di Tomaso Montanari

[Questo articolo è uscito, in una versione più breve, sul «Corriere fiorentino»]

A Firenze è in pieno svolgimento Florens, la seconda edizione della Settimana internazionale dei beni culturali e ambientali, che avrebbe come missione «promuovere un nuovo modello per la valorizzazione del patrimonio culturale».

Al contrario, la prima edizione consacrò il modello più vulgato di messa a reddito del patrimonio, essendosi risolta essa stessa in una pomposa kermesse punteggiata da eventi di dubbio gusto, come la collocazione di un prato effimero in Piazza del Duomo, o il tour cittadino di una imbarazzante versione in vetroresina dell’immancabile David di Michelangelo.

Quest’anno, se possibile, sta andando anche peggio.

«Gli Uffizi sono una macchina da soldi, se li facciamo gestire nel modo giusto». Inaugurandolo con queste indicibili parole, Matteo Renzi ha colto l’essenza di Florens: che è la canonizzazione solenne dell’idea stessa di «one company town». Il progetto di Florens su Firenze è il presente di una città che vive di un’unica fonte di reddito: il suo passato glorioso con l’annessa rendita di turismo.

Io penso, al contrario, che gli Uffizi siano una macchina da cittadinanza, umanità, eguaglianza. E che la via predicata da Florens e dal sindaco non costruisca futuro, ma anzi degradi il presente e uccida definitivamente il passato: «Firenze è una città volgare – scriveva nel 1999 Antonio Tabucchi – per la pacchianeria di una bellezza resa venale». Ed è per questo che ho declinato gli inviti a partecipare a singoli convegni, pur di qualità, contenuti nello scatolone di Florens: l’ho fatto perché – come dimostra la marea di retorica autocelebrativa – l’unico progetto di Florens è dire a Firenze che è la più bella del reame, condannandola a non cambiare.

Coerentemente, i posti d’onore del cast di Florens sono occupati da alcuni fra i più noti vampiri del patrimonio: quelli che da decenni hanno costruito la propria fortuna personale sullo sciacallaggio del passato. Sarebbe come invitare Berlusconi e D’Alema a parlare di rinnovamento della politica italiana.

I due ‘eventi’ di quest’anno, poi, rappresentano esattamente ciò che non si dovrebbe fare.

Che senso ha spostare in Battistero tre opere che non c’entrano nulla con quel luogo, e che non dialogano con quel contesto monumentale? Che senso ha interpolare il celebre confronto vasariano tra Donatello e Brunelleschi con il crocifisso giovanile di Michelangelo? La storia dell’arte dovrebbe fare tutto il contrario: educare alla lettura dei contesti storici e figurativi, cucire i grandi nomi degli artisti superstar al tessuto che tendiamo a non vedere. Invece qua il marketing prevale sulla ricerca, l’emozione seriale sulla conoscenza individuale, la retorica sulla ragione, l’evento sul monumento.

Aggiungiamo l’aspetto confessionale. Non è una mostra, ma un’«ostensione» (in una chiesa, piccolo dettaglio, dove di solito si entra a pagamento!). Tre opere d’arte che appartengono al Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno (e cioè a tutti gli italiani, anche a quelli atei o musulmani) vengono riportate alla condizione di icone da venerare. E il titolo (Mysterium Crucis) è davvero originalissimo: a Trapani tre anni fa si chiamava così l’ostensione del crocifisso ‘di Michelangelo’ comprato da Bondi (ma temo che non ci sia traccia di autoironia).

Si è scritto che si tratterebbe di un ‘segno’ teologico e pastorale: da cattolico, mi aspetterei ben altri segni, dal mio vescovo. Se proprio vogliamo usare l’arte religiosa di seicento anni fa, portiamo Donatello alle Piagge, invece di baloccarci nel salotto buono di una città incapace di guardare oltre il diaframma delle mura.

E non dimentichiamo gli ulivi secolari che rievocano il Getsemani: degna evoluzione del prato di due anni fa. In Italia esiste un movimento contro lo spostamento di quei monumenti naturali: contro la falsificazione kitsch del paesaggio, ma anche per la resistenza legalitaria (guidata da Libera di don Ciotti) contro i furti di ulivi secolari controllati dalla malavita in Puglia. Lasciamo perdere la validità estetica e intellettuale di questa trovata: ma siamo proprio sicuri che sia educativo incoraggiare (seppur, ovviamente, attraverso ulivi perfettamente legali) un modo tanto consumistico e decontestualizzante di guardare al paesaggio? E vi immaginate una cosa del genere a Barcellona, o a Parigi? Non rischiamo piuttosto di avvicinarci (con tutto il rispetto) a Grassina, e alla sua rievocazione storica del Venerdì santo?

