Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Tromba d’aria quotidiana

| 18 commenti

di Franco Arminio

L’altro ieri la notizia era il padrone che voleva chiudere la fabbrica. Ieri [28 novembre] il padrone della notizia è stata la paura. La tromba d’aria sembra venuta a rammendare chi comanda veramente: all’Ilva, a Taranto, altrove.

L’atmosfera è una cosa viva, qualunque capriccio è possibile, dovremmo sempre ricordarcelo. Gli esseri umani quando parlano delle loro vicende devono imparare a considerare che si svolgono dentro un ambiente che non possono controllare. Il vento soffia dove, come e quando vuole. Troppo spesso parliamo dei nostri problemi, a partire da quello di come riprendere la crescita, come se lavorassimo in un luogo inerte, come se tutto dipendesse da noi e solo da noi. Non è così. Non siamo padroni del nostro corpo e ce ne accorgiamo quando ci ammaliamo. Non siamo padroni del mondo, anche se abbia la velleità di considerarlo nostro.

In un certo senso la tromba d’aria all’Ilva si è seduta al tavolo delle trattativa rubando per un giorno la scena agli attori. La furia del clima è più grande delle rivendicazioni degli operai, delle titubanze della politica, delle miseria dei padroni. La nube nera sembra essere il fiocco inopinato che chiude quella confezione di sventure che è l’acciaio a Taranto. Basti pensare ai familiari degli operai morti di tumore. Non è un lutto come un altro. Anzi il lutto si fa fatica a elaborarlo, perché si vorrebbe avere giustizia, si vorrebbe che da qualche parte fosse certificata la causa del decesso. Questo pensiero immediatamente s’intreccia con quello degli operai “messi in libertà”. Per loro oltre alla rabbia per le incertezze sul futuro lavorativo, c’è la paura di ammalarsi a causa del lavoro che si è volto. In un certo senso la tromba d’aria viene a sancire che noi umani possiamo pure fare i nostri negoziati (e in questo caso corrisponderebbero al conciliare la tutela della salute con quella della occupazione) ma dobbiamo sempre ricordarci che il nostro è un gioco piccolo, che si svolge ai margini del grande quadro dell’universo.

Le idee su quanto inquinamento possiamo reggere sono alquanto diverse. In fondo Taranto colpisce perché non è una fabbrica dentro la città, ma è un città dentro la fabbrica. Una città prigioniera dell’acciaio e che anche per colpa di questa prigionia adesso è considerata il luogo d’Italia dove si vive peggio. La politica dovrebbe ricordarsi che in tutta Italia c’è un’emergenza ambientale spaventosa. Cos’è la pianura padana se non una grande azienda con delle case dentro? E quella striscia nera che si vedere nel cielo quando saliamo su qualche rilievo cos’è se non la prova che si vive e si lavora nel veleno?

Non si possono impedire fulmini e trombe d’aria, si possono rendere assai più severi i limiti del nostro sviluppo che troppo spesso è solo un trampolino per lo sviluppo dei tumori. Fra qualche giorno Taranto tornerà a non fare notizia. La natura ci darà appuntamento per le sua rivincite su un altro scenario: il mondo delle tecnica e delle merci rimane un mondo fragile.

Siamo chiamati a una politica d’impronta spiccatamente ecologista per contrastare la tromba d’aria quotidiana che è il capitalismo nell’era dell’economia come unica religione del pianeta. Il nostro è il tempo della scialba apocalisse. I terremoti, le alluvioni non avvengono in un contesto idilliaco, ma in un paesaggio divorato da una socialità sfinita. È come se i disastri compiuti dalla natura non fossero che piccole chiose, picchi episodici di un disastro più grande che l’umanità intera compie ogni giorno.

Taranto è un luogo in cui il disastro è più concentrato. E sicuramente ieri mattina nell’area dell’Ilva qualcuno avrà pensato alla fine del mondo: fiamme e nuvole vorticose, il mare che sbatteva con furia, le persone che fuggivano. La natura da queste parti non conosce oltranze, davanti alla città non c’è l’oceano, il luogo ero così bello che dopo tanto oltraggio la bellezza è ancora evidente. La luce ionica filtra anche dietro un mando di nuvole nere. Non sono loro che hanno sporcato il cielo.

[Questo articolo è apparso sul «Manifesto»]

18 commenti

  1. “In un certo senso la tromba d’aria all’Ilva si è seduta al tavolo delle trattativa rubando per un giorno la scena agli attori”.

    Appunto, per un giorno. In tutti gli altri 364 funziona il capitalismo che non è una “tromba d’aria” ma un rapporto sociale tra dominatori e dominati. E che non si contrasta col sogno ecologico, che i dominatori ci dovrebbero regalare.

