di Giacomo Giubilini

1. Assodato che il cinema italiano non racconta più i ricchi, o lo fa solo nella forma della farsa corale (e quindi per astrarli da qualunque radicamento reale), si potrebbe oggi cominciare a riflettere su come questo stesso cinema racconti invece i poveri.
Ebbene, il cinema italiano di oggi sembra farlo secondo due prospettive distinte e inconciliabili. Una, diciamo “autoriale”, che evita nel racconto categorie che facilitino il compito dello spettatore, e una, diciamo “ideologica”, ammantata di civismo politico, ma con i piedi di argilla, perché vittima di un fraintendimento dei suoi stessi modelli.

Quando l’operazione riesce, quando cioè si riesce a raccontare i poveri di spirito entrando in relazione fenomenologica con loro, sono i poveri a spiegarci qualcosa di noi – come nel bellissimo Reality di Matteo Garrone, ma anche nell’iconografia pensata di Ciprì e Maresco (solo in coppia), o nell’insegnamento dell’opera di Pietro Marcello e Leonardo di Costanzo. Emerge, in loro e in noi, una parte oscura e intima, sempre rimossa, una parte umana sempre possibile. Ecco quindi un rapporto fenomenologico e non preconcetto con loro, ecco che le immagini, la messa in scena e i dialoghi li seguono e li lasciano andare. Non c’è l’evidenza del compito svolto e c’è la profondità di averlo però esaurito.

In questi casi, non sempre ma spesso, la critica italiana e la sua pigrizia intellettuale, che richiede asfissia e uniformità per garantire il riconoscimento degli amici ai buffet dei festival, non riesce a inquadrare il film, lo perde completamente, spiazzata dall’assenza di una critica sociale dogmatica, dall’assenza della Politica, dei suoi strali e richiami. Privata di riferimenti consolatori e riconoscibili alla propria retorica come di ancore che le consentono di sonnecchiare imboccata e ripetersi, la critica italiana se ne lava le mani: proprio perché la complessità dell’omologazione è in realtà interclassista, quei personaggi miserabili sono un ricatto costante, una minaccia per chi vorrebbe relegarli ai mercati rionali, alla provincia del sud del mondo, al ghetto dei criminali e alla mortifera evidenza dei teledipendenti – la televisione che compromette tutto e quindi tutto assolve: il male, ma indiscusso.
Invece questi personaggi d’arte tornano a cercarci, siamo noi e i nostri limiti. Per questo è meglio non comprenderli, allontanarli in un’indistinta palude tra il criminale e il pittoresco, tra la demenza e il degrado da piagnoni.

C’è poi, dicevamo, la riserva più integrata di registi sceneggiatori scrittori e intellettuali che si pensano impegnati e che mai rifiutano una firma sotto un appello e mai mettono in discussione la Necessità delle loro opere. Opere disarmate e innocue fin dal concepimento, che proprio perché caricate a salve possono raccontare tutto polemizzando. Dalle polemiche sulle varianti autostradali, alle polemiche sui processi penali, alle polemiche sulle riforme istituzionali, alle polemiche sull’Università e sulla Cultura, alle polemiche sui premi letterari, alle polemiche sui festival, alle polemiche sugli indulti, in un cascame di prese di posizione vacue, tra sbadigli e clan. In tale contesto un’opera che abbia un retrogusto appena accennato di impegno civile viene facilmente considerata “esemplare”, non perché dica qualcosa sul reale, ma perché garantisce le pigrizie di chi dovrebbe giudicarla e garantisce pure gagliardetti e medaglie spendibili nel depauperato mercato delle tavole rotonde, dei dibattitini ombelicali, dei livorosi rivendicami ghettizzati in gastritiche e iraconde messe in scena.

2. L’ingrediente necessario alla ricetta di questo sfascio, senza cui la ricca pietanza non riesce, sono sempre loro, i poveri, metabolizzati e digeriti attraverso uno sguardo “pasoliniano” che però non ha capito Pasolini. Pasolini spesso usato come brand e non come pensatore, come marca che garantisce spessore e qualità ad un discorso balbo; come cantore dei poveri,  e non disturbante interprete della società dei consumi. Se in scena c’è un povero, ci deve essere per forza anche qualcosa di Pasolini.