Non parliamo poi di Mimmo Paladino: centomila euro (di questi tempi!) spesi per una sorta di trasloco di marmi, con la brillantissima idea della croce in Santa Croce. Come si può pensare che un’opera calata dall’alto per qualche giorno, un’installazione che non ha nulla a che fare col vivo tessuto degli artisti attivi a Firenze possa ‘redimere’ la socialità malata di quel quartiere? Davvero qualcuno pensa che qualcosa cambierà? E cosa dire del consumismo che esibisce tonnellate di marmo, incurante delle polemiche sull’insostenibilità del crescente fabbisogno di quella pietra? O della coazione ad occuparsi sempre e solo delle quattro o cinque piazze consacrate dal turismo di massa? E sì che l’artista ha parlato proprio di arte e spazio pubblico in una delle ‘lectio’ (sì, nel programma si usa ‘lectio’ anche al plurale: il latino non è una macchina da soldi, dunque si può benissimo usarlo senza conoscerlo).

Se Florens vuole essere davvero utile a Firenze deve mettere in discussione il concetto di rendita, proporre modelli alternativi, defenestrare la nomenclatura del patrimonio, mettere le dita nelle piaghe, e i piedi nel piatto. Non produrre ‘eventi’, ma recuperare (materialmente e conoscitivamente) monumenti. Non distruggere contesti, ma ricrearli: per esempio dedicandosi a grandi complessi monumentali da ripopolare temporaneamente con le loro opere, facendo conoscere la complessità di un tessuto storico. Evadere dal ‘salotto’ del centro e invadere le periferie: vera frontiera del futuro.

Se si avrà il coraggio di voltare pagina, Florens potrebbe servire: a cambiare Firenze. Che oggi è una piccola città paralizzata dal terrore di scoprirsi anche povera: di cultura e di civiltà, innanzitutto.

[Immagine: Decorazioni natalizie, Firenze (gm)].

10 thoughts on “Sciacalli del passato

  1. Lo sciacallaggio del passato è un fenomeno increscioso, specie per chi fa della ricostruzione sacerdotale di un passato sacralizzato la fonte del proprio reddito. Ma sciacalli del passato sono state anche la civiltà romana, quella greca, quella cristiana e soprattutto quella rinascimentale, a cui Firenze deve la propria immagine e la propria realtà. La Firenze dei Medici fu una piccola Hollywood rinascimentale che trasformò la Grecia classica in uno spettacolo incantato per gli hipsters un po’ snob che frequentavano i banchieri che la governavano. Fu un esperimento folle, ma straordinariamente efficace. Vedere uno storico dell’arte usare l’esempio di Firenze per farsi paladino di un uso puro, cronologicamente intonso del passato, contro ogni di celebrazione del potere ha effetti francamente comici. E’ come prendere Sodoma per parlare di castità o Gerusalemme per intavolare un discorso sulla laicità.

    Florens è sicuramente una macchina di propaganda, ma lo sono tutti, ma proprio tutti, i monumenti di Firenze e tutte le opere d’arte che ospitano E atto di propaganda è anche questo intervento, ripicca stizzita di chi un tempo sosteneva il sindaco Renzi.
    (http://www.youtube.com/watch?v=P2H242QNZ4Y)

    Non c’è nulla di male nella propaganda. Certo, quella attuata da Florens è troppo rozza. Ma questo articolo scivola continuamente nel populismo e nella faciloneria. Perché non basta certo invitare a “invadere” periferie dove non si produce più nulla, o dove nessuno riesce ad immaginarsi qualcosa di nuovo per lanciarsi in un improbabile futuro. Non basta scegliere qualche piazza minore per scardinare gerarchie urbane che si poggiano su secoli di storia e di pietra. Ed è quanto meno troppo facile parlare di una galleria allestita da banchieri, piena di immagini di divinità mai esistite, ritratti di magnati o aristocratici e scene che magnificano la distinzione come una “macchina da cittadinanza, umanità, eguaglianza”.

    La situazione di Firenze è certamente drammatica, ma addossare la colpa solo all’amministrazione o a una esposizione mal riuscita è atto di volgare propaganda. Non è così facile capire come sollevare una città schiacciata dall’onere di conservare un passato sacro e intoccabile e che non potrà mai avere un progetto reale di produzione. E soprattutto, un’esposizione non cambia il destino di una città. Per fortuna.

