di Claudio Giunta

Il terzo mondo comincia al terminal 2 dell’aeroporto di Dubai, quello da cui partono i low-cost per le città minori dell’Africa e del Medio Oriente, posti con nomi sentiti una o due volte nella vita come Gassim, Ahmedabad, Kish. Dato che gli europei e gli americani arrivano e partono dal terminal 3, l’ambiente si modella sui loro desideri: il terminal 3 è un immenso parallelepipedo di Gucci, Rolex, Cartier eccetera, di sontuoso pessimo gusto. Invece al terminal 2 si arriva dopo un quarto d’ora di giri intorno alla pista a bordo di un pulmino sciancato, l’aria condizionata boccheggiante, e quello che si trova è un camerone in penombra in cui, all’una di notte, gruppi di uomini in tunica bianca e gruppi di donne in tunica nera, ben separati tra loro, hanno più l’aria dei deportati che dei viaggiatori. E le guardie e gli inservienti del terminal si adeguano alla clientela: toni bruschi, facce dure, qualche strattone per farsi capire da quelli che non sanno come funziona il body scanner. È semplice: basta scendere nella scala del censo ed ecco che i non-luoghi ridiventano luoghi identitari.

Sei ore più tardi, a Chittagong, sud del Bangladesh, il terzo mondo è un terzo mondo al quadrato, un Nono Mondo che sembra mettere insieme tutti le disgrazie dell’età preindustriale (miseria nera, ignoranza, soggezione tribale del povero al ricco, della donna all’uomo) e tutti i difetti della modernità: inquinamento da fumi e da plastica, mostri architettonici e, soprattutto, una congestione babelica di automobili, ricsciò, piccoli taxi tipo Ape e pedoni, un traffico da festa per lo scudetto, che dura però dalle sette del mattino a mezzanotte, e in qualsiasi punto della città. «Ci farai l’abitudine», mi dice all’arrivo un espatriato che fa il buyer per un’azienda italiana d’abbigliamento. Ma tre settimane, il tempo del mio soggiorno, sono poche per abituarsi a qualsiasi cosa, figuriamoci all’ingorgo perenne di Chittagong, e al concerto dei clacson che ti accompagnano, senza interruzione, per l’intero tragitto dall’edificio A all’edificio B. Ripeto: senza interruzione

Vista dall’alto, la città è una distesa disordinata di palazzi in cemento e baracche in lamiera, con macchie di verde che retrocedono davanti ai nuovi cantieri: decine di condomini in costruzione identici ai condomini che già ci sono, come se l’intero piano urbanistico fosse stato fatto col taglia e incolla. Non c’è un solo edificio che si possa definire bello; non uno che mostri di avere più di quarant’anni. Tra un cantiere e l’altro, l’asfalto non ha ancora preso il posto della terra battuta: future strade che la mattina, dopo i diluvi portati dai monsoni, diventano pantani. Vista dal basso e, soprattutto, annusata dal basso, dal seggiolino del ricsciò, la città toglie il fiato e la speranza. Tre metri quadri di Chittagong contengono: un frammento di marciapiede; ciuffi d’erba, foglie, bucce di mango, bucce di papaia, sacchetti di patatine vuoti; bottigliette di plastica vuote, fango, sterco, pezzi di mattone. E attorno a questa natura morta brulica la vita: mosche, cani macilenti, una mucca macilenta, stormi di corvi enormi che si contendono i rifiuti a beccate, uno storpio troppo stanco persino per mendicare, un guidatore di ricsciò che orina nella fogna che scorre a bordo strada, bambini che s’immergono fino alla cintola nella fogna a bordo strada e riemergono con in mano qualcosa con cui giocare, o qualcosa da rivendere.

L’Asian University for Women (AUW) è una piccola oasi di cemento pulito – quattro palazzotti di sei piani – dentro questo mare di cemento sporco. È nata nel 2008 grazie all’iniziativa di Kamal Ahmad – bengalese, studi alla Harvard University, avvocato internazionale – e al supporto di fondazioni come la Gates (più di 8 milioni di dollari), l’IKEA (più di 5 milioni), la Goldman Sachs, nonché del Dipartimento di Stato americano. La misura dell’impegno e delle entrature di cui gode la AUW la dà, oltre alla lista piuttosto impressionante dei donatori, il profilo degli amministratori: il presidente della fondazione che fa capo all’AUW, Jack Meyer, ha gestito, in passato, l’endowment della Harvard University; la rettrice della AUW è Cherie Blair.

All’AUW si entra per concorso: una prova di inglese scritto, una di matematica, un colloquio di una mezz’ora che – mi diranno – «mira a determinare non tanto il livello di preparazione quanto il livello di maturità delle candidate». Le ragazze che concorrono vengono in parte dal Bangladesh e in parte da altri paesi del Medio Oriente e del sud-est asiatico: Pakistan, Afghanistan, Sri Lanka, Vietnam, Birmania. Una volta entrate, a 17-18 anni, frequentano di solito un anno di pre-college, con corsi di matematica, inglese, storia, geografia; e poi i quattro anni di college durante i quali scelgono, come nel sistema americano, un’area d’interessi specifica: Asian Studies, Biologia, Scienze ambientali, Scienze sociali, Igiene. Al termine del college possono cercarsi un lavoro, oppure possono provare a concorrere per un master, in Bangladesh o (è il sogno di quasi tutte) all’estero, in America o in Europa. L’AUW non ha, per ora, un programma di master o di Ph.D. Ma è tutto abbastanza fluido, perché quella di quest’anno è la prima leva di studentesse che completa il ciclo di studi: nessuno sa bene che cosa succederà dopo.

La nuova vice-rettrice, Fahima Aziz, un’economista originaria del Bangladesh è appena arrivata dagli Stati Uniti, dove ha vissuto per trent’anni. Il ritorno a casa, la casa dell’infanzia e dell’adolescenza, non dev’essere facile. «No, non lo è. È difficile riambientarsi a Chittagong, dopo il Minnesota… Ed è difficile consolidare quello che è stato fatto sinora all’AUW, che è molto, in appena quattro anni». Consolidare significa, in sostanza, trovare soldi. Di fatto, la gran parte del tempo, la gran parte del lavoro della vice-rettrice si spende in fund-raising, ed è un lavoro che non s’improvvisa. Tutto – la newsletter, le brochures, la cartellina con le foto delle allieve, la grafica suadente del sito – tutto è curato con americana acribia allo scopo di commuovere e di convincere il potenziale donatore. «Anche perché stiamo costruendo un nuovo campus, questo non basta più a contenere le studentesse, che sono più di quattrocento, lo staff, i docenti. Lo stato ci ha regalato un terreno di 130 acri appena fuori città. Il progetto è stato approvato, i lavori sono cominciati, dovrebbero concludersi in 3-4 anni. Servono circa venti milioni di dollari; ne abbiamo raccolti sei». E per le donazioni, come per tutto, ci sono le tabelle: con 40.000 dollari si può dare il proprio nome a una classe, con 125.000 dollari a un laboratorio, con 1.200.000 dollari a tutta la biblioteca.

«Perché un’università solo per donne?», domando. «In sostanza – mi spiega Aziz – per due ragioni. La prima è che le famiglie sono più propense a mandare le ragazze all’università, e all’estero, se sanno che staranno in un ambiente di sole donne. La seconda è che in un’università mista le ragazze hanno più difficoltà ad emergere. È vero in Gran Bretagna, è cento volte più vero in un paese musulmano come il Bangladesh». Le ragazze che entrano all’AUW hanno diritto a corsi gratuiti, a una stanza nei dormitori dell’università, alla mensa (molto spartana: riso + verdure + carne). Immagino che le richieste siano molte. «Moltissime. Il primo anno ci sono state tremila candidature. Abbiamo potuto ammetterne soltanto cento». L’idea è quella di dare la possibilità di studiare soprattutto a ragazze che non potrebbero permetterselo, perciò la priorità è data alle non abbienti, o comunque alle non benestanti. «Per aver diritto alla borsa completa, che corrisponde a circa 15.000 dollari (moltissimo per il Bangladesh) bisogna dimostrare di avere un reddito inferiore a una certa cifra. Naturalmente non è un’università per poveri: è chiaro che chi fa domanda per entrare all’università appartiene già, per questa sola ragione, a una minoranza privilegiata. Ma è senz’altro un’università che dà una chance anche a giovani che, altrimenti, si troverebbero un lavoro qualsiasi, un marito qualsiasi, e non andrebbero all’università».

Le studentesse del mio micro-corso estivo di «European Literature» sono come uno se le aspetta. Incantevoli, generose, entusiaste, ansiose di imparare. E, come uno si aspetta, non hanno la più pallida idea della letteratura europea (perché dovrebbero, avendo diciott’anni, venendo da Lahore, Phnom Penh, la periferia di Rangoon?), sicché i miei obiettivi si fanno di giorno in giorno meno ambiziosi e, dopo una settimana cominciata con «Elementi di narratologia» (lo so, lo so…), mi trovo a riassumere un po’ a spanne la trama di Macbeth e di Edipo re. «Yes, the guy ended up sleeping with HIS OWN MOTHER!». Uno deve venire a Chittagong, sud del Bangladesh, per ricordarsi quanto questa invenzione sofoclea sia, prima ancora che tragica, raccapricciante.

Per il resto, è difficile trovare un terreno comune tra un professore italiano quarantenne e un gruppo di ventenni che definire composito fa sorridere. Asma ha 22 anni, viene dal Pakistan – non un paese esattamente popolare, in Bangladesh – e dagli 11 ai 19 anni ha studiato in una madrasa, con il Corano come unico libro di testo. Poi ha deciso di tentare da privatista gli esami d’ammissione all’ultimo anno di scuola superiore. Li ha passati, ha saputo dell’esistenza dell’AUW. Si è auto-insegnata l’inglese, si è fatta prestare dei libri dai suoi insegnanti, ha fatto il concorso, lo ha passato. Non è mai stata al cinema in vita sua. Khin, 24 anni, è birmana, figlia di un membro dell’opposizione al regime militare. Da piccola ricorda di aver intravisto, in casa sua, Aung San Suu Kyi. Finiti gli studi all’AUW vuole tornare in Birmania (preferisce il vecchio nome Burma al nuovo Myanmar) e insegnare in una scuola di monaci, in campagna. Anh, 19 anni, viene da My Tho, Vietnam meridionale. È la più giovane del corso, e anche quella che ha più problemi con l’inglese, e le idee più confuse sul suo futuro. Ambizioni: scrivere libri di viaggio, «perché a casa mia non mi lasciavano andare da nessuna parte». Passioni: l’Egitto, perché da piccola ha letto un libro sulle piramidi. E la fotografia: fotografa tutto, tutti, fotografa anche me al momento di congedarci. Momita, 22 anni, è di Chittagong e ha già tattiche, piani, strategie sufficienti a riempire il prossimo decennio: vuole provare a fare un master in scienze sociali in Europa o in America, ma nel frattempo lavora in una ONG che difende i transessuali, e poi collabora a un giornale di Dacca, e vuole organizzare un cineforum, e ad agosto farà un corso di francese…

Difficile trovare un terreno comune. Anzi, no. Il terreno comune c’è, ma non è né Shakespeare né Tagore né – quanto mi dispiace – la teoria post-coloniale: è il pop anglo-americano, quella melassa di cinema+TV+canzoni che ha unificato, da due-tre decenni a questa parte, la un tempo dispersa Razza Umana. Così alla fine il compito che mi autoconferisco è quello di mettere – diciamo – i miei Pink Floyd o il mio Nick Cave al posto della loro Rihanna o del loro Justin Bieber, e i Sopranos al posto delle soap-operas di Bollywood. «Ma questo è paternalismo!», obietta una pasionaria. Exactly. Ma soprattutto, oggi, il terreno comune, il denominatore comune a esseri umani così diversi è internet. Usano tutte YouTube, anche se la connessione che hanno nelle loro stanze è troppo lenta per scaricare film e canzoni; e sono tutte su Facebook (io no). Nei discorsi sull’idiozia dei social network bisognerebbe tenere il debito conto di questo, del potere liberatorio, per il bene e per il male, che i social network, che la rete in generale ha avuto in mondi così poco liberi come quelli in cui queste ragazze hanno vissuto sino a ieri. Niente, nella storia, nemmeno l’automazione, ha cambiato così radicalmente le cose, e così in fretta. Come, in quale direzione – è un altro discorso.

