di Claudio Giunta

Ho qualche dubbio sullo studio di Dante alle scuole superiori.

Qualche dubbio, anzitutto, sulla quantità. Come si sa, Dante è onnipresente nei programmi a ogni livello dell’istruzione scolastica. Lo si studia per mesi nelle ore di Lettere: e non solo la Commedia ma anche, com’è giusto, la Vita nova (per la lirica antica e le origini dell’autobiografia), il Convivio (Dante-filosofo), il De vulgari eloquentia (per la storia della lingua). In sostanza coincide con lui, con la sua opera, quasi tutto il Medioevo che la gran parte degli studenti arriva a conoscere. Petrarca e Boccaccio stanno molto più in ombra, poi il Medioevo finisce e il salto è a Machiavelli, ad Ariosto. La Commedia, poi, è il libro di lettura in classe – a seconda del tipo di scuola – per uno, due o tre anni. Lettura dei canti, parafrasi, simbologia, significato figurale, eccetera.

Ora, è ben chiaro che la Commedia merita di stare al centro dei programmi scolastici: è bellissima, è importante, e spesso, se la si spiega con un po’ di brio (il che non è facile), piace anche ai più renitenti alla letteratura. Ma resta pur sempre uno dei libri più difficili che siano mai stati scritti, e il mio dubbio nasce dal fatto che la Commedia è in sostanza il primo libro col quale molti studenti hanno un contatto prolungato, e anche quello su cui, finita la scuola, avranno speso più tempo: il libro della vita e, per tanti, l’unico libro – il che spiega tra l’altro perché tanti cinquantenni che non leggono né romanzi né poesia si commuovono riaprendo dopo decenni la Commedia o sentendola recitare: è nostalgia per i tempi della scuola più che per i libri di scuola (su questo, perfettamente, cfr. A. Venditti, Compagno di scuola). È una scelta saggia? È una scelta formativa? Io non ho un buon ricordo dei miei 10+10+10 canti parafrasati al liceo classico. La letteratura che mi interessava era quella che leggevo per conto mio a casa, al pomeriggio: per lo più romanzi otto-novecenteschi. Ci vogliono tutte e due le cose, si dirà, e io sono d’accordo. Ma il fatto è che molti dei miei compagni (ripeto: liceo classico) con quella seconda letteratura non sono entrati mai in contatto se non, di sfuggita, alla fine dell’ultimo anno, quando tutto viene versato pêle mêle nell’imbuto che porta al nefasto esame di maturità. Troppo tardi.

Direi che per leggere Dante serve, intanto, aver passato del tempo a leggere un po’ di libri che non sono Dante. Mancando questo, Dante diventa un feticcio, un mondo a parte rispetto al mondo della letteratura (l’ora «di Dante» come l’ora «di dottrina»), che rischia di accendere passioni ingenue, senza costrutto, lasciando inerte la gran parte degli studenti (la parte, ahimé, persino più sana). Piuttosto che accendere passioni, la scuola dovrebbe riuscire a stimolare interessi, e l’interesse non nasce dalla muta contemplazione del Capolavoro ma dal confronto con altra letteratura, altra arte, e semmai dalla migliore conoscenza del contesto in cui il capolavoro è stato creato: cos’è un manoscritto? Come scriveva Dante? Che libri leggeva? Perché la sua lingua è diversa dalla nostra? Un minimo di cognizioni tecniche, di filologia, paleografia, storia della lingua, apre orizzonti interessanti e limita l’empatia, o la rende più consapevole.

Espressi questi dubbi, io mi auguro naturalmente che la Commedia venga letta e amata anche negli anni a venire, specie a scuola. In astratto, la ricetta non è difficile: bisogna leggere il libro con pazienza, attenzione, disponibilità alla sorpresa e all’approfondimento, e con un buon commento vicino, altrimenti non si capisce niente. Questo sforzo non può essere surrogato dall’ascolto dei (dignitosissimi) dvd di Benigni: bisogna proprio leggere. E infine, se proprio la passione divora, ci si può aiutare con qualche saggio, meglio se vecchiotto: Moore, Auerbach, Nardi, per esempio. Ed è tutto.

Tra i commenti da consigliare c’è senz’altro quello che Vittorio Sermonti ha scritto alcuni anni fa, e che tra i suoi molti pregi ha precisamente questo: che dentro ci sono il buon senso, l’affabilità e la misura di uno che nella vita ha fatto molte altre cose a parte studiare la Commedia. Ora l’editore Giunti ha pubblicato un audiolibro che contiene il testo della Commedia, il testo del commento di Sermonti ai cento canti (più breve di quello a stampa, e senza le note ai versi) e, soprattutto, la voce di Sermonti che legge i canti e i relativi commenti.

Potrà questa lettura ad alta voce conquistare nuovi lettori, soprattutto tra i giovani? Temo di no. E qui si apre il problema più arduo: non semplicemente quello di spiegare Dante (perché il modo migliore di spiegare Dante sappiamo qual è: commentarlo canto per canto e verso per verso, nel modo più chiaro e asciutto possibile); ma quello di spiegare Dante oggi, in un contesto comunicativo molto diverso rispetto a quello di venti o trent’anni fa, e a un pubblico che per varie ragioni appare non solo più distratto – e perciò meno propenso a passare mezz’ora sulla stessa pagina: la Commedia a volte richiede questo sforzo – ma anche più restio ad ammettere l’importanza di cose (libri, quadri, musica, vecchie idee) che noi siamo abituati a considerare importantissime; un pubblico che inoltre, non bisogna dimenticarlo, spesso non è di madrelingua italiana.

La voce di Sermonti è limpida, sicura, piacevole da ascoltare. Sermonti ha anche la sprezzatura di chi conosce bene le cose di cui parla e non ha bisogno di infiorettare il discorso con i tecnicismi o con la retorica. Ma ci sono due problemi. Il primo è che la voce non basta a tenere desta l’attenzione. Il professore che parla in classe per cinquanta minuti, ininterrottamente, deve avere doti comunicative fuori del comune per non riuscire noioso: e il professore lo vediamo, gli possiamo fare delle domande, ci può interrogare a sua volta, il suo discorso può interrompersi, deviare. La voce che ci parla da un disco per cinquanta minuti, ininterrottamente, sempre della stessa cosa, dopo un po’ non l’ascoltiamo più: ci distraiamo, pensiamo ad altro, prendiamo qualcosa dal frigo, diamo un’occhiata alla posta elettronica. C’è rimedio a questo inconveniente, a questa, come dire, inidoneità del mezzo? Francamente, non credo. Credo cioè che per leggere Dante, o qualsiasi altra cosa, occorra prima di tutto uno sforzo di concentrazione che nessun apparato di suoni e luci può surrogare. I nuovi media ci daranno altro, probabilmente, ma non ci daranno quello. Ciò detto, si possono fare dei tentativi. Dato per esempio il bell’inizio del commento al decimo dell’Inferno: «Intorno al 1240, mentre Federico II Hohenstaufen rende più rigido il controllo imperial-svevo sulle città della Toscana, si affaccia alla vita pubblica Farinata degli Uberti, e in poco volger di tempo assume la guida della più potente consorteria di Firenze, insediata nel cuore della città sotto la vecchia torre del Guardingo…», dato quest’inizio, si potrebbe provare ad ammobiliare il discorso con immagini: la faccia di Federico II, la mappa del potere svevo in Italia, le torri dell’antica Firenze. E poi, quando si citano le antiche fonti su Farinata («Nemmeno i cronisti di parte avversa gli negheranno “continenza grave, eleganza soldatesca, parlare civile”»), si potrebbero far vedere i manoscritti che trasmettono queste frasi. Gioverebbero, questi parafernalia, alla comprensione della Commedia? No. Ma terrebbero più viva l’attenzione (si può fare la prova vedendo il bell’effetto che fanno i video di Open University, o di altri corsi online): obiettivo un po’ misero, lo so bene, ma se questo è il gioco…

Il secondo problema è che una lezione ‘parlata’, e non importa se è una lezione che arriva da uno schermo o una lezione fatta in classe, non dovrebbe suonare come un libro stampato. Il linguaggio con cui ci si spiega dovrebbe essere quanto più possibile vicino al linguaggio con cui si parla non dico al bar, ma in una media conversazione colta. Sermonti legge invece un testo pieno di elegantiae che possono piacere o non piacere, ma che a mio avviso non stanno bene in un discorso che vuol essere soprattutto ascoltato. Forse si può scrivere che Farinata degli Uberti «esercita la sua buia faziosità con alterigia gentilizia», ma dirlo, leggerlo ad alta voce, non si può. Ed è un problema strutturale, perché il testo a stampa avrebbe dovuto essere non solo tagliato ma anche cambiato, adattato al nuovo scopo. Inizio del commento al XXIV del Paradiso: «Così donna Beatrice, tessendo su un elegante ordito di latinismi una trama fitta di metafore conviviali prelevate dal Nuovo Testamento e golosamente variate nel Convivio (non meno che in questo stesso libro), si appella ai beati del Trionfo di Cristo che hanno appena smesso di tremare in direzione di Maria. E, all’appello, quelle anime festanti si fanno spere sopra fissi poli (cerchi, cioè, che ruotano su perni fissi) e, ruotando a stormo, fiammeggiano in guisa di comete». È tutto ben detto, ma a mio giudizio ci sono troppe metafore, troppe parole difficili e troppi vezzi («donna Beatrice», «golosamente variate», addirittura un endecasillabo, «si fanno spere sopra fissi poli»). Troppi perché, per chi? Troppi, ripeto, per un testo concepito per l’ascolto; e troppi, aggiungo, per il vocabolario medio degli studenti, che stanno cercando di capire cosa dice Dante e si trovano davanti parole come «ordito», «spere», «a guisa di» (comunico a tutti gli interessati che parole come ubiquo, o commendevole, o icastico, sono ignote alla larga maggioranza degli iscritti alla facoltà di Lettere: figuriamoci agli altri). I commenti a Dante scritti negli ultimi decenni contengono tesori di erudizione e di intelligenza a cui qualcosa, ma non molto, potremo ancora aggiungere. La sostanza c’è. Si tratta adesso di ripensare la forma.

[Una versione più breve di questo articolo è uscita sul Domenicale del “Sole 24 ore”]

[Immagine: Statua di Dante, Loggiato degli Uffizi, Firenze (gm)].

39 thoughts on “Troppo Dante?

  1. Porrei il problema in questi termini: fare Dante, e in quantità, perché i ragazzi non avranno più l’occasione di leggerlo o farne molto meno perché così si ha tempo e modo per stimolare in loro la passione per la lettura, leggendo anche testi più “abbordabili”?
    Le due posizioni convivono entrambe nella nostra scuola. Mi pare interessante risalire alle (probabili) motivazioni degli appartenenti ai due partiti: c’è chi sta nel primo solo per tradizionalismo e incapacità o indisponibilità a mettersi in discussione e chi lo fa perché tiene a lavorare con passione e intelligenza su di un autore che effettivamente pochissimi leggeranno per proprio conto, se non sarà Benigni ad ammannirglielo in piazza o in tv; c’è chi sta nel secondo perché, magari, lui/lei stesso/a si annoia con quasi tutto il nostro canone prenovecentesco e preferisce dar da leggere qualche sciatteria à la page e chi vuole davvero creare un rapporto fecondo tra letture degli adolescenti e letteratura.
    Magari una alleanza strategica fra i saggi dei due partiti porterebbe a un buon equilibrio.

    Credo che arricchire la fruizione di un’opera dei suoi contesti materiali, con incursioni nei territori della filologia, della storia della lingua, ecc.. sia utilissimo, perché dà ad essa quella “tridimensionalità” che la “bidimensionalità” della letteratura schiacciata dentro un manuale non ha. Magari una prima ed immediata percezione che la letteratura non è il manuale potrebbe destarsi se i professori portassero in classe la PROPRIA copia della Commedia, della Vita nuova, dell’Orlando furioso, dei Canti di Leopardi.

    A me non spiace l’empatia dello studente con il testo… ci fosse sempre! Certo, se all’empatia ci fermiamo, facciamo psicologia d’accatto e sentimentalismi, non letteratura.