    Refusi:

    – La tromba d’aria sembra venuta a rammendare chi comanda veramente: all’Ilva, a Taranto, altrove.
    – c’è la paura di ammalarsi a causa del lavoro che si è volto
    – quella striscia nera che si vedere nel cielo quando saliamo
    – La luce ionica filtra anche dietro un mando di nuvole nere.

  2. Ma guardi, Abate, che anche l’ambiente è una vittima del capitalismo. In un rapporto di forze che puo’ avere conseguenze perfino più tragiche di quelle che discendono dall’eterno dominio di alcuni sugli altri.

  3. @ Claire

    D’accordo. Ma io ho ironizzato (amaramente) sul “sogno ecologico”. A molti serve per dimenticare la distruzione degli umani e andare a salvare solo le balene. O per lanciare appelli agli stessi dominatori ( e distruttori sia dell’ambiente sia degli uomini) affinché accettino uno “sviluppo sostenibile” ( cioè una “distruzione accettabile”) o addirittura una elegiaca “decrescita”. Sono appelli che fanno pietà per la loro ingenuità o indignano quando vengono da lobby di ipocriti, che sgomitano per una porzioncina di potere.
    La distruzione di uomini e ambiente si è accelerata con l’istaurazione di rapporti sociali capitalistici, ma chi non li vuol vedere e discuterne fino in fondo per capire quanto siano complicati e feroci e contrastarli DAVVERO (cosa non facile in passato e oggi ancora più ardua, anche per queste ingenuità e ipocrisie) finisce per limitarsi al piagnisteo su questa “aiuola che ci fa tanto feroci” e magari a cavarci dei bei pensierini commoventi: i soliti fiorellini che decorano le catene (come diceva Marx).

  4. Naturalmente, Claire… Ma poi, alcuni di quelli segnalati come refusi saranno proprio refusi, o non piuttosto una concessione dell’autore alla “parlada” avellinese, una specie di discorso diretto libero? Così, se il vecchio De Mida incontrasse in una passeggiata in montagna il nostro Arminio, gli direbbe: “Mi ghiamo Giriago, rammendi?”.

  5. @ Genovese

    Sono anch’io meridionale (da Baronissi, Salerno), ma se scrivo in italiano non imito De Mita.
    E poi i refusi capitano a tutti…

  6. Per me un cane, un albero, una nuvola valgono più di abate e genovese. Credo che ci sia una contiguità oggettiva tra il marxismo volgare e il capitalismo. Si parte in entrambi i casi da una visione del mondo in cui sostanzialmente c’è solo l’uomo. Un mondo senza cani e senza alberi e con tanti abate e genovese sarebbe un vero inferno.

  7. Senza offesa per Abate e Genovese, ma ha ragione Arminio. Musica per le mie orecchie.

  8. Trovo il commento do Arminio inutilmente offensivo nei confronti di alcuni commentatori, che – mi sembra – si sono limitati a criticare il testo, non la persona dell’autore – a differenza di quanto sembra fare Arminio, il che non gli fa certo onore. Posso capire i passati trascorsi, ma perché non entrare mai nel merito e difendere le proprie scelte (le proprie parole) limitandosi al post?

  9. arminio potrebbe spiegare meglio la contiguità tra il marxismo e il capitalismo? nel capitalismo c’è solo l’uomo? sarebbe cioé un umanismo? tesi originale che andrebbe perlomeno argomentata.
    e cosa sarebbe il marxismo “volgare”?

  10. La letteratura oggi non può che militare per la difesa dell’ambiente. La letteratura dovrebbe organizzare una riduzione del peso dell’uomo sul pianeta. La letteratura è intimamente ecologica. Gli scrittori devono dire agli uomini che il mondo non è nostro.

  11. Naturalmente intendevo soltanto giocare… Ma non ho messo in conto né le pregresse “liti” tra Abate e Arminio né la giusta suscettibilità degli autori… Un problema di controllo della (mia) impulsività in rete. Oltretutto, per via uno dei nonni, provengo anche io dalle terre di Arminio, che leggo sempre con interesse nell’accordo e nel disaccordo. In questo caso, mi trovo piuttosto in sintonia con il suo pezzo.

  12. Ecco, questa sì che è una bella questione: allargare il diritto ad animali e piante (secondo me anche ai fossili, e a un sacco di cose manufatte), e drasticamente ridurre il diritto dell’uomo di sfruttare le risorse del pianeta. Maanche, inventare leggi per impedire all’uomo di mettercisi al centro, al pianeta, come fosse suo.

    Ps: prego Arminio di credere che non sto ironizzando sul suo pezzo, ma penso davvero quello che ho scritto.

