cropped-scarlett-hooft-graafland-@-minimal-exposition1nella traduzione di Damiano Abeni

[Dal 25 dicembre al 4 gennaio LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. In questi giorni, per non lasciare soli i nostri lettori, ripubblicheremo alcuni post. L’articolo che segue è uscito il 15 novembre 2012].

Dame unite d’America

Je tâche, en restant exact,
d’être poète.
JULES RENARD

Le foglie non bastano a coprire la faccia
che indossa. Così s’espresse l’oratore: “La massa
è nulla. Il numero di uomini in una massa
d’uomini è nulla. La massa non è più grande

del singolo uomo della massa. Ogni massa
promulga il proprio paradigma.” Le foglie
non bastano a celare la faccia dell’uomo
di questa massa morta e di quella. Il vento si può

colmare di facce come di foglie, soffiare folate di bocche,
e di bocche che piangono e piangono giorno dopo giorno.
Potrebbero essere noi stessi, noi stessi risonanti,
le nostre facce che ruotano attorno a una faccia centrale

e poi di nuovo novunque, via via lontano?
Eppure una faccia continua a tornare (mai quella),
la faccia di un uomo della massa, mai la faccia
che l’eremita su una lingua di sabbia avrebbe visto,

mai il politico nudo istruito
dal saggio. Le foglie non bastano a incoronare,
a coprire, incoronare, coprire – e dillo –
l’attore che alfine declamerà la nostra fine.

 

 

United Dames of America

Je tâche, en restant exact,
d’être poète.
JULES RENARD

There are not leaves enough to cover the face
It wears. This is the way the orator spoke:
“The mass is nothing. The number of man in a mass
Of men is nothing. The mass is no greater than

The singular man of the mass. Masses produce
Each one its paradigm.” There are not leaves
Enough to hide away the face of the man
Of this dead mass and that. The wind might fill

With faces as with leaves, be gusty with mouths,
And with mouths crying and crying day by day.
Could all these be ourselves, sounding ourselves,
Our faces circling round a central face

And then nowhere again, away and away?
Yet one face keeps returning (never the one),
The face of the man of the mass, never the face
That hermit on reef sable would have seen,

Never the naked politician taught
By the wise. There are not leaves enough to crown,
To cover, to crown, to cover—let it go—
The actor that will at last declaim our end.

Uomo e bottiglia

La mente è la grande poesia dell’inverno, l’uomo,
che per trovare quanto possa bastare
distrugge dimore romantiche
di rosa e ghiaccio

nella terra della guerra. Più che l’uomo, è
un uomo con la furia d’una razza d’uomini,
una luce al centro di molte luci,
un uomo al centro di uomini.

Deve soddisfare la ragione sull’essenza della guerra,
deve persuadere che la guerra è parte di se stessa,
una maniera di pensare, un modo di
distruggere, come la mente distrugge,

un distogliere, come una delusione antica volge
le spalle al mondo, una vecchia tresca con il sole,
un’aberrazione impossibile con la luna,
una volgarità di pace.

Non è la neve che è pagina, penna.
La poesia sferza più feroce del vento,
mentre la mente, per trovare quanto possa bastare,
distrugge dimore romantiche di rosa e ghiaccio.

 

Man and Bottle

The mind is the great poem of winter, the man,
Who, to find what will suffice,
Destroys romantic tenements
Of rose and ice

In the land of war. More than the man, it is
A man with the fury of a race of men,
A light at the centre of many lights,
A man at the centre of men.

It has to content the reason concerning war,
It has to persuade that war is part of itself,
A manner of thinking, a mode
Of destroying, as the mind destroys,

An aversion, as the world is averted
From an old delusion, an old affair with the sun,
An impossible aberration with the moon,
A grossness of peace.

It is not the snow that is the quill, the page.
The poem lashes more fiercely than the wind,
As the mind, to find what will suffice, destroys
Romantic tenements of rose and ice.

 

Sonà

Il mondo fisico stasera è insensato
e non ve n’è altro. C’è Già-ahi-me, seduto
che suona la chitarra. Già-ahi-me è una belva.

O forse la chitarra è una belva o forse sono
due belve. Ma della stessa razza – due belve coniugali.
Già-ahi-me è la belva maschio… un imbecille,

che schiocca un suono. La chitarra è un’altra belva
sotto al suo tip tap tap. E’ lei a rispondere.
Due belve ma della stessa razza e poi non belve.

Eppure due non proprio della stessa razza. Qui è così.
Vi sono molte di queste belve che non si vedono mai,
si muovono in modo che i passi siano lievi e quasi nulla.

Oggi pomeriggio il vento e il mare erano così…
E dopo un po’, con Già-ahi-me addormentato,
un gran giaguaro in corsa provocherà un flebile fruscio.

 

Jouga

The physical world is meaningless tonight
And there is no other. There is Ha-eé-me, who sits
And plays his guitar. Ha-eé-me is a beast.

Or perhaps his guitar is a beast or perhaps they are
Two beasts. But of the same kind—two conjugal beasts.
Ha-eé-me is the male beast… an imbecile,

Who knocks out a noise. The guitar is another beast
Beneath his tip-tap-tap. It is she that responds.
Two beasts but two of a kind and then not beasts.

Yet two not quite of a kind. It is like that here.
There are many of these beasts that one never sees,
Moving so that the foot-falls are slight and almost nothing.

This afternoon the wind and the sea were like that—
And after a while, when Ha-eé-me has gone to sleep,
A great jaguar running will make a little sound.

 

Conversazione continua con uomo silenzioso

La vecchia chioccia bruna e il vecchio cielo celeste,
tra i due si vive e si muore –
la ruota di carro spezzata sul colle.

Come se, al cospetto del mare,
asciugassimo reti e rammendassimo vele
e parlassimo di cose senza fine,

della tempesta senza fine del volere,
un volere e numerosi voleri, e del vento,
dei numerosi significati nelle foglie,

ridotti a uno sulle soglie,
anello, di quella tempesta, con la masseria,
la catena che chioccia turchese e cielo legava

e la ruota spezzatasi mentre il carro passava.
Non è una voce che sta sulle soglie.
Non è un discorrere il suono che sentiamo

in questa conversazione, ma il passo
delle cose nel loro muoversi: l’altro uomo,
il mostro turchese che si aggira dabbasso.

 

Continual Conversation With Silent Man

The old brown hen and the old blue sky,
Between the two we live and die—
The broken cartwheel on the hill.

As if, in the presence of the sea,
We dried our nets and mended sail
And talked of never-ending things,

Of the never-ending storm of will,
One will and many wills, and the wind,
Of many meanings in the leaves,

Brought down to one below the eaves,
Link, of that tempest, to the farm,
The chain of the turquoise hen and sky

And the wheel that broke as the cart went by.
It is not a voice that is under the eaves.
It is not speech, the sound we hear

In this conversation, but the sound
Of things and their motion: the other man,
A turquoise monster moving round.

 

Della superficie delle cose

I

Nella mia stanza il mondo è al di là della mia capacità di capire;
ma quando cammino vedo che consiste di tre o quattro colline e una nuvola.

II

Dal mio balcone scruto l’aria gialla,
leggo ciò che ho scritto:
“La primavera è una bella che si sveste”.

III

L’albero d’oro è blu.
Il cantante s’è alzato il mantello sul capo.
La luna è nelle pieghe del mantello.

 

Of The Surface Of Things

I

In my room, the world is beyond my understanding;
But when I walk I see that it consists of three or four hills and a cloud.

II

From my balcony, I survey the yellow air,
Reading what I have written,
“The spring is like a belle undressing.”

III

The gold tree is blue.
The singer has pulled his cloak over his head.
The moon is in the folds of the cloak.

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3 thoughts on “Della superficie delle cose. Cinque poesie di Wallace Stevens

  1. E per tutto, basta:

    “In my room, the world is beyond my understanding;
    But when I walk I see that it consists of three or four hills and a cloud.”

    che salvo nel mio solito archivio di rubacchiamenti online.

    Grazie per!
    Antonio Coda

  2. Stupende, anche le traduzioni, che mi sembrano – ancor piu’ che nelle precedenti di recente proposte qui – essersi incarnate nel sentire Stevensiano.

    Di sotto, al volo, poche brevi note linguistico/stilistiche sulle quali avrei piacere che il traduttore intervenga, dicendo la sua:

    1. la resa, nella prima poesia, di “nowhere” con “novunque” e’ assai efficace sul piano fonico e di calco semantico, ma sbagliata sotto il profilo del registro: “nowhere” e’ parola esistente in inglese, in italiano e’ neologismo: non rischia, questa scelta, di far apparire Stevens piu’ innovatore di quanto non sia sul piano strettamente linguistico (non contenutistico/discorsivo; anzi, Stevens e’ splendidamente tradizionale)

    2. “a poem”, nella seconda, e’ reso con “la poesia” anziche’ “una poesia”: siccome la differenza e’ sostanziale (poesia come categoria, “poetry”, contro poesia come singolo manufatto, “poem”) e cruciale in Stevens (perche’ l’importanza dei sensi e della percezione e’ legata alla cosa singola, non alla categoria idealistica “la poesia”), non si tradisce – a livello microlinguistico – la sua essenza qui?

    3. “little sound”, nella terza, mi sembra un’espressione piu’ piana, meno ricercata di “flebile fruscio”. Mi chiedo se (dato l’orrore letterale e semantico che un calco come “piccolo suono” avrebbe comportato) se non ci fossero altre alternative. Ma e’ ovvio che tradurre e’ rinunciare a qualcosa: qui si guadagna in espressivita’ fonica (allitterazione) anche a costo di una iperspecificazione semantica (flebile fruscio e’ assai piu’ determinato di “little sound”).

    Mi scuso se sembro pedante: in realta’ e’ proprio la bellezza di queste traduzioni (e la mia formazione accademica) che mi spingono a… essere me stesso, in un senso.

  3. “Poetry increases the feeling for reality”
    (Wallace Stevens, Materia Poetica XXIX, 1940)

    Buon anno!

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