una pistola legata agli anni di piombo, permettendo al commissario di polizia e all’investigatore privato protagonisti del romanzo (a loro volta ex militanti del Movimento) di cercare nel passato e scoprire intrighi vecchi e nuovi.
    Non credo sia esagerato affermare che il Padre induce il figlio ad uccidere un rivale, che il Figlio poi uccide metaforicamente il Padre, e che infine quest’ultimo, morendo, mette la polizia sulle sue tracce.
    Ora, in tutto questo io non “riesco a vedere”, ma vedo oggettivamente, quello che lei non vede, e cioè: a) un conflitto familiare; b) un parricidio (sia pure simbolico; ma molto chiaro: “tuo padre ha voluto farla finita con la vita a cui lo costringevi”). L’interpretazione edipica, come tutte le interpretazioni psicanalitiche, è forse più opinabile; parliamo però di una famiglia in cui Padre e Figlio, la cito, “si odiavano, si erano sempre odiati”, e in cui non manca una Madre internata perché impazzita alla scoperta delle malefatte filiali e paterne.

    Che lo schema del conflitto di famiglia ricorra nella narrativa italiana sulla lotta armata è un dato di fatto: lo hanno scritto prima di me, fra gli altri, Paolin, Tricomi e Donnarumma. Spesso questo conflitto si è costruito attorno a una sfumatura edipica – non nel senso che il Figlio uccide con le sue mani il Padre e giace fisicamente con la Madre, ma in quello, più debole ma pur sempre significativo, per cui in certi personaggi giovani emerge un inconscio politico di contrapposizione al Padre (questo anche al cinema – cfr. per esempio “Colpire al cuore” di Amelio o “Buongiorno notte” di Bellocchio). Questo non fa del Padre un innocente e del Figlio un colpevole (anzi, è spesso il contrario: per esempio in Veronesi, e nel Veltroni della “Scoperta dell’alba”).
    La particolarità del suo romanzo è che questo schema conflittuale – che c’è – non racconta tanto le dinamiche del terrorismo, quanto la dinamica della borghesia; ma questo soltanto perché il suo libro fa della borghesia stessa il Terrore (mentre guarda con simpatia a tutta l’area del Movimento, formata nel suo libro da giovani romantici e “paradossali”, di ottime letture e ascolti raffinati, dediti al culto del buon caffè e del rasoio a mano libera; l’unico vero brigatista che vediamo da vicino, Cristiano, mero esecutore materiale dell’antico delitto, è di fatto uno di loro, perché ne condivide gusti e sensibilità : “le differenze sono spesso molto più sottili di quanto appaiano”; la sola vera differenza è che lui “è stato usato” – dalla borghesia, evidentemente – e adesso deve espiare in modo monacale, mentre gli altri due amici sono rimasti dei simpatici marginali).

    Riassumendo: l’assassino, nel suo ‘giallo’, è la Famiglia, composta da un Padre e da un Figlio che si odiano e che si eliminano a vicenda. Ora lei scrive che non voleva leggere gli anni Settanta in base a schemi familistici o edipici; non lo metto in dubbio, anzi ne prendo atto; del resto le azioni più interessanti e rivelatrici sono spesso involontarie, non solo in letteratura.

  13. Prendo spunto dall’intervento di Abate.
    Sostanzialmente, sono d’accordo con lui, anche se metterei le cose in un modo alquanto differente.
    Piuttosto che esprimermi sulla violenza, io preferisco esimermi, non dico che dovremmo praticare la non violenza, ma neanche che la violenza sia indispensabile.
    Mi esimo dal pronunciarmi perchè ritengo che si tratti di un falso problema, che utilizzare come criterio di giudizio di una determinata lotta il suo grado di violenza sia un’idiozia.
    Per esemplificare, trovo idiote appunto le critiche fatte al movimento NO TAV in base al suo più o meno accentuato grado di violenza. Personalmente, credo che chi conduce quella lotta in prima persona sia l’unico in grado di giudicare e decidere come farlo e se condivido l’obiettivo della lotta, come io faccio, allora do’ la mia solidarietà senza condizioni ulteriori, rammaricandomi soltanto magari di non poterne essere un attore.
    E’ un meccanismo assurdo spostare una questione dal proprio merito a una questione di violenza e non violenza, e trovo arrogante l’atteggiamento di chi crede dall’alto di non si sa cosa di formulare giudizi sul modo di condure le lotte di altri soggetti.

  14. Gentile Simonetti
    prendo atto della sua interpretazione, legittima come tutte quelle che hanno un fondamento testuale.
    Quello che io ritengo di aver narrato è, al contrario, un conflitto tra due soggetti che non percepiscono alcun legame familiare (da cui l’indifferenza di ambedue verso il “terzo escluso”, cioè la madre), e che a questo legame hanno sostituito il cinico legame del reciproco interesse privato: non due familiari, ma due soci in affari, cioè quello che accade al borghese quando esce dalla sua residenza privata ed entra nel mondo dell’homo homini lupus, cioè nella società civile (residuo hegeliano, non lo nascondo).
    Certo quest’odio reciproco può essere interpretato anche in chiave psicanalitica (ma a questo punto cosa non è leggibile con la lente edipica?): resta però che la sopravvivienza del padre è la condizione del mantenimento della copertura che il figlio si è creato, e che ha tutto l’interesse a mantenere. Negli oltre 10 anni trascorsi tra il delitto e il suicidio, il figlio non fa alcunché per indurre al suicidio il genitore: non ha fatto i conti col senso di colpa (non essendo lui per primo capace di proverne), e questo è il suo limite. certo, ma fatico a pensare che desideri la morte del padre. Però, finché restiamo nel dramma “privato”, la sua lettura non è scorretta, anche se non la condivido (d’altronde, se ci avventurassimo sulla strada della conoscenza l’inconscio – il mio, in questo caso – temo non ne usciremmo più, dal momento che la psicoanalisi stessa ci insegna che l’analisi dell’io è interminabile).
    Quello che mi lascia perplesso è che il centro del plot sia, per lei, una chiave di lettura del periodo storico di cui tratta il suo saggio: nelle mie intenzioni, la chiave interpretativa doveva (voleva) essere il conflitto tra l’amicizia e la durezza del mondo che nega il valore di questo sentimento – se vuole, l’antitesi amicizia/tradimento. È, insomma, un romanzo più “privato” e “sentimentale” di quanto non sembri: a differenza del successivo “Scirocco”, dove invece sono presenti “teoria del complotto” e “Gladio” (ma non Edipo): per la banale ragione che io credo che, midcult o meno, quei temi che ho citato tra virgolette alludano a eventi ed oggetti storici realissimi.
    Approfitto di questo scambio per dirle che ho trovato interessante il suo saggio, anche se la mancata conoscenza di buona parte della letteratura che esamina non mi consente di esprimere un giudizio critico.

  15. @Abate

    Michel Foucault sosteneva che non esiste altro coraggio all’infuori di quello fisico. La difesa accademica della violenza su un blog, da parte di chi, in situazioni effettivamente violente, magari si cagherebbe nelle braghe, mi fa solo sorridere. Quanto alla sua prevedibile lezioncina da vetero-contestatore, avrei almeno apprezzato se si fosse spinto sino Schmitt. Per confondersi un po’ le idee (talvolta è più necessario confondersele che chiarirsele) le consiglio di leggersi il saggio Sulla violenza della Arendt.

  16. a Caterina:

    Scusi se m’intrometto nel suo dialogo con Abate, ma il tema mi interessa. A me sembra che a proposito del rapporto tra violenza e politica, la questione più importante sia: come porle dei limiti?

    Ma per porre limiti alla violenza, è indispensabile anzitutto riconoscere che c’è, non le pare? Ed era di questo che si parlava, in questi commenti all’articolo di Simonetti.

    Per esempio, una grande conquista – perduta – della civiltà europea dopo la tremenda esperienza delle guerre di religione fu proprio quella della guerra limitata, tra nemici che si riconoscevano scambievolmente dignità e umanità (ne parla lungamente lo Schmitt da lei citato).

    Non conoscevo la citazione di Foucault sul coraggio fisico come unica forma di coraggio. Se non è una boutade o una provocazione, è una sciocchezza.

    Il coraggio fisico è una bella e difficile virtù, e in un certo senso la forma di tutte le virtù; ma tra le virtù va apprezzato almeno altrettanto il coraggio morale, che nel linguaggio militare si chiama “responsabilità”. Per esempio, la responsabilità che incombe all’ufficiale di rifiutare un ordine illegale; o quella che incombe ai più alti gradi militari, di non dire ai politici quel che si vogliono sentir dire e che più giova alla carriera, ma la verità.