  13. Chiedo conto alla redazione di Le parole e le cose, a cui ho inviato un sollecito ( o a Franco Arminio, se è lui a gestire questo post) della mancata pubblicazione di un mio commento spedito ieri verso le ore 20).
    Provo ancora ad inserirlo…

  14. 6 dic 2012

    Sulla questione ambientale le frottole si mescolano con le ingenuità e i piccoli utopismi consolatori. Bella cosa le buone intenzioni («militare per la difesa dell’ambiente»). Ma chi è il nemico? Il capitalismo? Le multinazionali? E quali le proposte? Sviluppo sostenibile? Decrescita? Marx non serve più a nulla per impostare il rapporto uomo/natura, perché nella sua visione ci sarebbe solo «l’uomo»?

    Un trentennio, che è passato dalla «crisi del marxismo» alla sua liquidazione gioconda, permette oggi al primo venuto di sparare a zero contro una tradizione di pensiero di cui s’ignora anche l’abc. Non ho nulla contro chi è ignorante di Marx e di marxismo. Non sopporto, però, chi – in questo caso il piccolo vate dannunziano d’Irpinia, Franco Arminio – mostra d’intendersene («Credo che ci sia una contiguità oggettiva tra il marxismo volgare e il capitalismo. Si parte in entrambi i casi da una visione del mondo in cui sostanzialmente c’è solo l’uomo»). Non è possibile. I suoi libri e i suoi interventi trasudano al massimo di reminiscenze da catechismo cattolico e di niccianesimo-pop.

    Per dare solo una pallida idea di come le cose siano più complicate e di come la pensa uno che Marx lo conosce (l’ha studiato una vita), riporto qui, scelto a caso, un vecchio articolo di Gianfranco La Grassa, tratto dal vecchio sito «Ripensare Marx». Sono posizioni che vanno controcorrente rispetto all’ecologismo di moda. Qualcuno – spero – troverà il coraggio di discuterle seriamente (non sono oro colato), senza ricorrere subito all’ esorcista.

    P.s.

    @ Genovese

    Quelle che lei giudica, sia pur tra virgolette, «le pregresse “liti” tra Abate e Arminio» sono, per me, necessarie polemiche tra visioni diverse del mondo (degli intellettuali e della scrittura).

    NON SCIENZA MA GEOPOLITICA (di Giellegi) 9 dic. 09

    <<>>. Seguono le firme di 500 top manager di numerosissime fra le maggiori multinazionali del mondo: la petrolifera Chevron, Nike, Virgin, eccs

    Non sono uno scienziato (di scienze naturali) e non voglio mettermi a discutere circa i problemi del surriscaldamento o meno, anche se constato che gli scettici vanno crescendo. Sono comunque in grado di essere critico, e aspramente, verso certi ambientalisti ideologici e reazionari a tutto campo. Ricordo bene le polemiche (con alcuni che ancor oggi ripetono la solita solfa) sui “Limiti dello sviluppo”, ricerca del MIT commissionata e ben pagata dal Club di Roma, dietro cui vi era la *Trilateral*, come dire il *gruppo Bilderberg*, insomma la mafia dei maggiori riccastri e finanzieri del mondo. Si prevedevano disastri nel giro di un secolo (poi ci sono stati periodici aggiornamenti), ma comunque alcuni di questi già entro la fine del secolo scorso (francamente non riscontrati). Negli anni ’70 – sempre per colpe dell’uomo, pur se non ricordo in base a quali elucubrazioni “scientifiche” – si preannunciò l’inizio di un’epoca glaciale. Infine, dopo un po’ di tempo, ci si è assestati sul riscaldamento globale e la catastrofe finale dell’umanità entro il XXI secolo. Mi si permetterà di essere perplesso di fronte a simili giravolte. Poiché tuttavia è inutile contrastare i credenti nell’Apocalisse – si ricordi quello che doveva avvenire al passaggio del secolo e millennio (con tutti i computer, e se non ricordo male altre attrezzature, in tilt), e si vedrà fra non molto cosa accadrà nel 2012 – voglio far finta che essi abbiano ragione. Benissimo, resta il fatto che il sottoscritto (e questo blog [Ripensare Marx] in blocco) hanno almeno annunciato una giusta previsione: la lotta per l’ambiente non avrebbe avuto affatto carattere anticapitalistico, anzi sarebbe stata presa in mano dai capitalisti e trasformata in un ottimo business. I “limiti dello sviluppo” non sono limiti per il capitale, per le sue occasioni di profitto, per le sue battaglie competitive. Non c’è alcun crollo di questa forma sociale a causa dell’ambiente ma, come in ogni sua epoca, si verifica la sconfitta di alcuni gruppi di dominanti e la vittoria di altri; e non in virtù della semplice concorrenza nel “libero mercato”, ma per la capacità o meno di saper approntare strategie efficaci, in esse coinvolgendo gli Stati e gli organismi internazionali (detti tali ma sempre funzionanti in favore di “qualcuno” che ha caratteri nazionali).