  2. “il mio dubbio nasce dal fatto che la Commedia è in sostanza il primo libro col quale molti studenti hanno un contatto prolungato, e anche quello su cui, finita la scuola, avranno speso più tempo: il libro della vita e, per tanti, l’unico libro”

    Bè, se uno deve leggere un libro solo meglio che sia la “Commedia”. Poi, certo che Dante è un marziano, nell’Italia di oggi l’extracomunitario vero è lui. Dunque, accogliamolo, diamogli la cittadinanza, i servizi sociali, i mediatori culturali, il voto…

  3. @daniele lo vetere, senza nulla togliere alla giustezza logica della proposta da lei fatta: ma se alla scuola stanno tagliando tutto? come si fa a integrare un discorso complesso come quello di dante con materiale esterno? c’è una crisi in corso terrificante, in cui più che all’arricchimento degli studenti si pensa al risparmio sulle strutture, quasi che la scuola fosse una fastidiosa incombenza. risparmi, aggiungo, ma credo siamo tutti d’accordo, indegni di un paese civile.

    @roberto buffagni: la scuola secondo me non deve emettere giudizi di valore, deve dare i mezzi per la comprensione critica di un testo a cui abbinare, magari, la possibilità e la voglia di scegliere. un solo libro nella vita di un uomo, per quanto grande, non è ricchezza, resta desolante povertà.

  4. Guardi, caro @lillo, ha perfettamente ragione. Sul tema con me sfonda una porta aperta, perché mi lamento e protesto per la situazione della nostra scuola un giorno sì e l’altro pure.
    Al momento siamo solo di fronte a un disinvestimento spaventoso e alla progressiva proletarizzazione degli insegnanti. Qualità della didattica e le questioni concretissime come quelle da lei poste sono inestricabilmente e fatalmente legate; tuttavia, non sempre, parlando, questi piani possono essere tenuti insieme. Stavolta si parla solo di come spiegare Dante, la prossima volta magari si parlerà d’altro.

  5. Io, al pari di Claudio Giunta, ho un grosso dubbio.
    Dante sempre, Dante dappertutto, Dante ad ogni costo. O magari a costo zero.
    L’Ufficio Scolastico Regionale della Toscana annuncia il 15 novembre scorso, con apposita circolare, che il 6 dicembre, alle ore 17.30, avrà inizio la LECTURA DANTIS presso il Liceo Classico “Michelangiolo” di Firenze. Cito testualmente:

    “L’iniziativa, che avrà cadenza settimanale e riguarderà per quest’anno scolastico la prima
    cantica della Commedia, si propone di offrire alla città di Firenze, ai suoi cittadini, ai suoi studenti e
    ai suoi visitatori, la presentazione-lettura dei singoli canti dell’Inferno da parte di docenti delle
    scuole secondarie di I e II grado della Toscana.
    Tale iniziativa intende avere carattere permanente e ogni anno si ripresenterà attraverso la
    lettura ciclica delle altre cantiche.”

    La circolare invita dunque i docenti che intendono tenere la lettura commentata di uno o più canti ad inviare una scheda di adesione al Liceo “Michelangiolo”. Non è fatta menzione alcuna di un compenso per questa prestazione; a chi ha chiesto lumi a riguardo è stato risposto, con esterrefatto candore, che non ne è previsto alcuno. Un compenso per leggere Dante? Ma scherziamo? Un compenso per fare il Sirmonti della situazione? E’ un onore, un privilegio tenere una lettura nientemeno che davanti ai “visitatori” della città di Firenze. Quindi il venditore di bottiglie d’acqua può chiedere 2 euro al pezzo al “visitatore”, ma il professore che s’imbarca nell’impresa dantesca deve elargire gratis la sua conoscenza, perché un professore ritiene vergognoso guadagnare del denaro in cambio del suo studio sul sommo Poeta.
    Povero Dante. Oltre all’esilio di allora, oggi gliene infliggiamo uno di un tipo particolare: l’esilio finanziario.

  6. Per non parlare solo di tagli economici. Beato chi negli anni Duemila ha fatto 10 + 10 + 10 canti della Commedia in un qualsiasi liceo italiano… Stando alla mia esperienza personale, ma anche ai racconti dei miei coetanei, l’ordine è molto spesso decrescente. Largo spazio all’Inferno, tagli al Purgatorio, quasi nulla di Paradiso perché si deve correre per cercare di affrontare un minimo di Novecento (leggi Montale). Il più delle volte senza riuscirci o limitandosi ai soli Ossi di seppia.
    Per il resto, sottoscrivo in pieno il lamento sul lessico sostenuto di tanti commenti danteschi.

  7. ad A. Lillo.
    Lei scrive:
    “la scuola secondo me non deve emettere giudizi di valore, deve dare i mezzi per la comprensione critica di un testo a cui abbinare, magari, la possibilità e la voglia di scegliere. un solo libro nella vita di un uomo, per quanto grande, non è ricchezza, resta desolante povertà.”

    Certo che un libro, per quanto grande, è poco. Neanche la Bibbia, neanche Omero basta, e dunque neanche Dante.
    Però la scuola deve emetterli sì, i giudizi di valore, e il primo giudizio di valore che dà è proprio scegliendo che cosa vale la pena di studiare e che cosa no.
    Dante è un meteorite, Dante è troppo grande e imtimidatorio, Dante fa venire il mal di testa, Dante è troppo bravo e difficile, Dante se cominci a fare confronti ti fa venire la depressione, Dante non serve un tubo per imparare l’italiano corrente che tanti ragazzi non sanno, Dante ha francamente stufato generazioni intere di studenti e professori, Dante è antisemita, omofobo, integralista pro roghi, Dante è reazionario a buco, Dante non ha il minimo senso dell’umorismo, Dante con la sua palandrana e il nasone non se ne può più, Dante è una figurina Panini del Risorgimento, Dante è fascistoide tant’è vero che Pavolini propose agli ultimi disperati della RSI di prendersi su le ceneri di Dante per andare a morire col sole in faccia in Valtellina, poi non ci sono riusciti ma l’idea era quella, in effetti Dante ha dei tratti un po’ nazi, con l’impero germanico, la disciplina…

    Insomma: Dante è tutto quello che noi non siamo.

    Quindi, Dante obbligatorio fin dall’asilo nido, mentre i piccoli fanno il riposino la maestra glielo sussurra (meglio il Paradiso, sennò sai che incubi). Poi alle elementari, almeno due ore al giorno, canti interi a memoria invece delle poesiole, in ginocchio sui gusci di noce chi sbaglia una rima. Concessione della cittadinanza agli immigrati solo se sanno a memoria una intera cantica a scelta, con parafrasi. Nel ciclo delle scuole medie, trascrizione su pergamena (con penna d’oca) di tutte le cantiche. Alle superiori, recitazione di tutto Dante a rovescio, dall’ultimo verso al primo. All’università, test di ammissione: si cita numero della cantica, del canto, del verso, e tu devi recitarlo lì, all’impronto (per le facoltà umanistiche, lo traduci anche in latino e greco).

  8. @roberto buffagni, se spiegato così, allora ci può anche stare, purché non sia mai solo. :) sono anche io d’accordo che con un diverso metodo di insegnamento tutto si possa fare. Dante, ma anche altra poesia, e la musica colta, la pittura, l’architettura e l’arte in genere. Si sta perpetrando in questi decenni il più grande crimine che si possa essere, quello dello spreco. Sprecare l’immenso patrimonio culturale e artistico che abbiamo intorno a noi, semplicemente ignorandolo. Non mi capacito di come possa succedere, ma succede. E i risultati sono tristemente evidenti.

  9. Provo a fare qualche osservazione sparsa da umile insegnante di istituto tecnico. Partiamo col dire che, sebbene i libri di testo più nuovi, col loro meraviglioso corredo “di tutto di più”, siano poi fedeli alla tradizionale impostazione storico letteraria e dedichino ampio spazio a Dante, allegando inoltre antologie della Divina Commedia, le linee guida introdotte dalla riforma Gelmini neanche menzionano il Nostro. In teoria, al tecnico potremmo smettere di studiarlo, tanto per la plebe è sufficiente “Identificare gli autori e le opere fondamentali del patrimonio culturale italiano ed internazionale”. Identificare, immagino, da una foto segnaletica o da un ritratto, per quelli più antichi. Proseguiamo dicendo che i giovani delle ultime generazioni appaiono sempre meno disponibili a “farsi un mazzo tanto” con lettura del testo, interpretazione letterale e simbolica, figurale e via discorrendo. Dante, mi disse molto espressivamente un mio alunno già alcuni anni fa, è uno morto da talmente tanto tempo che non se ne sente più nemmeno la puzza. Aggiungiamo i suggerimenti didattici che ognuno, ormai, sa dispensare, da chi ti dice che “è l’ora di farla finita con questi professori che leggono la Divina Commedia in classe, cosa credono, di essere degli attori?” (da un articolo su Edcazione e scuola, non da una conversazione tra ubriachi al bar di fronte) a chi ti sgrida perché “se non sai appassionare gli alunni è solo colpa tua” (parere generalizzato a tutti i livelli e condiviso anche dagli studenti, che dichiarano: sta all’insegnante rendere le cose più facili e divertenti). Detto tutto questo, io Dante cerco di insegnarlo, continuo a leggerlo in classe, provo anche a renderlo appassionante e divertente e più facile possibile, mantenendo tuttavia un minimo di dignità, cioè evitando di ridurlo a una innocua pappardella. Lo propongo solo in terza, solo l’Inferno, e comunque continuo a nutrire molti dubbi.

  10. Cara Signora Salabelle,
    ringrazio lei e i suoi colleghi che come lei, nonostante gli sbeffeggiamenti (ci manca solo il gatto morto lanciato contro la cattedra/palcoscenico) continuano a insegnare Dante e il resto.
    Mi permetto di dire solo una cosa, da genitore con due figli alle superiori. So che i vostri superiori, i genitori e gli studenti spesso formano una Grosse Koalition di idiozia, facilismo, buonismo, ignorantismo e modernismo. Ma voi, non rompete i ranghi! A chi vi spara in faccia criminali scemenze quali quelle sulla scuola che serve a socializzare (es., attuale Ministro), dategli un pugno in faccia! Non fatevi intimidire! Questa gentaglia ha talmente torto che non vale neanche la pena discuterci, mandateli a quel paese! Date l’ostracismo ai pedagoghi pazzi, quelli che cantano le lodi della scuola videogioco! Bocciate gli studenti che copiano, che fanno le vittime perchè la scuola è difficile! (perchè la vita invece…)
    Chi vi dice che la scuola seria è di classe, è duemila volte bugiardo e tremila volte figlio di papà. Aprite il fuoco, su questa marmaglia!

  11. COSI’ SE NE DISCUTEVA NEL 1999.
    L’ARTICOLO ERA USCITO SULLA RIVISTA “CHICHIBIO”
    (MI SCUSO PER IL SALTO DEI CORSIVI):

    Sono qui presentati alcuni passaggi (con qualche modífica e molti tagli) di uno scritto di Pietro Cataldi pubblicato sulla rivista Allegoria (n. 31, anno gennaio-aprile 1999), la sintesi di una replica di Ennio Abate in via di pubblicazione sulla medesima rivista e – ciliegia tira ciliegia – altri tre interventi di Paolo Giovannetti, Anna Di Palma e Barbara Peroni che hanno animato alcuni incontri della redazione milanese di Chichibio..
    Padre Dante elogerà e rabbrividirà? E i lettori professori di Chichibio?

