di Mauro Piras

I generali senza truppe sono per il Monti bis. L’intervento di Fini, ieri, lo ha rivelato chiaramente: chi non ha base elettorale, chi alle elezioni uscirebbe diminuito, se non suonato, propone la replica del governo Monti e della union sacrée di salvezza nazionale. In prima battuta, appena resa nota la dichiarazione di Monti, che il 27 settembre all’ONU per la prima volta si è detto disponibile a governare di nuovo se le circostanze lo richiedono, il coro dei no era stato preponderante: Bersani, Renzi, Vendola, ecc. avevano subito proclamato la loro scomunica. L’unico sostenitore era stato il solito Casini. Poi le cose hanno iniziato a cambiare. Si sono moltiplicate voci di sostegno al progetto di resuscitare Monti anche dopo la fine della legislatura. Il primo è stato Berlusconi, che ha iniziato a dire che in definitiva non è poi male l’idea; certo, essere sconfitto e governare è meglio che essere sconfitto e non governare, avrebbe detto il Catalano di Quelli della notte. Poi, come è ovvio, è arrivato l’endorsement della Cei, di Marchionne e di Squinzi. Qui, niente di originale. Lo status quo cattoliberista non può che andare bene a questi poteri, poco portati ad accettare seriamente i rischi del confronto elettorale. Vanno da sé, e sono in fondo non così rilevanti, i pur pesanti sostegni venuti da Angela Merkel e da Obama. Germania e Stati Uniti hanno ovviamente un equilibrio politico ed economico da difendere, queste notizie non fanno notizia. Molto più interessante, per capire a che punto siamo e che (scarse) speranza abbiamo in Italia di uscire dal guado, è osservare le reazioni di sostegno interne. Che a un certo punto hanno iniziato a pullulare. Intanto, come abbiamo detto, le grandi dichiarazioni di Fini. Il flop di FLI alle ultime elezioni amministrative spiega abbondantemente perché: che ruolo può avere questo partito in una situazione politica normale, di confronto tra centrodestra, centro e centrosinistra? Il ruolo marginale che ha. Quindi meglio cercare di prendersi una parte da salvatore della patria sostenendo un nuovo progetto di unità nazionale. Grazie a Fini abbiamo capito la ratio di tutto ciò: chi sa che elettoralmente non può farcela, propone il Monti bis, per alloggiarsi comodamente alla sua ombra, magari in una nicchia. Ed ecco quindi Montezemolo: da anni “sta per”… (candidarsi, scendere in politica, fondare un partito, fate voi), per cui adesso se facesse davvero qualcosa nessuno se ne accorgerebbe. Però che cosa fa? Si butta in politica a metà: un nuovo movimento per sostenere Monti. Poi, altri ufficiali senza esercito: una parte dei “montiani” del PD. Quelli cioè che, senza se e senza ma, vorrebbero prolungare la cosiddetta “agenda Monti”. Non tutti quelli che la pensano così vorrebbero proprio Monti al governo. Però alcuni iniziano a farlo credere. Per esempio: Follini, idealtipo del politico senza truppe. Poi, alcuni veltroniani piuttosto agitati, che chiaramente vedrebbero ridotta la loro share nel partito all’uscita delle primarie, sia che vinca Renzi sia che vinca Bersani. E poi, ciliegina sulla torta, i giornali del cavaliere o della superdestra: vedere in televisione (solo lì può capitarmi) i titoli del Giornale e di Libero, i grandi bastonatori, a novembre, del governo della finanza internazionale ecc., vederli scrivere titoloni a sostegno di Monti, mi ha dato la certezza: chi sa di perdere vuole il Monti bis. Non riuscendo ad avvelenare i pozzi con la legge elettorale, perché lo ha già fatto nel 2008, la destra preferisce farlo con il ritorno dei tecnici. (Dimenticavo: anche Casini, come Fini, si mette davvero al centro di tutto solo se centrodestra e centrosinistra si alleano.)

Perché ti occupi di queste cose? mi dice una vocina, in un angolo della mente. Perché seguire gli esiziali dibattiti della politica italiana, che si perde da mesi passando da un delirio all’altro, questo essendo solo l’ultimo in ordine di tempo (ma sicuramente non l’ultimo della serie)? Perché il problema è proprio questo: il collasso della politica italiana. I mesi dall’inizio del governo Monti a oggi sono stati sprecati interamente, dai partiti politici italiani. E anche dalla cosiddetta società civile. Il male di questo periodo è stato che l’unico soggetto veramente attivo, veramente intenzionato a intervenire e modificare qualcosa, è stato il governo. Non ha nessuna importanza qui il segno che si dà all’iniziativa del governo. Anche se la si considera interamente negativa, cosa del tutto possibile, è indubbio che il governo si è mosso, ha fatto delle cose, ha inciso in profondità; invece i partiti, come soggetti di iniziativa parlamentare e politica nel paese, si sono trascinati. Siamo ancora qui a parlare della riforma della legge elettorale e della legge anticorruzione. Dopo quasi undici mesi. Le forze politiche sono infognate nei casi di corruzione che saltano su come funghi dopo la pioggia, senza mai prendere una decisione (anche demagogica, per raccogliere voti) che tagli un po’ di erbaccia. E si rivoltano istericamente contro il Movimento 5 Stelle, senza sapergli contrapporre una alternativa politica. Inoltre, nella maggior parte dei casi, quasi ogni forza politica non ha fatto altro che seguire l’umore dell’elettorato, captato molto imperfettamente tramite i sondaggi. Non parlo della destra, non è il nostro problema. Ma parlando della sinistra, le uscite di Di Pietro su Napolitano, o l’abbraccio troppo precipitoso di Vendola con Diliberto e co. per la presentazione del referendum sull’articolo 18 sono servite solo a indebolire la possibilità di una uscita politica (cioè elettorale e senza Monti bis) dalla crisi. La volontà pervicace di rifiutare ogni mediazione, in nome della purezza dei propri ideali, cioè della purezza del proprio dividendo elettorale, frammenta il quadro, amplifica il voto antisistema e l’astensionismo, ci consegna mani e piedi legati al centro conservatore e alle forze esterne (mercati, capitale finanziario, Chiesa, industriali, Obama e Merkel) che vogliono la stabilità e se ne infischiano delle scelte politiche. Perché quando non si fanno vere scelte politiche, le forze sociali dominanti ne escono bene, ovviamente.

A questo si aggiunge lo spettacolo puerile delle primarie del centrosinistra. Prima, tempo inutile perso a discutere se farle o no. Tanto si sa, si fanno. Organizzatele al meglio e basta. Poi, la moltiplicazione inarrestabile dei candidati, quasi tutti del PD. Come al solito, il senso che la politica dovrebbe dare all’azione si è perso completamente. Le primarie serie servono a scegliere, nell’ambito del centrosinistra, tra opzioni politiche diverse. Le uniche alternative vere sono Bersani, Vendola e Renzi. Perché esprimono tre prospettive realmente diverse sul centrosinistra. E il fatto che anche Renzi sia nel PD, come Bersani, è irrilevante: lui è il candidato orientato al centro, Bersani è il candidato del centrosinistra classico, Vendola è il candidato di sinistra. Questa sarebbe stata una competizione seria. Tutto il resto che cosa ci sta a fare? E soprattutto: che delirio è permettere che si candidino così tanti dirigenti del PD? Ovviamente, chi, nel gioco, non è del PD, ha tutte le ragioni di sentirsi preso in giro. Ma al di là di questo, la cosa più grave è che, come al solito, si perde del tutto l’orientamento politico. E questa è la costante del periodo: l’incapacità di pensare politicamente, cioè in prospettiva, in termini di progetto e di mezzi per realizzarlo.