  2. Io ho visto l’installazione di Paladino in piazza Santa Croce due giorni fa. Credo colga benissimo il modo in cui Firenze viene vista dalla sua amministrazione comunale: un insieme di sassi meravigliosamente ordinati fra cui degli esseri umani sono costretti a passare. Il tutto con un secondo simulacro di Dante che occhieggia, deformato, l’andirivieni turistico (almeno: io lo interpreto come Dante ma potrebbe benissimo essere simulacro dell’assessore alla cultura) Per quest’occasione piazza Santa Croce è stata interamente ricoperta da un pastone di ghiaia (assomiglia al becchime): onde evitare che questi sassolini sguiscino fuori dai contorni dell’installazione, una serie di addetti ramazzano di continuo lungo i bordi, evidenziati dall’arancio fosforescente delle casacche. Io la interpreto come opera nell’opera: inconsapevole performance di body art in cui l’addetto alla nettezza urbana è costretto a confrontarsi con l’impossibilità di sistemare la ghiaia al passaggio dei turisti: i sassi fiorentini sono storicamente difficili da tenere in ordine. Ah, la ghiaia, la ghiaia: di quella che ti rimane incastrata nei solchi degli anfibi (sassolino nella scarpa), che ti porti inconsapevolmente in giro e che una volta entrato in casa ti riga il parquet.

  3. Intervengo solo su un punto del commento di F.D.
    Non ho mai ‘sostenuto’ Renzi: ho accettato un suo invito a parlare alla Leopolda, proponendo una linea di politica del patrimonio (vedi anche: http://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:730). Se quella proposta produsse uno dei cosiddetti 100 punti della Leopolda (quello sulla funzione civile dell’arte), il comportamento di Renzi come sindaco ha di lì in poi sistematicamente smentito quello stesso punto, anzi ha imboccato un percorso diametramente opposto. In un crescendo demenziale (dalla facciata di San Lorenzo alla pavimentazione di Piazza della Signoria, fino all’apoteosi della caccia al Leonardo fantasma nel Salone dei 500), Renzi ha cavalcato con violenza fin qui inaudita il marketing del patrimonio, virandolo in chiave personalistica.
    Quanto alla funzione civile del patrimonio (e dunque anche delle collezioni di antico regime), non è una mia bizzarra idea, ma una conseguenza dell’articolo 9 della Costituzione. Cosa che si tende a dimenticare.

  4. La Costituzione italiana parla semplicemente di promozione della cultura e della ricerca e di tutela del patrimonio storico, artistico e paesaggistico. Di “funzione civile” del patrimonio non si fa menzione. A meno di non interrogare la Corte Costituzionale le possibilità di interpretazione dei termini “tutela” e “promozione” resteranno infinite. Lei ha tutto il diritto di criticare quello che a suo avviso è una iniziativa di cattivo gusto ma il suo riferimento alla Costituzione e al suo rispetto è del tutto fuori luogo, sia dal punto di vista giuridico che da quello culturale.

    Il patrimonio, inoltre, può assolvere a una “funzione civica” in moltissimi modi, anche in quelli che lei condanna come ‘marketing patrimoniale’. Mi permetta di farle un esempio. In Francia alcuni musei affittano settimanalmente alcune sale a grandi imprese (Samsung ecc.) per cene aziendali. Nessuno grida allo scandalo: è un modo, si dice, per raggiungere fondi altrimenti irraggiungibili e per poter continuare a far esistere Musei altrimenti destinati alla chiusura. Anche in questo caso, ha tutto il diritto di manifestare il suo dissenso e la sua indignazione, ma il riferimento alle “sudatissime tasse” è fuori luogo, demagogico, e, mi permetta di dirlo, di cattivo gusto. Tutti i musei del mondo organizzano quasi quotidianamente visite private per amici dei direttori, sovrintendenti, storici dell’arte, giornalisti e artisti senza chiedere nessun corrispettivo. Nessuno si è mai sognato di invocare l’articolo 3 o 9 della Costituzione o di denunciare il fatto che in questo modo il museo è diventato, come lei scrive, “potente mezzo di diseducazione e discriminazione”.

    Un’ultima osservazione: la musica appartiene al sistema delle arti. Madonna è una musicista. Ergo, Madonna è un’artista. Lei può non amare la sua arte, ma si tratta di una delle artiste più celebri del secolo passato. Nei secoli venturi qualsiasi storico della musica e del costume del novecento dovrà parlarne diffusamente, perché la sua influenza sul nostro gusto è stata enorme. Anche Stefano Ricci, di mestiere, è un artista. Può non amare il suo stile, può trovarlo di cattivo gusto. Ma la moda è entrata da tempo a far parte del canone delle arti: sa meglio di tutti noi quanti musei ormai sono dedicati alle produzioni tessili antiche e contemporanee. Noleggiare gli Uffizi a Stefano Ricci o a Madonna non ha nulla di anticostituzionale. E’ semplicemente un modo come tanti altri, forse goffo, ancora mal riuscito, di far comunicare l’arte del passato e quella del presente. E anche questo, mi sembra, significa permettere al patrimonio di svolgere una funzione civica.