  17. @ Roberto Buffagni

    @Roberto Buffagni
    Non nego certo il nesso fra politica e violenza, ma l’equazione che riduce la prima alla seconda è una semplificazione che la dice lunga sul sostrato concettuale di una certa generazione di contestatori. Poi sarebbe opportuno, come da lei ricordato, stabilire una distinzione fra justus hostis e nemico assoluto. Negando l’esistenza di un justus hostis, la lotta armata è incorsa nelle stesse devianze degli Stati che praticano le guerre per justa causa, e dunque senza justus hostis. I brigatisti che uccidono l’avvocato d’ufficio designato per difendere alcuni loro affiliati agiscono in modo opposto e simmetrico agli Stati che bombardano un Paese per liberarlo. In entrambi i casi, non vedo come la violenza possa avere un valore di emancipazione e rifondazione politica.

  18. Quanto a Foucault: no, era realmente convinto che la sola vera forma di coraggio fosse il coraggio fisico. Un punto di vista estremo, certo, ma secondo me relativamente condivisibile, soprattutto quando si parla di questioni come quella di cui stiamo discutendo. Il resistente che sotto tortura non fa i nomi dei suoi compagni vale, dal punto di vista rivoluzionario, più di mille teorici della rivoluzione stessa. Il manifestante che va a una manifestazione “calda” rischiando le manganellate ha più legittimità dell’intellettuale che aderisce allo spirito della manifestazione senza mettervi piede. Foucault, del resto, di manganellate ne prese in più di un’occasione.

  19. @ Caterina

    “Lo so bene. Anche chi (o forse: soprattutto chi) sfruttamento, sopruso, violenza, oppressione di classe subisce da sempre, replicherebbe che, meno storie, è orribile e mostruoso (e quasi sempre inutile) ammazzare il prossimo, foss’anche un nemico. Ma tale sacrosanta affermazione procede, non è inutile ricordarlo, da un insegnamento religioso prima che da uno «umanistico». Un insegnamento che ebbe ed ha una sua precisa e complessa sistemazione (sottratta o laterale al potere e al sapere «civile») dei rapporti fra colpa originaria, natura vulnerata, confessione, pentimento, assoluzione, redenzione, divina promessa. Nel cristiano, il raccapriccio per l’assassinio, ha o dovrebbe avere, un fondamento che la tradizione umanistica e illuministica (kantiana, per intenderci) ha ereditato, mal celandone tuttavia l’origine, che è nella trascendenza; onde ha subito un secolo di critiche, da Marx a Nietzsche e a Freud e oltre e fino a noi, che non possiamo fingere inesistite. Ebbene, chiedere ai dissociati di riconoscere che la democrazia è un valore assoluto non è molto diverso dal chiedere loro il «giuramento» proposto dal ministro della Giustizia o certe dichiarazioni o firme antiterroristiche che furono domandate o proposte qualche anno fa nell’ambito sindacale e di fabbrica. Con una differenza grandissima: che il cattolico collega coerentemente morale, religione e diritto e rimanda al Vangelo e alla dottrina della chiesa; mentre il comunista italiano di oggi si è preclusa la possibilità di rinviare non solo ai testi e ai metodi marxisti ma persino a tutta una arte della riflessione sullo stato e sulla violenza che è all’origine della borghesia. Su questi argomenti Hegel, Marx e Lenin avevano opinioni assai diverse da quelle di Locke, Stuart Mill o Bobbio o, diciamo, dai teorici del costituzionalismo liberale. Onde la posizione che si può inferire dall’atteggiamento politico dei comunisti in materia di legislazione speciale e di «dissociati» oscilla fra l’idea di «stato etico» o di «legalità socialista» (varianti dello stato confessionale) e quella di stato «di diritto», fondato su di un patto sociale, sul diritto scritto, le «carte», la forma giuridica. Oggi questa seconda tendenza può sembrare a molti indispensabile per uscire da posizioni che altrimenti – ci insegnano anche i peggiori nouveaux philosophes – ci dovrebbero portare difilato ai gulag. Ma credo di aver passato lo scorso trentennio, lo confesso senza pentimento, a imparare e insegnare partendo dal pensiero di Hegel, Marx, Lenin, Trockij, Gramsci, Mao, Lukàcs, Sartre, Adorno. Da costoro ho appreso che non si oltrepassano i criteri giuridici della società illuministico-borghese – con le sue guerre, ben peggiori dei gulag – senza una modificazione radicale dei rapporti di produzione e di proprietà. Tale modificazione induceva quelle introdotte nel processo penale, della Russia anni Venti, poi degenerate nella inquisizione ideologica stalinista: vi assumevano ruolo primario l’indagine sociale sull’imputato, la «legalità socialista», la confessione, l’autocritica. Non credo certo che per uscire dalla legalità borghese si debba ripercorrere necessariamente quel cammino. Ma quella direzione, sì. E se tali prospettive marxiste le consideriamo solo invecchiate, assurde, sporche di sangue e generatrici di intolleranza, di corruzione burocratica e di ospedali psichiatrici per dissidenti, benissimo, si torni allora allo stato di stretto «diritto»; ma vi si torni davvero, se mai è esistito, e ci si risparmino allora le leggi eccezionali, le «perdonanze» e i sermoni sul «bene comune»”.

    (F. Fortini, *Quindici anni da ripensare* in *Insistenze* pp.223-224, Garzanti, Milano 1985… ma sarebbe da leggere interamente…)

  20. a Caterina:

    Grazie della precisazione su Foucault. Su una cosa concordo con lui: che chi predica la violenza senza conoscerla tranne che per sentito dire farebbe meglio a tacere; e che mantenere il dominio di sè quando si è esposti alla violenza è molto difficile e molto onorevole.
    E’ difficile, dominare la paura; ma per chi l’abbia dominata, è difficile anche dominare la violenza (tradizionalmente, l’addestramento e l’etica militare si propongono *entrambi* questi scopi).

  21. (Che peccato che Buffagni abbia questa gran voglia di mettere a tacere tutti. Sofri, che non è riuscito a emendarsi dalla militanza in Lc nemmeno con un decennio di pacato fiancheggiamento del partito socialista e quindici anni di prigione. E “chi (ma chi?) predica la violenza senza conoscerla tranne che per sentito dire”. Se poi il Decennio rosso lo riduciamo alla questione “lobby di Lotta Continua”, allora non vedo l’ora di assistere agli sviluppi di questa appassionante discussione nei commenti del sito del Giornale)

    @Simonetti
    Il problema è che dietro molte delle rappresentazioni che lei cita ci sono persone reali con anni di galera alle spalle o ancora da scontare e con differenti percorsi politici e personali che influiscono in modo sostanziale sulla forma e sul contenuto delle loro narrazioni. In questo senso, non mi pare che nel suo articolo ci sia una distinzione precisa tra analisi della dimensione finzionale e analisi della dimensione, diciamo così, memorialistica – teste, ad esempio, il giudizio sul valore autoassolutorio di alcune di queste testimonianze. Anche il punto di vista di Mario Calabresi, di Benedetta Tobagi o di Sabina Rossa sono “rappresentazioni letterarie (o scritte) di omicidi politici” ma non godono, nel suo articolo, dello stesso trattamento di cui godono le opere di chi ha sparato o di chi ha costruito narrazioni sulla base delle vicende storiche del Decennio rosso. È questa contraddizione che, a mio avviso, pesa sulla sua analisi. (Ps: Scusi l’insistenza, sa: mi rendo conto che il numero di Allegoria già andato in stampa non è più emendabile, ma almeno nella versione pubblicata su questo blog sarebbe importante modificare la svista, chiamiamola così, su D’Antona/Biagi. Non lo dico per pietismo nei confronti dei due interessati e dei loro famigliari, ma perché la mancata distinzione fra le diverse interpretazioni dei due omicidi disegna un’aura di approssimazione attorno a quello che lei chiama “lo schematismo” del suo lavoro)

  22. @Simonetti et alii

    aggiungo – non certo per completare, ma per mescolare anche di più le carte – l’intervento che pochi giorni fa ho tenuto all’Università di Bangor durante il convengo “Le forme della contestazione in Italia: 1968-1978 tra mito e realtà”. Mi si perdoni per la pubblicità, ma penso che possa fornire altri spunti di discussione.

    http://vibrisse.wordpress.com/2012/09/21/il-corpo-delle-vittime-e-il-corpo-dei-terroristi/

    grazie

    d.

  23. @ Caterina

    Lo so bene. Anche chi ( ho forse: soprattutto chi) sfruttamento, sopruso, violenza, oppressione di classe subisce da sempre, replicherebbe che, meno storie, è orribile e mostruoso (e quasi sempre inutile) ammazzare il prossimo, foss’anche un nemico. Ma tale sacrosanta affermazione procede, non è inutile ricordarlo, da un insegnamento religioso prima che da uno «umanistico». Un insegnamento che ebbe ed ha una sua precisa e complessa sistemazione (sottratta o laterale al potere e al sapere «civile») dei rapporti fra colpa originaria, natura vulnerata, confessione, pentimento, assoluzione, redenzione, divina promessa. Nel cristiano, il raccapriccio per l’assassinio, ha o dovrebbe avere, un fondamento che la tradizione umanistica e illuministica (kantiana, per intenderci) ha ereditato, mal celandone tuttavia l’origine, che è nella trascendenza; onde ha subito un secolo di critiche, da Marx a Nietzsche e a Freud e oltre e fino a noi, che non possiamo fingere inesistite. Ebbene, chiedere ai dissociati di riconoscere che la democrazia è un valore assoluto non è molto diverso dal chiedere loro il «giuramento» proposto dal ministro della Giustizia o certe dichiarazioni o firme antiterroristiche che furono domandate o proposte qualche anno fa nell’ambito sindacale e di fabbrica. Con una differenza grandissima: che il cattolico collega coerentemente morale, religione e diritto e rimanda al Vangelo e alla dottrina della chiesa; mentre il comunista italiano di oggi si è preclusa la possibilità di rinviare non solo ai testi e ai metodi marxisti ma persino a tutta una arte della riflessione sullo stato e sulla violenza che è all’origine della borghesia. Su questi argomenti Hegel, Marx e Lenin avevano opinioni assai diverse da quelle di Locke, Stuart Mill o Bobbio o, diciamo, dai teorici del costituzionalismo liberale. Onde la posizione che si può inferire dall’atteggiamento politico dei comunisti in materia di legislazione speciale e di «dissociati» oscilla fra l’idea di «stato etico» o di «legalità socialista» (varianti dello stato confessionale) e quella di stato «di diritto», fondato su di un patto sociale, sul diritto scritto, le «carte», la forma giuridica. Oggi questa seconda tendenza può sembrare a molti indispensabile per uscire da posizioni che altrimenti – ci insegnano anche i peggiori nouveaux philosophes – ci dovrebbero portare difilato ai gulag. Ma credo di aver passato lo scorso trentennio, lo confesso senza pentimento, a imparare e insegnare partendo dal pensiero di Hegel, Marx, Lenin, Trockij, Gramsci, Mao, Lukàcs, Sartre, Adorno. Da costoro ho appreso che non si oltrepassano i criteri giuridici della società illuministico-borghese – con le sue guerre, ben peggiori dei gulag – senza una modificazione radicale dei rapporti di produzione e di proprietà. Tale modificazione induceva quelle introdotte nel processo penale, della Russia anni Venti, poi degenerate nella inquisizione ideologica stalinista: vi assumevano ruolo primario l’indagine sociale sull’imputato, la «legalità socialista», la confessione, l’autocritica. Non credo certo che per uscire dalla legalità borghese si debba ripercorrere necessariamente quel cammino. Ma quella direzione, sì. E se tali prospettive marxiste le consideriamo solo invecchiate, assurde, sporche di sangue e generatrici di intolleranza, di corruzione burocratica e di ospedali psichiatrici per dissidenti, benissimo, si torni allora allo stato di stretto «diritto»; ma vi si torni davvero, se mai è esistito, e ci si risparmino allora le leggi eccezionali, le «perdonanze» e i sermoni sul «bene comune»

    (F. Fortini,*Quindic anni da ripensare* in *Insistenze* pp.223-224, Garzanti, Milano 1985)

  24. a Demetrio:

    Grazie della segnalazione.
    Nella breve traccia del suo intervento mi colpisce l’immagine (baudelairiana, non credo consapevolmente: veda i Fleurs du mal XCIX, “Je n’ai pas oublié, voisine de la ville”) del cadavere di Moro come cadavere del padre, sognato sullo sfondo del pianto materno. E richiamo l’identificazione che nelle sue lettere dalla prigionia, Aldo Moro stabilì fra sè e il suo nipotino, anche lui più o meno quattrenne.

    Sì, veramente terribile e maestosa la sciagura che pesa sull’Italia e la figura del padre (e di conseguenza, del figlio). Umberto I, ucciso; Mussolini, ucciso dopo aver ucciso il genero; Vittorio Emanuele III, fuggito distruggendo la dinastia e il figlio Umberto II; Enrico Mattei, ucciso; Aldo Moro,ucciso; Craxi, esiliato; Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, C.A. Dalla Chiesa, uccisi; Giovanni Agnelli che predispone l’alienazione della Fiat agli stranieri, disereda il figlio, lo vede suicida (o peggio).

  25. @Abate

    Guardi, per me Fortini non è che rappresenti una cauzione morale e intellettuale incontestabili, e in questa pagina ravviso anzitutto un groviglio nevrotico di affermazioni e denegazioni, litoti ed epanortosi. Insomma, un insopportabile armamentario retorico al servizio di una discutibile visione della storia del pensiero politico (nessun riferimento, a proposito della tradizione contrattualista, a Hobbes e alla nozione di legge di natura, che costituisce il fondamento politico moderno della riflessione sull’omicidio).

  26. @ Caterina

    Lei che afferra così facilmente i grovigli nevrotici (degli altri) e s’intende meglio di me – che vengo da studi rimediati in un liceo del Sud anni Cinquanta e laurea presa a volo da lavoratore studente fra occupazione della Statale di Milano e volantinaggi ( inutili, certo…) davanti alle fabbriche – di litoti ed epanortosi, perché non entra un po’ nel merito delle questioni e mi fa capire con chi ho a che fare? Politicamente intendo. Così, per valutare se la vale la pena replicare o chiudere qui, lei tenendosi il suo Hobbes e io il mio Marx o Fortini.

  27. @ Abate

    Non avevo l’intenzione di contestare il suo primato etico: abbiamo capito da tempo che, contrariamente alla gran parte dei lettori e collaboratori di Le parole e le cose, lei non è un figlio di papà ma del popolo. Il riferimento alla sua maturità in un liceo del Sud degli anni ’50 e al suo passato militante negli anni ’60 mi sembrano quindi tanto superflui quanto patetici. Ma, dal punto di vista massimalista che è il suo, lei, si rassegni, non è altro che un privilegiato, né migliore né peggiore degli altri fruitori di questo forum, altrimenti non starebbe qui a perderci del tempo. Poi: perché dovrei considerare come inutile la sua attività trascorsa di volantinaggio? Il problema, alla luce della questione qui discussa, è di capire se il passaggio dalla distribuzione di volantini all’omicidio – tanto per fare un esempio, di Guido Rossa – (perché proprio di volantini, all’origine, lì si trattava), fosse legittimo. Lei ha dato la sua risposta sotto forma ipocrita di domanda. La stessa retorica che rimprovero alla pagina di Fortini (strana figura di santo marxista questo, per altro grande – lo penso seriamente – intellettuale, manco che la sua giovanile e tempestiva conversione alla confessione valdese, 1939, gli avesse infuso il dono di una comunicazione diretta con lo Spirito Santo). Alla sua, di domanda, io rispondo invece direttamente. Sono una persona convinta che la democrazia liberale stia alla politica come la coppia al sentimento amoroso: non funziona, ma non si è trovato di meglio. Penso che la democrazia formale sia la condizione necessaria ma insufficiente di un’eventuale, e a mio modo di vedere, impossibile, democrazia sostanziale. Diffido delle aspirazioni a mettere in pratica lo Stato etico e più, in generale, di coloro che pensano che il progresso dell’umanità passi attraverso l’uccisione di un ipotetico nemico. Trovo questa visione della storia e della società più irrazionale e involuta di quella degli Aztechi, che praticavano il sacrificio di massa per placare la sete di sangue del Sole. Credo dunque che la nostra discussione possa chiudersi qui.

  28. «Credo dunque che la nostra discussione possa chiudersi qui».(Caterina)

    Eh, no, caro o cara Caterina. Anche se lei non vi partecipasse più, la discussione inizia o può proseguire da qui con chi ci sta . Non concludersi con gli ultimi colpi ad effetto che lei assesta acrimoniosamente a me e a Fortini; e con l’apologia della liberaldemocrazia, tirata finalmente fuori dal frigo della sua mente.
    Non so se lei sia figlio di papà. A me non importa. Non credo che lo siano una buona parte dei redattori e dei commentatori di LPLC. Ma anche se lei e loro lo foste, io continuerò a esprimermi in questo – ripeto – spazio pubblico e, finché non lo deciderò autonomamente, non darò a nessuno la soddisfazione di fare predicozzi indisturbati o applauditi *inter vos*.
    Lei e quelli come lei ritenete che la gente debba limitarsi ai volantini e lasciare invece la gestione della violenza allo Stato? Sarei d’accordo, se mi mostraste uno Stato che la eserciti equamente sui potenti e sui meno potenti e non a senso unico come sta facendo anche l’attuale governo Monti. E tenga in mente che, dicendo questo non faccio, come lei mi ha accusato qualche commento fa, l’elogio della violenza alla Sorel, ma constato, come possono fare tutti, che la violenza nella storia c’è e fa problema. Ed è meglio riconoscerlo con la stessa lucidità e freddezza con cui un medico dice che in un corpo c’è un morbo. Per vedere poi quali rimedi si possano trovare o se sia possibile limitarla o sradicarla, agendo sulle sue cause reali. Il dilemma etico e politico fra «far torto o patirlo» è irrisolto. Trova varie risposte; e nessuno, né lei né io né Fortini, abbiamo l’ultima parola. Ma dovremmo avere la decenza di dircelo, invece di aggrapparci puerilmente alla nostra visione del mondo. Lei non può accusare d’ipocrisia la domanda che ho posto: «quali effetti alla lunga sono stati più deleteri per questa Italia: il compromesso storico o il lottarmatismo?». Mi pareva e mi pare – essa sì – legittima, perché invoca un bilancio storico indispensabile. Per lei, per me, per tutti quelli che vogliono pensare e non sonnecchiare. Preferisce non rispondere, stuzzicarmi (come ha fatto finora) e ora liquidarmi come primitivo e irrazionale (tirando in ballo anche i poveri Aztechi)? Faccia pure. I problemi restano e si spera di poterne discutere anche qui su LPLC con interlocutori meno prevenuti.

  29. Buon divertimento, io ritorno nel 2012.

  30. @Caterina
    A me invece disturbano coloro che, nel momento stesso in cui dicono di essere insoddisfatti di qualcosa, affermano egualmente di attaccarvisi per mancanza di alternative.
    Lasci che le dica che il tutto suona ipocrita, e la verità, per chi sa guardare, è che non è vero che la liberaldemocrazia le va male, le va benissimo, ma dicendo che non la condivide si toglie l’impaccio di doverla difendere e giustificare: abbiamo adesso la figura del liberaldemocratico suo malgrado (sic!).
    Farebbe bene a guardarsi attorno, a studiare, ad aprire i propri orizzonti mentali.
    Il liberalismo è la forma più infida e totalizzante di ideologia perchè è l’ideologia che nega la legittimità delle ideologie, così da mettersi al sicuro riparo di una possibile ideologia concorrente.
    Anche l’espressione “stato etico” serve ai liberali per colpevolizzare ogni possibile alternativa: non vuoi il liberalismo, allora sei come gli iraniani, un fondamentalista islamico. Osi ancora essere contro il liberalismo? Allora ami gli ayatollah.
    E se le dicessi che anche quello liberale è uno stato etico, che una società per tenersi unita quanto basta per non uccidersi a vicenda deve condividere quasi tutto, e che le differenze tanto decantate della società liberale sono piccoli dettagli all’interno di una mentalità dominante compatta ed uniforme: nei fatti, nessuna società riesce a diventare tanto omologata quanto quella liberale, malgrado i proclami teorici.
    La verità è che l’alternativa c’è, come sempre nella vita, solo la pigrizia mentale ci impedisce di vedere oltre il nostro naso.

  31. a Spoiler:
    1) Non ho nessuna voglia, nè grande nè piccola, di mettere a tacere chicchessia. Quando mai l’ho scritto o lasciato intendere?

    2) Mai ho scritto che Sofri debba emendarsi dalla sua stagione in Lotta Continua. Dove l’ha letto?

    3) Lei mi chiede “Chi predica la violenza senza conoscerla se non per sentito dire”. Le rispondo che, come mi pareva facile evincere dal contesto della frase, il “chi” equivale a un “chiunque”. Dunque la mia affermazione è: “Chiunque predichi la violenza senza conoscerla se non per sentito dire farebbe meglio a stare zitto” ed è intesa sia per chi ricorra alla violenza politica in contesto sociale, sia per chi vi ricorra in contesto bellico.

    4) Non rinfaccio nè a Mieli, nè a Sofri, nè a nessuno la sua passata o attuale militanza nelle formazioni extraparlamentari di sinistra (o di destra). Come mi pareva facile evincere dal testo, sostengo che chi come Sofri, Mieli, o molti altri meno noti, ha militato in formazioni rivoluzionarie e adesso è su posizioni politiche sistemiche favorevoli agli interventi NATO, dovrebbe evitare, per onestà intellettuale e pura e semplice sincerità, di dire che le bombe su Belgrado sono buone, giuste e umanitarie, mentre le azioni violente e anche omicide di chi praticò la lotta armata sono puro male e follia.
    Se invece si limita a dire che la lotta armata era sbagliata politicamente, mentre le bombe su Belgrado sono politicamente giuste, dissento da lui ma si può cominciare a discutere. Si può, volendo, discutere anche di responsabilità morali, a patto che lo si faccia a proposito di tutti, e senza pregiudizi.

    4) Io sono ben lieto di discutere con lei, come con tutti, ma la discussione può essere proficua solo se si è corretti, e non si mettono in bocca all’interlocutore cose che non ha mai detto.

  32. a Caterina:
    Grazie della replica, scusi il ritardo con il quale rispondo. Concordo con lei sull’insieme delle sue argomentazioni.
    E’ più che vero che nelle guerre civili, il nemico tende a diventare molto presto nemico assoluto (“ribelle”, “terrorista”) contro il quale tutto è permesso.
    Se si getta lo sguardo sull’ultima e veramente atroce guerra civile italiana (1943/45) ci si fa un’idea piuttosto precisa del perchè chi si proponga di scatenare una guerra civile, come fece chi diede inizio alla lotta armata negli anni Settanta (tra i quali metto sia gli estremisti politici di destra e sinistra in buona fede, sia gli Stati che vi intervennero pesantemente con i loro apparati di sicurezza) si assume una responsabilità tremenda, che dovrebbe essere almeno sostenuta da una saggezza politica commensurabile.
    In sintesi, il mio giudizio politico su chi scelse la lotta armata in quegli anni è, oggi come allora, seccamente negativo, perchè non avevano capito un accidente della situazione politica italiana e più ancora internazionale.
    Meno negativo il mio giudizio politico sulle classi dirigenti italiane di quegli anni: perchè, per quanto abbiano utilizzato la lotta armata a fini politici nazionali e internazionali, almeno non hanno fatto ricorso a un controterrore sistematico di Stato di tipo argentino.
    E’ altrettanto se non ancor più seccamente negativo il mio giudizio politico sugli interventi NATO, detti umanitari o di impianto della democrazia, proprio perchè, negando in radice le sovranità statuali ed ergendosi a giudice e law enforcer universale, trasformano il nemico in nemico assoluto e distruggono alla radice la possibilità di limitare l’uso della violenza e di costruire un ordine politico vivibile: li ritengo, insomma, agenti del caos.
    Il punto chiave del suo intervento mi pare la chiusa: “In entrambi i casi [omicidio politico brigatista, interventi umanitari] non vedo come la violenza possa avere un valore di emancipazione e rifondazione politica.”
    Infatti, in quei casi non l’ha avuto e non ce l’ha, semmai il contrario.
    Altre volte, però, sì: ce l’ha avuto e ce l’ha; ed è proprio questo, mi pare, il punto in discussione: se la violenza sia parte intrinseca del politico, sotto quale profilo vada giudicata (politicamente, moralmente), e a che punto sia il dibattito e il senso comune su questo tema oggi in Italia.

  33. Può parere intellettualistico, ma osservo che una guerra civile non è meno atroce di una guerra colonialista o imperialistica. Non possiamo distinguere la violenza solo per gradi di atrocità. Resta fondamentale nella valutazione *politica* degli atti di violenza (controllabili? eliminabili? Resta aperta la questione…) una distinzione di qualità e di scopi. Le attuali “guerre umanitarie” vanno condannate politicamente e non solo perché fanno più morti delle cosiddette “dittature”. È la politica statunitense che in questo momento è più pericolosa di quella dei “terroristi”. Perché è quella di una grande potenza in crisi che può trascinare nel baratro o in guerra anche le altre potenze militarmente minori e economicamente minacciose per essa.
    La violenza esercitata dal basso dai dominati organizzati ha per me poi un punto in più rispetto alla secolare violenza esercitata dall’alto dai dominatori. Insomma, io distinguo la Rivoluzione francese, quella russa del ’17, le lotte anticolonialiste della Cina occupata dai giapponesi e quelle avvenute nei Sessanta del Novecento (ad es. in Algeria e in altri paesi del fu Terzo Mondo) dalle imprese “civilizzatrici” delle potenze colonialiste europee nell’Ottocento, dai fascismi e dal nazismo e oggi dalla esportazione di democrazia wasp a suon di bombe.
    Questo come punto di partenza, di principio. Poi sono disponibilissimo a entrare nei dettagli e a valutare tutte le sfumature, i torti e le ragioni, gli equivoci, le ambivalenze, il predicar bene e razzolar male che l’analisi storica può mettere in luce nel comportamento dei combattenti o dei militanti dell’una o della parte opposta, fino ai casi individuali. Come posso riconoscere che oggi la situazione è estremamente più complessa perché lotte di dominati contro i dominatori non se ne vedono o sono davvero inquinatissime dai dominatori stessi. E concludere però sempre con un giudizio storico, provvisorio e rivedibile, ma mai neutro e al di sopra delle parti.
    Per cui – e questo è un punto che vorrei approfondire proprio con Buffagni che l’ha sollevato – nell’«atroce guerra civile italiana (1943/45), sto riconsiderando, alla luce di spunti e intuizioni di Gianfranco La Grassa, tutto il periodo del dopoguerra dalla Liberazione ad oggi e in particolare gli anni Settanta (ne ho scritto sul n. 8 di Poliscritture e l’articolo può essere letto qui: …….) sotto altra luce rispetto a come la pensavo o la pensavamo nel ’68. Sono vicino alle analisi di Claudio Pavone critiche della vulgata di sinistra sulla Resistenza come lotta patriottica di tutto il popolo contro i nazisti. Ma credo di poter tener ferma – lo dico in termini schematici – una distinzione tra “buona” Resistenza e “cattivo” Fascismo. Ma, ripeto sono pronto a prendere in considerazione e a vagliare attentamente anche i dati venuti dalla storiografia “revisionista”.

    Vorrei aggiungere che i discorsi che, da sinistra, hanno sempre sbrigativamente liquidato le riflessioni sulla “Resistenza tradita” non mi hanno mai convinto. Credo che la storia imponga spesso delle brusche svolte o vere e proprie rottire ( Napoleone, Stalin, il compromesso storico) ma che qualcosa venga effettivamente “tradito”. Può crearsi comunque una situazione ( o una contraddizione) più produttiva e dinamica, ma può anche uscirne una situazione ( o delle contraddizioni) insolubile e stagnante; o più penosa per quelli che sono già dominati e speravano di migliorare la loro condizione. Ma i vinti non per questo non avevano o non hanno buone ragioni. E perciò mi è parso lecito, per gli anni ’70 riproporre il dilemma : «quali effetti alla lunga sono stati più deleteri per questa Italia: il compromesso storico o il lottarmatismo?».
    La mia domanda è veramente aperta a tutte le risposte, se argomentate. Anche se, sulla base delle mie convinzioni e considerando dirimente l’analisi politica, ritengo che chi scelse negli anni Settanta la lotta armata sbagliò *politicamente”. Non però perché, come dice Buffagni, «non avevano capito un accidente della situazione politica italiana e più ancora internazionale». No, qualcosa aveva capito; ma, credo, che quelle loro energie politiche, intellettuali e anche militari, oltre che carenti per la scarsa egemonia sociale raggiunta, furono presto stritolate in giochi più immensi di loro (lo scontro ormai arrivato alla stretta finale tra Usa e Urss); e divennero (posso fare un esempio risorgimentale? Pensate a Garibaldi o a Mazzini…) pedine non so quanto manovrate e senza però poter più giocare in proprio. Da qui anche le “degenerazioni” e le “atrocità” intestine. Né mi sento di condividere il giudizio meno negativo sulle classi dirigenti italiane di allora. Il compromesso storico, voluto dal PCI e accolto (pare) da Moro ma non dalla DC o da quelli che in essa contavano di più per non dire da chi monitorava da oltre Oceano la situazione italiana, si è dimostrato una debacle per quella intera classe dirigente, travolgendo non solo il proponente (il PCI) ma tutto il sistema dei partiti della prima Repubblica. Sono queste mie affermazioni solo spunti e magari potranno risultare anche errati. Ma perché non discuterne e approfondire? A che servono gli intellettuali? A stare nel 2012? A fare i pifferi dei governanti attuali o dei governanti in pectore? O a pensare criticamente e senza paura e opportunismi?

    Infine, per tornare sempre al post di Simonetti, nel saggio si accenna anche a «una riflessione sui legami profondi tra l’eredità della Resistenza e i “compagni che sbagliano” (p.108). Simonetti afferma che «l’eversione rossa […] in modo capzioso ma esplicito, si vuole omologa a quella stagione gloriosa e certamente “forte” della storia (anche letteraria) italiana, che è stata la Resistenza Antifascista». Ma subito dopo liquida questa ipotesi, scomoda e forse inquietante per i democratici d’oggi, con queste parole:

    «Ma le omologie superficiali e i rapporti rapsodici nascondono un’opposizione di fondo, su cui è giusto riflettere: mentre la Resistenza ha offerto subito alla narrativa un innesco narrativo prolifico e potente, la lotta armata, come abbiamo visto, ha faticato a imporsi come tema letterario, e per giunta al prezzo di ingombranti schematismi, e di una lunga fase di silenzio».

    Ora, pur rispettando (in parte) il suo approccio che s’occupa in primo luogo di narrativa e non di storia, senza entrare nel merito della consistenza storica del paragone tra Resistenza e lottarmatismo degli anni Settanta e lasciando in sospeso la questione, vorrei far notare una cosa banale: la Resistenza fu un moto in qualche misura vittorioso, mentre il lottarmatismo è stato tenuto subito sotto controllo e presto sconfitto.
    E allora l’asimmetria notata da Donnarumma, per cui «mentre esiste una letteratura della Resistenza vastissima e che, nella sua disuguaglianza, accoglie anche opere canoniche del Novecento, non esiste alcun romanzo italiano in cui si possa riconoscere, per consenso unanime, il romanzo di quel decennio [1968-1978]», mi pare fin troppo ovvia. Ma basta per negare ai vinti (e anche alla loro narrativa) qualsiasi ragione delle loro azioni (e forse anche valore letterario alle rappresentazioni derivatene)? E, comunque, anche di questa “sterilità” letteraria, se venisse accertata, non mi pare siano responsabili solo i vinti: «Se il terrorismo è stato vinto, i suoi vincitori non hanno convinto» (Fortini, Insistenze, p. 219)

  34. ne ho scritto sul n. 8 di Poliscritture e l’articolo può essere letto qui: …….)

    Ecco il link saltato:
    http://www.backupoli.altervista.org/IMG/Polis8_PDF_4_dic_2011.pdf

  35. @Ennio Abate

    Certo, come dice lei “la Resistenza fu un moto in qualche misura vittorioso, mentre il lottarmatismo è stato tenuto subito sotto controllo e presto sconfitto”. Ma a mio avviso la mancata riuscita letteraria di molta narrativa e memorialistica sulla lotta armata si deve non tanto alla sconfitta in sé, quanto alle modalità di quella sconfitta, alla parabola di quella vicenda. Infatti ipotizzo che la bruttezza di molti dei testi che tratto si spieghi non solo con le consuete difficoltà del romanzo a interrogare direttamente le azioni, ma “in parte, e forse soprattutto, perché quella azione in particolare – la violenza fratricida dell’estremismo politico – aveva preso una piega tale, in Italia, da non poter apparire che sgradevole, distruttiva e priva di sbocco, destituita di ogni eroismo antagonista (…). La lotta armata non ha costituito materia valida per un racconto epico (…); ma non è bastata nemmeno come materiale per una riflessione, da svolgere con gli strumenti specifici della letteratura”.
    Questo per quanto riguarda, appunto, la letteratura. Invece non saprei dare, un giudizio storico sul compromesso storico o sulla lotta armata. Se non da dilettante, e forse da turista. E non mi pare il caso.

