di Homi K. Bhabha

[Pubblichiamo un’anticipazione da un ampio saggio di Homi K. Bhabha in uscita suLa società degli individui“, n. 44, anno XV, 2012/2]

Il lavoro di Emily Jacir, artista diasporica palestinese, è esemplare al­l’in­terno del dibattito sul Riconoscimento: Jacir lavora infatti uti­liz­zando le tecniche dello split-screen (schermo diviso) e delle double-images (immagini doppie) – creando così un’arte degli interstizi – e muovendosi tra i montaggi di diverse rappresentazioni di vita quotidiana palestinese, a Ramallah e a New York. La sua attenzione verso dettagli specifici capaci di iden­tificare ‘località’ e comunità di persone – nazionali o migranti, impe­gna­te in varie attività faticose (o piacevoli) – porta a misurarci con un pro­blema di scala in un contesto dove le condizioni di vita e le comunicazioni globali sono tra loro connesse e in circolazione. I ‘temi’ globali o ricorrenti del­l’Ostilità e dell’Ospitalità – la migrazione politica o economica, la dia­spora, i rifugiati, la quasi-nazionalità palestinese, l’egemonia degli Stati Uni­ti – non vengono presentate sotto forma di narrazioni inquadrate e onni­com­prensive, ingessate in una rappresentazione iconica e riconoscibile. Non siamo nella posizione di poter guardare dall’alto al basso, dal globale al locale o viceversa. Nella sequenza dell’opera di Jacir, lo spettatore occu­pa lo spazio vuoto e ambivalente della connessione globale. Lo spettatore si trova negli interstizi – nello squarcio tra immagini significanti e mondi-im­ma­gine significativi – a cavallo tra Ramallah e New York, e tenta di capire co­me abbinare lo ‘scenario’ con il contesto geopolitico di appartenenza, co­me intervenire nell’una e nell’altra situazione, come interpretare i foto­gram­mi che si intersecano. L’arte di Jacir ci riporta alla tensione generata dal­la duplice natura dell’ospitalità, su cui è basato il suo argomento prin­ci­pale; Jacir negozia costantemente fra ciò che Derrida ha giustamente defi­ni­to «le due estensioni del concetto di ospitalità, così come del linguaggio»1.

Il lavoro di Jacir, insiste lei stessa, consiste nell’«andare avanti e indietro»:

Tutto ciò riguarda la relazione che io stessa, la mia esperienza e il mio corpo ab­biamo con ciò che ci circonda. Che sia qui, a New York o a Ramallah. Riguarda l’at­traversamento di luoghi […], il mio vagare attraverso lo spazio e il tempo, ri­guar­da i confini, il passare oltre e gli scambi2.

Le due video-installazioni Ramallah/New York giustappongono scene di vita quotidiana palestinese, riprese effettuate in luoghi simili a Ramallah e a New York; Jacir è talmente attenta a posizionare le figure del fotogramma nello stesso modo, così come a filmare virtualmente dalla stessa ango­la­zio­ne, che diventa difficile distinguere le diverse località e le varie mises en scè­ne. New York oppure no? Ramallah oppure no? È praticamente impos­si­bile rispondere a queste domande, ed è proprio questo il punto. Il mon­taggio di Jacir, tra luoghi interscambiabili e corpi fragili, getta uno sguardo più obliquo sulla politica della vita quotidiana: il suo scopo, nel rendere qua­si impossibile la distinzione visiva tra le due località – Ramallah e New York – è quello di introdurre un’ansiosa indecidibilità nella cornice di rap­pre­sentazione e nell’atto stesso del vedere. È come se ‘l’ostilità’ di una Pa­lestina senza casa e l’ospitalità straniata di una New York migrante fossero messe l’una accanto all’altra, e gettassero impercettibilmente e imme­dia­ta­mente la propria ombra l’una sull’altra. Nel tentativo di identificare queste lo­calità geopolitiche nonostante le difficoltà, il trucco del titolo sta nel­l’am­met­tere la specificità dei luoghi, impedendo allo stesso tempo un loro rico­no­scimento visivo. Lo spettatore è diviso – o sdoppiato? – mentre oscilla tra i fotogrammi: quale dei due? Dove siamo qui? Concentrandosi sullo spo­stamento dell’angolo visivo, il lavoro di Jacir intende mettere in rela­zione i due scenari tra loro – e con lo spettatore, che occupa un terzo spazio e vaga indeciso tra gli schermi – attraverso una narrazione diasporica che «va avanti e indietro […] riguarda l’attraversamento di luoghi […] i con­fi­ni, il passare oltre e gli scambi». Il fatto che Jacir si concentri sulle località di Ramallah e New York non la porta a trascurare questioni più globali: è pal­pabile l’apprensione che in un giorno qualsiasi, in qualsiasi momento – non appena la telecamera ha finito di riprendere la vita di qualcuno e le sue par­ticolari tracce – possa scoppiare una catastrofe capace di menomare per sem­pre la quotidianità della società civile e della cultura comunitaria. In uno di questi luoghi – non sappiamo quale – si annida nell’ombra la me­mo­ria epocale dell’11 settembre; nell’altro la quotidiana paura di disordini, vio­lenze e violazioni. La nostra incapacità di distinguere tra le due località ci obbliga ad andare avanti e indietro, attraversando entrambi i terreni sto­ri­co-politici e costituendo così un terzo spazio – lo spazio interstiziale del te­stimone. D’altra parte, attraverso questo movimento diasporico ci im­pe­gnia­mo a rispettare il duplice dovere dell’ospitalità: aderire a un’etica glo­ba­le, scegliendo di farsi coinvolgere dal destino storico di entrambe le so­cie­tà.