Un piccolo paradiso? Ma certo che no. È chiaro che tra le studentesse della AUW ce ne sono alcune che non passerebbero l’esame d’ammissione a nessuna università, neanche in Bangladesh, studentesse che, a rigore, non meritano di essere qui. Ma si fraintende l’obiettivo di un’istituzione come questa se si eccepisce sul livello delle studentesse che ne usciranno. Nessuna vincerà il Nobel. Una discreta percentuale uscirà dall’AUW con in tasca poco più di questo: un inglese decente, e qualche chance in più di fare un buon matrimonio (combinato). Ma, per tutte, l’AUW è l’occasione per cambiare città, per lasciare la famiglia, per conoscere un pezzo di mondo e insomma per acquistare consapevolezza di sé, fiducia. «Per molte, questa è la prima biblioteca della vita, il primo incontro con persone che vengono da nazioni diverse dalla propria, la prima occasione in cui possono davvero decidere di se stesse. Al di là del curriculum, al di là del livello che raggiungeranno alla fine degli studi, è un’opportunità impagabile, da cui tutte trarranno profitto». E per quanto uno affili lo sguardo per vedere i tanti piccoli mali dispersi in questo bene, è proprio così.

Infine, uno non può fare a meno di domandarsi perché agli americani – non solo alle fondazioni private, anche al Dipartimento di Stato – stia tanto a cuore un’istituzione come l’AUW, perché abbiano deciso di spendere qui i propri soldi. Per idealismo? Anche, anzi soprattutto: le buone intenzioni, e le buone intenzioni americane in ispecie, sono molto più pervasive di quanto non immaginino i cinici. Ma negli stessi giorni in cui ero a Chittagong si inaugurava, nel quartiere più elegante di Dacca, lo Edward Kennedy Center, un’istituzione che intende «coinvolgere, ispirare, connettere e responsabilizzare i cittadini di tutte le età che vogliano migliorare se stessi, le loro comunità e il nostro mondo». Tutto e niente, ma insomma: un loft lussuoso destinato a conferenze, mostre, spettacoli, e intitolato al più amato degli americani, Edward Kennedy, che visitò Dacca nel 1972, a un anno dalla separazione dal Pakistan, e tentò – riuscendoci – di cancellare il brutto ricordo di una frase attribuita a Kissinger (ma che Kissinger in realtà non disse mai): «Il Bangladesh è un caso senza speranza»; e, soprattutto, il pessimo ricordo dell’appoggio americano al Pakistan prima del 1971. Il Bangladesh è uno dei rari paesi musulmani in cui gli Stati Uniti godano di buona stampa, è una nazione giovane, con un’enorme forza-lavoro, e riserve di gas naturale e di petrolio che la Chevron sta cominciando a sfruttare. È sensato pensare che, idealismo a parte, questo obiettivo geopolitico sia stato preso nella giusta considerazione. E, se questo è il prezzo da pagare perché esista un posto come l’AUW, va benissimo.

[Già pubblicato, in una versione più breve, sul domenicale del «Sole 24 ore»]

[Immagine: Maciej Dakowicz, Night Traffic, Chittagong (gm)].

2 thoughts on “Leggere “Edipo re” in Bangladesh

  1. Davvero un bell’articolo. L’argomento trattato è affascinante ,un’esperienza da ripetere e portate avanti in altri paesi mussulmani.Che bello vedere l’amore per lo studio, cosa che per altro condivido , e che invece nel nostro paese è visto piuttosto come un peso e non come un valore ed un mezzo per acquistare piu consapevolezza di se , più libertà , più conoscenza.

  2. Qualche tempo fa lessi il capitolo di un romanzo inedito di Alexandre Hmine, pubblicato sul sito Primo Amore.

    L’articolo di Claudio Giunta me lo ricorda, per una associazione simpatetica che non so se ci sia di suo o se ce la vedo io e basta.

    In entrambi la scuola, il Non-luogo dell’Istruzione torna ad essere spazio vivo abitato da corpi e da storie, riportato indietro da quell’esilio nel quale la comunicazione dominante lo ha spedito, rilegandolo all’astrazione, affianco ad altre s-definizioni come Prodotto Interno Lordo, Riforma della Giustizia, Tasso di Disoccupazione, Patto di Stabilità.

    Nelle scuole, nei luoghi dell’istruzione, accadono ancora parole e cose. Si formano i cittadini del mondo di oggi e magari i riformatori del mondo di domani.

    Sottovalutarlo, escluderlo, è miope, è sciocco, oltre che suicida.

    (
    il capitolo inedito a cui mi riferisco si trova in questo link:
    http://www.ilprimoamore.com/blog/?p=2447
    )

    Un saluto,
    Antonio Coda

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