    @Girolamo De Michele

    A me pare che, nel suo romanzo, tanto “il centro del plot” – e in particolare l’identità dell’assassino – quanto “l’antitesi amicizia/tradimento” forniscano interessanti chiavi di lettura per interpretare gli anni di piombo. E’ sempre stimolante confrontare l’ideologia esplicita di un romanzo con quella implicita (e i riferimenti pubblici del discorso con quelli “privati” e “sentimentali”). In questo caso, il risultato potrebbe essere una visione del Movimento come sogno di una ribellione adolescenziale contro la famiglia. Sbaglio o i suoi tre “uomini paradossali” sono tutti single?

  36. @ Simonetti

    “ipotizzo che la bruttezza di molti dei testi che tratto si spieghi non solo con le consuete difficoltà del romanzo a interrogare direttamente le azioni, ma “in parte, e forse soprattutto, perché quella azione in particolare – la violenza fratricida dell’estremismo politico – aveva preso una piega tale, in Italia, da non poter apparire che sgradevole, distruttiva e priva di sbocco, destituita di ogni eroismo antagonista (…)”.

    Resto perplesso. La bruttezza di un testo non mi pare possa derivare quasi automaticamente dalla “bruttezza” o sgradevolezza di “quella azione particolare”.
    Ci saranno altre ragioni, anche banali. Io temo che nel caso di questa narrativa sul “terrorismo” ci sia qualcosa che non funzioni nel giudizio del critico. Dubbio mio: Non sarà lui che ha una “repulsione” soggettiva del contenuto e la passa un po’ anche alla rappresentazione?

  37. Con un intervento molto denso e più che pertinente che arricchisce il dibattito, Ennio Abate mi invita a replicargli. Cerco di farlo qui di seguito, suddividendo la risposta per punti e scusandomi sin d’ora per la lunghezza.
    1) “osservo che una guerra civile non è meno atroce di una guerra colonialista o imperialistica. Non possiamo distinguere la violenza solo per gradi di atrocità. Resta fondamentale nella valutazione *politica* degli atti di violenza … una distinzione di qualità e di scopi.”

    Parlando in generale, il grado di atrocità sterminista di una guerra dipende dal grado di prossimità dei contendenti. Le guerre coloniali sono tremende perché i nemici sono *troppo* lontani: almeno una delle due parti non riconosce la piena umanità dell’altra, e dunque a maggior ragione non fa distinzione fra militari e civili. Il tiro al bersaglio sterminista, specie se favorito dalla superiorità di mezzi, diventa una routine: nel secolo scorso si vedano la condotta di guerra tedesca in Russia, quella americana contro il Giappone, l’italiana in Etiopia e Libia, oggi quella NATO in Iraq e Libia, e purtroppo eccetera.
    Le guerre civili hanno, di particolarmente e durevolmente atroce, che si combattono tra gente *troppo* vicina: compatrioti, vicini di casa, colleghi, amici, commilitoni, parenti, fratelli, genitori e figli. Nella guerra civile italiana 1943/45, per esempio, miei parenti hanno combattuto dall’una e dall’altra parte (hanno avuto la fortuna di non incontrarsi sul campo, o, peggio, davanti e dietro ai fucili di un plotone di esecuzione, ma poteva succedere). Qui, la necessità bellica di schiacciare le resistenze con le rappresaglie sulla popolazione, il risentimento per quel che ciascuna parte interpreta come un tradimento anche personale, l’odio e la sete di vendetta per la distruzione degli affetti più cari, e il regolamento dei conti personali in sospeso, trasformano presto la guerra in macelleria terroristica. La guerra più accettabile e vivibile (so che è uno strano aggettivo, ma mi sembra il più adeguato) è quella tra nemici né troppo vicini né troppo lontani, che si riconoscano reciprocamente la piena umanità e dunque conducano la guerra limitandone obiettivi e mezzi in modo tale da poter convivere anche *dopo*. Questa è la guerra nobile e per così dire sportiva che le aristocrazie europee erano riuscite a istituire come norma dei conflitti dopo la conclusione del trattato di Westfalia, che pareva aver posto termine alle guerre di religione e di sterminio. Non sono leggenda o fumetto le cortesie sul campo di Fontenoy (1745): dopo uno scambio di saluti tra le due linee, Lord Ilay, capitano delle guardie inglesi dice: “Signori delle guardie francesi, tirate.” Il conte di Anteroche, tenente dei granatieri francesi, gli replica: “Signori, noi non tiriamo mai per primi. Tirate voi.” Chi abbia care le virtù militari non può che provare nostalgia per quella forma di guerra, che non si combatteva con i mazzi di fiori, ma che somigliava alla guerra odierna come un incontro di pugilato somiglia a un agguato mafioso.
    Poi, certo: la valutazione politica, la “distinzione di qualità e di scopi” resta e deve restare prevalente. Anche a mio avviso, il criterio di giudizio principale è politico: quanto agli scopi, l’uso della violenza è accettabile in proporzione alla vivibilità del nuovo ordine che contribuisce a introdurre; quanto alla qualità cioè a dire i mezzi violenti impiegati, nel giudizio va tenuto presente che essi influiscono sugli scopi, e in certi casi li trasformano e li sfigurano. Per esempio, il lancio delle atomiche sul Giappone, che non rispondeva a necessità militari (il Giappone era già sconfitto e cercava di avviare trattative con gli USA), ha aperto una porta sull’ignoto che non si richiuderà mai più, e insieme ai processi di Norimberga ha gettato le basi per la presente situazione, a mio avviso pericolosa e negativa, nella quale gli Stati Uniti tendono a disintegrare le sovranità statuali e insieme a quelle le identità dei popoli, si sono autoeletti a giudici del mondo, e sono insomma divenuti agenti del caos.

    2) “La violenza esercitata dal basso dai dominati organizzati ha per me poi un punto in più rispetto alla secolare violenza esercitata dall’alto dai dominatori.”

    Per me, no. A mio avviso, il criterio di giudizio prevalente è anche in questo caso politico: l’uso della violenza da parte dei dominati è accettabile in proporzione alla vivibilità del nuovo ordine che contribuisce a introdurre: come l’uso della violenza da parte dei dominanti. Riconosco ai dominati, e ci mancherebbe, quel che Robespierre chiama “il diritto all’esistenza”; però lo riconosco anche ai popoli e agli Stati, che sono sempre formati da dominati e dominanti. Non credo sia possibile fondare un ordine senza gerarchie, perché senza gerarchia non si cava un ragno dal buco. Non credo, insomma, che in questo mondo si possa fondare un ordine di eguali, senza dominanti e dominati: come prefigurato, ad esempio, dall’evangelico Discorso della Montagna, o dalle utopie comuniste.
    E’ possibile che i dominati, combattendo contro i propri dominanti, distruggano un ordine e ne fondino uno nuovo e migliore, sulle basi di una più vera e meglio regolata gerarchia? Sì, certo.
    E’ anche possibile, però, che il nuovo ordine sia peggiore e meno vivibile del precedente, e che la nuova gerarchia sia costituita su basi più false? Di nuovo sì, certo.
    Aggiungo che non ritengo realizzabile, e anzi avverso come erroneo e sommamente pericoloso, ogni mito o utopia di rinnovamento universale per mezzo dell’azione politica, violenta o no, con nascita di un nuovo tipo di essere umano in seguito a rivoluzione politica, scientifica, religiosa, etc.
    Quanto scritto in precedenza va contemperato con una considerazione, elementare ma del massimo rilievo: che come la nostra vita (anche se non ce ne accorgiamo quasi mai), anche l’azione politica viene sempre condotta nella nebbia dell’incertezza, nell’ignoranza, nell’ansia, nell’errore colposo e doloso, e affardellati dai peccati, dalle debolezze, dai sogni, dalle speranze, dall’ingenuità, dal cinismo, dai ricordi falsi e veri: per farla breve, sotto il segno della tragedia.
    La tragedia è il genere drammatico che rappresenta uomini soli di fronte alle contraddizioni insolubili della vita; uomini alle prese con “i problemi che nessuno può risolvere per noi”. Di fronte alla sfida che ci getta il destino, ce la si può cavare meglio o peggio, ma non si può demandare la questione agli uffici competenti: per il semplice fatto che uffici competenti non ne esistono.
    Non ne esistevano sotto il cielo della Grecia classica, e continuano a non esisterne oggi. Ci sei tu, c’è la terra, c’è il cielo, c’è la vita, c’è la morte, e stop. Quello che succede dopo lo stop – per esempio, la guerra – si chiama, dopo l’invenzione drammaturgica del genio greco situabile intorno al quinto secolo avanti Cristo, “tragedia”.