L’arte di Jacir si concentra sui problemi legati al riassestamento – nel con­testo della situazione abitativa dei rifugiati – calando i problemi epocali dei ‘diritti’ e dell’emancipazione in un contesto quotidiano, dove si lotta per ricostruire la propria vita e per sopravvivere.

Lévinas ci mette in guardia: «La coscienza arriva sempre troppo tardi al­l’appuntamento con il vicino»3. Prendere in considerazione l’alterità con il pen­siero è molto diverso rispetto ad afferrarla nell’azione, nella memoria, nel­l’arte. La natura dell’essere diverso, in mezzo alla pluralità, è un pro­ble­ma ontologico, mentre la performance dell’alterità – nella «famigerata in­cer­tezza non solo delle questioni politiche, ma di tutte le faccende che coin­vol­gono direttamente gli uomini»4 – è un problema etico e politico legato al rivelarsi dell’agente. Entrambi gli approcci verso l’alterità portano con sé una complicata e precaria relazione con il presente: in che modo l’agente può rivelarsi nel «flusso dell’azione e del discorso»? In che modo la sin­go­la­rità dell’attore, il ‘chi’ dell’esperienza personale e dell’unicità espressiva – distinto dal ‘cosa’ dell’attribuzione e proiezione pubblica – può rivelarsi all’interno dell’equivocità del linguaggio e della contingenza dell’azione? È l’inserimento della pluralità sociale – ossia di interessi e valori diffe­ren­zia­ti, che variano all’interno del gruppo e tra gruppi diversi – nell’ambivalente identificazione del soggetto con la rete delle relazioni umane a rendere la coesistenza delle comunità allo stesso tempo necessaria e contingente. L’al­te­rità stimola un movimento avanti e indietro, che da una parte spinge l’in­te­riorità del sé verso l’esterno per affrontare il mondo, mentre dall’altra tra­sforma la realtà esterna in una relazione intima con se stessi e con gli altri. Questo doppio movimento diviene per l’agente la base della coscienza del­l’‘es­sere insieme’ nell’atto stesso del riconoscimento – ovvero nella capa­ci­tà di vedere se stesso come un altro. È in questo angoscioso movimento avanti e indietro nella rete delle relazioni umane che il soggetto rivela il suo agire, e mostra un riguardo nuovo nei confronti del vicino, il quale ap­pa­re allo stesso tempo estraneo e prossimo – «anacronisticamente presente alla coscienza»5. Il riconoscimento percorre sempre due strade nello stesso mo­mento, così come l’ospitalità è costretta a sopportare un duplice destino.

1 J. Derrida, Sull’ospitalità, Baldini e Castoldi, Milano 2000, p. 135.

2 E. Jacir, S. Rollig, Emily Jacir: Belongings. Works 1998-2003, Folio, Wien 2004, pp. 3-4.

3 E. Lévinas, Collected Philosophical Papers, Martinus Nijhoff, The Hague 1987, p. 119.

4 H. Arendt, Vita Activa, La condizione umana, Bompiani, Milano 1964, p. 182.

5 E. Lévinas, Collected Philosophical Papers, cit., p. 119.

2 thoughts on “I nostri vicini, noi stessi. Riflessioni contemporanee sulla sopravvivenza

  1. Ciao! Davvero molto interessante questo articolo. Ho deciso di inserirlo nella mia tesi di laurea e vorrei avere maggiori informazioni riguardo al testo di Homi Bhabha, ad esempio a che pagina si trova questo estratto e qual è l’editore.. Grazie in anticipo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *