[La quarta uscita della rubrica dedicata ai poeti nati negli anni Ottanta presenta due poesie di Davide Nota (Cassano d’Adda 1981, residente ad Ascoli Piceno), autore di Battesimo (Lietocolle 2005), Il non potere (Zona 2007), La rimozione (Sigismundus 2011). Davide Nota è stato anche animatore della rivista «La Gru» e dirige la casa editrice Sigismundus. I rovi è inedita; L’estasi è tratta da Il non potere (mg)].

I rovi

Ma se una lingua inesistente sente in sé
la lontananza siderale degli astri
che di ogni corpo fanno un corpo vivo e mortale,
quanto distante è questa vita dalla vita stessa
che la anima ed ignora, immaginandola
come una cosa sola?
Ma senza fare di condizione virtù, non mima
il passo falso del presente
dove l’azione è questa pubblica parola
che non conduce a niente. Forma
il pensiero il ritmo della mente
che se non può ma vuole agire è sempre
un’illusione abietta o un desiderio
vivo
che gronda di aggettivi e oggetti. E vinto
si nasconde, non manifesta resa.
Circonda il tempo il tempo dell’attesa.

*

Così nel buio lo stagno lunare germoglia
in un canto di rane.
Tutta la vita è un fiorire notturno senza presente né fato.
I nuovi campi di sterminio sono pieni di luce.
E in ogni oggetto è nato un occhio che inibisce l’opera.
Un cantiere di cavi cinge il letto in cui dormi.
Ma esiste ancora un luogo dove crescono i rovi
e le anime dei morti che ritornano a sera?
Chi lo cerca non trova
più niente. Una dimora
al confine di un fossato invalicabile.

L’estasi

L’amore rattrappito in un mucchietto
di ossa, uno straccetto mal piegato
sopra il letto: la signora
desidera qualcosa?
Io non ho mai detto che scrivo per cambiare il mondo
ma per piangere nel fondo
di questa miseria me lo permetterete
brutti figli di puttana?

Nel TUZ TUZ della disco
apparsa è la madonna
su una colata di ghisa.

Un uccellino mi ha detto:
non ridere, stronzetto,
sei strafatto.

È l’amore rattrappito in un mucchietto
di ossa, uno straccetto mal piegato
sopra il letto: la signora
desidera qualcosa?

*

Nel letto la visione di una cosa,
la rosa spelacchiata del giubbetto
di lei che ancora dorme oppure è morta…
Non andartene dai, proprio sul bello
della serata.

La carcassa dell’auto ribaltata
sarà rimossa dal personale addetto
alla perizia…

«Te lo dicevo io che ti dimenticavi
pure questa volta le chiavi, che
suonavi ancora presto, ed è domenica
e lo sai che tuo padre si arrabbia…».

Ma quello che aspettavi e non ritorna
alla porta è una divisa in penombra
e dietro c’è quest’alba orrenda, sporca,
senza alcun pudore, da obitorio e claxon.

E il nostro amore che non è più
lo stesso amore di un tempo, è
qualcosa di diverso,
perché sei andato via proprio sul bello
della serata?

*

«È così che… che non lo so come si dice
però ti ho preso un fiore, ecco, prendilo…».
«Lo perderò dentro l’inferno della sala…».
«Ma almeno provaci un momento, a trattenerlo…».

«Guarda qui che luce gialla che c’è sopra l’insegna
che ci piove sopra tutta questa pioggia
che viene giù dalla grondaia rotta
dei palazzi.

Guarda le rondini, schiacciate pure loro
da questo cielo così inutile e italiano
che non sovrasta proprio niente, è sovrastato
come un coperchio rialzato dalla schiuma
dell’acqua sporca, che ribolle e preme.

Questo è l’amore ai tempi della techno,
se non ci credi… vabbe’ lo stesso
tanto qui la luce è muro vuoto, è nudo
parcheggio, sotto casa, che impedisce».

*

E sventolasti un biglietto di non so che andata
contro di lei che rimaneva viva.
Poi certo, pure noi nella deriva
cadremo, questa gloria impasticcata
è solo una questione di ore.