    I Soros, gli Al Gore, e gli altri che vivono “dell’ambiente” (addirittura di lautamente pagate conferenze sul tema), sono semplicemente dei parassiti; i top manager delle multinazionali, che sanno usare del “riscaldamento globale” e delle “misure per contrastarlo” allo scopo di apprestare le loro strategie in favore del proprio “esercito” (la propria multinazionale), meritano invece un qualche apprezzamento. Diciamo che si dovrebbero valutare adeguatamente queste loro mosse strategiche nel campo del conflitto; in linea di principio, però, vanno considerati condottieri (e “giocatori”) che sanno il fatto loro.

    I poveri anticapitalisti, sempre più “stonati” (alcuni imbufaliti perché hanno fallito la loro carriera di politicanti e non si rassegnano ad andare a lavorare normalmente come le persone comuni), si sono buttati sull’ambiente, sostenendo che il capitalismo non può far altro che devastarlo. Provocando guasti irreparabili, esso aprirebbe infine gli occhi al popolo circa i limiti del suo sviluppo; la sua fine sarebbe stata così decretata ineluttabilmente. Il vecchio marxismo, quello del “capitale barriera a se stesso”, voleva superarlo per ridare slancio alle forze produttive con i nuovi rapporti di produzione socialisti (primo gradino verso il comunismo); gli anticapitalisti ambientalisti hanno invece proposto la decrescita, identificando capitalismo e sviluppo e credendo che bloccare quest’ultimo – avanzando le motivazioni di difesa dell’ambiente – avrebbe dato inizio alla fine di questa società.

    Quanto sta avvenendo, con lo schieramento di alcune rilevanti forze dominanti (fra cui la nuova amministrazione americana) a favore delle politiche ambientali, supporta la tesi del mio libro appena uscito (Tutto torna ma diverso, Mimesis edizioni). Nell’800 ci fu lo scontro tra le tesi del grande Ricardo (economista cui viene dedicato almeno un capitolo in qualsiasi Storia del pensiero economico) sul “commercio internazionale” (teoria dei costi comparati, ecc.) e quelle del ben più oscuro List. Il primo formulava l’ideologia di supporto alla predominanza dell’unico paese industriale di allora, la sua Inghilterra, seguito da tutti gli ideologi che, negli altri paesi, rappresentavano gli interessi di classi dominanti agricole intenzionate a restare complementari (quindi subordinate) alla potenza inglese. Il secondo, poco conosciuto e cui si dedicano poche pagine se non righe nella suddetta “Storia del pensiero”, sostenne che per l’“industria nascente” (quella non ancora sviluppata come l’inglese, dunque meno concorrenziale per costi più alti legati a scarse “economie sia interne che esterne”) occorrevano dazi doganali, ma temporanei, per favorirne lo sviluppo fino alla raggiunta competitività con quella inglese.

    Mutatis mutandis, il liberismo dei subordinati europei (con i loro ideologi; sempre economisti e affini) di questi ultimi decenni ha avuto la stessa funzione in rapporto al predominio statunitense nei settori delle ultime ondate innovative – assai rilevanti per la potenza bellica – giacché i gruppi subdominanti dei sistemi socio-economici europei trovano la loro convenienza nel restare soprattutto agganciati all’auto, al metalmeccanico, ecc., cioè ai settori di passate stagioni industriali; con in più un apparato finanziario (di tipo “weimariano”) strettamente dipendente da quello americano capace di trasmettere nei nostri paesi i voleri strategici statunitensi, di cui le manovre finanziarie sono un aspetto (non certo il solo né il principale, ma neppure un’inezia). Ovviamente, per combattere in difesa di un’autonomia europea, non sarebbe oggi utile riproporre il protezionismo listiano, bensì altre politiche che comunque imprimano slancio allo sviluppo di settori di punta e strategici (mentre del tutto errata è la risposta della decrescita che, forse in buona fede, risponde comunque agli interessi di supremazia degli Usa).

    Negli ultimi decenni è avanzato l’ambientalismo e – proprio quando è almeno momentaneamente rientrato il disegno “imperiale” Usa perseguito dopo il crollo “socialistico” e la fine del bipolarismo, proprio quando la superpotenza rimasta ha dovuto prendere atto dell’avvicinarsi di una fase multipolare con il mutamento di tattica attuato dalla nuova amministrazione Obama – ecco la svolta radicale statunitense su questo tema (iniziata già con Bush) e rafforzata anche nella presente Conferenza di Copenaghen dal parere della Commissione americana per la protezione dell’ambiente. Facile capire che sempre torna, con metodi diversi di epoca in epoca, il solito tentativo di “fermare le bocce” impedendo il cambiamento, e un domani rovesciamento, dei rapporti di forza tra i vari paesi. La Cina ha infatti risposto che fra trent’anni sarà pronta a inquinare di meno. Probabilmente ha esagerato, fra un po’ di tempo potrebbe indicare un periodo più breve.