    Perché leggere Dante (oggí)?
    dì PIETRO CATALDI

    Leggiamo Dante per la stessa ragione che ci porta a tutelare il nostro passato, nella coscienza che l’estendersi della tutela al di là dì noi stessi dà migliore assicurazione al nostro bisogno di non riconsegnare al nulla ciò che è passato sulla terra. Decretando a Dante spazio decisivo nella formazione dei Giovani di nuova generazione si compie quella indispensabile valorizzazione (cioè selezìone) che deriva dalla nostra ìdentità e collabora a determinarla. La presenza e il rilievo che Dante ha nei programmi rispondono dunque a un meccanismo che è profondamente consustanziale alla natura della civiltà. Tanto per il docente quanto per il discente, accoglìere il lascito e registrare le raccomandazioni che lo accompagnano significa rappresentare una figura della civìltà. La civiltà non si regge tuttavia solamente sulla trasmissione di valori, ma anche sulla discontinuità e sull’innovazione; non solo sulla ricezione ma anche sul rifiuto dei lasciti. E’ dunque necessario che ogni generazione verifichi l’opportunità di leggere Dante e di assicurargli uno spazio importante nel curriculum formativo deì gìovani scolarizzati. Provo a enumerare sei ragìoni a favore.
    I. Bisogna leggere Dante perché è lontano e diverso. Dante porta davanti ai nostri occhi una visione del mondo, una organizzazione della conoscenza, un sistema di valori lontani e diversi dagli attuali. E non è restata quasi solo la scuola a consentire questa esperienza del diverso e del lontano – nello spazio, nel tempo – che la globalizzazione massmediologica e informatica tendono ad appiattire e annullare. E sta anche in questa esperienza la capacità di tollerare e quando sia possibile comprendere civiltà, culture, idee, sensibilità diverse dalla nostra.
    2. Bisogna leggere Dante perché è difficile. Puntare, nello studio della letteratura, sul facile, implìca un’idea per ciò stesso bassa della materia e un suo avvìllmento. La diffìcoltà dì Dante costituisce oggi un’esperienza rìvoluzionaria e socialmente pericolosa (capace di contraddire su un punto non del tutto irrilevante la corrente riconversione tardocapitalistica): su questa terra felice di gioie superficiali e di vitree impermeabìlità al conoscere esiste qualcosa che può essere capito, esiste cioè la possibilità che dietro un aspetto terribile di chiusura del senso, il senso si díschiuda al nostri occhi, se essi sanno sagacemente spingersi abbastanza a fondo.
    3. Bìsogna leggere Dante per tutelare un sapere comune e l’ìdentità nazionale. L’appartenenza di Dante al sapere comune degli italiani non significa oggi solamente preservare una ragione tra le più forti e fondate di identità comune, cioè di socialità ragionevole, ma anche dare un valore alternativo che affianchi – se sostituirlo non è possibile – l’unico valore altrimenti largamente condiviso, la concorrenza per la ricchezza e il potere: un valore che però non unisce una nazione ma, nella migliore delle ipotesi, la rende irregolarmente florida e barbara tutta.
    4. Bisogna leggere Dante perché propone valori alti all’identità di specie. L’identità nazionale, da sola, può accecare. E tra i compiti della scuola non c’è quello di formare un buon italiano più di quanto ci sia quello di formare un essere umano generoso e libero. Non importa quali valori siano implicati nel poema dantesco: di certo si tratta di valori alti, che mettono chi ne faccia esperienza in condizione, per accoglierli o per respingerli, di collocarsi alla loro stessa altezza di riconoscersi in un’idea, o in una possibilità, di umanità alta; appunto: generosa e libera.
    5. Bisogna leggere Dante perché guarda con occhi di marziano il nostro mondo. Una delle ragioni di grandezza di Dante risiede nella precocità con cui egli seppe rendersi conto dei grandi processi storici in atto, percependo il senso e la meta di una trasformazione che con la civiltà comunale si era in realtà appena avviata. Individuando nel primato della logica economica (con l’anatema contro il “maladetto fiore”: oggi dollaro o euro) il nucleo di tale trasformazione, Dante si volse a considerarne le conseguenze, rifiutandola radicalmente. Nell’Itiferno ecco dunque svelato l’aspetto autentico di una società subordinata in ogni suo aspetto alla logica del guadagno. Dante riesce a vedere tragicamente, nella sua interezza, l’orrore; quell’orrore del quale è parte non secondaria la facoltà di assuefare e omologare. Dante vede infine il nostro mondo, o un mondo da cui il nostro sarebbe derivato, con gli occhi straniati di un marziano piombato sulla terra e capace di giudizio, o, se si preferisce, con gli occhi di una diversa e contraria epoca storica.
    6. Bisogna leggere Dante per la capacità dì distruggere e dì progettare insieme, e perché sa formalizzare, cioè mediare, critica e proposta. La Commedia è una delle opere più duramente distruttive della letteratura occidentale di tutti i tempi. La distruzione perseguita da Dante non costituisce tuttavia che una metà dell’edificio poematico. C’è infatti un non meno vigoroso e impegnativo intento progettuale e costruttivo. Anche da questo punto di vista la lezione di Dante può costituire un invito al progetto e all’utopía, al pensare in grande, alla fiducia nel futuro (di se stessi e della specie). Non meno rilevante è il processo dì formalízzazione che caratterizza il poema. Da Dante proviene dunque l’invito ad articolare la propria soggettività (distruzione e proposta) in forme mediate e dotate di un senso valido al di là di se stessi. Alla discontinuità della negazione compete di includere nel proprio fine le ragioni degli altri (e dell’altro), la stessa resistenza dell’oggetto negato. La formalizzazione che nel poema abbraccìa e unifica distruzìone e utopia ha introiettato il meccanismo della mediazione, su cui la civiltà chiede di essere fondata. La mediazione è il modo in cui il diritto di cancellazione che spetta al tempo diviene operativo dentro un territorio gestito dalla mano dell’uomo e che recingiamo perciò con il nome di storìa. Dante può mostrarlo a chi pare oggi destinato a un mondo in cui il meccanismo di trasformazione della civiltà salti dalla storia alla preistoria, lasciando che conflittì e contraddizioni, innominati, strazino una realtà disertata dalla negazione e dalla proposta, incapace di mediazione e di forma.

    Quale Dante? E basta (oggi)?
    di Ennio Abate

    Non è per vocazione all’irriverenza se diffido dei discorsi sui valori, anche quando in tempi grami e a riproporcene uno, Dante addirittura, è uno studioso come Cataldi, attento al contesto reale della scuola d’oggi e non succube alle corporazioni accademiche. Tuttavia i miei dissensi restano e in toni polemici ma cortesi, provo ad elencarli puntualmente.
    1. La dialettica fra giovani studenti e adulti insegnanti, a cui Cataldi vorrebbe ancora affidare la tutela del passato della nostra civiltà, a me pare troppo avariata e sempre meno universale.
    I vincoli fra adulti e giovani, che (da noi forse fino a trent’anni fa) anche contraddittoriamente, permettevano il vaglio e la trasmissione di un lascito culturale come quello di Dante, si sono spezzati. C’è da chiedersi con coraggio quanto è oggi offesa la vita dei giovani e degli adulti, che soglia ha toccato il disagio della civiltà anche in Italia e se si possa ancora pensare che il meccanismo della tradizione-traduzione sia onorato o, con ritocchi e aggiustamenti, onorabile da questa civiltà e da questa scuola.
    2. Dante è lontano e diverso, certo. Ma non si può trascurare che è comunque un diverso e un lontano ancora troppo “nostrano”, “eurocentrico”. Né vedo poi la quasi unicità della scuola nel “consentire questa esperienza del diverso e del lontano”. La scuola si sottrae parzialmente e ambiguamente all’appiattimento massmediale. Da tempo gli argini erano rotti: l’alluvione odierna ha solo la ratifica ministeriale.
    3. L’elogio del Dante difficile è rischioso: pare un antidoto contro la moda della letteratura facile e leggera, ma è anche inaccettabile segnale di senso vietato per i non dotti, i proletari, gli esclusi o in via di esclusione. Costoro chiedono sinceramente (e hanno diritto a pretenderla) una prima, basilare traduzione dal difficile al facile, se vogliono arrivare poi a muoversi elasticamente fra facile e difficile (soluzione preferibile alle contrapposte assolutizzazioni: qui il facile, là il difficile).
    L’avvilimento della letteratura (ma anche delle scienze e – ci terrei a nominarle – delle tradizioni di lotta), voluto dall’industria culturale è ben altro della necessaria semplificazione – che so – della Bibbia, dei Vangeli o de Il Capitale.
    4. Mi chiedo quanto sia auspicabile oggi, magari contro gli opposti estremismi leghisti e globalizzatori, la tutela del sapere comune che si è in passato si è appropriato a modo suo di Dante, riducendolo appunto a monumento della sua identità nazionale e conciliandolo appunto col suo contrario: “la ricchezza e il potere” Questo Dante, ha già fatto per molti di noi la fine di “Fratelli d’Italia”, del tricolore e di “Roma ladrona”. Perché dispiacersene tanto?
    Il “buon italiano” è stato fondato proprio sull’utilitarismo borghese ottocentesco, oggi rinverdito dal disinibito Maragliano, che, sostituisce coerentemente Dante con i videogiochi, coniugando l’italianità vincente del passato con l’americanizzazione) vincente oggi. E quanto dista quel “buon italiano” da “un essere umano generoso e libero” lo seppero ieri i popoli da noi colonizzati in Africa e oggi, altrettanto amaramente, i loro discendenti qui immigrati assieme ad altre vittime dell’occidentalizzazione.
    5. Anche il Dante che guardò e induce a guardare il mondo “da marziano”, che è l’attributo dantesco che sento più attuale e condivisibile, non basta più, perché quello che egli “riesce a vedere tragicamente, nella sua interezza, l’orrore” noi lo viviamo, ci siamo dentro. E vivere nell’orrore (invece di vederlo arrivare) non è senza conseguenze: il torturato quasi mai riesce ad ascoltare quello che dice chi l’assiste, che vede ma non sente nel suo corpo gli spasimi dell’altro.
    E allora, fino a che punto un antenato sagace e profetico, ma estraneo al problema del fare o del rivoluzionare, perché fiducioso in un principio d’Ordine superiore (religioso) da vedere e a cui adeguarsi, può giovare a dei contemporanei inguaiati, se il nostro problema non è solo di vedere con l’immaginazione (o l’anima o la fede), ma di uscire praticamente da un orrore storico e non metafisico?
    6. Allo stesso modo, la capacità di Dante di distruggere e progettare insieme, di formalizzare, di mediare critica e proposta, qui dai bassifondi del ‘900 appena finito, risulta ammirabile, ma – come scrisse Brecht: Anders als die Kämpfe der Höne sine die Kämpfe der Tiefe! (Diverse dalle lotte sulle cime sono le lotte sul fondo! ).

    [In conclusione, la ventata nuovista dei saggi ministeriali alla Maragliano, non ci dovrebbe indurre al rimpianto del Dante-monumento (o feticcio), abbondantemente scolasticizzato (cioè imposto, con tutti gli equivoci che ne discendono, come valore obbligatorio e quindi in partenza già inerte) e invano “problematizzato” con qualche taglio o riassunto di canti della Commedia o “attualizzato” alla buona per ammansire gli studenti più riottosi.
    Quell’obbligo scolastico (marchio di classe e di ceto della scuola) ha sempre avuto la meglio su ogni tentativo di ricerca del messaggio liberatorio che potrebbe esserci in Dante anche per noi, facendolo diventare col tempo un ulteriore status simbol dei colti. Così si è imposta anche nel senso comune una stravolta immagine di aristocraticità saccente e reazionaria (cattolica e impolitica) del poeta.
    Il Dante proposto da Cataldi – un Dante lontano e diverso, difficile, tutore di un sapere comune e dell’identità nazionale, sostenitore di valori alti per la specie umana, capace di guardare e far guardare “da marziano” il mondo e di distruggere e progettare insieme – non coincide del tutto con quello di queste élites. Ma temo che soprattutto esse saranno le più pronte ad affermare che Dante non si tocca Il rischio è grosso: purtroppo e grazie a queste élites, il Dante marziano – che, preso sul serio, comporterebbe una condanna all’inferno della nostra società (e della sua scuola) – è sempre evaporato o è stato del tutto cancellato a vantaggio del Dante aristocratico-reazionario. E allora?
    Questo Dante e questa scuola non bastano. Abbiamo bisogno di un Dante attualizzato sulla crisi lunga del ‘900, non obbligatorio, de-scolasticizzato; e per conquistarcelo si deve avere il coraggio di fuggire non solo il Dante-monumento ma anche i suoi scolastici sacerdoti. Impresa quanto mai “dantesca”, no?]

    Un’acida battuta su Dante e il suo insegnamento
    di Paolo Giovannetti

    Devo confessare il mio imbarazzo. Cataldi dice cose giuste e condivisibili, con cui però non riesco a dialogare.
    Intanto: dove e quali sono gli attacchi a Dante? Io non ne vedo molti, in giro. Viviamo anzi in una società che professa per lo meno a parole una venerazione incondizionata per i classici, per tutto ciò che è in odore di classico. Certo, solo a parole; solo per immagine e per moda, perché il classico si porta bene, perché ci si lucra sopra, perché gli editori ci fanno le edizioni che rendono, perché un classico è un classico e non si discute; perché insomma gli Autori e le Autorità, quasi per definizione, non si negoziano, non sono oggetto di scambio dialogico; e così via. Persino Dell’Utri è un raffinato bibliofilo, e apre biblioteche – qui a Milano – che oltre tutto funzionano meglio di quelle pubbliche (e infatti, tranne pochi eruditi veterocomunisti come il sottoscritto, quasi nessuno le frequenta). Su Dante, poi, Greenaway ci ha fatto un film, ed è un autore che tutto il mondo c’invidia. Ma il fatto, appunto, resta. Ripeto: si faccia avanti chi attacca Dante, e dica la sua. Allora, cominceremo a discutere.
    Oppure. Oppure, stiamo parlando di una salutare revisione del modo di insegnare Dante. Ora, o negli ultimi vent’anni e più sono vissuto in un’altra realtà, diversa da quella che credevo di vedere, oppure a me sembrava e sembra quasi scontato che questo (dico l’attuale) imporre Dante per tre anni consecutivi in uno spazio apposito per lo più poco comunicante con il resto dell’insegnamento di letteratura italiana, questo infliggere Dante fuori da ogni corretta cronologia (primo anno escluso, beninteso) alla stregua d’un santino irrigidito nella sua fisionomia di ‘modello’ estraneo al tempo umano della storia – tutto questo, dico, fosse una cosa che a parecchi di quelli che un tempo si chiamavano insegnanti democratici desse molto fastidio. Evidentemente mi ricordo male, oppure i tempi sono cambiati. In un caso e nell’altro (sbagli la mia memoria politico-didattica, sbagli l’epoca), lo confesso, non mi sento affatto bene, e la mia voglia discutere si riduce davvero di molto.

    Una voce dal dibattito
    di Anna di Palma

    Ennio espone le sue forti perplessità sulla posizione di Cataldi.

    – A me le ragioni addotte da Cataldi a favore della lettura della Commedia nella scuola, contro una sua riduzione, convincono profondamente. Se mai trovo che a quelle ragioni se ne potrebbero aggiungere altre, forse da lui sottintese, ma non per questo ovvie: quelle relative alla straordinaria ricchezza tematica che emerge dalla rappresentazione dantesca e che offre continui spunti di riflessione per il lettore, giovane o adulto che sia; quelle relative alla specificità della sua poesia: il realismo e il plurilinguismo di Dante, così fecondi sul piano didattico, legati a quella multiformità di argomenti e situazioni rappresentati, la tensione creatrice della parola, la sua forza espressiva ecc., ecc..

    Barbara sottolinea la distanza tra la visione del mondo dantesco e quella dei giovani.

    – No, Barbara, non sono d’accordo: se è vero che Dante esprime in maniera esemplare il mondo medioevale. Per me la sua opera non è solo “un contenitore del Medioevo”, come dici tu; insomma non è un documento, ma per le ragioni che dicevo prima, è un “monumento” di straordinaria intensità poetica e profondità di pensiero religioso, morale, civile. E se nel corso del tempo la Commedia è diventata monumento nazionale (ad opera non solo della scuola o della Chiesa, ma soprattutto –serve ricordarlo- di una tradizione popolare), che male c’è? Accettare che lo sia diventato non significa né accettare la tradizione in modo acritico né imporre che i valori in cui Dante crede diventino anche quelli dei nostri studenti. Tu dici che i giovani d’oggi non possono che considerare assurdo l’episodio di Paolo e Francesca: e allora?
    La validità di un autore, la sua attualità non si fonda certo solo su processi di vicinanza, di analogia o di immedesimazione, di condivisione di valori: far capire perché Dante, pur con le sue note contraddizioni, li mette all’inferno, non significa certo instillare sensi di colpa relativi alla sessualità nelle giovani generazioni!
    La distanza tra noi e un autore può valere in ogni caso e in ogni caso essere fruttuosa: far capire che a Dante i conti tornano più che a noi, che il suo mondo ha una struttura e il nostro è caos non è proprio una banalità.

    Ennio evidenzia il pericolo di una lettura stereotipata di Dante, fossilizzata su valori tradizionali.

    – Forse sono stata fortunata, ma neppure come studentessa in un liceo classico presessantotto ho sperimentato questa strumentalizzazione: al contrario mi è stata offerta una lettura “laica” del testo dantesco. Tanto meno vedo oggi questo pericolo: se Dante è diventato sacro monumento nazionale, non lo è diventato solo perché reazionario e cattolico, anche perché la complessità della sua visione del mondo lo rendono difficilmente strumentalizzabile, ma soprattutto per le ragioni della sua poesia. D’altra parte sarebbe rischiosa, e ugualmente ideologica a mio parere, anche una lettura che privilegiasse solo il Dante “marziano” e scomodo, quello per così dire “contro”.
    Il caso della Commedia non ha nulla di analogo insomma a quanto può essere avvenuto (e avviene però sempre meno) per i Promessi Sposi.

    Paolo e Barbara sottolineano i problemi che pone la scansione tradizionale della lettura delle tre cantiche nei tre anni di triennio, in particolare quella del Paradiso all’ultimo anno.

    A mio parere nei licei si può mantenere la scansione tradizionale. Io non sento il problema del Paradiso come molto svincolato dal programma sul Novecento: Dante è presente in molta letteratura novecentesca, il Paradiso- non a caso così studiato dalla critica novecentesca- poi mi sembra più vicino alla poesia moderna dell’Inferno…
    Se vogliamo prendere il problema da un altro punto di vista poi, La Commedia può essere letta come un “romanzo” e svincolarla da qualsiasi programma: ad esempio considero utile cominciare subito la lettura, che –non dimentichiamolo- appassiona gli studenti- e compiere successivamente, quando si arriva a Dante autore nella storia della letteratura, il necessario lavoro di contestualizzazione. Il metodo inverso, di moda didattica alcuni anni fa, anche da me sperimentato, implica compressione e appiattimento della lettura del testo dantesco, che necessita , per essere gustato, di un maggiore respiro.
    Infine, pur senza volerlo naturalmente destoricizzare, non si può non sottolinearne la valenza simbolico-allegorica …

    Un’esperienza didattica in diretta
    di Barbara Peroni

    Già alla prima lettura del bell’articolo di Cataldi “Perché leggere Dante oggi” su Allegoria n°31 mi era sorta una curiosa voglia di darlo in pasto ad una classe…
    Dopo aver conosciuta la risposta dell’amico Abate e averne apprezzata la vis polemica, mi si è chiarito il disegno: partire da un approccio didattico e presentare risvolti provocatori. Mi interessava osservare come una normalissima classe di liceo scientifico, con una conoscenza discreta ma scolastica della Commedia , potesse reagire a due articoli “difficili” ma di forte impatto comunicativo. Volevo da un lato mettere a confronto il sapere scientifico con un modesto sapere liceale, dall’altro aprire delle problematiche sulla lettura di un testo visto dai ragazzi come obbligatorio, indiscutibile, mostro sacro dei programmi ministeriali e della retorica dei professori, compresa la mia.
    L’esperienza ha avuto un buon riscontro: una sincera partecipazione retta da onestà intellettuale ed una certa ingenua fiducia si è creata nelle ore impiegate.
    Non ci sono mai stati pareri nettamente discordanti o diverbi violenti, e non so dire se forse li avrei auspicati, rimpiangendo tempi più accessi.
    Ma procediamo con ordine.
    Siamo partiti con un attento esame dei punti essenziali espressi dal professor Cataldi nel suo articolo, è seguita una lunga discussione ordinata e partecipata, poi siamo passati ad affrontare la lettura del testo del professor Abate e abbiamo concluso con alcune considerazioni scritte.
    L’intera classe ha abbracciato l’idea di un Dante essenziale per la comprensione del Medio Evo. Simboli e allegorie sembrano fortemente metabolizzate e Dante è apparso essere il grande contenitore di tutte le più svariate idee del suo secolo. Passa dunque all’unanimità come personaggio emblematico per conoscere un lontano sapere. Tutta la classe condivide che la Commedia sia il “monumento” della nostra letteratura, qualche voce esce dal coro sostenendo come per il lettore medioevale fosse di più facile comprensione perché la conoscenza di personaggi e mentalità gli era attuale.
    Molti alunni pensano che lo studio frazionato in tre anni sia troppo dilatato e mal organizzato e propongono suggerimenti abbastanza validi. Tra i più interessanti spicca una sentita esigenza di un continuo rapporto Dante-autori moderni: si nomina spesso Manzoni in cui ravvisano un panorama culturale ed etico simile e vengono citati Eliot e Montale. Una lettura “problematica” della Commedia trova tutti d’accordo, ma predomina una visione dei temi etici, a netto discapito dei momenti politici. Stranamente il concetto di esule non sembra fare alcuna presa (è questo un motivo per cui la risposta di Abate non verrà del tutto capita).
    Mentre il “politico” sembra coinvolgere meno, molto forte emerge la necessità di passare il “senso critico“ di Dante anche nella nostra società. Si riscontrano delle contraddizioni che fanno riflettere: la classe auspica il senso critico come chiave di lettura, ma non affronta o rimuove le continue frecciate di Cataldi alla società in cui giornalmente si muovono. L’alunno medio non si accorge dei pesanti condizionamenti quotidiani o se ne difende non entrandoci in contrasto.
    Hanno poi condiviso tutti “l’elogio del difficile”; pur meravigliata ho pensato potesse essere un concetto acquisito, ma non elaborato.
    La lettura delle risposta di Abate è risultata, almeno al dibattito più difficile: scogli sono stati le frasi di forte politicizzazione con il parallelo profughi del Kosovo-Dante esule e il rapporto tra sfera pubblica e sfera privata. Gli alunni sono stati specchio fedele del disimpegno della loro generazione, hanno chiaramente ribadito il trionfo del privato e il rifiuto del pubblico.
    Hanno apprezzato, a livello un po’ epidemico, la bordata contro Dante “valore obbligatorio” e monumento intoccabile. Mi sembra sia a loro piaciuto che una persona certo più importante di loro e della strana razza degli scrittori si permettesse di contestare una lettura codificata nei secoli. Non mi sembra abbiano però apprezzato in che cosa consistesse la polemica, ben lontani anche dal conoscere i vari indirizzi di scuola, le diverse difficoltà e il concetto di scuola di classe.
    Alla fine del lungo percorso qui sintetizzato gli alunni hanno imparato che si può criticare un monumento e chiamarlo “marziano”, basandosi però su esempi confronti citazioni; si sono interrogati sulle abilità necessarie ad un “pilota”; si sono confrontati con difficili aspetti del mondo della cultura scientifica, scoprendo che non è monolitica né un dogma; si sono chiesti la differenza tra singolo e società. Hanno anche detto che questi due critici ”scrivono molto bene”, credo che il giudizio rientri nell’elogio del difficile. Spero che il “sugo” dell’esperienza didattica non sembri il discorso conclusivo di Renzo alla fine de “I promessi sposi”.

  12. Personalmente, credo che ricerca filologica e godibilità dell’opera letteraria siano due cose completamente diverse. Benigni ha riportato in auge la Commedia come testo polifonico, capace di rivolgersi universalmente a generazioni di lettori e fruibile anche nei teatri. Ciò che fa Sermonti si colloca ad un livello più profondo: Sermonti vuole aggiungere alla Commedia recitata un’interpretazione anche filologica, nonostante spesso il pubblico non abbia gli strumenti per comprendere ciò che si nasconde dietro il testo. Per questo motivo, Sermonti è costretto a limitare, in qualche modo, l’entità di informazioni che corredano il testo, creando così un ibrido che può apparire complicato a tratti, ma che ancora non è vera e propria filologia.
    Purtroppo, o per fortuna, i testi letterari parlano maggiormente a quei lettori che hanno gli strumenti per riconoscerne l’originalità. Per la Commedia credo che la fascinazione sia universale. E a mio avviso Dante, nonostante sia ampiamente inserito nei programmi scolastici, non è altrettanto approfondito dagli studenti delle scuole superiori.

  13. Caro Buffagni, la ringrazio per l’incoraggiamento. Purtroppo non è facile andare avanti e soprattutto mantenere entusiasmo e certezze in un momento come questo. Aggiungo che, a soli cinquantasette anni, con probabili altri dieci anni da trascorrere in cattedra a intrattenere sedicenni, comincio a sentirmi “fuori”: nel corso della mia carriera mi sono aggiornata continuamente, ho cercato di imparare tecniche, modi, approcci diversi, ma devo ammettere che la mia formazione, la base su cui ho costruito il mio modo di pensare, di apprendere e anche di insegnare non potranno cambiare che superficialmente. I ragazzi invece sono diversi, e non solo perché molto più giovani, ma perché il loro modo di avvicinarsi alla cultura è tutt’altro dal mio. Io credo nel valore della cultura, amo i classici, amo anche i moderni. Credo nel valore di leggere, decifrare, scoprire i significati. Credo che senza una base solida di conoscenze acquisite non si possa discutere di nulla e non si costruisca nulla. Credo nel piacere della lettura ma credo anche nella fatica, nell’applicazione (orribile parola tipicamente da prof). I ragazzi (non tutti, ma molti) non credono in nulla di tutto questo. Non dipende solo da loro (“sono svogliati”) ma anche dal mondo che li circonda, dai media, dall’informazione spicciola, dalle discussioni vuote, dalla connessione continua. Se gli dici che a casa devono rileggere pazientemente il testo che hai letto loro (ti credevi un’attrice…), cercare di capirlo a fondo, esercitarsi a parlarne… ti guardano come se fossi un marziano. io sono consapevole che il modo in cui propongo loro lo studio è antico, anche se magari uso la LIM e Powerpoint, che sono solo mezzi, ma non cambiano la sostanza; del resto antica sono io: può darsi, e lo dico umilmente, che i ragazzi di oggi abbiano bisogno di docenti con una formazione diversa da quella di chi appartiene alla mia generazione, ma avranno noi, per saecola saeculorum, amen.

  14. Caro Abate,
    le attuali élites italiane [sic] Dante a) non lo leggono e se ne leggessero un canto intero gli si scioglierebbe il cervello b) dunque ils s’en fichent royalement c) al massimo gli può interessare come brand, visto che il nome lo conoscono anche in Cina (Dan-tì).
    Secondo me, lei combatte la guerra di oggi con i piani della guerra di ieri.
    Il suo (e mio) avversario non è il Prof. Caviglione che sa recitare a memoria tutta la Commedia, o la terribile Prof Castiglioni-Mariotti del regio ginnasio con i suoi micidiali compitini di verbi greci, e neanche il Ministro degli Esteri Costanzo Ciano, premiato come primo liceale d’Italia, o il Presidente del Consiglio Amintore Fanfani parente del celebre dizionario.
    Quella era la guerra di trincea, con gli eserciti di leva, gli ufficiali che balzano all’attacco gridando “Savoia”, il cavallino di Francesco Baracca, etc.
    Questa è la guerra che un tecnico seduto alla consolle ti spedisce un drone davanti alla finestra del soggiorno e ti ci spara dentro un missile aria-aria mentre arrotoli gli spaghetti guardando il Telegiornale.
    Il suo (e mio) avversario è uno che serenamente decide che presso una Università pubblica si tengano lezioni solo in inglese, perchè solo l’inglese è una lingua seria e degna della scienza. Al suo (e mio) avversario, di Dante, dell’Italia, della cultura e della scuola italiana, non gliene può fregare di meno, e anzi meno ce n’è meglio è, e si comporta di conseguenza.
    C’è più opposizione politica in un convegno di educati grecisti o dantisti che in cinquecento manifestazioni per la democrazia e il progresso.

  15. buffagni, mio dio, mi fa quasi paura
    ma cosa le succede? “dategli un pugno”, “aprite il fuoco”…
    non è da lei, suvvia
    mi fa quasi paura, sa?
    spero che sia un fatto passeggero e che lei ritorni al più presto il buffagni che noi tutti conosciamo e amiamo

    Inga Leera

  16. Cara @Marisa (uso il tu che si usa fra colleghi), forti incoraggiamenti anche da parte mia. Io ho trent’anni. Sai che quando parlano della distanza tra mondo adulto e giovani non so mai in quale dei due eserciti mi dovrei sentire assoldato? Forse se non facessi l’insegnante sarei annoverato fra i rimbambiti dai mass media e dai social network. Anche quando ero ragazzino io si parlava della mia come della “generazione X” e di incomprensione con gli adulti. Siamo sopravvissuti in tanti a queste polarizzazioni più retoriche che reali, e ci sono tanti trentenni dotati di tanta intelligenza e, pensate, persino cultura. E anche dei ventenni. Lungi da me il negare che ci siano mutamenti in corso, e invasivi, ma, se mi si perdona la metafora evengelica, gli uomini (e le donne) di buona volontà attraversano le epoche. Insomma, nella lotta per migliorare la scuola (o evitare che peggiori), io mi sento alleato a chi ha sessant’anni e a quelli fra i miei attuali studenti che domani si muoveranno sullo stesso mio fronte.

    @ Buffagni e Abate. Le considerazioni che fate, diverse, mi paiono però accomunate da un tratto: lucide (anche se non sempre condivisibili) nel criticare (Abate) o nel resistere (Buffagni) diciamo da un punto di vista ideologico, un po’ più fumose nel proporre azione concrete. Non mi si prenda per un praticone: la teoria è importante per darsi rigore e chiarezza, per sfondare la superficie del fare e darle spessore; però quando si parla di scuola, se, date le premesse teoriche, non si arriva al “che cosa fare” e al “come farlo”, si resta sempre su un piano astratto. Credo che difendere Dante in quanto alieno o immigrato o volere smontare le impalcature retoriche, monumentalizzanti, reazionarie, …, che lo avvolgono sia in fin dei conti meno importante che capire come “praticamente” leggerlo in classe. Leggere Dante: quanto, quale, con che strumenti, da parte di quali professori, e come formati, … Facendo bene questo, quanto potenziale davvero critico o addirittura eversivo sapremmo liberare?

  17. Cara Signora Leera,
    mi fa tanto piacere venire a sapere che sono conosciuto e addirittura amato da un “noi” che la comprende.
    Troppo buona e generosa; per fortuna è anche spiritosa, così non mi vedo costretto ad arrossire.
    Cosa vuole, sarà la sindrome di Alzheimer-Perusini che batte i primi colpi alla mia porta; oppure i trascorsi militari, con il linguaggio da caserma che risale in superficie…
    Mi scuso per le intemperanze, e sostituisco a “date un pugno in faccia” “opponete un incrollabile diniego”, ad “aprite il fuoco” “organizzate una ferma e argomentata opposizione culturale e politica”.
    In un a parte teatrale, però, mi permetta di dirle che a volte, niente sarebbe più civile e adeguato di una bella sberla…

  18. a M. Salabelle e D. Lo Vetere.

    Ringrazio anzitutto per le repliche cortesi e sentite. Come insegnare Dante etc., in pratica? La domanda è più che giusta. Non so rispondere. Non l’ho mai insegnato, nè in generale ho mai insegnato, tranne che, da prof turista, all’università, dove però i miei corsi essendo per soli volontari mi privilegiano di un pubblico che, vada come vada, se l’è cercata e se si stufa se ne va.
    Ho avuto, al liceo, un professore sul modello Prof. Caviglione, uno che la Commedia la sapeva tutta a memoria e secondo me anche il commento del Sapegno. Faceva ridere, era un trombone paracarducciano con la maglia di lana pesante anche a marzo, gli facevamo delle violente parodie, lo interrogavamo crudelmente su autori ultramoderni di cui sapeva zero, però ammetto che due o tre cosette fondamentali di Dante, grazie a lui penetrarono lo spesso carapace di menefreghismo adolescenziale mio e dei miei compagni. Non è poco: medaglia d’argento alla memoria.
    Butto lì l’unica idea che ho. Che i ragazzi siano “svogliati” e di Dante eccetera non gliene freghi niente, mi sembra naturale. Fatta la tara della sterminata voglia di non fare un tubo adolescenziale che è un dato anagrafico perenne, hanno una giustificazione reale: non hanno prospettiva, e tutto e tutti gli martellano nella testa che non hanno prospettiva.
    Potremo fare a meno di prospettiva noi vecchi, ma i ragazzi senza prospettiva restano legati al piolo del presente, ci si avvitano intorno, s’impastoiano, cascano, si fanno male…
    Ecco: Dante, i tragici greci, etc., di prospettiva ne hanno da vendere. Non parlo dei contenuti: il sacro romano impero non è una prospettiva politica, oggi. Parlo dell’esempio, del prodigioso esempio umano e formale del quale la Commedia è solo il residuo secco. Non è vero, che quel modo di essere uomo è confinato nello zoo del passato. Chissà? Se si riesce a far capire questo, forse il resto, cioè la voglia di faticare sulle terzine, arriverà da sè.

  19. Nel precedente commento ho voluto documentare e far conoscere un dibattito del 1999 sull’insegnamento di Dante nella scuola. Ci torno su adesso per aggiungere alcune cose.
    Confrontando quel dibattito con questo del 2012 su LPLC, colgo uno slittamento nel porre il tema. Cataldi si chiedeva «Perché leggere Dante (oggi)?» e io gli contrapponevo un mio «Quale Dante? E basta (oggi)?». Giunta si chiede invece semplicemente «Troppo Dante?». Ne fa, mi pare, solo una questione di quantità. Come se non ci fosse più l’esigenza, presente nel 1999 in Cataldi, di verificare l’opportunità di insegnare Dante a scuola o di ribadire nuovamente le ragioni della sua presenza nei programmi. Giunta mi pare preoccupato di conciliare l’ossequio (indiscusso) a Dante con le difficoltà crescenti in cui si dibatte (oggi più di ieri) l’istituzione scolastica. E fa proposte intelligenti: i ritocchi dovrebbero riguardare i commenti, i modi di «spiegare Dante», la convenienza o meno di ricorrere a qualche audio libro.
    Poi, pur scrivendo lucidamente che «per leggere Dante, o qualsiasi altra cosa, occorr[e] prima di tutto uno sforzo di concentrazione che nessun apparato di suoni e luci può surrogare», per cui «i nuovi media ci daranno altro, probabilmente, ma non ci daranno quello», esita (almeno in questa sede) a portare il discorso dove andrebbe, secondo me, portato.
    Mi spiego. Sono stato sempre colpito da una sorta di cecità autoprocurata che ho notato nei “rinnovatori della didattica” e negli appassionati delle “cose concrete”.
    Proprio in base a quanto egli dice e che ho qui sopra riportato, bisognerebbe porre apertamente la elementare e fondamentale questione: ma *questa* scuola ha mai offerto o offre ancora le condizioni per tale sforzo di concentrazione?
    Per me, infatti, il vero problema resta la scuola, *questa* scuola. E solo, in seconda battuta, il problema è Dante (o altro contenuto da conoscere o altro valore di riferimento). Detto in altri termini, ci si chieda: c’è coerenza sufficiente tra contenitore (scuola) e contenuto (Dante)? Oppure c’è una incoerenza tale che impedisce di fatto qualsiasi fruizione o approccio decente a Dante (o ad altro contenuto da conoscere o ad altro valore di riferimento)?
    Mi attarderò su cose “superate” dal dibattito 2012, ma, secondo me, la scuola pubblica è nata come (cattiva) scuola di massa; e nella fase difficile che da decenni attraversa – per il venir meno di investimenti, per cattive “riforme”, per espansione dei suoi aspetti burocratici – la qualità della sua offerta culturale è andata sempre più scadendo.
    Lo sappiamo, ma non ne traiamo le conseguenze; o forse nulla più siamo in grado di fare per intervenire.
    Ma allora – penso io-, se non è possibile ascoltare un notturno di Chopin nel trambusto di una metropolitana affollata, com’è possibile pretendere di piantare la quercia-Dante in una (cattiva) scuola di massa, che è stata ridotta (dovrei aggiungere:volutamente) a un fazzoletto di terra sempre più abbandonato a se stesso?
    Trovavo (quando ero insegnante) e trovo oggi sempre un po’ immorali e politicamente ambigui tutti i discorsi su come insegnare Dante a scuola che isolano la didattica dalle condizioni materiali (fisiche, organizzative e psicologiche) in cui essa dovrebbe essere esercitata.
    Sono discorsi che sopportano in partenza il ricatto, che viene fatto agli insegnanti da parte di chi governa la scuola o la gestisce e che formulerei, all’osso, così: dovete produrre i risultati che si producevano nella scuola di 50 o 100 anni fa anche nelle pessime condizioni che noi governo vi imponiamo e che ci riserviamo di peggiorare.
    È un ricatto che continuamente viene imposto, contando sul fatto che ci saranno sempre molti insegnanti di buona volontà, i quali cercheranno di salvare capra e cavolo e di mantenere in vita la tradizione di una cultura alta anche nelle condizioni d’insegnamento indecenti e proibitive che gli vengono imposte.
    In questo modo una questione politica vera (quale riforma e quali costi vanno affrontati per avere una *buona* scuola di massa) s’inabissa nelle stesse coscienze dei diretti interessati; e diventa una questione didattica (Dante: troppo o poco?); e poi, quando gli insegnanti, abbandonati a se stessi, possono al massimo praticare l’arte di arrangiarsi, forse solo una questione privata o di coscienza. Con tutti gli strascichi negativi che ne derivano.
    E che sono evidenziati bene dai due commenti di Marisa Salabelle (che saluto, se si ricorda del nostro scambio mail del 2002): insegnanti in balia della ostilità cieca degli studenti; colpevolizzazione degli insegnanti da parte di genitori o di giornalisti saccenti che gli danno addosso.
    Abbandonati da sindacati e partiti, gli insegnanti migliori non hanno alternative: devono “resistere resistere resistere” come i fanti nelle trincee; e sono costretti a gonfiare il petto, a diventare “eroi della didattica”, a dannarsi per fare appassionare gli studenti a Dante, senza che i valorosi capitani e generali che li guidano dai Ministeri e dai Provveditorati muovano un dito per contrastare la «dittatura dell’ignoranza». Anzi! Quella impera già lì in alto (ma anche in basso, per la verità).
    Perciò, secondo me, ha ragione Mariangela Caprara, quando rifiuta il lavoro gratuito che vogliono imporre agli insegnanti nella scuola e ora anche fuori della scuola. E ha ragione anche Lillo quando ricorda :« ma se alla scuola stanno tagliando tutto? come si fa a integrare un discorso complesso come quello di Dante con materiale esterno? c’è una crisi in corso terrificante, in cui più che all’arricchimento degli studenti si pensa al risparmio sulle strutture, quasi che la scuola fosse una fastidiosa incombenza».

    Dietro il tema posto da Giunta io ci vedo altro. Dante simboleggia un po’ la cultura umanistica. E ci si dovrebbe chiedere coraggiosamente se essa è ancora o può ancora essere, come pensava Cataldi nel 1999, l’antidoto all’americanizzazione ormai quasi completa dell’Italia.
    Abbiamo una classe dirigente succube dell’americanismo; e, attraverso i mass media, i modelli “all’americana” hanno conquistato le menti di buona parte dei genitori, degli insegnanti e dei giovani. La minoranza di insegnanti ancora capaci di pensare fuori da questa logica, che prospettive si dà di fronte a tale depotenziamento dei ferri del mestiere e di sfascio dell’istituzione scuola?
    Faranno i missionari *in partibus infidelium*, si arroccheranno nel pragmatismo (come mi pare faccia Lo Vetere…) o riscopriranno in ritardo un orgoglioso spirito nazionale (Buffagni)?
    In merito al Dante da difendere «per tutelare un sapere comune e l’ìdentità nazionale» (ma con la consapevolezza che « L’identità nazionale, da sola, può accecare»), come voleva pure Cataldi nella discussione del 1999, a me pare di poter riconfermare le obiezioni di allora.

    Come trascurare, caro Buffagni, che il Dante entrato nel canone della borghesia colta italiana e poi nella scuola era un’immagine rielaborata e attualizzata per la classe dirigente d’allora e non il Dante che sarebbe da scoprire per il nostro oggi?
    E come sottovalutare, caro Lo Vetere, che la formula «il medium è il messaggio» vale purtroppo anche per Dante? Entrando nel contenitore (scatolone) scuola di massa (non riformata o sconvolta da cattive riforme) è diventato inevitabilmente soprattutto materia per accanimenti pedagogici (com’è accaduto del resto a Manzoni). Quando poi il contenitore te lo scassano, ancora più ne risente anche il contenuto Dante…
    Lo Vetere (nel suo commento sulle primarie) vede bene l’operazione di manipolazione (« Già parlare in un salotto televisivo distorce la discussione, ma almeno c’è tempo per ragionare»). Ma, quando tratta della scuola, mi pare veda meno chiaro.
    È possibile – gli chiedo – staccare i due discorsi (dell’insegnamento in ribasso di Dante e dello stato penoso della scuola)? Sostiene che « volere smontare le impalcature retoriche, monumentalizzanti, reazionarie, …, che avvolgono [Dante] sia in fin dei conti meno importante che capire come “praticamente” leggerlo in classe». Ma non vede che così ci si riduce a chiedersi solo con quali accorgimenti o trucchi o trovate si può continuare a somministrare Dante (inverificato) a anonimi e indefiniti studenti-massa, senza neppure accertarsi che le condizioni minime per somministrarglielo ci siano e se una tale somministrazione raggiunge un qualche effetto che non sia la noia o il rigetto? A me pareva (nel 1999) e pare ancora oggi che la difesa del *monumento* Dante vada fatta non dimenticando come esso sia stato usato nel tempo e chiarendo quale uso se ne voglia fare adesso nella difficile fase che stiamo vivendo. E a vantaggio di chi.

  20. Caro Abate,
    come darle torto quando ha tante buone ragioni?
    Le rispondo una cosa sola. Dante è una bandiera, anche un po’ buffa, trombonesca e insipida come tutte le bandiere.
    Quando le realtà che la bandiera simboleggia sono in buona salute, ben protette, vitali, si può anche discutere sulle sfumature dei suoi colori, le dimensioni del drappo, eventuali scritte da togliere e aggiungere: e si può anche decidere di cambiarla, perchè no?
    Però, quando sei sotto il fuoco di forze soverchianti che mirano a spazzare via forever tutto quello che la bandiera simboleggia, la bandiera innanzitutto la mostri e te la tieni stretta, anche se, come sempre accade a tutte, ripeto *tutte* le bandiere, in varie occasioni ha coperto un vasto assortimento di schifezze e atrocità.
    E’ tardi per riscoprire l’orgoglio nazionale? Senz’altro. Per riscoprire la dignità, invece, non è mai troppo tardi.

  21. Caro Ennio, certo che ricordo! E anch’io ti saluto. Sono d’accordo con molte delle cose che dici nel tuo lungo intervento, resta comunque per me un fatto, una contraddizione dolorosa che sta cominciando a farmi perdere l’amore per il mio lavoro e l’amore per le cose che insegno, la letteratura, la storia, Dante. E cioè: è verissimo! La scuola come istituzione, la politica con i suoi ministri dei quali si pensa sempre “peggio di questo/a non ne potrà venire nessuno”, venendo puntualmente smentiti dai fatti; tutto il mondo della comunicazione, e questo inganno che si continua a perpetrare ai danni delle giovani generazioni, secondo cui tutto dev’essere “facile”, “divertente”, “moderno”, “multimediale”… E nello stesso tempo però “noi” nella scuola ci siamo, e dobbiamo restarci ancora a lungo, e siamo inevitabilmente vecchi, e lo saremo ancora di più fra dieci anni, eppure letteratura, storia, Dante… li dobbiamo continuare a insegnare. O no? O forse, visto che il sistema ce lo rende impossibile, dobbiamo rinunciare, desistere? E che faremo quando saremo in classe davanti ai nostri alunni? E se i ragazzi mi dicono che non si deve studiare storia perché parla di gente morta o perché tanto c’è tutto su wikipedia, io devo continuare a “resistere resistere” o devo dire, sai cosa, d’ora in poi m’invento dei giochini e come dice Guccini, “a culo tutto il resto”? E per favore non ditemi che dipende da me che non li so interessare.

  22. Caro Abate, eccomi a risponderle. Molta carne lei mette al fuoco. A differenza di Buffagni e Salabelle, non condivido per niente.

    Nella discussione sulle primarie lei dice che vedo bene certe contraddizioni che qui mi sfuggono. Ma di politica mi limito a parlare, e in sede teorica ci si può sempre muovere, in modo soffice e aereo (e anche un po’ irresponsabilmente), tra le contraddizioni, sottraendosi ad esse. Quando si agisce non è più possibile e per me insegnare è un’azione, non un argomento di riflessione/speculazione. Se fossi un politico avrei il problema opposto: parlerei di scuola con disinvoltura e mi impegolerei nel vischio della prassi.

    Non sa di quante odiose contraddizioni sia portatore sano e insano ogni volta che agisco. Lo so benissimo. Ma saprà anche lei che non si può fare la frittata senza rompere delle uova. Anche a me piace la scuola del sospetto, ma sospetto che sospettare sempre sia un sofisma che ci si può concedere solo quando si è seduti in poltrona. Quando da questa mi alzo, io mi sporco le mani e provo a fare un po’ di bene agli adolescenti di massa da lei tanto disprezzati.
    A me interessa speculare solo nella misura in cui affilo le armi che mi serviranno per evitare di agire come un elefante ottuso, cieco e ubriaco in una cristalliera, ben sapendo che di bicchieri ne romperò comunque (cioè rovinerò qualche studente).

    In “pratica”, quindi, mi chiami pure pragmatista, dica che il mio pragmatismo è riducibile a trucchi e tecniche (o no, questo no!); dica che non voglio vedere l’ambiguità costitutiva di una scuola di massa che continua a propinare Dante senza ripartire ab ovo ogni volta, riflettendo sul perché e il percome esso sia stato monumento, reazionario, padre della patria, strumento dei borghesi, …; dica che lavorando dentro la scuola non mi rendo conto di essere un emissario del sistema (perché più o meno questa è la conseguenza del suo parlare di cecità e di manipolazione. Dunque riconosce la mia buona fede, ma mi fa ingenuo corresponsabile).

    Bene, dica tutto ciò e questo pragmatista le ribadirà: allora cosa facciamo? “Praticamente”? Descolarizziamo la società? Buttiamo giù le scuole? Bombardiamo il ministero? Facciamo la rivoluzione? Ci riuniamo in piccolo gruppo critici, come già mi disse altrove, e facciamo pratica di testimonianza e critica, guardandoci (mi perdoni) un po’ l’ombelico?

    Chiedersi come fare “praticamente” Dante non è una sega mentale di umanisti da idillio che non vedano le contraddizioni della storia. Benissimo ha fatto Giunta a scrivere un pezzo in cui si pongono problemi e si danno consigli pratici, praticissimi, su come leggerlo.

    Io non sono stato così bravo, perché con questo post finisco di nuovo con tutti e due i piedi nella teoria. Ma volevo “teoricamente” legittimare una discussione di tipo “pratico”. Se anche questo tipo di discussioni ha bisogno di una fondazione del genere, forse non è poi così tanto roba da “praticoni”.
    Non crede?

    Saluti

  23. Dimenticavo: gli adolescenti di oggi non sono tutti dei rincoglioniti automi.
    Io adoro entrare in classe. Adoro l’intelligenza di molti ragazzi e la loro fragilità (ammantanta dietro spocchie e vestiti alla moda). C’è ancora molto di umano da salvaguardare. Non posso provarglielo, Abate, perché è un’esperienza che potrebbe solo verificare de visu. Però è così. Anche dentro la scuola di massa e le sue contraddizioni.

  24. Daniele: certo che ci sono ragazzi splendidi, e anche quelli che non lo sono, devono comunque essere interlocutori privilegiati da parte di noi educatori. Quello che si vuol dire, o meglio, quello che volevo dire io, è che il compito dell’insegnante si sta rivelando sempre più difficile e ingrato, che ci si pongono tante domande su quello che si fa, e su come lo si deve fare, o su come lo si può ancora fare, date anche le condizioni in cui ci troviamo a lavorare e dato il prestigio sempre minore di cui godono le discipline umanistiche nel contesto sociale in genere e presso le giovani generazioni in particolare.

  25. Caro Lo Vetere,
    velocemente: è vero, ho messo molta carne al fuoco. Ma lei l’assaggi, veda se è masticabile dai suoi denti, controlli il gusto e, se è il caso, la sputi, dicendomi le ragioni del rifiuto. Da buon pragmatista, che per me non è un termine offensivo.
    Quanto a dare dei “rincoglioniti” agli adolescenti di oggi o di ieri sappia che non me lo sono mai permesso. E me ne sono passati tanti sotto il naso nella scuola-prigione ( un ITIS), dove ho insegnato fino al ’98. E, pur coltivando la “teoria” ma ben impegolato “nel vischio della prassi”, non credo di averne rovinato neppure uno, neppure quelli che mi odiavano perché mi dicevano troppo “filosofo”.
    Poi, quando trovo il tempo, le risponderò con più calma.

  26. @ Abate. “Rincoglioniti” era troppo forte e immagino che non l’abbia mai usato, certo. Non volevo darle del cafone, mi perdoni. Sottolinerei però la parola che l’accompagna, “automi”: la sua descrizione della scuola di massa è così compattamente senza speranza che sembra che chi la abita non possa salvarsi. Una specie di Metropolis.

    @ Marisa. Non credo nei gap generazionali e nelle rivoluzioni, nei salti ontologici e storici (sono CONTRO la retorica del “cultural divide” e dei “nativi digitali”). Perciò tengo sempre a sottolineare la continuuità più che la discontinuità.
    Ovviamente non credo che tutto sia sempre uguale a se stesso. La storia procede a ritmi difformi, oggi sicuramente a strappi e accelerazioni improvvise. Questo ci sbalestra. Oggi è molto più difficile che in passato fare gli insegnanti: i nostri tentativi, il tuo, il mio, quello degli altri colleghi, potrebbero anche fallire. La storia di gente come noi se n’è mangiata già tanta.
    Tuttavia sono vivo e agisco, nel tempo che mi è concesso.

    Non entro nella questione che poni della crisi dell’umanesimo, perché ne ha parlato gente più competente di me e comunque noi piccoli insegnanti non possiamo risolverla. Almeno: non possiamo risolverla in sé, ma forse agendo nel campo dell’educazione, indirettamente agiremo anche su quella.
    Sulla disistima sociale, anche: dipende da forze al di là del nostro controllo. Forse ripensare un po’ la professionalità docente aiuterebbe, ma taccio di ciò, perché esula dal thread.
    Su cosa fare in classe e come reagire alle irrisioni degli studenti verso un tizio morto da tanto tempo che neanche si sente più la puzza (tra l’altro: definizione non priva d ingegno…) provo a dirti quel che penso che potremmo fare.
    Premetto che non conosco la realtà degli istituti tecnici e professionali (insegno o ho insegnato nei licei e alle medie, più due anni nella formazione professionale, ma credo che sia diversa da questi altri istituti). Non so come si insegni letteratura lì, perciò ti prego di perdonarmi se dirò cose che non hanno presa sulla tua realtà. Correggimi, anzi informami, mi piacerebbe sapere qualcosa di scuole che non conosco. Vado per punti.

    1) Ignorare i programmi ministeriali. Sono inutili.

    2) Rischiare con un po’ di spregiudicatezza, non farsi soffocare dal canone: a volte ci sembra che certi temi o autori siano irrinunciabili, ma se si guarda bene, per farne uno irrinunciabile ignoriamo un altro che sarebbe altrettanto irrinunciabile. Punto alto (qualcuno magari si scandalizzarà): tagliare (o ridurre parecchio) Manzoni o Tasso per fare, che so, più Dickens o più Morante? Oltre l’orticello della letteratura italiana ce ne sono tante altre, anzi, in certi secoli le letterature straniere sono molto più alte della nostra e soprattutto hanno consuetudine con un genere come quello del romanzo che in Italia abbiamo a lungo disdegnato, ma da cui bisogna sempre partire (lo dice Segre, non io, ma non allungo il post con una citazione. A chi interessa, cfr. La letteratura italiana del Novecento, Laterza, 2004) Se qualcuno oggi legge, di solito legge un romanzo.

    3) Queste infrazioni al canone mi sembrano legittimate da una considerazione che secondo me è la più importante. La letteratura è linguaggio. (Da questo assunto di solito i puristi traggono la conseguenza che sia un delitto tradurre o parafrasare. Perciò o vi leggete Dante in originale, o se no, piuttosto, non lo si fa. Sacrilegio. L’obiezione che faccio ai puristi è sempre: allora non leggiamo neanche autori stranieri in lingue che non conosciamo. Se Dostojevskj è il suo linguaggio, io che non conosco il russo non dovrei leggerlo).
    No, la letteratura è linguaggio nel senso che per fruirne bisogna educare la capacità linguistica. Di un testo, in un certo senso, si capisce solo quel che se ne può già capire (linguisticamente). A chi parli un italiano sub-neostandard il linguaggio della nostra tradizione letteraria può risultare quasi un geroglifico. Cos’è più importante (almeno a scuola), la lingua di Boccaccio o la lingua dello studente? Noi sulla seconda dobbiamo lavorare. Allora: proporre testi che permettano allo studente di provare una cosa: il piacere della lettura, che è difficile possa passare da una penosa ricostruzione del senso sulle note parola per parola.
    Cominciare a discutere se, almeno per certi autori, epoche, testi, non valga la pena attualizzarli linguisticamente. Non lo dico io, ma i linguisti: l’italiano è una lingua più in transizione di altre. L’evoluzione che altre lingue hanno fatto nei secoli (vedi inglese e francese), noi la stiamo vivendo solo da pochi decenni, cioè da quando l’italiano ha cessato di essere una lingua scritta e nota a pochi letterati. Un francese, che non sia filologo romanzo, vuol leggersi la Chanson de Roland? La legge in francese ammodernato, perché l’antico francese è “quasi” un’altra lingua. Idem per gli inglesi che leggano Beowulf. E’ un vero e proprio problema di traduzione. (Con ciò rispondo ancora ai puristi).

    4) Riequilibro quanto fin qui detto con due osservazioni di direzione contraria. Insomma, mi faccio da solo due obiezioni. Prima: “proposte troppo centrate sullo studente, c’è anche un canone da considerare e valori sociali e culturali da trasmettere”. Assolutamente sì. Il fatto è che ai ragazzi a volte sfugge proprio la ragione dell’esistenza di un canone. Allora l’obiettivo potrebbe essere puntare a fargli capire perché ne esista uno, perché il nostro passato si rifletta sul presente, attraverso una scelta molto calibrata di alcuni autori “vedetta”, per ciascuna epoca. A quel punto si possono proporre anche testi complessi. Intorno a ciò però bisogna dedicare molto tempo alla lettura di testi più semplici e, soprattutto, alla scrittura: scrivere serve a leggere meglio. Mi spiego citando Bacone: “La lettura fa l’uomo completo, la scrittura lo fa esatto”.

    5) Seconda obiezione. “Si schiaccia tutto sull’identico e si umilia l’alterità. Cioè: si valorizza troppo il presente (linguisticamente e culturalmente) e si sminuisce il passato, si propone agli studenti il loro linguaggio e si rinuncia a proporre loro un linguaggio diverso, lontano, aspro ma altissimo”.
    Ma tra l’assoluta identità e l’assoluta estraneità c’è un continuum, e bello lungo. La norma l’ha data uno psicologo russo, Vigotsky (con la sua teoria della “zona di sviluppo prossimale”): per l’apprendimento bisogna fornire stimoli che siano ad un livello x + 1. Se si fornisce uno stimolo x, non c’è apprendimento: lo studente ripete ciò che già sa o sa fare. Se si fornisce uno stimolo x + 2, 3, 4, ugualmente non c’è apprendimento: lo studente non capisce o non sa fare.

    6) Molto sbrigativamente e un po’ rozzamente, spero di spiegarmi: la letteratura non è un sapere esclusivamente concettuale, razionale, passa per canali emotivi. Questo si sa. Ecco, allora bisognerebbe interrogarsi e lavorare sulla fruzione estetica dei ragazzi, intendo di quella fuori dalla scuola (film o filmacci, libri o libracci). Non si tratta di mettersi a seguire le loro mode e di parlare di quello in classe, ma di capire cosa capita loro (cosa li emoziona) quando leggono un manga o Twilight. La loro fruizione in quel caso è, per così dire sintetica, non analitica. Colgono immediatamente un senso. Credo che esistano scrittori e poeti che possano essere fruiti in quel modo, le cui immagini o narrazioni o sensazioni siano immediatamente comprensibili anche a chi ha poca esperienza della letteratura (e della vita). Scegliere scrittori e poeti che permettano di far ciò. Dopo una percezione “sintetica”, si può passare all’analisi, allo smontaggio (magari alla correzione di una prima impressione scorretta).
    Esempio concreto: ora quell’effetto di immediata commozione me lo producono Leopardi, Luzi, Rilke.
    A 17 anni non era così, avrei potuto leggerli (e Leopardi lo leggevo, per obbligo scolastico), ma non li avrei capiti/sentiti. Però a 16 anni mi colpirono alcuni versi della Ballata del carcere di Reading di Wilde, l’Elegia in un cimitero di campagna di Gray, alcune poesie di Sbarbaro. Si potrebbero trovare altri autori e si potrebbe anche dire che se a un ragazzo un verso d Vasco Rossi fa lo stesso effetto che a noi fa un verso di Dante, non dico che si debba mettere Vasco Rossi nel programma (ovviamente no!), ma capire, magari lavorarci su in classe una sola ora e ragionare con i ragazzi sui motivi per i quali quei versi così semplici gli fanno balenare nell’animo un’immagine della loro vita raccolta chissà dove. Un’immagine di Luzi non passa mica da canali diversi: sono gli stessi, solo più raffinati.

  27. Tanto per riportare un’esperienza differente… Io una volta ho fatto TUTTODANTE con bambini di seconda elementare. Non l’avevo mai letto integralmente prima, non c’ero riuscito. Invece, leggendo insieme semplicemente il testo (un po’ i versi originali un po’ raccontando io, dopo aver letto, la trama e i personaggi) ci siamo appassionati, sia io che loro, ed è stato un successo! Una cosa da cantamaggio toscano, tipo certi cantastorie analfabeti ambulanti, che un tempo recitavano a memoria tutta la Divina Commedia nelle piazze di paese. Trovo che Dante, come Shakespeare, si presti anche a questa lettura un po’ folk. Oddio, probabilmente, non avremo capito tutte le sottigliezze e il cotè letterario, ma è stata un’avventura stellare! Eravamo presissimi, specie nel finale del Paradiso, e molti bambini si son fatti regalare il libro o il cd dai genitori, da tanto è piaciuto. In seguito ne ho ricavato un laboratorio teatrale estivo altrettanto travolgente (per bambini età elementari).

  28. @ Canciani. Stupendo. La propongo come ministro dell’Istruzione. Bravo, bravo, bravo.
    Si trova da qualche parte questo materiale? L’ha messo in rete?
    (Non so se leggo bene fra le righe, ma noto un filo di giustificazione in quel suo “un po’ folk” e “non avremo capito tutte le sottigliezze ecc…”: le pare che riuscendo in una cosa del genere ci sia pure da giustificarsi? Anzi, magari le è riuscito proprio PER quello, non NONOSTANTE quello).

  29. Non ho nulla in rete, ahimè. Mi restano solo alcune schede con la sintesi delle scene principali (in quattro righe, sul genere delle striscie del signor Bonaventura) di un canto e accanto dei riquadri bianchi che loro riempivano con disegni. E inoltre mi restano i grandi dipinti dei personaggi per il laboratorio estivi: enormi cartoni di due metri per uno e mezzo, con i fori in cui l’attore inseriva la testa e le mani per interpretare il personaggio.
    Una delle particolarità del corso era la freschezza da “prima lettura”, sia per loro, sia per me (che pur leggevo per mio conto la settimana prima, e preparavo di volta in volta le performances). Il laboratorio, poi era tutto teatrale, con scene da un’ora che ogni mattina gli attori professionisti interpretavano davanti ai bambini, e una grande commedia con quasi cento parti che i bambini mettevano in scena a fine laboratorio. Quest’ultima era un adattamento della “Trilogia delle barche”, di Gil Vicente, un drammaturgo portoghese del ‘400 che consiglio a chi è in cerca di soggetti danteschi.
    Quello che sostengo io è che c’è nella nostra tradizione un Dante popolare, ingenuo, sfacciato, strapaesano, al di là dei circoli eruditi, ed è quello che ne ha determinato il successo. Andrebbe riproposto, specie ai bambini che, a mio avviso, sono il pubblico più ricettivo. Questo forse renderebbe loro più agevole una rilettura storicamente consapevole negli anni del liceo.

  30. Secondo me i classici vanno “masticati”: cioè cantati, traditi, maltrattati, distorti, capiti in mille maniere unilaterali, in una parola utilizzati. è questo che li rende vivi.
    Certo non è cosa da farsi in un saggio accademico di taglio scientifico, e forse neppure l’insegnante può permetterselo più di tanto. Spetta al lettore riciclare il classico per arricchire la propria esperienza di vita. Se non si fa questo, che male c’è a dimenticarlo? Basta una nota a piè pagina per sapere che a Firenze nel 1300 c’era anche un tale che scriveva di viaggi nell’oltretomba o per informarci sulle cose di allora.

  31. 1) “Secondo me i classici vanno “masticati”: cioè cantati, traditi, maltrattati, distorti, capiti in mille maniere unilaterali, in una parola utilizzati. è questo che li rende vivi”.
    Assolutamente sì! Anche perché questo non esclude mica il serio saggio accademico (anzi, chissà che bel saggio accademico dantesco scriverà un dantista che da bambino abbia interpretato Caronte nella recita scolastica: gli passerà la voglia di ammazzare ciò che è vivo seppellendolo sotto minutaglie d’ogni genere).
    Lei dice che l’insegnante (pensa alle medie e superiori?) non può permettersi tanta libertà. Per carità, bisogna anche stare sui libri e imparare a scrivere. Ma direi che quasi tutto ciò che è capace di render vivi i classici con questi chiari di luna è benvenuto. Se poi è come il suo progetto, altro che benvenuto, io l’acclamo.
    Via dalle elementari tutte le cazzate riposte sotto l’etichetta “educazione”: ambientale, stradale, sessuale, alimentare. Dentro la messa in scena della Commedia. Se questo civismo subdemocratico e la retorica sulle nuove tecnologie stanno sostituendo l’umanesimo nelle scuole è anche perché non riusciamo a pensare che anche un progetto come questo è umanistico. E gli avversari hanno facile ragione di noi.

    2) Tutto materiale concretissimo, da manipolare. Niente per la rete. Ma come?! Dipinti, strisce di fumetti, cartoni forati in cui metter la faccia e le mani? Ma lo sa che ha a che fare con dei nativi digitali? Non hanno avuto reazioni allergiche al contatto con il vecchio analogico?
    Sa che se partecipasse al prossimo concorso la farebbero fuori perché non usa le nuove tecnologie (non è una battuta, è proprio un requisito richiesto)? Lei è ideologicamente reazionario.
    Chiedo a Claudio Giunta se può farmi avere la sua mail o se può farle avere la mia, se lei è d’accordo. Vorrei capirne di più. Chissà che non riesca a gettare qualche semino fra i colleghi delle elementari proponendo di ispirarsi a lei.
    Secondo me, caro Canciani, non dovrebbe accontentarsi del laboratorio nella sua scuola. Ci pensi seriamente: dovrebbe trovare un modo per diffondere questa bella idea. Usi la rete (in questo sì che il digitale è prezioso), diffonda il suo verbo!
    Saluti (la ringrazio, sa? Mi ha messo di buon umore)

  32. La mia mail è osea85@yahoo.it e insegno da molti anni teatro ai bambini (alcuni dei quali ormai diventati ragazzoni), non con una scuola, ma con una compagnia teatrale specializzata in questo. è nostra sconsiderata abitudine, ahimè, costruire enormi laboratori tematici, comprensivi di spettacoli, per poi consumarli tutti in una volta. Sarà che abbiamo il senso dell’effimero. Certo che mi piacerebbe collaborare con qualcun altro che volesse utilizzare le nostre esperienze.
    Ho un altro lavoro: insegno religione in un liceo; ma una volta lo facevo alle elementari. Risale ad allora la mia esperienza con Dante in seconda elementare (sempre meglio di certi sciocchi programmi di religione per le primarie).
    Lei ha ragione, ben vengano le tecnologie digitali, ben venga tutto; ognuno adoperi ciò che sa; io di solito uso il teatro e la pittura perché lo so fare, non perché le ritenga migliori. C’è però un problema: il digitale è notissimo ai ragazzi che lo adoperano meglio di me e in questo sento di non aver molto da insegnar loro; dar loro la possibilità di esprimersi lì è giustissimo (sempre che si abbiano a disposizione adeguate attrezzature, ed è raramente il caso). Solo che a volte si dimentica come sia difficile sorprenderli e conquistarli con qualcosa cui sono già abituati, che già fanno sempre. Ho sempre cercato di farli accedere, solo per un momento, ad altri mondi, ad altre esperienze. I miei laboratori estivi per esempio hanno avuto come temi: la Divina Commedia, l’immenso Mahabharata, la fantascienza classica, la saga irlandese sul Ratto del toro di Coole, la storia del cinema dai Lumière agli anni settanta, l’opera lirica… tutti mondi vastissimi per lo più chiusi a loro perché ritenuti troppo complessi.
    Io penso si possa essere ambiziosi anche alle superiori. Si possono e devono cercare modi nuovi e sorprendenti insieme ai ragazzi, non venendo semplicemente incontro a quello che chiedono (altrimenti chiederanno ciò che l’imitazione sociale li ha abituati a chiedere), ma aprendo loro nuove piste e poi percorrendole anche noi “per la prima volta” con loro. Oh, anch’io tengo venti “lezioni” noiose e fallimentari e poi ne azzecco una giusta; si va a tentativi.

  33. Dicendo che l’insegnante non può prendersi troppa libertà, intendevo che deve offrire un primo quadro accurato e rigoroso di ciò che insegna, dar loro la cosa non soltanto la propria rimasticatura, sennò farebbe degli allievi i ripetitori delle proprie fisime. Poi sono loro a dover massacrare i classici.

  34. Cerco di trovare una via di conciliazione tra le posizioni di Ennio Abate e di Daniele Lo Vetere. E cioè: è vero che bisogna darsi da fare, pragmaticamente, con soluzioni adatte agli studenti di oggi, e appellandosi alle loro reazioni emotive; ma è vero che tanto darsi da fare non approda ai migliori risultati nelle condizioni in cui operiamo nella scuola, con poco tempo, troppi studenti nelle classi, eccetera, eccetera. Ai ragazzi, specialmente a quelli del Liceo, è dovuta tutta la dignità scientifica di ogni disciplina, e non mi pare che questo si riesca sempre a garantire. Non bisogna dunque trovare la via più breve ad ogni costo, ma lottare per affermare questa dignità scientifica anche nostra, di noi insegnanti.
    Spero di essere stata chiara, nonostante l’estrema sintesi del mio pensiero.

  35. Cara Mariangela, credo smetterò di usare la parola pragmatista, perché ho ormai capito che la uso in un senso che è tutto mio, non condiviso. Infatti io credo fermissimamente nella via più lunga (ad ogni costo), non in quella più breve. E via più lunga, parlando di insegnamento della letteratura, per me significa precisamente difenderne la dignità scientifica (io preferisco gnoseologica, o conoscitiva, così riusciamo a uscire dalla sudditanza lessicale nei confronti delle scienze dure).
    La parola emozioni possiamo usarla e infatti io la uso, ma mi rendo conto che si presta a fraintendimenti di tipo psicologistico. A me della preziosa sensibilità degli adolescenti in sé non interessa molto. La scuola è piena di una fraintesa centralità dello studente che è solo figlia di una temperie culturale in cui la psicologia ormai la fa da padrone in ogni tipo di discussione sull’interiorità. Il lessico umanistico è stato spodestato. Io vorrei ripotarlo sul trono. Insomma, la sensibilità adolescenziale mi interessa solo in quanto sensibilità umana, l’adolescenza solo in quanto vigore giovanile di chi è caro agli dei, la vecchiaia solo in quanto percezione del tempo che scorre e della nostra eterna angoscia, non certo come età da denegare e nascondere sotto interventi di chirurgia plastica e giovanilismo eterno. L’adolescenza è un’invenzione degli psicologi e dei sociologi e a me quel lessico fondato su un’epistemologia radicalmente soggettivistica non interessa. Perciò il mio “andare incontro agli studenti” non è un tentativo di semplificare dovuto alla situazione attuale do crisi e sfiducia, ma qualcosa che credo stia nel mandato delle nostre discipline da sempre.
    A me pare, per dire proprio tutto con uno slogan brutale, che o siamo in grado far sì che la letteratura sia capace di parlare del Senso, o possiamo anche chiuderci in cenacoli umanistici e lasciare che siano altri a fornire sensi (falsi e approssimativi) ai ragazzi.
    Per farlo, noi dobbiamo educare il linguaggio (qui sta la serietà e la via lunga). Solo la letteratura sa farlo. Il linguaggio media tra la nostra ragione, le nostre emozioni, i codici sociali, … per parafrasare Kant, le emozioni senza il linguaggio (dell’arte e della letteratura) sono cieche (o, almeno robetta da psicologi).
    Anche io spero di essermi riuscito a spiegare. Grazie del dialogo a distanza e spero a presto

  36. @ Mariangela. Meno male! Non voglio stare nel girone degli psicologizzanti!
    Preferisco lussuriosi e golosi.
    ;-)

  37. Gentilissimo Daniele, scusa se mi “intrufolo” tra i commenti ma non ho potuto resistere. Uso anche io il “tu” perché siamo colleghi, tra l’altro abbiamo condiviso una giornata “di passione” a Lucca ormai più di un mese fa quando abbiamo ottenuto il tanto “agognato” ruolo da concorso ordinario. Condivido gran parte di quello che hai detto; del resto, il problema di “comunicare il sapere” è ciò che maggiormente mette in crisi la maggior parte degli insegnanti. Quelli che non hanno ancora gettato la spugna, s’intende. Ho insegnato diversi anni al Liceo classico prima di entrare di ruolo, e due anni in Istituti professionali della provincia di Arezzo. Ho imparato molto di più nei due anni trascorsi in quelle scuole, che in 6 anni di insegnamento al Liceo. Al concorso ho rifiutato l’unica cattedra sulla A051 della provincia di Arezzo per scegliere la A050. Attualmente insegno in un Istituto per Geometri. Il problema di Dante, se così lo vogliamo chiamare, mi si è posto subito, immediatamente, quasi prepotentemente, dopo aver sentito dire a scuola che quasi nessun/-a collega aveva mai avuto intenzione di far leggere, o peggio ancora provare a commentare, qualche canto ancorché dell’Inferno (purtroppo non mi funziona il corsivo), figurarsi del Purgatorio o del Paradiso. Ho deciso che fosse necessario quanto meno provare a scardinare questo approccio dogmaticamente esclusivo. Così ho iniziato con un elenco di libri da proporre agli studenti di terza-quarta-quinta (quest’anno insegno in un triennio) che con Dante non c’entrano assolutamente nulla. Ho iniziato, Daniele, a proporre la lettura di Jules Verne, di Stevenson, di Dickens e di Voltaire. La risposta è stata assolutamente, inaspettatamente entusiasta. A questo punto, ho deciso che sarò coraggiosa e proporrò loro la lettura di qualche canto della Divina Commedia. Inferno in terza e non in quarta? E perché mai? Paradiso per forza in quinta? E chi l’ha detto? Non sarebbe meglio, magari, proporre un percorso, anche in tutte le classi, ad esempio dei cangi cosiddetti “politici”, o dei canti che raccontano delle sofferenze d’amore…tutto è possibile nella scuola dell’autonomia, ma soprattutto…tutto è lecito pur di stuzzicare quella vena di curiosiate (mi si passi il termine) che non è morto negli adolescenti di oggi, quel guizzo che la i-phonite galoppante non è ancora riuscita a distruggere del tutto, quell’entusiasmo che per qualche, meraviglioso minuto, ha distolto i miei alunni dalla lista dei panini per l’intervallo e li ha portati a recarsi nella biblioteca della scuola a scegliere il loro libro…a questo punto credo che siano pronti ad affrontare anche Dante. O no? Spero tanto di poterti risentire, magari anche tramite Francesca Di Marco o per mail, e di poter condividere e scambiare preziosi suggerimenti per migliorare!!! Un caro saluto, Clara Tortorelli

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