Ma adesso tu sorridi come allora
quando in due sul motorino la strada
era uno straccio indecifrabile e la vita
era bellissima: la bara
le ripercorre lenta e trionfale
come in una visione allucinata…

 

[Immagine: Spencer Tunick, Der Ring des Nibelungen, Monaco di Baviera, 2012 (gm)].

24 thoughts on “Nuovi poeti /4: Davide Nota

  1. Non sanno di niente, almeno ai miei occhi. E’ il rischio della poesia italiana dei nati negli anni 80 (già la generazione precedente portava qua e là questo handicap). Non sono poesie necessariamente brutte, ma innocue, scariche, corrive, triviali. Se la poesia fosse in qualche modo utile, direi che sono inutili e impersonali. Ma essendo d’altra parte leggibili e cronachistiche, finiscono per diventare pubbliche forse perché vogliono occuparsi del presente e perché alcune ricordano superficialmente De Angelis.

  2. ehi ehi mica tutte le poesie dei nati negli anni ’80 sono innocue e scariche: diciamo la stragrande maggioranza di quelle che trovi antologizzate :)

  3. Gentile Asiago,
    al di là delle opinioni e dei gusti personali che naturalmente sono sacrosanti, non credo che i miei versi possano ricordare, né profondamente né superficialmente, quelli di De Angelis (?). Il poemetto “L’estasi” nasceva proprio in diretta polemica con una determinata area poetica lombarda, neo-orfica, egemone negli anni Duemila, quando scrivevo.
    Non credo neppure che sia riscontrabile in essi cenno di leggibilità cronachistica (?). La lirica “I rovi” è ad esempio una riflessione esattamente contro la comunicazione, sul tempo dell’attesa e sul ritmo, che protegge il non detto dal suo immediato consumo.
    Ma ad ogni modo, anche se fosse (e ben venga la leggibilità cronachistica), non ritengo di particolare interesse discutere del fondale scenografico. Una discoteca o la foresta di Lancillotto e Ginevra sono lo stesso interno-esterno. Potremmo anzi sovrapporre le due immagini per quanto coincidano.
    Infine, sulla forza, devo dire che non mi interesso di wrestling.

    Dico questo a proposito dei parametri di giudizio utilizzati, di cui non riconosco la legittimità.
    Per il resto, e ci mancherebbe, l’opinione sui testi è del tutto lecita.
    Grazie anzi dell’attenzione. DAVIDE

  4. non vedo compatibilità fra leggibile, cronachistico, che vuole occuparsi del presente e Milo de Angelis. in secondo luogo la natura imbarazzantemente pretestuosa e velleitaria delle critiche fin’ora rivolte ai testi pubblicati sopra _alla faccia delle armi che sparano a salve e della corrività additate_ mi pare tradita dalle evidenti forzature critiche dietro le spalle delle quali queste critiche pretendono ripararsi _ricondurre i testi a un gusto scipito comune a tutta una pretesa scena poetica, definita a partire dall’anno di nascita degli autori è come dire che Federigo Tozzi e Guido Gozzano sono contigui perché nati nell”83 del secolo decimonono.. la rubrica infatti che ospita i testi dei “nati negli anni Ottanta” non mi pare si proponga di delineare una scuola ma di fornire un contenitore a una realtà eterogenea. eccolo, va’: l’anelato punto di congiunzione fra estetica e astrologia…
    ciao.

  5. “Giovani che scrivono da vecchi anche nel tuz tuz della disco”: oh, che meravigliosa definizione.
    Ma non basta la vecchiaia; ora aspiro all’antichità.