    In ogni caso, da ogni parte si tratterà solo di manovre nell’ambito di una cooperazione in quanto maschera del reale conflitto. I tempi effettivi, che si scopriranno soltanto strada facendo, saranno quelli della lotta multipolare e del tentativo – compiuto da chi è in vantaggio nello sviluppo industriale in questa fase storica, ma soprattutto nella crescita di potenza del proprio sistema/paese – di ostacolare il recupero degli altri (proprio ciò che tentò di fare l’Inghilterra nella prima metà del XIX secolo con le tesi scientifico-ideologiche di Ricardo; e non sembri un gioco di parole). In questo momento, quindi, il dibattito scientifico tra “convinti” e “scettici” del riscaldamento globale (mi sembra che questi ultimi aumentino) non rappresenta l’essenziale; decisamente più importante è il confronto geopolitico, è contrastare le manovre tese ad impedire cambiamenti via via sfavorevoli alla supremazia, non più incontestata, degli Stati Uniti. Come sui problemi dell’ultima crisi, e di quelle che seguiranno anche ammesso che questa si stia risolvendo (ed è tutt’altro che certo), anche sulle misure ecologiche assisteremo a tante costosissime riunioni internazionali (in cui presunti esperti guadagneranno cifre da capogiro) con infinite chiacchiere cooperative, mentre i vari paesi e gruppi di paesi cercheranno di adattare le fittizie misure prese ai propri progetti e alle mosse da compiere per meglio posizionarsi nel conflitto multipolare.

    Comunque una conclusione è certa. Se l’ambientalismo, che credeva di essere anticapitalistico, non si ritira con dignità, i suoi residui si riveleranno puri e semplici mestatori reclutati: a) per distogliere forze giovanili (ma studentesche, non produttive) da una prospettiva politica di efficace lotta contro la parte più reazionaria dei dominanti; b) per tener pronte squadracce di violenti e anarcoidi che servano sempre, in dati momenti cruciali, a detta parte più reazionaria. Non il capitalismo, ma le sue diverse formazioni particolari che si andranno affrontando nel multipolarismo, hanno decisamente preso in mano i temi dell’ambientalismo per le loro manovre strategiche nell’ambito del conflitto che le contrapporrà con acutezza crescente nel medio periodo. Nello stesso tempo, i vari gruppi imprenditoriali, di cui è formata l’importante sfera economica di tali formazioni (paesi, società nazionali, in definitiva), sanno come accumulare profitti e combattere per la preminenza nei mercati, utilizzando “saggiamente” le opportunità fornite dalle suddette manovre nel loro aspetto “ambientalista”.

    Basta con le ipocrisie e menzogne. C’è gente che si finge radicale, anzi rivoluzionaria, e non lo è minimamente. Ormai è scritto in caratteri cubitali l’intervento delle multinazionali – quelle sempre accusate di interessate e losche manovre non appena promuovono una qualsiasi campagna per lanciare un prodotto – sui temi ambientali per guadagnarci immensi profitti. Si compia un passo ulteriore e decisivo, il più decisivo: si lasci in secondo piano il dibattito scientifico tra “convinti” e “scettici”, pur senza negarne l’importanza, e si metta *la politica al posto di comando* (vecchio slogan sempre valido). In particolare, nell’attuale periodo storico si dedichi attenzione alla geopolitica. Chi insisterà nel dimenticare tale tema cruciale – per rimbambire alcuni settori di popolazione (a partire dai più ricettivi, quelli del ceto medio semicolto di sinistra nei paesi capitalistici avanzati odierni) con la decrescita, le misure ecologiche del tipo della spesa a distanza zero Km., delle coltivazioni biologiche e di altre varie “piacevolezze” – va considerato un “valletto” della lotta statunitense per riprendere il controllo della situazione in vista del conflitto per la supremazia. Nell’attuale fase, la migliore situazione per i popoli, in specie per quelli di paesi di non grande potenza come il nostro, è il multipolarismo. Chi propugna scelte ad esso contrarie, espleta una funzione del tutto negativa. Dovrà essere la politica a indicare ciò che è principale; le discussioni su altri temi non sono irrilevanti ma sussidiarie.