  5. La Corte Costituzionale si è pronunciata eccome, chiarendo che la funzione del patrimonio non è quella di produrre redditi economici, ma conoscenza. Che è del resto lo scopo della troppo spesso malintesa valorizzazione: la quale, secondo il Codice dei Beni Culturali, ha lo scopo «di promuovere lo sviluppo della cultura». Il che significa che questo è il metro su cui giudicare ciò avviene nei musei italiani.
    Lo dice benissimo un passaggio di un discorso del presidente Ciampi, pronunciato al Quirinale nel maggio 2003: «La stessa connessione tra i due commi dell’articolo 9 è un tratto peculiare: sviluppo, ricerca, cultura, patrimonio formano un tutto inscindibile. Se ci riflettiamo più a fondo, la presenza dell’articolo 9 tra i “principi fondamentali” della nostra comunità offre una indicazione importante sulla “missione” della nostra Patria, su un modo di pensare e di vivere al quale vogliamo, dobbiamo essere fedeli. La cultura e il patrimonio artistico devono essere gestiti bene perché siano effettivamente a disposizione di tutti, oggi e domani per tutte le generazioni. La doverosa economicità della gestione dei beni culturali, la sua efficienza, non sono l’obiettivo della promozione della cultura, ma un mezzo utile per la loro conservazione e diffusione. Lo ha detto chiaramente la Corte Costituzionale in una sentenza del 1986, quando ha indicato la “primarietà del valore estetico-culturale che non può essere subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici”».
    Questo modello distingue l’Italia da tutti gli altri paesi. Ciò detto, so benissimo che la mia è un’interpretazione assai minoritaria, quasi residuale: fosse quella dominante non ci sarebbe bisogno di scriverne.

    PS: Non esistono visite private di storici dell’arte ai musei, se non per ragioni di ricerca: non ci vanno a cena con gli amici.

  6. Invocare la sentenza n. 151/1986 (che come lei sa si riferiva a tutt’altro ordine di fatti) per i casi in questione mi sembra un po’ eccessivo: se la si interpreta in modo così letterale si rischia di dover individuare una subordinazione della primarietà del valore estetico-culturale al valore economico persino nel banale fatto di far pagare un biglietto. Il diritto è un’arte che ha regole molto precise, non un’arma da invocare un po’ arbitrariamente per costruire il mito di Valori Assoluti.

    A me sembra che i suoi stessi argomenti sarebbero molto più forti se abbandonasse i riferimenti poco cogenti alla costituzione e alla corte costituzionale (lascio da parte la discussione sul valore del suo riferimento ai discorsi che un Presidente della Repubblica pronuncia durante la consegna di medaglie d’oro al valore). Le chiedo argomenti, non autorità. La Costituzione impone di tutelare il patrimonio storico, artistico e paesaggistico e di promuovere la cultura. Ora, in nessuno dei casi da lei citati lo spirito e la lettera della Costituzione sono stati traditi. O crede davvero di poter citare in giudizio Matteo Renzi? Non si tratta di interpretazioni minoritarie: si tratta di come l’Organo deputato alla difesa della Costituzione interpreterebbe i fatti da lei invocati. E mi permetto di dubitare che si esprimerebbe come ha fatto nella sentenza n. 151/1986.

    Gli unici argomenti che lei ha portato fino a ora non sono giuridici, ma estetici e storico-artistici: sia in questo caso che nel caso di Madonna e Ricci, lei sta accusando il sindaco di avere cattivo gusto. E’ legittimo, ma la forza dei suoi argomenti sta solo nella sua fede nell’evidenza dei suoi criteri di gusto. Volevo solo segnalarle che non è così. E suggerirle, che non certo è facendo ricorso alla Costituzione che ci riuscirà a imporre il suo gusto alla nazione.

    Nel caso degli Uffizi, poi, ho l’impressione che il suo giudizio si basi sulla premessa per cui né Madonna né Stefano Ricci sono artisti, ma “la prosecuzione delle scarpe e delle borse”, meglio forze che trascinano la città nel “turbine di volgarità e ignoranza provinciali”, e non ci ha ancora dimostrato perché una cantante e uno stilista siano così pericolosi per un museo plurisecolare o perché una cattiva esposizione sia così tragica per il destino di una città.

    “Scarpe, cinture, cravatte: Firenze è questo”, scrive. Mi permetto di ribadire su questo punto: perché la moda a suo avviso non partecipa dell’Arte? E perché l’Arte è solo quella custodita negli Uffizi e non quella prodotta, oggi, da musicisti, stilisti, designer? E’ questa la premessa che dà forza ai suoi argomenti, ce la spieghi.

    Anche le Apocalissi esigono rigore: ci spieghi perché il cattivo gusto di Renzi è una minaccia per tutti, ma non invochi la Costituzione o la Corte incaricata a difenderla.

    Un’ultima nota. Non conosco le abitudini alimentari degli storici dell’arte. Ma ho partecipato io stesso, più di una volta, a visite private di musei. Ed è una pratica estremamente diffusa.

  7. F. Ducasse:
    “La Firenze dei Medici fu una piccola Hollywood rinascimentale che trasformò la Grecia classica in uno spettacolo incantato per gli hipsters un po’ snob che frequentavano i banchieri che la governavano.”

    T. Montanari:
    ” «Gli Uffizi sono una macchina da soldi, se li facciamo gestire nel modo giusto». Inaugurandolo con queste indicibili parole, Matteo Renzi ha colto l’essenza di Florens: che è la canonizzazione solenne dell’idea stessa di «one company town». …Io penso, al contrario, che gli Uffizi siano una macchina da cittadinanza, umanità, eguaglianza…”

    E non dimentichiamo che Florens c’è anche la benemerita CentoxCento, la migliore casa di produzione cinematografica del porno amatoriale italiano, con la quale si potrebbero trovare utili sinergie, sull’esempio di quanto avvenne dal Seicento all’unità. Che ci venivano a fare i turisti, in italia? A vedere le pittoresche rovine, e a gustare le rinomate specialità sessuali locali. Il giardino d’Europa…

  8. Scusate se ve lo dico, ma state a fa a chi è più puro… (a parte Ducasse… che però rivela a sua volta di essere un modernista puro). Il problema di Firenze non è che fa commercio di se stessa, come qualunque altra città del mondo. E’ piuttosto il fatto che non nasce nulla di estraneo al commercio, nemmeno nel campo artistico. Secondo me vuol egli dire che non ci sono le condizioni sociali per opporsi all’andazzo generale, che insomma, siamo in piena fase di restaurazione, alla quale il purismo, storicamente parlando, porta acqua con le orecchie. Secondo me.

  9. Non riuscirò mai ad adeguarmi a questa visione della cultura fatta solo di eventi. Le notti bianche e i festival in una nazione in cui più della metà della popolazione non legge neanche un libro all’anno, diffondono davvero cultura? E come facciamo a spiegarlo ai vari epigoni di Veltroni che la cultura o è una presenza costante e diffusa come il pane o non è? Ho 29 anni, discuto a destra e a manca di questi argomenti, e già mi sono abituato all’idea di dover fare per forza parte di una piccola minoranza sparuta. Combattiva, che si rimbocca le maniche, ma pur sempre minoranza.

  10. Bello l’articolo, mi ha fatto riflettere.
    Ad esempio che se “gli uffizi sono una macchina per far soldi” come forse giustamente ha detto il sindaco di Firenze, forse si potrebbe fare di meglio. Già invece di un museo perchè ad esempio non una Las Vegas fiorentina? Si muoverebbero più persone (e quindi più soldi). I quadri e le pale potrebbero restare sullo sfondo, magari nelle camere dei clienti più facoltosi (a Donald Trump la primavera del Botticelli, ad es.). La massa dei derelitti che comprano lotteria italia potrebbero accontentarsi di consumare i loro panini in un Macdonald con il canestro di frutta del Caravaggio (già ma si trova a Milano, potrebbero fare una Joint venture)
    Restando seri (e non depressi, è dura, ma ci provo), c’è comunque da pensare che se questo (produrre “soldi”) è il metro per giudicare ogni cosa, ogni cosa poi diventa uguale ad un’altra.
    E in che caspita di mondo vivremo?
    Penso che avesse ragione Salamov a Kolyma, quando si fece torturare dai suoi carcerieri per non cedere a loro “l’anima” che loro gli avevano ordinato di consegnarli. Quest’uomo si prese mesi di punizione durissima nel gulag siberiano per non ceder qualcosa in cui nemmeno credeva.
    Che scemo.
    “Noi” siamo disposti a votare Renzi purchè faccia degli uffizi una “macchina da soldi”.
    Che furbi. E che bravi cittadini dello stato meritocratico/finanziar/aziendale.

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