  6. Anche secondo me le critiche precedenti confondono elementi diversi. E poi si dice che è a essere un contenitore etereogeneo é questa rubrica! Facile parlare di ‘calderone’ quando si danno coordinate generazionali o anagrafiche (spesso davvero implausibili, solo convenzionali… fino all’esplosione di questi anni, che rimette tutto – tutto! – in gioco). E’ meno facile quando tale eterogeneità spicciola affligge l’analisi. Siamo davvero in un gioco a chi la fa peggio?
    I testi di Davide Nota denotano una coscienza civile che emerge tra marasmi di linguaggi antichi, retorici, iper-lirici, e nuovi, iper-prosastici, un discorso idealmente vicino a Gianni d’Elia e vicino nella pratica al fauvismo di un Simone Cattaneo remixato con voci più solide e meno violente, ma sempre, a mio parere, collocabili a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta.
    Poi, certo, nel TUZ TUZ della disco a volte mi perdo anch’io, nelle tue righe, Davide, non ti seguo bene, ma sento una tendenza a disvelare, che raggiunge il suo apice nell’ultima strofa dell’ultimo testo.

  7. caro Davide, ho letto con attenzione le due liriche. Della prima mi ha colpito l’interrogativo che, casualmente, è lo stesso che mi ponevo in questi giorni. E cioè, se intendo bene, proprio il rapporto stretto (da trovare e da cercare) tra le cose, i sentimenti, la realtà e la possibilità di esprimere davvero fino in fondo. Spesso siamo noi a stare sui rovi che da qualche parte crescono e ci fanno urlare senza che si riesca mai ad afferrarne il ceppo, magari per strapparlo dalla terra. La conclusione diventa triste e a questo roversianamente un po’ mi ribello, perchè, sempre, come diceva lui “bisogna pur sperare”. In un cambiamento anche a partenza interiore, ma non solo. Capisco che non è questo il momento per fare discorsi di questo tipo, ne sai qualcosa. Ma… bisogna pur… E in ogni modo riconfermo l’impressione di trovarmi di fronte ad una espressività forte. La seconda “L’estasi” mi ha colpito di più, soprattutto nel suo andamento visivo. Mi sembrava di leggere la sceneggiatura di un film sperimentale,in bianco e nero, con attori dai visi segnati dalla mancanza di sonno, con bellissimi visi giovani che sorridono poco, capaci di improvvise felicità. Un viso stanco di ragazza molto truccata, al termine di una lunga notte, attraversata da un dolore e dalla corsa verso la morte, il tuo viso desolato. E’ una storia che hai tratteggiato. Scusa se sono stata prolissa. Scrivo a caldo quanto mi hai suggerito. Un caro saluto F.

  8. Caro Lorenzo,
    volendo mantenere le categorie utilizzate dal primo commentatore anonimo, io dico che la vita non è leggibile ma anche che la vita non è illeggibile, per cui avevo un tempo esposto (su Nazione indiana, con il titolo Due pieghe e un ritorno) degli appunti a cui magari rimando i pochi interessati, sullo stile della “piega”, che in parte ha inizio da questo tecno-barocco del “Non potere”. Scrivevo che “Gli oggetti del dissidio, separati e in conflitto, si incontrano in un unico sentiero.” Proseguivo però spiegando che “questo unico non è il pantano consolatorio del disordinismo”; cioè non è la pacificazione neo-orfica degli opposti, ma al contrario è un modo di acuire il conflitto tra le differenze. Il settenario di Jacopo da Lentini da cui ho mutato il titolo de “Il non potere” suona così: “Lo non poter mi turba”. Tre “O” (di avvicinamento; dei contendenti), e due sferragliate, una ER e una UR. Senti il duello de “Lo non poter mi turba”: O-O-O TER! mi TUR!
    Questi due colpi di spada, uno dato e uno ricevuto, sono il suono della piega.

    La piega si svolge nel discorso filosofico, come ne “I rovi”, che è un testo propriamente di riflessione sulla comunicazione, e sul rito (che in poesia è il ritmo), nato in dialogo con Mario Perniola, che ne è stato il primo lettore. Si tratta cioè di una poesia nata come forma di risposta a una conversazione filosofica; ma si svolge con lo stesso metodo ne “L’estasi”, che invece ha ragione la carissima Federica, è una narrazione cinematografica; la storia per fotogrammi di un risveglio traumatico (la notizia di una morte; di un incidente stradale) e il tentativo di una mente affaticata dalla veglia, dagli abusi magico-estatici del sabato sera e dal trauma psicologico di ricostruire la notte precedente; di ricostruire la memoria di un addio. Anche qui la ricostruzione avviene per pieghe, per stratificazioni, per allucinazioni barocche, per doppie dimensioni sovrapposte (estasi-extacy; motorino-bara). La mente esplosa e senza “filo logico” della postmodernità crea delle coppie di conflitto tra somiglianze (oh, ecco De Angelis), per camminare carponi verso l’uscita. In questo sì, c’è un disvelamento, forse.

  9. Carissima Federica,
    bisogna pur sempre sperare. Hai proprio ragione a ricordare queste parole. “Circonda il tempo il tempo dell’attesa”, anche, è un insegnamento roversiano.
    Avere intrapreso la strada del ritorno e trovarsi all’improvviso di fronte ad un fossato invalicabile non vuol dire che l’avventura sia finita. Anzi, l’ostacolo battezza l’inizio delle peripezie; la storia è appena cominciata.
    Ti abbraccio e grazie del tuo bellissimo pensiero. Con amicizia e affetto. DAVIDE

  10. queste poesie sono semplicemente brutte
    brutte perché irrisolte, senza centro, affastellate, derivative
    ne fa fede la presenza dell’autore nei commenti: nel tentativo di spiegarle e di dar conto della propria poetica, accreditandosi oltretutto quale interlocutore di studiosi di nome, rende i testi ancora più ridicoli e se stesso ancora più impresentabile come poeta

    ma ormai è un must: a patire da gammm e dintorni (i benemeriti iniziatori del trend), ogni autore che pubblica cazzate si sente in dovere di spiegare agli imbecilli (cioè ai lettori) ciò che la loro (degli imbecilli) insipienza gli impedisce di comprendere

    viva le marche (e le marchette)

    Inga Leera

  11. analisi ineccepibile, quest’ultima. Non sono intervenuto prima perché odio le polemiche sterili, i botta e risposta su questioni di gusto, le difese patetiche. Ma quest’ultimo commento non fa una piega e non c’è acrimonia, solo una constatazione. Del resto le regole del gioco sono chiare : si pubblica e si accetta la buona e la cattiva sorte, no ?

  12. Gentilissimo utente anonimo,
    la presenza dell’autore nei commenti è una pratica abituale del web che chi, come me, vuole praticare, ha diritto di praticare, mettendosi in dibattito o in polemica o in conflitto con gli utenti o, nel tuo caso, con gli utonti.
    Chi, invece, non ha familiarità con questa pratica, perché legato a un’idea più tradizionale della pubblicazione, in cui si mantengono i paradigmi del cartaceo e l’autore non partecipa al dibattito, ha diritto di non praticare.
    Io sono legato anagraficamente al primo metodo e utilizzo il web nella sua natura di forum, a volte produce incontri o scontri fertili, altre volte produce perdite di tempo come purtroppo ora.

    La presenza di utenti anonimi che offendono, mancando quasi sempre l’obiettivo, anche è una pratica abituale e a cui siamo un po’ tutti abituati. Purtroppo il dialogo con essi è quasi sempre impossibilitato dal fatto che dietro l’anonimato si nascondono persone mosse da antipatie o da rancori personali o da frustrazioni private che rendono del tutto arbitrarie, pretestuose e prive di valore o senso logico le critiche mosse.

    Certo, questo fa parte della logica del web, di cui bisogna accettare i suoi pro e i suoi contro.
    Però dispiace, perché è un’occasione sprecata in cui si poteva parlare. Ma se neppure un principio di dibattito è possibile perché non si sa bene chi è alla ricerca di un qualunque pretesto per vomitare bile (cito il contesto di pensiero in cui è nata una lirica ed è un accreditarsi, dialogo con un altro poeta ed è un tentativo ridicolo di spiegare una poesia affastellata) allora non si è nelle condizioni di dire niente.
    Hai voluto vincere con l’arma della volgarità e del sabotaggio, come chi fa gara in automobile, e vinci pure, perché tanto sei l’unico a competere.
    Ciao.

  13. E vivano anche, caro Inga, i commentatori livorosi che dal podio comodo quanto vigliacco dell’anonimato emettono insulti (“cazzate, marchette”) e illuminanti giudizi critici a uso di tutti gli imbecilli che non percepiscono la chiarissima evidenza dei fatti, che naturalmente stanno come li vedono loro.
    Se vuol giocare su questo piano si tolga la mascherina e dia anche a noi la possibilità di insultarla. Altrimenti vada a scrivere i suoi oracoli critici sui muri o nel suo blog.

  14. Leggo la poesia “I rovi” di Nota e mi pare un piccolo miracolo. Di quelli che puoi avere lungo una strada, se li sai vedere o hai la sorte di trovare la luce giusta, in un giorno qualunque. Senza drammi.
    “I rovi” è un canto umile di poeta. Un canto ritmato, nella trama che lo sostiene, e insieme umanamente felice, per ciò che possiamo concederci. Nulla qui c’è di più sacro del sentire, dello stare al ritmo. E la poesia sta unita alla vita e al suo ritmo. Come, davvero, non sentire questo “peso musicale”, il peso intimo di Nota, se veramente lo leggiamo? Un peso ambiguo, contraddittorio….Si scopre e si espone, quest’ io lunare. Si rassegna e si ribella, si lacera e si compone. E lo fa nella lotta di un confronto impossibile, imponderabile e mortale con l’immateriale del materiale.
    “L’estasi”, invece, è una corsa. D’immagini, che in sé possono essere eterne e inviolabili. Definitive. Insieme esse fanno l’ansia del procedere nonostante tutto, nonostante questo caos che si mischia al dolore e a esso si impasta e ne fa persino qualcosa d’accettabile, di sostenibile. E noi, che non abbiamo la forza della purezza (né forse la vorremmo avere, tanto ci pare indicibile), stiamo al gioco. E sentiamo l’esistere come più vero quando è nudo, denudato, violentato. La vita si fa terribile, allora, perché inconsapevole, come la coscienza. Oscena e bellissima.

    Jonata Sabbioni

  15. ale manzotin:
    “Soffermàti sull’arida sponda…”

    jack leopard:
    Ecco, semmai soffèrmati tu prima di scrivere queste caz***, e dire che ne avresti da pensare, da meditare…basta che prendi la penna in mano e si accende la lucina, “complesso materno”, ma dai, fatti vedere da uno bravo…

    u. refosco:
    bambini, se gratis non ci riuscite, vi comunico che esistono i bordelli, fateci una bella vacanza e poi ricominciate tutto dall’alfabeto, meglio ancora dalle aste.

    Vittorio Alfieri
    Vi ho visto, discoli, so chi siete e chi credete di essere. L’una e l’altra cosa intrattengono relazioni esclusivamente adulterine.

  16. Non so quanto tempo intercorra tra “I rovi” e “L’estasi”. Quello che mi pare certo – inconfutabile da un punto di vista testuale – è che “I rovi” è decisamente più solenne, stavo per dire sapienziale. Il lessico e la cadenza della frase sono diversi.

    “I rovi”: trovo che la seconda parte sia bellissima, che mostri senza troppo dire (o dica appena il giusto). Gli enunciati assertivi, con coincidenza di sintassi e verso, mi ricordano l’amato Fortini; ma l’imagery, tra il fiabesco-ermetico alla Gatto (“stagno lunare di rane”) e l’apocalittico, o meglio post-apocalittico (“i nuovi campi di sterminio sono pieni di luce”) suggerisce un misto di elegia e paradossale speranza. Il tutto in un linguaggio fermo, preciso. Mi sembra un testo molto ispirato.

    Il primo movimento, invece, ha due pecche – secondo me: la prima è un lieve sovrattono retorico, dati certi costrutti iterativi (ripetizione di “corpo” e di “vita” nel giro di pochi versi) e certi sintagmi che sanno di già sentito (es.”il tempo dell’attesa”) e che, resi spesso soggetti(ma non referenziali) dànno una tonalità più astratta, incrementata anche dalla prevalenza del discorso (come raziocinio) sull’immagine: rispetto al secondo momento, dice più che mostrare, ma sento una maggiore lontananza di chi scrive dalla sua materia. Tutto qui.