  15. 6 dic 2012
    Sulla questione ambientale le frottole si mescolano con le ingenuità e i piccoli utopismi consolatori. Bella cosa le buone intenzioni («militare per la difesa dell’ambiente»). Ma chi è il nemico? Il capitalismo? Le multinazionali? E quali le proposte? Sviluppo sostenibile? Decrescita? Marx non serve più a nulla per impostare il rapporto uomo/natura, perché nella sua visione ci sarebbe solo «l’uomo»?
    Un trentennio, che è passato dalla «crisi del marxismo» alla sua liquidazione gioconda, permette oggi al primo venuto di sparare a zero contro una tradizione di pensiero di cui s’ignora anche l’abc. Non ho nulla contro chi è ignorante di Marx e di marxismo. Non sopporto, però, chi – in questo caso il piccolo vate dannunziano d’Irpinia, Franco Arminio – mostra d’intendersene («Credo che ci sia una contiguità oggettiva tra il marxismo volgare e il capitalismo. Si parte in entrambi i casi da una visione del mondo in cui sostanzialmente c’è solo l’uomo»). Non è possibile. I suoi libri e i suoi interventi trasudano al massimo di reminiscenze da catechismo cattolico e di niccianesimo-pop.
    Per dare solo una pallida idea di come le cose siano più complicate e di come la pensa uno che Marx lo conosce (l’ha studiato una vita), riporto qui, scelto a caso, un vecchio articolo di Gianfranco La Grassa, tratto dal vecchio sito «Ripensare Marx». Sono posizioni che vanno controcorrente rispetto all’ecologismo di moda. Qualcuno – spero – troverà il coraggio di discuterle seriamente (non sono oro colato), senza ricorrere subito all’ esorcista.

    P.s.
    @ Genovese
    Quelle che lei giudica, sia pur tra virgolette, «le pregresse “liti” tra Abate e Arminio» sono, per me, necessarie polemiche tra visioni diverse del mondo (degli intellettuali e della scrittura).