Di solito riesce più facile alienarli , quei poveri, in una periferia sintomatica,  cornice che esiste però ormai solo nel laboratorio del cinema d’impegno, come luogo preciso, come riserva da analizzare. Mentre nella realtà quelle periferie “altre” sono i nostri quartieri, luoghi che per tornaconto il cinema non vede, troppo impegnato ad organizzare ideologicamente una sarabanda e un appello da tour operator di safari : “Tutti in periferia a vedere le cose vere!”.
In Alì ha gli occhi azzurri, di Paolo Giovannesi, un ragazzino di origini arabe si innamora di un’italiana sua coetanea, accoltella in discoteca un romeno per difendere il compare italiano e amico  di rapine e bighellonamenti vari, scappa da casa per una settimana per amare la “pischelletta”,  viene inseguito dai romeni, minaccia di morte l’amico di un tempo che ora importuna sua sorella.

Pasolini è presente nel titolo del film, ma anche nei luoghi in cui è girato e ambientato: Giovannesi situa la vicenda nella periferia cinematografica per eccellenza, Ostia, luogo fisico della morte di Pasolini ma anche laboratorio del suo godimento privato, quello sì vero, e della sua disillusione, il luogo del collasso dei suoi simboli, dei suoi volti, e della sua stessa esistenza. Ne risulta una citazione giagantesca ma paradossale, perché operata sulla rimozione del pensiero dell’ultimo Pasolini – quello del 1975, quello di Ostia. Come se il suo discorso sul genocidio antropologico delle borgate – un genocidio reso possibile da un medesimo spirito criminale, fascista, che ha le sue basi nel consumo e nella ricerca della ricchezza – non fosse mai esistito.

3. Alì non è un borgataro – perché i borgatari non esistono più, in generale, e in particolare perché Alì non è poi nemmeno così povero. Al contrario, il suo agitarsi alla ricerca di un’identità che lo renda italiano riesce perfettamente – altro che esclusione – facendolo precipitare nell’italiano paradigmatico e puro, ovvero il giovane fascista che è. In effetti, Alì è un fascista pieno di vita e senza identità. Ma chi fa il film non lo sa.

Di questa integrazione inconsapevole è rivelatore un aspetto formale. La storia di Alì ci viene raccontata nel suo ‘quotidiano’, un quotidiano a cavallo tra il documentario e la fiction: il dato stilistico più spiccato spiccato consiste in una regia spericolata e spasmodica che, per vitalismo, travolge e contraddice la compostezza ieratica di un Pasolini in nome di una maggiore “contemporaneità”. Una compostezza, quella pasolinana, frutto di un pensiero, di una tradizione iconografica e di una scelta politica – qui sostituite da un nervosismo spastico che ha la presunzione di un’estetica personale, di uno stile proprio.

L’alibi di fondo, per un film come questo, è quello di un ritorno al reale. Dopo i decenni del dittatore pubblicitario, il nostro, bisogna tornare alla realtà. Che però non c’è più, e nessuno sembra accorgersene. Si possono quindi, dopo tre anni di riprese “sul campo”, trasformare in comportamenti attoriali anche i più opachi gesti di un giovane fascista senza rendersi conto di chi è e cosa fa davvero.
Ecco allora mettersi in moto la macchina compensativa della propaganda, interessatissima ed ideologica, che dal produttore al finanziatore arriva fino al Premio; che discetta sulla Necessità, Urgenza e Denuncia, naturalmente Disperata, di un film che racconti, Finalmente, l’Italia com’è. A nulla serve il fatto che l’Italia è invece assolutamente un’altra.
Ecco rianimarsi il corteo funebre di maiuscole che appesantisce l’Arte e la riduce a cadaverico corollario di una Politica della Cultura. Solo che in questo gioco manca sempre il pubblico – proprio quel pubblico che pedagogicamente si vorrebbe far riflettere.