    3) “…nell’«atroce guerra civile italiana (1943/45), sto riconsiderando…tutto il periodo del dopoguerra dalla Liberazione ad oggi e in particolare gli anni Settanta…sotto altra luce rispetto a come la pensavo o la pensavamo nel ’68. Sono vicino alle analisi di Claudio Pavone critiche della vulgata di sinistra sulla Resistenza come lotta patriottica di tutto il popolo contro i nazisti. Ma credo di poter tener ferma – lo dico in termini schematici – una distinzione tra “buona” Resistenza e “cattivo” Fascismo.”

    La prendo un po’ larga.
    Negli ultimi anni mi sono accorto che l’Italia – e con questa parola intendo tanto la comunità politica, quanto la tradizione culturale – è sul punto di incontrare una crisi storica al paragone della quale la crisi di fine Cinquecento sembrerà un radioso mattino di speranza.
    Ometto argomenti e descrizioni: già questo intervento è troppo lungo, e in fondo basta leggere il giornale. A spiegare la nostra corsa dei lemming concorrono certo tante ragioni d’ordine storico, economico, etc.; e quando mai mancano? Dal mio punto di vista, però, una cosa mi pare risalti assai netta. Che tutto questo non potrebbe accadere così, senza che una enorme fetta di salame foderasse gli occhi di gente che altrimenti ci vede anche troppo bene. Magari, anzi probabilmente, perderemmo lo stesso, ma perlomeno proveremmo a difenderci. Perdere combattendo è molto brutto, perché sei uno sconfitto; ma perdere senza capire il perché e il percome c’è stata una guerra è molto peggio, perché sei una vittima. Per gli sconfitti c’è la possibilità della rivincita. Per le vittime, almeno in questo mondo, no.
    Diceva un poeta che mi è caro, Giacomo Noventa, che la resistenza italiana era stata più promettente e più importante dell’antifascismo, perché era stato il movimento politico degli italiani che ammettevano di non capire – più – e di non sapere – ancora; mentre l’antifascismo – quello delle “aquile cieche” del Partito d’Azione, i suoi amici di gioventù – era il movimento di chi da sempre e per sempre aveva saputo e capito che il fascismo era stato un errore *degli altri*.
    Naturalmente, si sbagliava: come politico, Noventa non era un gran che. Era un poeta, e i poeti vedono meglio il possibile dell’attuale. Se quel possibile che Noventa credette di vedere si fosse realizzato, non farei questi discorsi da funerale, oggi.
    Oggi, però, uno come me che fascista non è stato mai neanche lontanamente e per distrazione, è costretto ad ammettere che il pretesto, la giustificazione sbilenca, l’autoinganno, la “falsa coscienza necessaria”, come dice Marx, dei migliori combattenti della Repubblica di Salò (“facciamo la scelta, che sappiamo disastrosa e suicida, di stare con l’alleato-nemico contro il nemico-alleato, perché la vittoria degli angloamericani ci priverà dell’indipendenza non solo politica, ma culturale e spirituale”) se ieri era falsa, *oggi* diventa vera.
    Avevano torto, i repubblichini? Certo che avevano torto. Era bene che vincessero le potenze alleate, e con loro i resistenti italiani? Certo che era bene. C’era margine di scelta, allora, fra resistenza e RSI? No che non c’era. Eppure, *l’errore dei repubblichini di allora dice la nostra verità di oggi*.
    Ora, quando si verifica una costellazione storica come questa, io non ho dubbi. Se mi mettono sotto il naso una tragedia, me ne accorgo; e questa è una tragedia nella sua forma più greca, classica e pura.
    So anche di quale tragedia si tratta: si tratta della più melensamente celebre delle tragedie, vale a dire dell’Antigone: perché *la tragedia storica italiana è una tragedia del fratello insepolto*.
    Non parlo solo dei repubblichini. Ci sono anche i “briganti”. Oggi 2012, buona parte degli archivi militari italiani relativi alla campagna di repressione del brigantaggio sono tuttora secretati e inaccessibili. Ci sono gli anarchici, l’espressione politica dei milioni di emigrati per i quali conquista della patria grande volle dire perdita della patria piccola. Ci sono i lottarmatisti degli anni Settanta, i figli che delirando con intransigenza, testimoniarono visibilmente, usque ad sanguinem, l’errore dei padri.
    Nel caso dei repubblichini, però, la costellazione tragica è più evidente, perché la repubblica italiana, definendosi antifascista nella carta costituzionale, ha formalmente e simbolicamente sancito la propria fondazione sulle spoglie insepolte del fratello nemico, e si è ufficialmente vietata di seppellirlo fino a quando essa medesima non sarà sepolta.
    *Il nuovo nato si è simbolicamente legato a un morto insepolto*.
    (Avevano margini di scelta, i padri costituenti? No, certo che no. Perché, che margini di scelta ha avuto Edipo?)
    Per i greci, una violazione di leggi sacre scatenava un tremendo morbo endemico, che per semplificare chiamiamo peste. Qual è, per noi, la peste scatenata dalla violazione della legge sacra che impone di seppellire il fratello (cioè di confessarlo pubblicamente tale) anche quando si comporti non solo da ribelle, ma da criminale?
    Io credo che sia la distorsione della coscienza e della realtà che oggi ci impedisce di vedere quel che sarebbe sotto gli occhi di noi tutti, e che non so ancora bene come chiamare: genocidio culturale, come diceva Pasolini? No. Melodrammatico, e consolatorio (sembra che sia tutta colpa degli altri, e non è così). *Finis Italiae*? Mah. Insomma, all’ingrosso ci siamo capiti: parlo del naufragio di un progetto politico durato sette secoli, che trascina con sé una voce che qualcosa ha pur detto e cantato, nel frattempo, e che forse il mondo non ascolterà mai più, sul serio mai più. Gli uomini, le nazioni, i popoli, le culture, le civiltà finiscono infatti sul serio e per sempre, e viene il momento che questa risaputa e banale nozione riguarda – incredibile! – te, proprio te.
    L’Italia sconfitta è stata governata da una classe dirigente che si sentiva (che era, certo) un esercito vittorioso; e che ha convinto se stessa e gli italiani che non loro, ma altri – altri non veramente italiani, non veramente figli della stessa madre e dello stesso padre – avevano perduto.
    La verità è, purtroppo, che la loro vittoria era una vittoria altrui: altri, veramente altri, veramente figli di altra madre e altro padre, avevano vinto anche per loro. Se avessero (se avessimo) sepolto il fratello ribelle, lo avrebbero (avremmo) riconosciuto per fratello, per figlio della stessa madre e dello stesso padre; e avrebbero (e avremmo) allora compreso che la nostra, era una condizione di sconfitti.
    Sembra poco, ma oggi si vede chiaro che è quasi tutto: perché senza quel minimo esame di realtà, come dicono gli psicanalisti, oggi noi non capiamo nulla di quel che fummo, siamo e saremo, e andiamo al macello ridendo scherzando e chiacchierando, distratti e supponenti, cinici e infantili: e questa è la straziante commedia, l’indecente grottesco che accompagna e sfigura lo svolgersi maestoso e ammonitore di questo tragico, amaro contrappasso storico.

    4) “… ritengo che chi scelse negli anni Settanta la lotta armata sbagliò *politicamente”. Non però perché, come dice Buffagni, «non avevano capito un accidente della situazione politica italiana e più ancora internazionale». No, qualcosa aveva capito; ma, credo, che quelle loro energie politiche, intellettuali e anche militari, oltre che carenti per la scarsa egemonia sociale raggiunta, furono presto stritolate in giochi più immensi di loro (lo scontro ormai arrivato alla stretta finale tra Usa e Urss); e divennero (posso fare un esempio risorgimentale? Pensate a Garibaldi o a Mazzini…) pedine non so quanto manovrate e senza però poter più giocare in proprio. Da qui anche le ‘degenerazioni’ e le ‘atrocità” intestine’ …“

    Qui concordo, in realtà, con Abate. Mi sono espresso frettolosamente: certo che i lottarmatisti “qualcosa avevano capito”. Non abbastanza, e in particolare quei “giochi più immensi di loro” tra i blocchi mondiali, e il bradisismo in corso lungo la faglia di Yalta. Non do un giudizio morale (che comunque, a mio avviso, va sempre portato sulla persona e non sui collettivi), ma politico. In politica vale la responsabilità oggettiva, e l’ingenuità è un’aggravante, come l’ubriachezza nei fatti di sangue. Verissimo anche che la dinamica che ha condotto alle peggiori atrocità dei lottarmatisti sia proprio quella a cui allude Abate: non solo e non tanto a causa delle manipolazioni subite, credo, quanto della dinamica, perenne, a cui conduce l’uso della violenza politica per raggiungere scopi *impossibili*. All’interno di una strategia (ordine dei fini) impraticabile, la tattica (ordine dei mezzi) prende il sopravvento e segue fino al rovesciamento dialettico la sua logica interna. La stessa cosa avviene, ad esempio, quando il residuo di un esercito irreparabilmente sconfitto continua a combattere senza speranza alcuna di raggiungere un qualsiasi obiettivo politico razionale: a mano che non si giunga alla soluzione suicidaria sul tipo di Masada, si assiste invariabilmente a una trasformazione dei reparti in armi in briganti, mercenari o entrambe le cose.
    Se Mazzini o Garibaldi, delusi dall’esito politico della lotta per l’indipendenza, avessero rifiutato di deporre le armi, sarebbero andati incontro alla stessa sorte; incontro a quella sorte andò il ”brigantaggio”, cioè la resistenza legittimista nell’ex Regno delle Due Sicilie.

    5) “…per tornare sempre al post di Simonetti, nel saggio si accenna anche a «una riflessione sui legami profondi tra l’eredità della Resistenza e i “compagni che sbagliano” (p.108). Simonetti afferma che ‘l’eversione rossa […] in modo capzioso ma esplicito, si vuole omologa a quella stagione gloriosa e certamente “forte” della storia (anche letteraria) italiana, che è stata la Resistenza Antifascista’ . Ma subito dopo liquida questa ipotesi, scomoda e forse inquietante per i democratici d’oggi […] vorrei far notare una cosa banale: la Resistenza fu un moto in qualche misura vittorioso, mentre il lottarmatismo è stato tenuto subito sotto controllo e presto sconfitto. […] E allora l’asimmetria notata da Donnarumma, per cui «mentre esiste una letteratura della Resistenza vastissima e che, nella sua disuguaglianza, accoglie anche opere canoniche del Novecento, non esiste alcun romanzo italiano in cui si possa riconoscere, per consenso unanime, il romanzo di quel decennio [1968-1978]», mi pare fin troppo ovvia. Ma basta per negare ai vinti (e anche alla loro narrativa) qualsiasi ragione delle loro azioni (e forse anche valore letterario alle rappresentazioni derivatene)?“

    Non ho letto abbastanza per esprimere un giudizio personale, e accetto provvisoriamente, per ipotesi, la tesi di Simonetti e Donnarumma sulla sterilità letteraria della stagione della lotta armata italiana.
    A mio avviso, qui la ragione non sta nella sconfitta o nella vittoria, ma nel *come* della sconfitta e della vittoria.
    I vinti della lotta armata sono stati vinti e *infamati*, infamati e disonorati così a fondo e così all’unanimità, che in quasi tutti l’infamia e il disonore si sono interiorizzati, e sono divenuti *falsa voce interiore*: e con una falsa voce interiore non si scrive buona letteratura.
    Chi ha agito in modo erroneo o colpevole può ravvedersi o pentirsi, e pur mutando, restare autenticamente se stesso. Chi ha agito in modo erroneo o colpevole e viene costretto da una pressione sociale soverchiante a pentirsene, pena l’ostracismo o peggio, resta menomato nella sua integrità, e non sa più chi parli dentro di lui: lui stesso, o l’Altro? Resta menomato nella sua integrità, paradossalmente, anche chi a quella pressione sociale soverchiante resista con tutte le sue forze, e si irrigidisca nella fedeltà alle sue passate persuasioni: perché si vieta di riesaminare la sua esperienza, di vagliarla alla luce del suo insuccesso, e insomma di integrarla nella sua vita presente.
    In questo, la (eventuale) sterilità letteraria della lotta armata presenta una perfetta analogia con la (effettiva) sterilità letteraria della Repubblica Sociale Italiana, e a dire il vero della Seconda Guerra Mondiale italiana, Resistenza esclusa.
    Materiale per un’epica della RSI e della IIGM italiana ce ne sarebbe eccome: ma dove sono i canti? Epica della sconfitta si può fare, eccome si può fare: cos’altro è, il racconto di Enea a Didone? E l’Iliade tutta, non è forse anche epica degli sconfitti troiani? Chi può leggerla senza amare Ettore, Priamo, Andromaca?
    Ma perché nasca l’epica della sconfitta, il vinto dev’essere riconosciuto come uomo e come fratello dal vincitore; ed essendo gli uomini tutti, ma specialmente i nemici in guerra, indissolubilmente legati da un legame di sangue, solo attraverso lo sguardo del vincitore che lo riconosce come uomo e fratello, e gli rende onore, il vinto può riconoscersi suo simile, e trovare in sé *il diritto* e la forza di raccontare e cantare, a vinti e vincitori, la sua vicenda umana.
    Senza onore, nessuno trova la voce giusta.
    Concludo con un esempio. Tra i romanzi che ho letto e che traggono spunto da quel periodo, quello che ho trovato più persuasivo è “Arrivederci, amore, ciao” di Massimo Carlotto. Carlotto non mi pare essere uno scrittore persuasivo, e gli altri suoi romanzi che ho letto non mi hanno convinto per nulla. In “Arrivederci, amore, ciao”, invece, sento parlare una voce di una forza inconfondibile: una voce persuasa, coerente, che suona inequivocabilmente autentica.
    Ora, “Arrivederci, amore, ciao” è un romanzo del disonore e dell’infamia radicali, senza spiragli. Un ex combattente della lotta armata fugge dopo aver commesso un delitto politico, si unisce a un movimento politico rivoluzionario in Sudamerica, perde ogni fede, per potersene andare ammazza a tradimento, su commissione del suo capo, un compagno divenuto scomodo, rientra in Italia, diventa un criminale comune, spaccia droga, uccide per denaro, finisce per assassinare a tradimento la fidanzata da cui teme di essere denunciato, e vive per sempre felice e contento.
    Perché questo romanzo tremendo ha tanta forza, tanta sincerità d’accento? Perché la verità della lotta armata italiana degli anni Settanta è follia, tradimento, perdita di ogni fede, criminalità, disonore, infamia, assassinio? No. Non lo penso io, e non lo pensa l’Autore.
    Forse, però, la voce interiore che parla è tanto forte e autentica *perché senza saperlo coincide con la Voce Più Forte*, con il giudizio esplicito e implicito che la società italiana ha dato di quegli anni (e, senza accorgersene, di se stessa).

  38. @ Gianluigi Simonetti
    Tecnicamente si, sarebbero 3 single: uno è in galera da 13 anni, un altro è vedovo (di fatto), il terzo è una specie di sociopatico. Però nel sequel (“Scirocco”) sono tutti e 3 accoppiati, in un punto o nell’altro del romanzo.
    Cmq no, non si sono ribellati contro la famiglia: si sono ribellati, GIUSTAMENTE, contro un mondo di merda. E nessuno di loro si è pentito di averlo fatto (né io mi sono pentito di aver fatto parte della loro generazione).
    Tenga presente anche questo: “Tre uomini paradossali” è la mia prima scrittura narrativa, e ho volutamente ridotto all’osso il plot e le linee B della trama per timore di non riuscire a padroneggiare l’intreccio. Molti di quei rami (il retroterra di Vannini e del Togliatti, ad esempio) li tagliai pensando: me li tengo buoni per il prossimo. Le figure femminili erano parte di quella complessità che temevo di non saper governare (all’epoca).

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