    NON SCIENZA MA GEOPOLITICA (di Giellegi) 9 dic. 09

    <<>>. Seguono le firme di 500 top manager di numerosissime fra le maggiori multinazionali del mondo: la petrolifera Chevron, Nike, Virgin, eccs
    Non sono uno scienziato (di scienze naturali) e non voglio mettermi a discutere circa i problemi del surriscaldamento o meno, anche se constato che gli scettici vanno crescendo. Sono comunque in grado di essere critico, e aspramente, verso certi ambientalisti ideologici e reazionari a tutto campo. Ricordo bene le polemiche (con alcuni che ancor oggi ripetono la solita solfa) sui “Limiti dello sviluppo”, ricerca del MIT commissionata e ben pagata dal Club di Roma, dietro cui vi era la *Trilateral*, come dire il *gruppo Bilderberg*, insomma la mafia dei maggiori riccastri e finanzieri del mondo. Si prevedevano disastri nel giro di un secolo (poi ci sono stati periodici aggiornamenti), ma comunque alcuni di questi già entro la fine del secolo scorso (francamente non riscontrati). Negli anni ’70 – sempre per colpe dell’uomo, pur se non ricordo in base a quali elucubrazioni “scientifiche” – si preannunciò l’inizio di un’epoca glaciale. Infine, dopo un po’ di tempo, ci si è assestati sul riscaldamento globale e la catastrofe finale dell’umanità entro il XXI secolo. Mi si permetterà di essere perplesso di fronte a simili giravolte. Poiché tuttavia è inutile contrastare i credenti nell’Apocalisse – si ricordi quello che doveva avvenire al passaggio del secolo e millennio (con tutti i computer, e se non ricordo male altre attrezzature, in tilt), e si vedrà fra non molto cosa accadrà nel 2012 – voglio far finta che essi abbiano ragione. Benissimo, resta il fatto che il sottoscritto (e questo blog [Ripensare Marx] in blocco) hanno almeno annunciato una giusta previsione: la lotta per l’ambiente non avrebbe avuto affatto carattere anticapitalistico, anzi sarebbe stata presa in mano dai capitalisti e trasformata in un ottimo business. I “limiti dello sviluppo” non sono limiti per il capitale, per le sue occasioni di profitto, per le sue battaglie competitive. Non c’è alcun crollo di questa forma sociale a causa dell’ambiente ma, come in ogni sua epoca, si verifica la sconfitta di alcuni gruppi di dominanti e la vittoria di altri; e non in virtù della semplice concorrenza nel “libero mercato”, ma per la capacità o meno di saper approntare strategie efficaci, in esse coinvolgendo gli Stati e gli organismi internazionali (detti tali ma sempre funzionanti in favore di “qualcuno” che ha caratteri nazionali).
    I Soros, gli Al Gore, e gli altri che vivono “dell’ambiente” (addirittura di lautamente pagate conferenze sul tema), sono semplicemente dei parassiti; i top manager delle multinazionali, che sanno usare del “riscaldamento globale” e delle “misure per contrastarlo” allo scopo di apprestare le loro strategie in favore del proprio “esercito” (la propria multinazionale), meritano invece un qualche apprezzamento. Diciamo che si dovrebbero valutare adeguatamente queste loro mosse strategiche nel campo del conflitto; in linea di principio, però, vanno considerati condottieri (e “giocatori”) che sanno il fatto loro.
    I poveri anticapitalisti, sempre più “stonati” (alcuni imbufaliti perché hanno fallito la loro carriera di politicanti e non si rassegnano ad andare a lavorare normalmente come le persone comuni), si sono buttati sull’ambiente, sostenendo che il capitalismo non può far altro che devastarlo. Provocando guasti irreparabili, esso aprirebbe infine gli occhi al popolo circa i limiti del suo sviluppo; la sua fine sarebbe stata così decretata ineluttabilmente. Il vecchio marxismo, quello del “capitale barriera a se stesso”, voleva superarlo per ridare slancio alle forze produttive con i nuovi rapporti di produzione socialisti (primo gradino verso il comunismo); gli anticapitalisti ambientalisti hanno invece proposto la decrescita, identificando capitalismo e sviluppo e credendo che bloccare quest’ultimo – avanzando le motivazioni di difesa dell’ambiente – avrebbe dato inizio alla fine di questa società.
    Quanto sta avvenendo, con lo schieramento di alcune rilevanti forze dominanti (fra cui la nuova amministrazione americana) a favore delle politiche ambientali, supporta la tesi del mio libro appena uscito (Tutto torna ma diverso, Mimesis edizioni). Nell’800 ci fu lo scontro tra le tesi del grande Ricardo (economista cui viene dedicato almeno un capitolo in qualsiasi Storia del pensiero economico) sul “commercio internazionale” (teoria dei costi comparati, ecc.) e quelle del ben più oscuro List. Il primo formulava l’ideologia di supporto alla predominanza dell’unico paese industriale di allora, la sua Inghilterra, seguito da tutti gli ideologi che, negli altri paesi, rappresentavano gli interessi di classi dominanti agricole intenzionate a restare complementari (quindi subordinate) alla potenza inglese. Il secondo, poco conosciuto e cui si dedicano poche pagine se non righe nella suddetta “Storia del pensiero”, sostenne che per l’“industria nascente” (quella non ancora sviluppata come l’inglese, dunque meno concorrenziale per costi più alti legati a scarse “economie sia interne che esterne”) occorrevano dazi doganali, ma temporanei, per favorirne lo sviluppo fino alla raggiunta competitività con quella inglese.
    Mutatis mutandis, il liberismo dei subordinati europei (con i loro ideologi; sempre economisti e affini) di questi ultimi decenni ha avuto la stessa funzione in rapporto al predominio statunitense nei settori delle ultime ondate innovative – assai rilevanti per la potenza bellica – giacché i gruppi subdominanti dei sistemi socio-economici europei trovano la loro convenienza nel restare soprattutto agganciati all’auto, al metalmeccanico, ecc., cioè ai settori di passate stagioni industriali; con in più un apparato finanziario (di tipo “weimariano”) strettamente dipendente da quello americano capace di trasmettere nei nostri paesi i voleri strategici statunitensi, di cui le manovre finanziarie sono un aspetto (non certo il solo né il principale, ma neppure un’inezia). Ovviamente, per combattere in difesa di un’autonomia europea, non sarebbe oggi utile riproporre il protezionismo listiano, bensì altre politiche che comunque imprimano slancio allo sviluppo di settori di punta e strategici (mentre del tutto errata è la risposta della decrescita che, forse in buona fede, risponde comunque agli interessi di supremazia degli Usa).
    Negli ultimi decenni è avanzato l’ambientalismo e – proprio quando è almeno momentaneamente rientrato il disegno “imperiale” Usa perseguito dopo il crollo “socialistico” e la fine del bipolarismo, proprio quando la superpotenza rimasta ha dovuto prendere atto dell’avvicinarsi di una fase multipolare con il mutamento di tattica attuato dalla nuova amministrazione Obama – ecco la svolta radicale statunitense su questo tema (iniziata già con Bush) e rafforzata anche nella presente Conferenza di Copenaghen dal parere della Commissione americana per la protezione dell’ambiente. Facile capire che sempre torna, con metodi diversi di epoca in epoca, il solito tentativo di “fermare le bocce” impedendo il cambiamento, e un domani rovesciamento, dei rapporti di forza tra i vari paesi. La Cina ha infatti risposto che fra trent’anni sarà pronta a inquinare di meno. Probabilmente ha esagerato, fra un po’ di tempo potrebbe indicare un periodo più breve.
    In ogni caso, da ogni parte si tratterà solo di manovre nell’ambito di una cooperazione in quanto maschera del reale conflitto. I tempi effettivi, che si scopriranno soltanto strada facendo, saranno quelli della lotta multipolare e del tentativo – compiuto da chi è in vantaggio nello sviluppo industriale in questa fase storica, ma soprattutto nella crescita di potenza del proprio sistema/paese – di ostacolare il recupero degli altri (proprio ciò che tentò di fare l’Inghilterra nella prima metà del XIX secolo con le tesi scientifico-ideologiche di Ricardo; e non sembri un gioco di parole). In questo momento, quindi, il dibattito scientifico tra “convinti” e “scettici” del riscaldamento globale (mi sembra che questi ultimi aumentino) non rappresenta l’essenziale; decisamente più importante è il confronto geopolitico, è contrastare le manovre tese ad impedire cambiamenti via via sfavorevoli alla supremazia, non più incontestata, degli Stati Uniti. Come sui problemi dell’ultima crisi, e di quelle che seguiranno anche ammesso che questa si stia risolvendo (ed è tutt’altro che certo), anche sulle misure ecologiche assisteremo a tante costosissime riunioni internazionali (in cui presunti esperti guadagneranno cifre da capogiro) con infinite chiacchiere cooperative, mentre i vari paesi e gruppi di paesi cercheranno di adattare le fittizie misure prese ai propri progetti e alle mosse da compiere per meglio posizionarsi nel conflitto multipolare.
    Comunque una conclusione è certa. Se l’ambientalismo, che credeva di essere anticapitalistico, non si ritira con dignità, i suoi residui si riveleranno puri e semplici mestatori reclutati: a) per distogliere forze giovanili (ma studentesche, non produttive) da una prospettiva politica di efficace lotta contro la parte più reazionaria dei dominanti; b) per tener pronte squadracce di violenti e anarcoidi che servano sempre, in dati momenti cruciali, a detta parte più reazionaria. Non il capitalismo, ma le sue diverse formazioni particolari che si andranno affrontando nel multipolarismo, hanno decisamente preso in mano i temi dell’ambientalismo per le loro manovre strategiche nell’ambito del conflitto che le contrapporrà con acutezza crescente nel medio periodo. Nello stesso tempo, i vari gruppi imprenditoriali, di cui è formata l’importante sfera economica di tali formazioni (paesi, società nazionali, in definitiva), sanno come accumulare profitti e combattere per la preminenza nei mercati, utilizzando “saggiamente” le opportunità fornite dalle suddette manovre nel loro aspetto “ambientalista”.
    Basta con le ipocrisie e menzogne. C’è gente che si finge radicale, anzi rivoluzionaria, e non lo è minimamente. Ormai è scritto in caratteri cubitali l’intervento delle multinazionali – quelle sempre accusate di interessate e losche manovre non appena promuovono una qualsiasi campagna per lanciare un prodotto – sui temi ambientali per guadagnarci immensi profitti. Si compia un passo ulteriore e decisivo, il più decisivo: si lasci in secondo piano il dibattito scientifico tra “convinti” e “scettici”, pur senza negarne l’importanza, e si metta *la politica al posto di comando* (vecchio slogan sempre valido). In particolare, nell’attuale periodo storico si dedichi attenzione alla geopolitica. Chi insisterà nel dimenticare tale tema cruciale – per rimbambire alcuni settori di popolazione (a partire dai più ricettivi, quelli del ceto medio semicolto di sinistra nei paesi capitalistici avanzati odierni) con la decrescita, le misure ecologiche del tipo della spesa a distanza zero Km., delle coltivazioni biologiche e di altre varie “piacevolezze” – va considerato un “valletto” della lotta statunitense per riprendere il controllo della situazione in vista del conflitto per la supremazia. Nell’attuale fase, la migliore situazione per i popoli, in specie per quelli di paesi di non grande potenza come il nostro, è il multipolarismo. Chi propugna scelte ad esso contrarie, espleta una funzione del tutto negativa. Dovrà essere la politica a indicare ciò che è principale; le discussioni su altri temi non sono irrilevanti ma sussidiarie.

  16. @Ennio Abate

    Ogni tanto il nostro sistema antispam commette degli errori. Ci scusiamo per l’inconveniente.

  17. caro abate
    lei è proprio fuori fuoco. non credo di avere mai avuto rapporti col catechismo.
    quello che mi colpisce nei suoi interventi è l’incapacità di mettere a fuoco la vita degli altri.
    la gigantesca lente marxista le impedisce di vedere la pulce arminio.
    io la penso più o meno così:

    Io sono contro la modernità, ma non penso che per combattere la modernità si debba tornare indietro. Sono contro lo sviluppo, ma non penso che per combattere lo sviluppo si debba perseguire la decrescita. Forse il segreto è non perseguire proprio niente. Mi piacerebbe un’umanità sfaccendata, che vaga nel pianeta nell’eterno gioco del nascere e morire, un vagare senza meta in attesa che il tempo passi.

  18. Dico la verità, questo vivere “in attesa che il tempo passi”, senza finalità particolari, è quanto cerco di fare vagando tra città diverse un po’ come Arminio tra i suoi paesi. Solo che poi sulla strada s’incontra il De Mita di turno, e allora si viene richiamati al dovere della storia, della società, della politica. Che seccature! Non so che cosa ne pensi Arminio.

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