    “L’estasi”: come detto, qui il modo sembra più popolare, con strutture da ballata (inizio e fine ripetuti nel primo movimento), un aspro mescolio di aria settecentesca (versi brevi e rime cantabili) e lessico volgare (“stronzetto”), con anche ironia sull’uccellino (quasi ripresa pubblicitaria dell’acqua Uliveto più che ritorno al topos dell’uccello come controfigura del poeta). Senza contare la presenza di dialoghi, di destinatari, invece del tutto assenti ne “I rovi”. Un testo, “L’estasi”, che – sebbene lontano dai miei gusti, ai quali più si avvicina il secondo momento de “I rovi” – ha verità autentica, si lascia leggere ma mi sembra non scadere nel cronachistico o nella battuta, (nel minimalismo di certo ribellismo, per dire). Ecco.

    In generale, caro Davide, volevo chiederti: rappresentano, questi due diversi modi, un cambio di poetica (sul piano dell’espressione, ma forse anche, in parte, dei contenuti o almeno nel modo di concepirli) oppure sono strade diverse investigate sincronicamente?

    Grazie, intanto, della lettura.

    ps: sulla povertà atroce di certo commentare, non c’è nulla da dire.

  17. Non ho capito una mazza del discorso sulla piega, ma le poesie hanno dei lampi notevoli.

    P.S.: dubito fortemente che Jacopo da Lentini abbia mai potuto scrivere “Lo non poter mi turba”. I meriti pieghistici andranno semmai ascritti all’anonimo versatore in toscano.

  18. @ Roberto Gerace,
    grazie. Ma in che senso dici che non può essere di Jacopo da Lentini la canzone “Madonna dir vo’ voglio”? Nel senso che è un accredito filologicamente dubbio?

    @ Davide Castiglione,
    la ballata de “L’estasi” è stata composta nel 2006. “I rovi” è di questa estate, quindi ci sono sei anni fondamentali di distanza. L’estasi fa parte di quello che intendo come “Il non potere” (2002-2011), e cioè del canzoniere-laboratorio dei vent’anni e dell’auto-apprendistato, qualcosa che è passato e che ho chiuso con La rimozione.
    I rovi fa parte di qualcosa di nuovo. E’ un dittico, idealmente, composto infatti da un quadro discorsivo e uno visivo. Ciò che dici sul magico mi tocca nella misura in cui scopri qualcosa di nascosto, e cioè una serie di raccontini magico-ermetici e filosofici che sto componendo da qualche mese e che non ho mostrato ancora a nessuno.
    Poi c’è stata la lettura integrale del poema L’Italia sepolta sotto la neve di Roberto Roversi, due anni fa, che ha mosso in me qualcosa di definitivo, nel senso proprio di uno smottamento interiore e di un’apertura, di un sentiero di montagna tra le rocce dell’infanzia, che non posso più non considerare.
    Quindi un cambio di poetica c’è sicuramente ma va nella direzione, o tenta di andarci, della “complessità” che pensavo di dover trovare anche agli esordi del battesimo; quando scrivevo (gennaio 2006, La Gru n.2): “Prendere a modello il fiore di Rilke, dai sonetti a Orfeo: spalancare i petali percettivi dal giorno alla sera, sotto il sole lieve della primavera come allo sgomento orrore delle notti. Non chiudersi a niente. Questa forma di disobbedienza naturale si estenda a tutti i campi delle nostre esperienze: sputare invettive politiche di fronte ai poeti laureati, o parlare di fiori, qualora fosse invece richiesta una poesia civile. E soprattutto unire i due momenti: forzare il posticcio dualismo accademico, tentare la totalità. Anteporre la vita agli standard funzionali della nuova polis e delle sue scuole ufficiali.
    Nell’opera poetica, una possibilità espressiva potrà essere la forma poematica aberrante, contenente
    quanta più esistenza possibile: da Orfeo a Marx, da una pratolina al cadavere di Carlo Giuliani, dal
    crocefisso alle sorelle Lecciso. Dal tono comico-grottesco al sublime, dal tragico allo scanzonato.
    Dalla riflessione filosofica alla visione; dall’analisi antropologia all’impegno passionale. Ma non
    chiudersi mai a nessuna scelta formale: dal poemetto scivolare al sonetto, se necessario, o al
    frammento, e viceversa. Leggere tutto, dire tutto. Essere sempre più che onesti […]”.