Resta invece, per gli  autori di questo tipo di opere, la necessità, umanamente comprensibilissima, di legittimare il proprio operato con una sequela di cantilene petulanti improntate all’impegno e al senso del lavoro. L’innegabile sforzo da cinto erniario, da Sisifo immolati al sacro fuoco del cinema, di chi impiega tre anni a spendersi “sul campo”. Tre anni di immersione totale,  un documentario prodotto come prova provata dell’esserci stati davvero, ad Ostia, e di averci lavorato dentro, con una buona fede assoluta e a tratti commovente e disarmante, per scovare i giovani d’oggi esclusi dalla festa. Tutte intenzioni certamente in buona fede, ma aristocratiche e classiste nel risultato: il safari tra i poveri, safari ecologista pieno di rispetto e cura per il proprio oggetto, mai sferzato e giudicato – non sia mai – ma reso in punta di cinepresa. D’altronde una presa di posizione avrebbe comportato un pensiero a monte e a valle, proprio come per Pasolini, e un terribile compromesso con le proprie paure, e cioè proprio con Alì – con il suo essere, già a quindici anni, un mostro.

Risultato, il compitino sbeccato e sporco al punto giusto che tutti si aspettano. Una mancata sodomia, rapine, multiculturalismo, donne povere care recluse e represse dall’arabo cammelliere finito alle pompe di benzina – a Ostia. Ma anche la più classica storia d’amore, anima e core, con tutti gli stilemi del desiderio impossibile: perché Alì è così tanto arabo che è meglio che non guardi le donne italiane, così come Nino d’Angelo era così tanto povero che era meglio che lasciasse stare le donne ricche.

Alì accoltella sì, ma piange pure.

Tutte intenzioni e direzioni che disarmano ancora di più se si pensa che l’unica cosa sfuggita all’occhio sia della regia sia della sceneggiatura, la vera occasione persa, è proprio il fatto che il pancotto protagonista della storia non solo non c’entra nulla con le tematiche multiculturali e multirazziali, ma è invece l’esemplare paradigmatico del genocidio pasoliniano, è cioè un fascista e consumista senza radici e senza desideri che non siano i soldi, il consumo, il possesso e la violenza. Un italiano perfetto.

E’ la storia che Pasolini aveva previsto e raccontato prima di essere ammazzato dagli Alì in erba di allora.  Raccontata qui con una purezza che confonde la generosità con la passività,  è la storia che restituisce Pasolini alla dimenticanza e al suo luogo finale: la tomba.

5 thoughts on “Safari tra i poveri

  1. Bell’articolo, indovinato il “safari”, tante descrizioni azzeccatissime.
    Solo, che cosa c’entra il fascismo, l’italiano perfetto consumista = fascista? A settant’anni dalla fine del fascismo non sarebbe ora di smetterla, di trovare nuove definizioni, nuovi insulti, nuove malattie eterne? Ancora col “popolo delle scimmie”? Ci aiuta a capire? A me non sembra.

  2. Giacomo,
    ci porta indietro di tanti anni, in una gita piena di nostalgia, usando categorie come «ricchi» e «poveri». La divisione per classi è molto romantica, ma senza ragionare per ceti si capisce ben poco di quelli che lei chiama «poveri» e che spesso guadagnano più di laureati come lei e me.
    Io di “Alì ha gli occhi azzurri” ho apprezzato i silenzi, per esempio, così lontani dai «mercati rionali» che cita. Comunque il punto mi pare un altro.
    È un film, lei sostiene, che non dice qualcosa sul reale, che rassicura stereotipi conformisti. Restituire un mondo dove nessun aiuto è disinteressato, le sembra rassicurante? Che le periferie del 2012 dimostrano che il multiculturalismo ha fallito, come dice questo film (credo però che a lei sia sfuggito), le sembra conformista? Lo teorizzi durante quei buffet del festival, veda come ci si strozzeranno.
    Poi: Nader sarebbe «un mostro» perché è un quindicenne «fascista pieno di vita e senza identità»? Non capisco.
    Tutto questo per arrivare a informarla che i borgatari esistono ancora – si faccia un giro qualche chilometro fuori dal centro, prima di spiegare cosa sono le periferie. Vero: Nader «non è poi nemmeno così povero» come scrive, ma che le borgate non siano povere (nel senso che intende lei) non è più una novità da una trentina d’anni. Verissimo poi che il protagonista del film sia fascista (“Ur-fascista” credo sia meglio): che lo sia un borgataro di seconda generazione (ha dimenticato di dirlo, che Nader è nato in Italia), sconvolge solo chi come lei, Giacomo, è rimasto a un’idea di periferia vecchia, pasoliniana: quant’è che non frequenta certi quartieri? Giovannesi (che, per inciso, di nome fa Claudio e non Paolo) è uno che di periferie sa, glielo dice uno che di periferia sa. I tour operator di “safari tra i poveri” li organizza chi ancora li chiama «poveri».

  3. Caro Tommaso apprezzo il suo intervento ma non concordo con quanto lei dice e forse c’è nelle sue parole un travisamento del senso di quanto ho scritto. O forse non sono riuscito ad esprimermi al meglio.
    In effetti come dice lei non avrei dovuto chiamarli poveri ma “diversamente ricchi”, per rispettare l’igienismo del film che lei difende. O “diversamente periferici e quasi centrali “per usare una toponomastica altrettanto perbene?
    Invece no secondo me sono poveri, si chiamano poveri e anzi poverissimi, ma non di beni, come lei crede e come Pasolini non avrebbe creduto mai, ma di spirito.
    Cosa che il film non dice mai perché è un prodotto, a mio avviso, finalizzato ai festival e a quei buffet che lei, con l’ingenuità tipica del moralista d’acchito, immagina pieni di perbenisti e snob ingordi di cibarie, magari con foulard al collo e levrieri al guinzaglio, alienati e pronti a strozzarsi perché uno gli fa notare che il multiculturalismo è fallito.
    Magari fossero così i buffet dei festival!
    Sarebbe molto più divertenti di quello che sono, una scena da film dei Vanzina!
    Mentre fuori, nelle periferie “altre” che lei immagina piene di puri da non definire poveri, i puri appunto mangiano semi e merda.
    Una tesi talmente innocente e spuntata, quella del multiculturalismo fallito (quale multiculturalismo? Che modello? Di che nazione e con chi?) che rientra in un armamentario di luoghi comuni come “non esistono più le mezze stagioni”. E quindi una tesi talmente digestiva e pacificata che è stata del tutto metabolizzata e anzi forse creata dalla nostra sinistra.
    La cosa invece , come dimostrano le leggi italiane, è un po’ più radicale e questo vuole dire l’articolo qui sopra: il multiculturalismo in Italia non è fallito semplicemente perché non è mai cominciato in termini di diritti civili e di cittadinanza. Che è l’unico termine che mi interessa peraltro.
    Altro che film su Ostia che ce lo spiega! Leggi sull’immigrazione e diritti sono ben più importanti di un film e danno il senso della civiltà di un popolo. Forse anche il cinema se fosse un cinema coraggioso e non ipocrita.
    Non penserà invece che il muticulturalismo, come sembra affermare quando dice “ debba essere usi e costumi identici vero? In quel senso, se è quello che intende, il multiculturalismo è pienamente riuscito: siamo noi e gli arabi dei perfetti consumisti e quindi identici.
    Il pezzo qui sopra dice tutt’altro e glielo riassumo in punti elenco in modo tale che non debba confondersi nel leggerlo o farsi prendere da vampe difensiviste e di classe del tutto fuori luogo:

    1- Le periferie oggi non esistono con confini così netti, la borghesia è diventata borgatara e non il contrario, il mondo contemporaneo globalizzato è in gran parte una grande periferia. Noi, io e lei, siamo periferia.
    Tesi opinabile d’accordo ma molto più vera dell’Ostia dei borgatari da safari del film. E’ LA BORGHESIA ad essere borgatara non il contrario e lo dimostra nei film che fa per la borghesia stessa. Borgatara soprattutto quando fa opere di cultura usando Pasolini e non capendolo affatto (Il titolo per inciso è una poesia di Pasolini e l’ambientazione dovrebbe essere pasoliniana o no?). Quindi come potrei avere un’idea vecchia di periferia?
    2- Il Multiculturalismo nel cinema italiano d’esordio è quasi sempre solo un pretesto, persino inconsapevole e in buonissima fede per farsi produrre il film. I Produttori sanno benissimo che ai buffet potranno poi vatarsi di aver prodotto un film “Impegnato”, “Sincero” e “ Necessario”. Necessario a loro.
    3- Pasolini è ormai un brand. Esattamente come la Nike e la Coca Cola.
    Dal momento che poi lei la mette sul piano personale, con un appello puerile del “vada in periferia e vedrà, molli i buffet e avanti popolo alla riscossa! “ da lei scritto con un macchinoso “Tutto questo per arrivare a informarla che i borgatari esistono ancora – si faccia un giro qualche chilometro fuori dal centro, prima di spiegare cosa sono le periferie” , le faccio presente che non solo mio padre è di Ostia, nato e vissuto ad Ostia per vent’anni, ma che ci ho vissuto dieci anni avendo una casa in affitto e passandoci le estati in mezzo a veri tagliagole, simpaticissimi e pericolosissimi, perché mio padre lavorava a Roma.
    Ho vissuto e vivo in una zona limitrofa a Primavalle quando questo quartiere era il centro dello spaccio dell’Italia centrale. Due miei compagni di classe sono in carcere per rapina, uno è morto per overdose. Non so se ricorda le rapine col taglierino? Era il mio compagno di squadra Lele a farle, il ragazzo con cui ho giocato per anni a calcio in parrocchia. Forse non ci siamo stupiti quando l’hanno arrestato perché tutti sapevamo che il padre abusava di lui e della sorella prima di essere arrestato o forse perché la madre batteva e faceva i pompini a dieci mila lire a Villa Carpegna? Chi lo sa, chi può dirlo con facili categorie psicoanalitiche e borghesi.
    Lei ha una spiegazione per il degrado? Io no.
    Ma Claudio sì: il multicuturalismo è fallito, signora mia!

    Quando la domenica andavo a prendere con mio padre, mia madre di turno in farmacia a Primavalle, per evitare che la rapinassero, mi ricordo una fila di 800 metri di tossicodipendenti che sono tutti o quasi morti. Erano lì per il metadone. Un generazione morta di droga.
    Quando faccio laboratori di cinema in questi quartieri ho quasi sempre in classe dei cocainomani che vengono obbligati a frequentarli dal corpo docente e dai familiari perché sennò andrebbero in giro a drogarsi. Meglio un cazzone che gli spiega cos’è un totale e li tiene in aula per tre ore di venerdì e se ci sono i fondi per il laboratorio ?
    Non lo so , così pensano i genitori.

    La ringrazio quindi per l’informazione “i borgatari esistono ancora” e a questa informazione, per me falsa perché i borgatari sono culturalmente uguali al figlio teppista dei professionisti dei Parioli, aggiungerei quindi che i borgatari siamo noi. Ma lei non lo sa e non lo dice. E nemmeno Claudio che le periferie le conosce bene, lei me lo assicura. Lei cerca i silenzi nei film. Se guarderà bene troverà anche “sapori , odori e piccole cose”. Tante cose, multi, e persino “culturali”. In bocca al lupo.

  4. Anima. Il confronto dell’uomo con l’anima respinge ogni accusa. La legittimità di un “safari” nel mondo dei poveri ha come unità di misura non solo il grado interazione, o l’essere nato in certo quartiere, ma anche quello della percezione. E su questo nascono delle differenze. Perché siamo differenti. Questa è la realtà.
    Mi riesce, perciò, difficile accettare la critica di Giagni nei confronti dell’Autore del Post, come se fosse necessaria una patente di legittimità in virtù del solo vissuto in un dato contesto spazio-temporale. Una sorta di genia da contesto legittimante. Sarebbe un paradosso, un involontario discrimine, al contrario. La risposta di Giubilini è, infatti, arrivata graffiante, grondante di riferimenti personali. In sostanza: parli e non mi conosci. Io c’ero e ci sono in quel mondo delle periferie. È, a mio avviso, quindi solo vero in parte.
    Il filtro tra realtà e opera filmica è senz’altro il vissuto. Ma posso essere povero e non capire nulla, posso vivere in una periferia in mezzo a dei cartoni e pensare solo a rubare, oppure posso essere un tossico ed avere una capacità di penetrazione dell’anima di chi mi sta accanto superiore ad altri. Il mio occhio sarà il tuo specchio.

    Nel dibattito c’è un filo conduttore che lega entrambi: il linguaggio della periferia non può essere affrontato con la puzza sotto il naso. Decriptare un sorriso, un gesto, un lavandino sporco dentro una baracca, non può essere fatto con distacco. Un regista ed uno sceneggiatore puntano a questo, immergersi in un mondo sotterrano e cercare di catturare il vero. Descrivere non basta, bisogna decriptare. Altrimenti l’opera è meramente didascalica.

    Tempo fa ho letto un brano di Nietzsche tratto dalla sua opera Genealogia della morale. Nietzsche e Darwin, per intenderci, quanto alla ricerca della morale erano agli antipodi. Le parole di Nietzsche sono molto forti ed i termini suonano oggi antipatici, odiosi: anziché poveri, infatti, usa il termine di schiavi, e li definisce uomini comuni.
    E crea due categorie di morale: la morale del risentimento e quella aristocratica. Contrapposte. La prima appartiene agli schiavi, e c’è un Io che ha bisogno di confrontarsi con l’altro, ha bisogno di dirigersi verso l’esterno e di calibrare la propria reazione rispetto all’azione dell’altro. È la realtà altrui ad essere valutata come cattiva: si vuole percepire l’altro come differente, cattivo, per potersi sentire, di contro a lui, vittima, ma buono. Insomma, la buona vittima.
    Su questo ressentiment si organizzano le idee e la vita. E l’uomo che ha questo risentimento è indotto a reagire preventivamente riversando su altri il proprio astio. Questo tipo di uomo è descritto come un re-attivo, che costruisce la sua vita, tassello dopo tassello, nel bisogno costante di costruirsi un nemico, senza il quale non potrebbe sussistere.
    Diversa è la morale aristocratica, il cui movimento non è determinato dall’esterno, ma è auto affermativo, a prescindere dal confronto con altri, trovando un proprio percorso che non sia re-attivo.
    Credo che ormai nell’epoca post-moderna siamo tutti animali dialettici, senza bisogno di scomodare troppo le lotte di classe. Nel cinema, raccontare uno spaccato di vita cruda senza fraintendimenti è l’unica cosa che restituisce verità. Quella che emoziona. Per lo spettatore, piuttosto che per la critica patinata.
    A meno che non si è lobotomizzati, in un’opera filmicamente rappresentativa di un’altra vita riemerge la nostra stessa vita, che è ad un metro di distanza, dietro l’angolo, oppure solo il passato. Quello mai troppo dimenticato, che affiora di notte, con due perle ghiacciate di sudore. Alla condizione che sia vera. Cinema-verità.
    In tutto questo ho voluto, re-attivamente (sì, sono un uomo comune), ri-chiamare la nozione di povero affermata Nietzsche perché quando giustamente viene fatto notare da Giagni che i poveri (ndr. alcuni) di periferia guadagnano bene o meglio altri, il fatto è vero, e, come poi Giubilini li ribattezza “diversamente ricchi”, è altrettanto vero. Ma la ricchezza è la povertà si possono misurare anche senza il peso del portafoglio. L’homus perifericus può essere povero anche se ha in tasca 5 mila euro al mese.
    Ed io, ancora oggi, quando guardo un film di Pasolini, mi sento povero dentro e fuori.
    Pasolini stesso un giorno disse: Qual è l’Italia vera? Quella che si vede nella mia inchiesta o quella che non si vede?”.

    Post scriptum: se non si fosse capito, in uno strettissimo contesto d’indagine conoscitiva per un regia, preferisco il termine cinema-verità a “Safari”…perché anche la morfologia linguistica ed un neologismo sono strumenti di interrelazione.
    Ma sono convinto che l’uso, qui, sia funzionale alla provocazione, proprio per affermare l’inverso.

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