Dovremmo averlo imparato. L’esperienza del governo Monti è stata una necessità imposta dall’emergenza e dalla crisi della politica italiana. Questa non è riuscita a trovare una soluzione politica al fallimento di Berlusconi, e per questo, pena il collasso finanziario, siamo passati ai tecnici. Ma qualsiasi persona ragionevole e dotata di un minimo di lungimiranza sapeva che questa soluzione poteva valere solo come una parentesi e a patto che il sistema politico ritrovasse le sue linee di demarcazione interne e riprendesse l’iniziativa. Questo non è successo, come abbiamo visto. La politica si è rivelata miope. Ma anche la cosiddetta società civile, che sta dimostrando ampiamente di meritarsi questa politica. Confindustria, per mesi, non ha fatto mai altro che lamentarsi: mai stata capace di presentare un programma, un patto con le forze sociali, una proposta al governo. Anche i sindacati non hanno dato prova migliore: intanto, dopo l’unione iniziale sotto lo shock della riforma delle pensioni, hanno ricominciato a farsi il contropelo a vicenda, e se possibile a separarsi. Poi, anche quando si propongono scioperi, non è più ben chiaro perché. La gente non ha ancora capito bene perché c’è stato uno sciopero della funzione pubblica venerdì scorso. Non parliamo poi di tutte le corporazioni che si sono scatenate sotto le riforme del governo (notai, avvocati, farmacisti, ecc.) senza mai lanciare segnali di proposta.

Il punto è questo: l’Italia sprofonda in una malmostosa lamentazione collettiva ma individualistica. Un coro di piccole patrie chiuse alla comprensione del tutto: un coro dissonante, in cui ogni monade scarica i propri pesi su quelle vicine, ma allo stesso tempo unanime nel denunciare a gran voce come ingiustizia ciò che tocca la singola monade. La coerenza è in questa frantumazione: il rifiuto di un disegno generale, in cui gli italiani sembrano uniti a ogni livello, dalla politica alle parti più piccole della società civile. Ognuno di noi ne fa esperienza quotidianamente, sarebbe ipocrita nasconderselo. E questo in un momento in cui l’unica via d’uscita si colloca al di sopra della stessa unità nazionale. Gli eventi di questa estate hanno mostrato chiaramente che la partita si gioca tutta al livello della politica europea, che è lì che bisogna avere un progetto, che è lì che dovrebbero puntare le forze politiche di sinistra per proporre una uscita meno iniqua alla crisi del debito. Abbiamo visto infatti che il temuto scatenarsi della speculazione finanziaria non c’è stato. Siamo sospesi in un precario equilibrio di speculazione di piccolo cabotaggio, grazie a una mediazione istituzionale europea, tra BCE, UE e governi nazionali, resa possibile da una forte iniziativa della BCE e da timidi cedimenti dei nazionalismi: il fatto che il governo tedesco abbia rintuzzato, ad agosto, le spinte più nazionaliste, e abbia cercato di fatto una minima mediazione con i “paesi del Sud” (passando sopra la testa della Bundesbank) è rilevante. Ma è del tutto inadeguato. Adesso abbiamo alcuni strumenti: il fondo salva-stati, la possibilità di intervento della BCE. E su questi si regge questa bonaccia minacciosa. Ma la situazione della Spagna e della Francia lanciano segnali eloquenti di un altro tipo. La durezza delle manovre economiche imposte in Spagna, e la loro parziale inadeguatezza, mostrano chiaramente che il problema non è andare o meno alle elezioni, ma trovare delle soluzioni che al di sopra degli Stati permettano a questi di recuperare un margine di azione. E lo stesso dice la finanziaria da 37 miliardi varata da Hollande: è vero che ci sono gli aumenti delle tasse per i ricchi, ma è come sempre una finanziaria orientata al rigore di bilancio, con molti tagli. Perché il problema sul tappeto è sempre lo stesso: fino a quando l’Unione Europea resterà “zoppa”, senza istituzioni politiche centrali forti e senza politiche economiche e fiscali comuni, ma con una moneta comune, i mercati saranno più forti degli Stati, che non potranno mai permettersi di abbandonare il rigore di bilancio. Ma la politica di rilancio della crescita, in questa recessione, richiede di uscire dal rigore di bilancio. I mercati, in modo schizofrenico, puniscono tanto i debiti pubblici eccessivi quanto la recessione o il rallentamento della crescita. Perché non sono soggetti razionali, in quanto macrosoggetti. Solo un quadro istituzionale rinnovato potrebbe rompere le sbarre di questa gabbia. L’unica opzione che ha una seria politica di sinistra è pensare le condizioni di una politica unitaria europea, sul piano finanziario ed economico, per garantire la tenuta dei debiti pubblici e allo stesso tempo il rilancio della crescita. E quindi una distribuzione meno iniqua delle risorse. C’è bisogno di un progetto di alto profilo, ben superiore alla prospettiva nazionale, che a livello europeo pensi la legittimazione di una democrazia sovranazionale e i mezzi per realizzarla.

Di questo bisognerebbe occuparsi. Per questo la vocina insiste a dire che leggere le beghe della politica italiana è tempo perso. Ma il problema è proprio qui: vedere in queste beghe, nel nostro individualismo e corporativismo anarchico, il tempo che stiamo perdendo, e quanto stiamo rischiando.

(Torino, 30 settembre 2012)

[Immagine: Giuseppe Bartolini, XXV aprile (1975) (gm)].

25 thoughts on “I generali senza truppe, il Monti bis, e la provincia italiana

  1. Scrive Piras: “Perché il problema è proprio questo: il collasso della politica italiana. I mesi dall’inizio del governo Monti a oggi sono stati sprecati interamente, dai partiti politici italiani. E anche dalla cosiddetta società civile.”

    Bè, francamente non vedo che altro avrebbe potuto fare un ceto politico che, a sua eterna vergogna, è stato espropriato dei residui poteri decisionali con un colpo di Stato freddo.
    Cos’altro si vuole che faccia, se non collassare come un esercito sbaragliato, e nel collasso, tentare di difendere il rimasuglio di rendita di posizione che gli rimane, e che consiste nella sua nuda esistenza in vita come mediatore di decisioni prese altrove?
    Il ceto politico italiano si trova nella situazione in cui si trovò il ceto politico duosiciliano all’indomani dell’unificazione italiana a guida sabauda, con la differenza non da poco che la dinastia Savoia ci metteva la faccia, i soldati, l’amministrazione, e inglobava l’ex regno borbonico in una nuova entità statuale, quella che oggi sta (indecentemente) vivendo i suoi ultimi anni.

    Come lo stesso Piras dice, “C’è bisogno di un progetto di alto profilo, ben superiore alla prospettiva nazionale, che a livello europeo pensi la legittimazione di una democrazia sovranazionale e i mezzi per realizzarla”.

    Problemini:
    1) Cosa dicono gli USA? E’ proprio così sicuro Piras che non avrebbero obiezioni a sbaraccare le basi nucleari e non dal territorio europeo e a festeggiare la costituzione di una entità statuale europea che, per necessità geopolitica, non potrebbe evitare rapporti di buon vicinato con la Russia, cioè con il principale nemico degli USA?

    2) Ha voglia e capacità la Germania di guidare la formazione della suddetta entità statuale europea (in qualsivoglia forma la si possa immaginare, confederale, federale, etc.)? A quanto pare, no (sarei lieto di essere smentito, e in cambio di una Europa-potenza manderei giù anche la fine formale della sovranità italiana, e l’impoverimento in corso, che non cesserebbe neanche in quel caso).

    3) Che ne dicono i popoli europei, i quali nonostante tutti gli ingenti sforzi messi in campo continuano ostinatamente ad esistere e a non voler morire? Si pensa di consultarli, o si fa finta di niente come finora e gli si comunica la decisione a babbo morto?

    Per concludere segnalo l’esistenza di proposte economiche e politiche non demenziali, non populiste, non catastrofiste, non fasciste, non islamiste, non comuniste, per uscire dall’euro e dal Coso Mondialista Europeo (le due truffe del secolo).
    Alcune le trovate qui: http://russeurope.hypotheses.org/

    Non è il blog di Grillo, ma di Jacques Sapir, direttore della Ecole d’Hautes Etudes Sociales (Parigi, Francia, Europa).

  2. Caro Mauro, chiedo scuse per il mio italiano alla “española”. La tenuta dei debiti pubblici e il rilancio della economia solo é possibile sotto una politica di sinistra, se ho capito bene. Personalmente d’ accordo, ma nella Spagna abbiamo anche un serio probblema di produttivitá, non solo de distribuzzione delle risorse.
    Una altra questione. Cos’é la sinistra europea, in che grado puó riuscire in una nuova razzionalitá al di lá di mercati. Un abbraccio.

  3. A mio parere, il testo scritto da Piras si può considerare l’emblema stesso della crisi politica in cui siamo precipitati.
    Non è tanto cosa la politica praticata faccia che costituisce il problema fondamentale, ma l’apparente incapacità di un certo ceto intellettuale in termini di analisi e di proposte.
    Esaminiamone alcuni aspetti.
    Piras dice che l’esperienza Monti ha senso in quanto fatto emergenziale e limitato nel tempo.
    Detto così, sfugge però il fatto fondamentale di accettazione della stessa logica emergenziale. Ciò implica ancora una volta il primato dell’economia sulla politica: se l’economia comanda, la politica deve mettersi da parte. Inoltre, si enuncia un principio davvero strabiliante, che i partiti devono mettere da parte i loro punti di vista in caso di emergenza. Il punto di vista particolare di un partito non è però un elemento di disturbo che in certi momenti non possiamo permetterci, uan specie di lusso da riservare ai giorni di festa, è la loro stessa sostanza e la sostanza della democrazia che deve prevedere una pluralità di punti di vista. Ammettere di dovere rinunciare al proprio punto di vista per un preteso interesse collettivo superiore, significa ammettere che tale punto di vista non va nel senso dell’interesse collettivo. Insomma, qui si confonde la particolarità del punto di vista con la particolarità dell’interesse, l’uno è il fondamento della democrazia, l’altro ne è il funerale, e confondere le cose implica che i dirigenti dei partiti non sanno neanche cosa la democrazia sia, in cosa essa si sostanzi.
    Infine, avere aderito a una maggioranza emergenziale, implica quanto meno implicitamente, che si possa governare assieme: se è stato possibile una volta, lo può essere sempre. PD e PDL hanno quindi ammesso di non essere alternativi.
    Senza andare nel merito di tutti i punti che Piras affronta, non si può comunque tralasciare questa questione dell’Europa.
    Trovo singolare che si invochi più Europa nel momento in cui la costruzione europea entra in crisi. Sarebbe come se due coniugi che non riescono più a convivere, stabiliscano di rimanere 24 ore su 24 assieme, magari tralasciando anche il lavoro pur di non separasi neanche un istante, non vi sembra paradossale?
    Io capisco che si possa coltivare il sogno di un’Europa federalista, ma ciò non implica fare avanzare la costruzione europea così come finora si è configurata, ma ricominciando daccapo, dal basso, dalla costituzione di organi collettivi comuni.
    Non v’è scelta, le singole nazioni devono rinunciare ad alcuni dei loro poteri da conferire alla loro Federazione, ma ciò implica che tale Federazione abbia una struttura democratica che prescinda dal consenso dei singoli stati e soprattutto dalla propria eurocrazia, delal commissione, dell’eurogruppo, della BCE e così via, sennò stiamo mettendo le sorti dei cittadini europei nelle mani di alcuni funzionari, e ciò dovrebbe essere inaccettabile non solo per me, ma anche per Piras e per Napolitano, tanto per citare uno dei protagonisti della fase politica.
    Ora, mi pare di dire cose del tutto ovvie, e non capisco come possa Piras e coloro che gli si sono entusiasticamente accodati non rendersene conto. Il fatto che ciò avvenga mostra come il problema dell’Italia, ma direi di tutta l’Europa ( e forse anche di tutto l’occidente), è in una incapacità del ceto intellettuale di uscire dal pensiero dominante, di guardare oltre il consueto.

  4. Leggere un intervento argomentato logicamente come quello di Cucinotta è un bel sollievo.

    In effetti, una ripassatina a Schmitt e alla sua trattazione dello stato d’eccezione non farebbe male.

    Certo, le cose sono più chiare e inequivocabili quando si viene invasi da un esercito straniero, con divise, bandiere, morti sul campo di battaglia, bombardamenti, Croce Rossa, etc…ma mi correggo: oggigiorno, anche quando si viene invasi dall’esercito straniero, l’invasore si spaccia per poliziotto universale, socio accomandatario dell’imperativo kantiano, restauratore o instauratore della democrazia, dei diritti delle minoranze…

    Quanto all’ultima domanda di Cucinotta: “Ora, mi pare di dire cose del tutto ovvie, e non capisco come possa Piras e coloro che gli si sono entusiasticamente accodati non rendersene conto” propongo una risposta:
    perchè Piras e gli altri credono e sperano che Altri (UE, USA, le sinistre europee, etc.) ci caveranno le castagne dal fuoco, e rimetteranno in un minimo d’ordine le cose in questa sciagurata nazione, o ex nazione.
    Non è la prima volta, nella storia d’Italia. A fine Cinquecento, quando eravamo messi molto meglio di oggi, tanti italiani hanno sperato che l’impero, che gli spagnoli, che i francesi, che il papa…non è andata bene allora, e non andrà bene oggi.
    Aggiungo poi che a parer mio, nell’inconscio antifascista è rimasta l’impronta mnestica della “Liberazione”, con gli americani buoni a braccetto dei partigiani, che ci liberano dal fascismo cattivo, ci danno i dollaroni del piano Marshall, il cinema di Hollywood, Elvis Presley e tutte le cose che fanno la gioia di W. Veltroni. Purtroppo, stavolta niente piano Marshall, niente Resistenza, niente fascismo cattivo (Berlusconi come Mussolini è fuori parte), soprattutto niente dollaroni; però, gli americani sono sempre qui, a liberarci da che cosa? Da noi stessi?

    No, non ci sono i popoli di angeli e benefattori che ti risolvono la vita e ti aggiustano la macchina rotta a prezzi stracciati.
    Tocca, disgraziatamente, a noi, risolvere o fallire, provarci o sperare nella supplenza altrui. Che Dio ce la mandi buona.

  5. @ roberto buffagni
    anche in Italia (come forse già sai) c’è chi fa analisi interessanti sulla politica economica montiana e sul dio (truffaldino) euro, ma guarda caso viene silenziato, in toto o in parte. Cmq analisi (e non luoghi comuni o terrorismo mediatico) si possono trovare anche qui:
    http://goofynomics.blogspot.it/
    qui:
    http://politicaeconomiablog.blogspot.it/
    o qui:
    http://www.emilianobrancaccio.it/
    ma non certo qui:
    http://www.ilmanifesto.it/
    né, tantomeno, qui:
    http://www.repubblica.it/
    (i credenti a parte, naturalmente)

  6. eh si. E’ proprio bello leggere i confronti fra intellettuali; sono poi tanti diverse le loro chiacchiere da quelle che fanno i politici? Secondo me hanno la stessa distanza dal “che fare”.
    Sciorinano, a volta con tortuose citazioni, tutto il loro sapere per sostenere la propria tesi, del resto chi non si comporta allo stesso modo?
    Omogenei, aggregati, organici… la sostanza è che questo paese non produce niente di meglio.
    Quindi concordo pienamente con Piras: spero in un’europa che riesca a sopperire la nostra totale mancanza di senso civico. Poco importa se burocrati, tecnocrati, economi, poco rappresentativi.
    Magari i popoli hanno modo di giudicare e forse “rivoluzionare” un paradigma fino a giungere alla partecipazione.
    Gli altri ovviamente, non il nostro.

  7. “Magari i popoli hanno modo di giudicare e forse “rivoluzionare” un paradigma fino a giungere alla partecipazione.”
    Io ne sono certo. Ci sono esperienze “civiche”, di piccoli e grandi città e comuni, che lo testimoniano (nel mio comune alcuni progetti di Bilancio Partecipato, ad esempio). Anche nel nostro paese.

  8. @yanez
    Ma lei non si vergogna di liquidare chi ha inserito commenti senza uno straccio di argomentazione, solo perchè saremmo tutti uguali ed uguali ai politici (sic!)?
    Ma lei da quale non luogo parla, dall’alto di che cosa ci rivolge le sue lezioncine sul che fare?
    Mi chiedo come si possa avere perso così totalmente il rispetto verso gli altri.

  9. Caro Yanez,
    che cosa le è successo in questi anni? Non la riconosco più! Questi discorsi di un disfattismo risentito, questo disprezzo, non sono da lei!
    Eppure da bambino la conoscevo e la ammiravo tanto, lei, il fedele Yanez e la sua ennesima sigaretta …

  10. Caro Buffagni,
    sulla crisi della politica italiana siamo d’accordo. Tale crisi ha causato la svolta “tecnica”. Ma quello che voglio dire è che adesso non c’è alternativa al ritorno alla politica, per quanto mal messa. Chi vuole resuscitare ipotesi tecniche è del tutto fuori strada.
    Quanto al progetto europeista: mi sembra che, come già un’altra volta, lei sia un po’ ossessionato dalle reazioni degli Stati Uniti. In ogni caso, questi hanno sempre sostenuto le politiche volte a salvare l’euro, e più volte hanno sottolineato la necessità di una politica fiscale comune in Europa. Quindi la cosa gli va bene, anche perché il tracollo del mercato europeo fa crollare anche la domanda statunitense. La Germania è più europeista di quanto sembra, si guardi il sostegno al fondo salva-stati quest’estate. Sul fatto che i popoli europei debbano avere voce in capitolo siamo d’accordo: io sto proprio denunciando il fatto che l’Unione Europea imponga politiche economiche comuni senza una legittimazione democratica adeguata.
    Sul suo secondo intervento: non capisco da dove si deduce che io penso che altri debbano toglierci le castagne dal fuoco. Ho scritto questa cosa proprio per denunciare il fatto che qui, invece di svegliarci, non facciamo altro che lamentarci. Proviamo a svegliarci.

    Caro Manolo,
    anche in Italia abbiamo un grave problema di produttività. Questo non è un caso, perché la speculazione sul debito ha colpito paesi con alcuni problemi strutturali: scarsa produttività, bilancia dei pagamenti passiva. Quindi la politica economica deve affrontare questo, non solo il debito. Ma finché si fa solo politica di rigore, non se ne esce. Per fare una politica non solo di rigore, bisogna superare il livello nazionale.
    La domanda sulla sinistra è troppo difficile. Comunque presuntuosamente rispondo: la sinistra è definita dall’idea di eguaglianza, e dalla denuncia della diseguaglianza e del dominio anche dove non appaiono. E’ questo l’orizzonte della sua razionalità al di là dell’economia.

    Caro Cucinotta,
    lei è un maestro del fraintendimento. Ma visto che la cosa è sistematica comincio a chiedermi se non lo faccia apposta. Comunque rispondo.
    Io non ho detto che i partiti devono mettersi da parte in caso di emergenza. Ho detto che il fallimento dei partiti italiani, e in particolare di quelli al governo nel 2011, li ha costretti a lasciare il campo. In altre situazioni, cioè in Spagna, si è usciti dall’emergenza con le elezioni: perché il sistema politico ha tenuto, semplicemente. Quindi il governo tecnico non è stato imposto dalla BCE, dai mercati ecc.; è stato imposto dal fallimento della politica italiana. Siccome credo che la politica deve governare e cercare di farlo anche nell’economia, dico che chi propone ancora Monti vuole prolungare questo fallimento.
    Sull’Europa: mi sembra piuttosto evidente che io intendo un superamento dell’attuale assetto europeo in senso democratico, con istituzioni realmente rappresentative. Non capisco il paragone con la crisi di coppia. La crisi del debito è causata dalla debolezza delle istituzioni europee, non dal fatto che esistono. Ed è aggravata dai nazionalismi: se la Germania non avesse assunto un atteggiamento fortemente nazionalistico nel 2010 la crisi greca sarebbe stata affrontata prima. E la Bundesbank esprime un punto di vista nazionalistico. E la Francia non vuole cedere sovranità per nazionalismo. La crisi non è causata solo dalla forza fuori controllo dei mercati. E’ causata anche dalla cecità dei nazionalismi europei, come tutti i mali dell’Europa da oltre due secoli.
    Queste cose sono così ovvie che le ho già dette, anche se non in modo esplicito in questo testo.

    Caro Yanez,
    se i confronti tra intellettuali sono tutti uguali e insignificanti, allora non si legge, non si giudica, non si parla. Gli scettici greci l’avevano già capito bene. Segua il loro esempio.

  11. Caro Piras,
    vediamo se riesco ad essere coerente e fraintendere ancora una volta le sue parole.
    Cosa è successo nel novembre 2011 che ha portato alle dimissioni di Berlusconi ed all’insedimento del governo Monti? Lei dice il fallimento della politica, soprattutto lei dice del centrodestra allora al governo. In che senso il gvoerno Berlusconi entra in crisi? Non mi pare che avvenga nessuna svolta, l’unico elemento nuovo è la crisi dei titoli di stato italiani sui mercati finanziari, il famoso spread che cresce pericolosamente, mentre nel frattempo il titolo mediaset arriva a circa un terzo della quotazione prima della crisi.
    Allora, la prima cosa da puntualizzare è che utilizzare un’espressione generica come “fallimento della politica” non può nascondere il sole delle pretese che l’economia impone alla politica. Da una parte, l’establishment italiano, con Napolitano in testa, decide di entrare in campo a gambe tese per proteggere gli ingenti interessi economici in gioco (ricordo una delirante intervista rilasciata in Tv da quel trombone di Scalfari), dall’altra lo stesso Berlusconi antepone i propri interessi economici personali alle sue ambizioni politiche. Quindi, la caduta del governo Berlusconi è interamente dettata dall’economia, questo è un fatto che non ha senso nascondersi.
    La cosa però più importante è quello che lei giustamente ricorda, che altrove, in Spagna per fare un esempio significativo, la crisi da’ luogo a nuove elezioni.
    Anche qui, per non entrare nel merito della dinamica e delle responsabilità nella scelta di insediare il governo Monti, lei non trova di meglio che utilizzare l’espressione “fallimento della politica”.
    No, la devo smentire, non è il fallimento della politica che porta al governo Monti, è la scelta consapevole e determinata di Giorgio Napolitano di uscirne così, certo non soltanto per propria decisione individuale, ma sicuramente a nome e per conto di gruppi di potere ben più vasti, prevalentemente in ambito europeo. La cosa è stata gestita in maniera così determinata che Napolitano ha fatto precedere il passaggio di governo dalla nomina estemporanea (e contraria a ciò che precedentemente Napolitano aveva dichiarato di volere perseguire) di monti a senatore a vita.
    Per evitare di affrontare questi aspetti, lei si nasconde dietro un’espressione su cui certo è facile convenire a causa della sua genericità, ma che non ci dice nulla sulla sostanza di quanto accaduto.
    Ammettiamo adesso, senza tuttavia concederlo, che una situazione di fallimento della politica ha giustamente causato l’insediamento del governo Monti: non dovremmo dedurne che sarebbe preferibile che si continuasse così, o magari che si andasse a nuove forme istituzionali che eliminassero i partiti? Perchè quel fallimento che nel novembre 2011 ha a suo parere giustificato l’insediamento del governo Monti, dovrebbe oggi imporre un ritorno a quegli stessi partiti che con tutta evidenza non sono usciti dalla loro crisi, qualsiasi cosa intendiamo con questa espressione? Cosa è cambiato da allora, la politica è rinsavita? Non mi pare davvero, anzi siamo messi sempre peggio. Come la mette lei, sembra che questa crisi sia proceduta secondo meccanismi magici e misteriosi, e tutto per nascondere che ci sono stati interessi di un certo establishment europeo con forte radicamento anche nel sistema italia, che ha così deciso, che ha proclamato il fatto che la politica aveva fallito; qualcuno l’ha sancito, senza di ciò la politica poteva continuare a proseguire nei suoi meccanismi perversi senza che nulla di nuovo accadesse.

    Per quanto attiene l’Europa, mi pare che lei convenga con me che ci sono stati interessi nazionali che hanno prevalso sugli interessi europei collettivi: allora le chiedo se abbia senso una fuga in avanti verso una struttura federale se la Merkel per avere qualche voto in più in un’elezione locale, ha trasformato il buco di poche decine di miliardi della Grecia in un buco di centinaia di miliardi.
    bisogna farsene una ragione, il massimo di Europa che possiamo avere è quella esistente, con le sue strutture burocratiche.
    Quello che a me appare il suo errore è che lei crede che ci sia in Europa uno scontro tra interessi nazionali ed interessi europei difesi in solitudine dagli organismi burocratici.
    E’ ovvio che ci sia una dinamica dei poteri e che ognuno tiri dalla sua parte, ma sostanzialmente in Europa si è costituita una situazione di equilibrio tra le spinte nazionali e la eurocrazia a cui non interessa certo una struttura federale democratica per gli ovvii motivi di potere che dovrebbero cedere. Qui, non si tratta di schierarsi pro o contro l’Europa, ma di ragionare sull’Europa, di distruggere tutto ciò che non funziona per magari poi ricostruire su basi nuove. La prospettiva di rafforzare quanto già esiste di strutture decisionali europee è totalmente errata, si formerà una burocrazia sempre più potente senza far avanzare di un solo passo il progetto federale.
    Insomma, io trovo davvero aberrante che un semplice funzionaro come Mario Draghi stabilisca da sè certi meccanismi finanziari di difesa dei bilanci di paesi dell’eurozona, e non mi pongo neanche il problema se le sue proposte siano buone o cattive, non posso accettare che sia lui a stabilirlo.
    Naturalmente, si tratta di ben più che di una questione di principio, è ovvio che nella sua proposta la difesa sia condizionata a una cessione di sovranità nazionale, e quindi ad uno spostamento sempre maggiore di poteri verso l’eurocrazia: cosa c’entra tutto ciò con un’Europa autenticamente federale? Niente, e visto che d’altra parte gli interessi nazionali sono vivi e vegeti e nessuno ha intenzione di metterli da parte, prendiamo atto che non ci sono le condizioni per avere l’europa che vorremmo, invece di permettere un’operazione di ulteriore perdita di democrazia occultata da operazione per più europa.

  12. Caro Piras,
    grazie della replica cortese e articolata. Cerco di chiarire meglio le mie obiezioni e i miei commenti.
    1) Crisi della politica italiana e svolta tecnica. Monti non è un idraulico che viene a ripararci la lavatrice e poi torna a casa, è il mandatario di potenze straniere (USA e Germania) e degli organismi di comando della UE, insediato al governo d’Italia con una manovra politica di destabilizzazione sul filo dell’alto tradimento diretta da Giorgio Napolitano. Egli dunque non è un tecnico, ma un politico, e politiche al massimo grado sono la sua funzione e la sua azione. Monti ha un problema: non può rinviare indefinitamente le elezioni, ma nemmeno può candidarsi, perché il sovrano a cui deve continuare a rispondere non è il popolo italiano, bensì le oligarchie che lo hanno insediato. Il ceto politico che, sostenendolo in parlamento, si è lasciato definitivamente espropriare dei suoi poteri e della sua funzione, si trova a sua volta in un vicolo cieco. Non può rinunciare a presentarsi alle elezioni, ma sa che chiunque vinca, la partita si gioca altrove: nelle sedi delle oligarchie UE ed USA, cioè a dire i poteri che hanno espresso Monti, e che non fidandosi più della sinistra che non è riuscita a consegnare la merce nei vent’anni trascorsi da Mani Pulite ad oggi, lo rivogliono al comando in Italia. Da questa situazione di stallo consegue l’attuale campagna di delegittimazione o meglio di Endlosung morale del ceto politico italiano (fondata, beninteso, su una catastrofica realtà), grazie alla quale alle prossime elezioni perderanno tutti i partiti tranne i *populisti* che per definizione non possono governare. La cosmesi elettorale consentirà, probabilmente, un nuovo governo a guida Monti – unico esentato dall’infamia e dalla sfiducia che avranno definitivamente incapacitato *tutto* il ceto politico italiano, e pertanto implicitamente plebiscitato – sostenuto da PD e alleati con l’astensione costruttiva di quel che rimane del PdL, e l’opposizione cabarettistica di Grillo e Di Pietro.
    2) La mia ossessione degli USA. Non ci siamo intesi. E’ verissimo che gli USA sono favorevoli all’euro e alla UE: al massimo, desiderano che l’euro non si apprezzi troppo sul dollaro, e che la Germania non diventi troppo forte sul mercato mondo, e quindi spingono, attraverso Mario Draghi che è loro uomo, per politiche blandamente inflattive. Dopo l’implosione dell’URSS, la UE è stata un impareggiabile strumento di neutralizzazione politica delle nazioni europee a vantaggio degli USA, che si sono potuti subordinare a costo zero i paesi ex patto di Varsavia, e, con il rientro nella NATO deciso da Sarkozy, hanno addirittura recuperato l’eccezione francese. Se a uno va bene la UE così com’è, gli USA sono i suoi migliori amici. Se uno invece vuole una Europa indipendente, gli USA sono i suoi peggiori nemici. “Europa indipendente” vuole dire una Europa che, organizzandosi in forma statuale, si dota delle funzioni essenziali alla sovranità, prima fra tutte la definizione e la difesa dei confini, il che implica l’espulsione di tutte le forze armate straniere (USA), la creazione di un organo politico incaricato della politica estera, e di forze armate dotate di armamento nucleare. Una Europa indipendente sarebbe dunque un attore politico mondiale dello stesso ordine di grandezza di USA, Cina e Russia, con la quale ultima la geopolitica la obbligherebbe a stabilire rapporti più che cordiali. Se lei pensa che gli USA possano vedere con favore una simile prospettiva, o anche solo accettarla senza reagire con forza, temo proprio che si sbagli.
    3) I popoli europei devono avere voce in capitolo. In linea di principio, siamo più che d’accordo. Sul piano dell’effettualità, non vedo come ciò potrebbe accadere. La UE raggruppa 27 nazioni, con popoli diversissimi per storia, lingua, cultura, religione, interessi. Se le scelte politiche fondamentali della UE fossero sottoposte a verifica democratica in tutti i paesi che la compongono, si giungerebbe prima alla paralisi, poi alla disgregazione della UE (per avere la controprova, basta guardare quel che è avvenuto ogni volta che trattati UE sono stati sottoposti a referendum). Nessuna entità politica che voglia riunire popoli e nazioni così differenziati può reggersi per via democratica, perché gli interessi da comporre sono troppi e troppo divergenti. Nella storia, i tentativi di riunire l’Europa sono stati tre: Carlo V, Napoleone e Hitler. In tutti e tre i casi, si è trattato di tentativi imperiali, perseguiti con la forza delle armi, e falliti sul campo. Questo quarto tentativo della UE è un tentativo di ”impero che non osa dire il suo nome” e finisce per essere un ferro di legno che dell’impero presenta tutti gli svantaggi (in primis, l’assenza di legittimazione democratica), e nessuno dei vantaggi (anzitutto, l’indipendenza politica e la potenza che la garantisce). Inoltre, questo falso impero costringe i governanti imperiali all’impiego sistematico di una ipocrisia gesuitica intorno alla natura e al fondamento del potere che esercitano, e dunque alla costante manipolazione delle coscienze dei governati, che devono credere di essere ancora sovrani ma vengono bollati come sovversivi populisti ogni volta che non condividono una decisione del centro imperiale che vada contro i loro interessi o le loro idee.
    4) Le castagne dal fuoco. E’ verissimo che lei invita gli italiani a svegliarsi, e non a farsi cavare le castagne dal fuoco da Altri. Mi scuso se nel mio secondo intervento ho dato l’impressione di metterle in bocca cose che non ha detto. La mia intenzione, che mi pareva d’aver esplicitato, era di indovinare le motivazioni implicite delle sue posizioni. Ma per venire al punto, ritengo quanto segue: che il ceto politico italiano pro-UE (cioè tutto il ceto politico italiano) e chi lo appoggia in questa scelta creda che solo integrandosi sempre di più nella UE l’Italia potrà rimediare alle sue gravi disfunzionalità. Non credo che sia vero. Ma visto che il mio intervento è già troppo lungo, di questo sarà forse meglio parlare in una prossima occasione.

  13. l’analisi è ottima e la condivido pienamente; io continuo a chiedermi se non esista nell’universo interessato alla vita sociale o a quello che resta della politica, qualcuno migliore di quanti vediamo o ci fanno vedere. Sono continuamente incredulo sul fatto che l’insieme dei ” politici ” finisca dove arriva il nostro – o mio – sguardo

  14. Cari amici,
    avete del tutto ragione, ma non ho ancora avuto il tempo di rispondere, lo farò al più presto.
    Un caro saluto,
    mp

  15. Caro Cucinotta,
    ha ragione, “fallimento della politica” come argomento è generico; e inoltre se la politica è in bancarotta ora come a novembre, allora dovrei coerentemente scegliere l’opzione Monti-bis. Queste mie formulazioni erano generiche, cerco (nei limiti di una risposta) di fare un’analisi più precisa.
    Ovviamente, anche per me la democrazia non dovrebbe essere dominata dalle logiche economiche esterne. Quindi, sulla base di questo principio avrei dovuto essere per le elezioni e un governo politico già a novembre, così come lo sono ora. La differenza tra me e lei non sta sul punto di principio, ma sulla valutazione della situazione di fatto. Io penso che a novembre l’Italia si trovasse in una situazione senza via d’uscita, perché rischiava la bancarotta e non aveva una maggioranza forte. Questo ha imposto la scelta d’emergenza. Tale scelta ha permesso di ricreare, insieme ad altri fattori, dei margini di azione politica, ragione per cui adesso non è accettabile la logica dell’emergenza. E’ vero che abbiamo subito le pressioni dell’economia, e la democrazia ne ha risentito. Ma è come in guerra: se si riceve un attacco esterno si può benissimo essere contrari alla guerra, per principio, ma si è costretti a rispondere. Inoltre, nel caso della nostra crisi finanziaria, non solo, grazie al cielo, è qualcosa di meno grave di una guerra, ma abbiamo anche una parte di responsabilità, perché per decenni abbiamo gestito follemente le finanze statali.
    In sintesi, per quanto la politica abbia dato pochi segni di rinsavimento, adesso la scelta emergenziale non è giustificabile, perché gli spazi per le elezioni e una normale uscita politica ci sono.
    Sull’Europa. Io non ho mai detto che si dovrebbe cedere sovranità verso gli organi della burocrazia europea attuale. Ho detto proprio che il problema è questo: l’Europa esercita dei poteri senza legittimazione democratica. Io ho detto che le sinistre dovrebbero lottare, unite, per una Europa politica nuova, fondata su vere istituzioni rappresentative. A questo si può obiettare che le forze in campo, come dice lei, sono solo l’eurocrazia e gli stati nazionali. Io non credo: le proteste sociali dei cittadini europei, contro le politiche di austerità per esempio, non sono né l’una né l’altra cosa. Una sinistra che accetti solo questo orizzonte non può proporre prospettive, se non la chiusura nazionalista, difensiva, che le destre demagogiche sanno fare meglio.

    Caro Buffagni,
    riprendo i suoi punti.
    1) non condivido questa sua analisi tutta dietrologica e fondata solo sull’onnipotenza di oligarchie mondiali che determinano del tutto la politica italiana. A parte la fondatezza empirica, mi sembra un modo per liberare la politica e la società italiana dalla responsabilità delle sue scelte. Se ci si è già rassegnati all’idea che tanto si finirà con il governo Monti non si sostengono le alternative politiche reali, che ora ci sono.
    2) Anche questa mi sembra un’analisi distante dalla realtà. Intanto, una Europa federale non sarebbe uno stato, ma qualcosa di più complicato. Inoltre, l’esistenza di stati sovrani non ha mai impedito, nella storia, la presenza di legami e dipendenze geopolitiche. L’Europa, per la sua storia, non si staccherebbe dagli Stati Uniti. Ecco perché questi non avranno probabilmente grandi difficoltà a rapportarsi a un’entità politica più coesa.
    3) Intanto, non dovrebbero essere tutte le decisioni politiche a essere prese a livello europeo, ma solo una parte. Gli stati continuerebbero a esistere. Detto questo, il modo normale per prendere delle decisioni in un regime politico democratico è eleggere un parlamento che esprime un governo, tramite la sua maggioranza. La cosa quindi è molto semplice: le cose si decidono nelle campagne elettorali in cui si confrontano diversi progetti politici. Pensi per esempio a come sarebbe stato più democratico un voto europeo che vedesse forze politiche favorevoli o contrarie al “fiscal compact”: le cose sarebbero state chiare, e le scelte sarebbero state legittimate democraticamente. Invece il “fiscal compact” è stato imposto dall’alto, di fatto.
    4) Non mi interessa per quali ragioni certa bassa politica preferisca l’integrazione europea. Dico solo che bisogna avere un progetto di integrazione europea non per farsi risolvere i problemi, ma per salvare la democrazia destinata a soccombere nel confronto con i mercati, se resta relegata nei confini nazionali.

  16. Dico in ritardo alcune cose sull’interessante discussione di questo post.
    L’analisi più lucida, perché pone con coraggio problemi non di corto respiro, mi pare quella di Buffagni («Monti non è un idraulico che viene a ripararci la lavatrice e poi torna a casa, è il mandatario di potenze straniere (USA e Germania) e degli organismi di comando della UE, insediato al governo d’Italia con una manovra politica di destabilizzazione sul filo dell’alto tradimento diretta da Giorgio Napolitano. Egli dunque non è un tecnico, ma un politico, e politiche al massimo grado sono la sua funzione e la sua azione»).
    Liquidarla come dietrologia è miope e ingeneroso. Se il mondo, e il mondo politico in particolare, fosse trasparente, senza contraddizioni, ci si potrebbe anche accontentare della visione ottimistica e dei discorsi “concreti” che fa Piras. Ma no, il mondo non è trasparente, il senso comune non basta. E niente è più “dietrologico” del sapere scientifico, che pure nelle nostre società ha il suo peso e che anche in politica dovrebbe averlo.
    E perciò non capisco come Piras possa scrivere «le cose si decidono nelle campagne elettorali in cui si confrontano diversi progetti politici», come se questo fosse un dato certo e assodato, e subito dopo smentirsi svelando che è solo un suo (o anche di molti ) desiderio: «come sarebbe stato più democratico un voto europeo che vedesse forze politiche favorevoli o contrarie al “fiscal compact”: le cose sarebbero state chiare, e le scelte sarebbero state legittimate democraticamente. Invece il “fiscal compact” è stato imposto dall’alto, di fatto».
    E allora? È la prova lampante che le cose non sono affatto chiare. Specie quando sono imposte «dall’alto». Cambiandole nome, io sarei quasi per un elogio della cosiddetta “dietrologia” e mi appellerei ancora ai «maestri del sospetto» vecchi e nuovi.
    Anche se, seguendone l’insegnamento, ci trovassimo a fare i conti con cose scomode o persino tremende, che non posono alla lunga semplicemente essere rimosse senza mai entrarci nel merito.
    Non è la prima volta, infatti, che nelle discussioni politiche di LPLC, appena si accenna agli USA, l’argomento viene elegantemente aggirato o evitato. Cucinotta non ne parla. Piras, invece, quando non esclude per ragioni storiche («L’Europa, per la sua storia, non si staccherebbe dagli Stati Uniti») una contrapposizione Europa-USA (ma cos’è immutabile nella storia? Non abbiamo visto implodere l’Urss?), per attutire la drammaticità della prospettiva di uno scontro addirittura militare(!) dai toni forse troppo avveniristici (?) evocata ( e credo auspicata) da Buffagni, tende a leggere l’egemonia degli Usa in termini esclusivamente economicisti e quindi a insistere sulla convenienza, anche pro domo sua, degli USA a sostenere l’euro etc..
    Eppure ho l’impressione che sia Piras che Cucinotta siano entrambi ostacolati da una convinzione che li accomuna: che oggi l’economia (o il Mercato) s’imponga alla politica e che quindi l’uscita dalla crisi stia nel far tornare il bastone del comando alla politica.
    A me pare una visione errata. La politica e l’economia “in sé” non esistono. Sono campi disciplinari che descrivono da determinate angolazioni la “realtà”. Hanno, come discipline, la loro utilità. Ma a me pare evidente che oggi vengono fatte scelte – in campo nazionale, europeo e mondiale – che, anche quando partissero da centri economici o finanziari dotati di una loro autonomia, sono condivise, spalleggiate o rafforzate da altri centri politici appartenenti alla medesima famiglia (capitalistica, se posso usare l’aggettivo che a me pare ancora giusto).
    Monti non è solo un tecnico (un economista) “prestato alla politica” per una situazione “d’emergenza”, ma un politico. E così pure Draghi. Ed entrambi paiono anche a me più legati a centri di potere statunitensi e non tanto e non solo europei (anche per la fragilità della attuala costruzione europea).
    Mi pare pure evidente che le loro proposte economiche rispondono ad una strategia politica più o meno delineata. Sono, insomma, allo stesso tempo economisti e politici. Non più economisti che rispondono o rendono conto a politici. (Ed, infatti, i partiti politici, di destra e di sinistra, con convinzione o obtorto collo, seguono i loro diktat o “suggerimenti” *politici* per la “salvezza comune”).
    Non vedo percio’ “fallimento della politica” (Cucinotta). Non vedo subordinazione all’economia della politica. Piuttosto una strategia politica complessa, che ora può permettere ai suoi leader di vestire l’abito dei tecnici ora quello dei politici (Prodi, Berlusconi) e difende così gli interessi di oligarchie internazionali che hanno ormai le loro solidissime radici in quelle europee e nazionali. (Non voglio parlare di vera e propria colonizzazione per non infuocare inutilmente una discussione, ma resta da valutare a quanta parte della popolazione e a quali ceti porta vantaggi il loro operato).
    Quella che manca davvero o è stata cancellata (dalle scelte della sinistra innanzitutto) è l’”altra politica”, quella che voglia e sappia difendere gli interessi economici e politici dei “popoli” o dei “lavoratori”.
    Certo, per parlar onesto, quando si passa al che fare e si prova ad immaginare quale possa essere un’azione politica adeguata a questa situazione, se non ci si accontenta, come Cucinotta, di auspicare una struttura federale democratica europea, se non si vede in Mario Draghi «un semplice funzionario» che stabilisce «da sé» le scelte finanziarie, se non ci si limita ad auspicare vagamente non si sa quale forza capace di «distruggere tutto ciò che non funziona per magari poi ricostruire su basi nuove» la nostra vita sociale e politica, ancora una volta la posizione più acuta mi pare quella di Buffagni. Ma dico subito che essa fa tremare le vene ai polsi… Una rivoluzione dal basso non è all’orizzonte. Un colpo di stato dall’alto, dopo i precedenti storici sia pur epocali di Carlo V, Napoleone e Hitler da lui evocati, fa gelare il sangue.
    Non vorrei che fossimo davvero fritti (storicamente parlando), perché a dover scegliere fra vie autoritarie fallite e via democratica impossibile ci troviamo come il povero asino di Buridano. (Perciò sul che fare l’obiezione di Yanez, sia pur fatta in modi antipatici, non mi pare indegna di approfondimento. ..).

  17. @Abate
    Il punto che mi pare le sfugga è il taglio che volutamente ho dato al mio intervento. Ho provato a sviluppare logicamente quegli stessi elementi che Piras aveva da sè posto nel suo articolo, mettendo in evidenza le conclusioni logiche appunto a cui portano da sè, senza bisogno di analisi più generali.
    Di fatto, Piras è costretto ad ammettere le sue incoerenze senza riuscire a giustificarle ulteriormente.
    Sul punto più specifico dell’economia, lei vorrebbe imporre una coincidenza per me impossibile tra politica ed economia, ma così appunto mi contraddice. Lei non vede distinzioni, così mostrando una certa vicinanza ideologica con le persone che dice di combattere. Anche per Monti, non vi è significativa differenza tra economia e politica, e stia certo che non lo è per entrambi i candidati alla presidenza USA, una prossimità che sono certo non le farà piacere ma che pure esiste, ma questo non mi fa cambiare idea, mi conferma anzi come senza spezzare questa forzosa ed innaturale coincidenza sia del tutto illusorio credere di cambiare significativamente lo stato delle cose.
    e io ritengo questo stesso fatto gravissimo, forse se leggesse Polanyi potrebbe cambiare idea.
    Più semplicemente, è evidente che non la pensiamo allo stesso modo, facciamocene una ragione.