    Certo, alcune cose qui appuntate sono state provate e abbandonate o contraddette, attualmente, da altre soluzioni.
    Al poema aberrante di cui parlavo (nel momento in cui scrivevo L’estasi e altri poemetti) ho preferito il metodo del dittico o del polittico o del distico anche, come relazione tra forme.
    Ma mi pare che “Il non potere” abbia questo discorso, e che “I rovi”, ciò che viene dopo “Il non potere” e dopo “La Gru”, abbia questo imprinting, questa provenienza.

    L’uccellino sì, viene da Settecento e si posa sulla spalla di un ragazzo in discoteca e dice cose deliranti mentre sul fondale del quadro la madonna appare su una colata di ghisa.
    Poi ci sono altre due ballate che continuano il poemetto sulla discoteca barocca, sono tre tempi.

    @ Jonata,
    grazie, hai centrato con questo io lunare il moto ambiguo tra pessimismo e rivolta, magnetismo e volontà.
    Un abbraccio.

  19. No, era una notazione più sul pedante spinto: il gioco vocalico non era certo voluto da Jacopo da Lentini, visto che lui avrà forse scritto in siciliano “Lu non potir(i)”, ma non “Lo non poter”, da attribuire a chi s’è preso la briga di tradurlo in toscano, cioè nell’unica versione che ci è stata tramandata dalla tradizione.

  20. Condivido, in generale, il commento dell’utente “asiago”, anche se non conosco De Angelis: ho letto le poesie e mi paiono, nelle riuscite peggiori, delle elaborate supercazzole; nei casi migliori, dei versi che non raggiungono il loro scopo, il quale -credo- dovrebbe essere in primis quello di suscitare nel lettore delle emozioni attraverso il raggiungimento della bellezza. E’ ovvio che l’intento fosse quello di cercare di rendere poetico l’impoetico, ovvero di trasfigurare una realtà arida e allucinata, ma più che poesia mi pare di aver letto delle amare riflessioni espresse in un linguaggio contorto e tuttavia prosa[st]ico. La Ringkomposition non aiuta.
    (Ah, mi permetterei, da non cristiano, di osservare che “Madonna” richiede la maiuscola)
    A scanso di equivoci vorrei precisare che una tale sensazione (ma farei meglio a dire “non-sensazione”, stante ciò che ho detto) non è determinata dalle scelte ri[t]miche.

  21. @ Utente anonimo
    Credi male.
    Il mio intento non è quello di rendere poetico l’impoetico, perché non sono né un prete né un tappezziere.
    E la bellezza è armata contro la poesia dai tempi di Platone. Nel 1848, a Parigi, la bellezza marciava con i fucilatori, la poesia cadeva a terra con i fucilati.
    Ne sai qualcosa di una battaglia che dura da 164 anni e che non è ancora terminata?

    @ Roberto Gerace
    Ah, sì, certo. Ma insomma, per JDL si intende quella versione.
    Grazie, mi ha fatto piacere la notazione.

  22. Davide Nota anche in queste liriche si impone come uno dei più grandi, secondo me il più grande poeta della mia generazione. Oltre a essere un fabbro eccellente, rigetta -per fortuna perché ne abbiamo piene le palle- la concezione di poesia come “alta”. La visione sconsacrata del mondo, l’orrore del divenire nella sua furia distruttiva, e il moto di Verlaine sempre “de la musique avant toute chose” sempre presente. E soprattutto per amor di Dio, basta ritenere la poesia una macchina da emozioni facili.

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