  18. Caro Piras,
    grazie per la cortese replica. Le replico sui punti che mi paiono più importanti delle sue risposte a me e a Cucinotta:
    A) [risposta a me] “non condivido questa sua analisi tutta dietrologica e fondata solo sull’onnipotenza di oligarchie mondiali che determinano del tutto la politica italiana “
    Se guarda questo video: http://www.cfr.org/italy/mario-monti-challenges-euro-future-european-integration-video/p29140
    ci trova Mario Monti che *per la prima volta* si dichiara disponibile a riassumere l’incarico di governo in Italia. Non lo fa in Italia, in italiano, rivolgendosi agli elettori italiani. Lo fa negli USA, in inglese, su sfondo con logo cfr, cioè nella sede del Council of Foreign Relations, il maggiore organismo della politica americano-mondialista: tanto per chiarire chi è la sua constituency e a chi risponde. Dietrologia? Con ciò, nessuno determina del tutto nessuno, neanche la politica italiana. Però, il modo migliore per farsi determinare le scelte da altri è fare finta che gli altri non esistano, o ignorarne in buona fede l’esistenza. Non esiste il megacomplotto universale perché ci sono tanti complotti, cioè progetti politici, diversi, mutevoli e confliggenti, ma le oligarchie mondiali esistono eccome, e le oligarchie dell’anglosfera pesano parecchio. Una lettura istruttiva in proposito è: Carroll Quigley, “The Anglo-American Establishment”, Georgetown University, New York 1981 (tra gli ex allievi del professore di “Foreign Service” C. Quigley c’è anche l’ex Presidente Clinton).

    B) [risposta a Cucinotta]:” Io penso che a novembre l’Italia si trovasse in una situazione senza via d’uscita, perché rischiava la bancarotta e non aveva una maggioranza forte. Questo ha imposto la scelta d’emergenza. Tale scelta ha permesso di ricreare, insieme ad altri fattori, dei margini di azione politica, ragione per cui adesso non è accettabile la logica dell’emergenza. E’ vero che abbiamo subito le pressioni dell’economia, e la democrazia ne ha risentito. Ma è come in guerra: se si riceve un attacco esterno si può benissimo essere contrari alla guerra, per principio, ma si è costretti a rispondere.”

    E’ come in guerra: qui siamo più che d’accordo, e senza il “come” (esiste anche la guerra economica, con tanto di istituzioni che la studiano, come la “École de guerre économique” francese, http://www.ege.fr/). Ma se siamo in guerra, chi siamo “noi”, e chi è “il nemico”? Se noi siamo la nazione italiana, come nemico “i mercati” è un po’ vago, non trova? A mio avviso, il nemico è chi i mercati ha la forza di manipolarli, cioè a) le potenze statuali b) le oligarchie economiche e politiche transnazionali c) i grandi speculatori, che sono in rapporti variabili ma necessari e permanenti con gli organismi al punto a e b. Se in guerra rispondi all’attacco mettendo a capo del tuo esercito un uomo del nemico, la guerra, è vero, finisce: c’è guerra solo finché l’aggredito resiste. Però la guerra finisce perché il nemico ha vinto, e tu hai perso. Semplificando, in Italia è successo proprio questo. Monti è uomo del nemico, come era uomo del nemico il Draghi nominato Governatore della Banca d’Italia, e come è uomo del nemico il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che due anni dopo aver firmato un solenne trattato d’amicizia con la Libia, senza interpellare il Parlamento e/o il popolo italiano ha fatto partecipare l’Italia a un’aggressione militare, gravemente nociva per gli interessi nazionali, contro quello sfortunato paese oggi ridotto al caos e a una sanguinosa anarchia.

    Lei parla di “stato d’emergenza”, o d’eccezione. A proposito, perché chi decide in stato d’eccezione è il sovrano. Le propongo una analogia storica a prima vista paradossale.
    Nel 1922, in uno stato d’emergenza dettato dalla grave crisi economica, sociale, politica, Vittorio Emanuele III spinge Luigi Facta, il cui governo non ha mai perso la fiducia del Parlamento, a rassegnare le dimissioni, e conferisce l’incarico di formare il nuovo governo al Cav. Benito Mussolini, duce del fascismo. E’ persuaso che integrando il fascismo nelle istituzioni dello Stato, potrà servirsene per rintuzzare le iniziative populistiche e massimaliste del movimento operaio, e depotenzierà la carica eversiva delle camicie nere. L’operazione politica del sovrano, che riceve il vasto appoggio parlamentare dei liberali, dei nazionalisti, dei popolari, non varca i limiti legali dettatigli dallo Statuto albertino, ma alcuni storici la definiranno, in seguito, “colpo di stato monarchico-fascista”.
    Come è andata dopo, lo sappiamo.
    Nel 2011, Giorgio Napolitano (che, curiosa coincidenza, si mormora essere figlio naturale di Umberto II di Savoia, cioè nipote carnale di Vittorio Emanuele III), in uno stato d’emergenza dettato dalla grave crisi economica, sociale, politica, spinge S. Berlusconi, il cui governo non ha mai perso la fiducia in Parlamento, a rassegnare le dimissioni, e conferisce l’incarico di formare il governo al senatore a vita (di sua nomina) Mario Monti, indicatogli da USA, Germania, UE come il personaggio a loro più gradito. L’operazione politica del Presidente, che riceve il vasto appoggio parlamentare del centrosinistra e del centrodestra, non varca i limiti legali dettatigli dalla Costituzione, ma alcuni commentatori la definiscono “colpo di stato freddo”.
    Come è andata dopo, lo stiamo vedendo.

    Differenza in meglio: Mario Monti non fa marciare su Roma squadre di armati (non le ha, non gli servono). Differenza in peggio: Monti non esprime, come il fascismo, idealità, interessi e volontà politiche sorte all’interno del popolo italiano, e rappresentative di una sua significativa minoranza. Somiglianza (forse): Mussolini rimase al governo per ventuno anni anni. E Monti? Lei è persuaso che una volta compiuta l’opera di “risanamento” , lui e/o le forze che lo esprimono se ne andranno via buoni buoni, rientrando nella scatola di montaggio?

    C) [risposta a me] “una Europa federale non sarebbe uno stato, ma qualcosa di più complicato. Inoltre, l’esistenza di stati sovrani non ha mai impedito, nella storia, la presenza di legami e dipendenze geopolitiche. L’Europa, per la sua storia, non si staccherebbe dagli Stati Uniti. Ecco perché questi non avranno probabilmente grandi difficoltà a rapportarsi a un’entità politica più coesa.”

    Capisco la fretta, ma “qualcosa di più complicato” non è formulazione comprensibile. Se una formazione politica europea, federale o confederale che sia, composta da qualsivoglia parte del territorio europeo, vuole determinare la propria azione politica e il proprio destino storico, non può delegare la funzione essenziale della difesa ad altri, né tantomeno accettare sul proprio territorio la presenza di forze armate straniere. Se qualcosa insegna la storia, è proprio questo: chi ha la forza, comanda su chi non ce l’ha. Se l’Europa vuole esprimere una sua identità autonoma, la prima cosa che deve proporsi è proprio di “staccarsi” dagli Stati Uniti, i quali non le sono “attaccati” per ragioni affettive, ma perché hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale prima, e la guerra fredda con l’URSS dopo. Prima autonomia e indipendenza, e dopo eventuale e auspicabile amicizia con gli Stati Uniti, i quali NON sono alleati, ma dominanti dell’Europa: ha mai notato che mentre gli Stati Uniti stazionano le proprie basi militari su territorio europeo, gli Stati europei non possono stazionare le proprie su territorio USA? In buon italiano, questa non si chiama alleanza: si chiama occupazione.

    Non proseguo oltre un intervento già assai lungo, anche se mi piacerebbe diffondermi sui temi proposti da Cucinotta (Polanyi) e Abate (le prospettive di scontro militare). Per non essere prolisso, rimando alla prossima occasione, ringraziando Piras e gli altri interlocutori per l’interessante discussione.

  19. Posso solo dire con sollievo che ho trovato qualcuno che sa realmente di cosa sta parlando! Lei sicuramente sa come portare un problema alla luce e renderlo importante. Altre persone hanno bisogno di leggere questo e capire questo lato della storia.

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